Traduzioni che tradiscono: la distruzione di Montecassino

Dopo essere sbarcati in Sicilia il 10 luglio il giorno 19 gli anglo-americani avevano effettuato il loro primo bombardamento aereo di Roma con lo scopo di indurre alla resa l’ormai stremata Italia. Mussolini pur avendo avuto qualche avvisaglia del duro confronto che l’attendeva nel Gran Consiglio che aveva convocato d’urgenza, non immaginava l’epilogo che ci sarebbe stato, per giunta non adottò nessuna contromisura.

Durante la seduta tenutasi a palazzo Venezia la notte dal 24 al 25 luglio, ci furono vivaci contestazione all’indirizzo del Duce che ormai aveva perduto autorevolezza e Dino Grandi, presidente della Camera di Fasci, presentò una mozione votata a maggioranza che stabiliva il ritorno del controllo delle forze armate nelle mani del Re, decretando in pratica il crollo del regime fascista. Contestualmente il potere ritornava nella mani del Re Vittorio Emanuele III dove Mussolini si recò per incontrarlo a Villa Savoia, oggi Villa Ada sulla via salaria, residenza estiva reale.

All’uscita da Villa Savoia, il Duce venne arrestato dai Carabinieri da sempre fedeli alla monarchia, trasferendolo prontamente in detenzione in un luogo segreto. In realtà il Re era in possesso di informazioni costantemente aggiornate interne al PNF ed al Gran Consiglio quindi aveva avvisato Pietro Badoglio di tenersi pronto per il conferimento dell’incarico il 25 luglio 1943. Il messaggio diffuso a seguito di tali eventi fu quello di restare ai posti di combattimento e nonostante le piazze si fossero riempite a festa per la fine della guerra in realtà non cambio nulla. Badoglio dichiarò che la guerra sarebbe continuata comunque al fianco dei tedeschi. In realtà il Re Vittorio Emanuele III stava portando avanti delle segretissime trattative di pace con gli anglo-americani ed in particolare con il generale Eisenhower al capo dell’operazione nel mediterraneo che si sarebbero poi concluse con l’armistizio di Cassibile, frazione di Siracusa il giorno 3 settembre.

Prima ancora che dal governo italiano, la notizie venne tuttavia diffusa prima dagli alleati il giorno 8 alle ore 19.45, gettando nel caos le varie truppe dislocate al fianco dei tedeschi in Patria e fuori. In realtà la scelta di non diffondere la notizia da parte di Badoglio venne assunta perché il trattato del giorno 3 settembre era solo una bozza la cui forma definitiva sarebbe stata sottoscritta soltanto il 9 Novembre. Il tentativo del maresciallo era quello di defezione dai tedeschi per il riconoscimento di condizioni più morbide per la resa Italiana. Tuttavia gli alleati decisero di terminare il documento del giorno 9 Novembre con la dicitura “arrendere senza condizioni” ovvero “inconditional surrender”.

Alla notizia dell’armistizio le truppe tedesche invasero l’Italia con l’operazione “Alarico” che era già stata prevista da Adolf in quanto alleato non propriamente affidabile.

Nel frattempo la monarchia si era rifugiata da Roma al Sud Italia sotto la protezione degli anglo-americani che nel frattempo stavano risalendo la Penisola arrivando a terminare l’occupazione della Campania nel gennaio 1944.

Nel frattempo visto che lo sbarco di Anzio non aveva portato alcun progresso degno di nota, decisero di muovere le truppe che erano arrivate al confine tra Campania e Lazio, denominata Linea Gustav nel Cassinate. Anche qui i combattimenti estremamente duri non erano riusciti a sfondare le linee tedesche che stazionavano maggiormente sulla collina di Montecassino dalla quale si controllava tutta la via Casilina.

Sulla sommità della collina sorgevano le mura del Monastero Benedettino fondato nel 529 al quale era stato riconosciuto lo status di neutralità ed inviolabilità da entrambi gli schieramenti. I tedeschi si erano impegnati direttamente con il Vaticano a non installare nessun tipi di apparecchiatura, armi o stazionamento di truppe all’interno dell’Abbazia per non trasformarla in un obiettivo militare.

La neutralità invocata dal Vaticano venne rispettata dai tedeschi, riconoscendo una fascia di neutralità di 250 metri circa, come successivamente dichiarato per iscritto dallo stesso abate, Don Gregorio Diamare.

Vuoi per le abilità tedesche piuttosto che per le imcompetenze alleate piuttosto che per l’orografia del territorio, fatto sta che le truppe alleate non riuscivano ad avanzare e stavano pagando un alto costo in termini di sangue versato. Questo fatto gettò un incredibile malumore tra i comandanti alleati che iniziarono ad entrare in tensione.

In particolare l’inglese Francis Tuker ed il neozelandese Bernard Freyberg, cominciarono a chiedere a gran voce il bombardamento dell’Abbazia, formulando delle ipotesi sulla presenza tedesca all’interno della struttura che però non trovarono mai un riscontro oggettivo. Il problema era che la struttura essendo stata dichiarata neutrale non poteva essere bombardata senza una prova della violazione dei termini di neutralità, così gli inglesi facendo ricorso alla loro straordinaria nonché filosofica capacità di manipolazione, imbastirono delle informative con le quali si stabilì che all’interno del Monastero erano state installate antenne militari che fornivano coordinate per gli attacchi all’artiglieria tedesca.

Il generale americano Mark Wayne Clark si oppose fermamente al bombardamento in assenza di riscontri oggettivi, contestando l’inutilità della distruzione del luogo sacro. Il generale teneva molto alla sua immagine pubblica quindi cercava di astenersi dal compiere azioni azzardate.

La propaganda inglese messa in campo così narrava in sintesi << tutti i monumenti in pietra d’Italia abbiano pure tremila anni, non valgono la vita di uno solo dei nostri ragazzi>> oppure <<sono cattolico ma non credo che la salvezza di un monastero benedettino valga una sola vita di un soldato alleato>> tanto che tale propaganda raggiunse le orecchie di Eisenhower che la condivise.

Giova precisare che i tedeschi dal punto di vista tattico non avrebbero avuto comunque nessuna convenienza a nascondersi nell’abbazia, sia per l’estrema visibilità della struttura ed anche perché c’erano molte altre posizioni migliori nei paraggi.

A fine gennaio si tentò un nuovo assalto con le truppe indiane e neozelandesi che però fallirono nuovamente. Il malcontento era al massimo e qualcosa accadde che fece velocemente cambiare idea agli alleati impartendo il comando di bombardare il monastero. Cos’era accaduto? Cosa aveva indotto i vertici a cambiare così repentinamente la propria idea sulle sorti della millenaria struttura?

Si trattò di un errore di traduzione. Nei momenti convulsi in cui si cercava di intercettare i messaggi con cui i comandi tedeschi comunicavano via radio, gli alleati intercettarono un messaggio: <<Who ist der Abt? Ist er noch im Kloster?>> Dov’è l’Abate? E’ ancora nel chiostro? risposta: <<Ja, mi Kloster mia den Monchem>> Si nel chiostro con i Monaci.

Casualità… accadde che l’ufficiale inglese addetto all’intelligence, mai identificato e per il quale mai si volle rivelare il nome, equivocò il significato del termine Abt, ritenendo che non dell’abr (der Abt) L’Abate si trattasse bensì dell’Abt (Die Abt) inteso come abbreviazione di Abteilung, “battaglione militare”; come è stato possibile confondere Abt (Abate) che è un termine maschile ed in tedesco si dice Der Abt con invece l’abr che è l’abbreviazione del sostantivo di genere femminile Abteilung (battaglione militare) che in tedesco risulta Die Abt.

Per chi conosce il tedesco trattati di una differenza rilevante e sicuramente non trascurabile. Conoscendo il fare inglese ci chiediamo sia possibile quindi sostenere che di fatto, all’interprete venne suggerito di modificare quella lettera garantendogli poi l’anonimato, fatto che poi avvenne, come i fatti storici testimoniano.

Il 15 febbraio venne lanciato il bombardamento aereo e guardacaso proprio mentre le bombe già erano state sganciate, il colonnello inglese David Hunt nel ricontrollare il messaggio incriminatorio si accorse dell’errore. Orami era comunque troppo tardi e l’Abbazia venne completamente rasa al suolo.

Link al video del bombardamento

I risultati furono oltre che la distruzione di un gioiello medievale, la morte di duecentocinquanta e più civili che si erano rifugiati nel monastero ritenuto territorio neutrale, morirono una cinquantina di tedeschi che erano all’esterno oltre la fascia di garanzia del 250 metri ed essendo le bombe del tempo non proprio precise… per non dire che spesso andavano proprio su altri obiettivi, vennero uccisi perfino i soldati indiati del Commonwealth Britannico che stazionavano più in basso rispetto ai tedeschi.

L’Abbazia di Montecassino successivamente ai bombardamenti Anglo Americani

Ironia della sorte, la posizione nonostante bombardata non venne mai conquistata perché i tedeschi utilizzarono i ruderi dell’Abbazia per stabilire nuove posizioni di attacco guadagnando una migliore posizione difensiva, non avendo più il problema del rispetto della neutralità dei luoghi in quanto il patto era stato violato per prima dagli alleati.

Fu solo nel mese ed alla quarta battaglia che i valorosi combattenti polacchi agli ordini del tenente generale Wladyslaw Anders riuscirono ad avere la meglio sulla resistenza tedesca. Ancora oggi è possibile ammirare ai piedi dell’Abbazia il cimitero polacco, dove ogni anno si celebra la ricorrenza in memoria dei caduti di quell’attacco.

Tratto dal libro di Gianni Fazzini “Gli errori che hanno cambiato la storia”

Gli ingannevoli progressi globali

Anno bisesto, anno funesto…

… e triste quello che gli viene appresso

Se l’anno è bisestile, riempi il sacco al barile

Anno bisesto tutte le donne senza sesto

Anno che bisesta non si sposa e non s’innesta

Il 29 febbraio rimette le lancette al loro posto

Anno bisesto tutte le cose van di traverso

Anno bisestile, chi piange e chi stride

Anno biesto che passi presto

In realtà non c’è alcuna spiegazione scientifica che avvalori queste credenze, ma il semplice fatto che durante alcuni anni bisestili si siano verificate alcune catastrofi ed epidemie.

Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Tuttavia corre l’obbligo di segnalare che tantissime altre sciagure si sono verificate in anni che non erano invece bisestili, anche perchè secondo la cultura anglosassone l’anno bisestile porta invece bene.

Le ragioni di tale detto sono da ricercarsi in tempi molto remoti. I primi a pensare che l’anno bisestile fosse un anno funesto, furono gli antichi romani che diffusero questa credenza in tutte le zone dell’Impero.

Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all’ astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l’ imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico.

La contemporaneità bisestile del 2020, ci consegna un mondo molto popolato, intenso, veloce, e contrariamente a quanto accadeva in passato, molto più dominato dagli esseri umani.

La modernità di per sé, come l’etimologia della parola insegna, include un cambiamento e sin’ora  è stato sinonimo di progresso anche se paradossalmente nel mondo riscontriamo che le disuguaglianze e le povertà non sono sparite affatto, facendo emergere il conflitto della vita vissuta in piccola scala con decisioni di ampia scala, chiamate appunto “globali”.

Tuttavia le scelte operati all’ombra dell’insegna globale hanno ingannevolmente rappresentato un progresso per gli agglomerati urbani ed i macro territori ma al contempo aumentando il divario tra centro e periferie del mondo, sia nel senso “micro” che “macro”. Testimoni di un apparente progresso molto discutibile sotto il profilo della sostenibilità ambientale sono ad esempio i settori dell’energia, mobilità, rifiuti, circolarità delle informazioni che hanno intrapreso direzioni inattese e molto “poco controllabili”.

Non sempre però le invenzioni spacciate per “progresso” producono effetti concreti in tale direzione, anzi, in certi casi possono addirittura portare ad un vero e proprio “regresso” ovvero un danno non sempre riparabile.

Per ricorrere ad un aneddoto storico, il famoso spray insetticida DDT, santificato nel mondo per aver contribuito a debellare la malaria uccidendo gli insetti ebbe due effetti inaspettati ed incontrollabili: il primo, la nascita del primo movimento ambientalista nel 1962, a seguito della pubblicazione del libro Primavera silenziosa, che denunciava proprio il DDT come causa ostativa alla riproduzione degli uccelli ed il secondo, lo sviluppo del cancro sul corpo umano a seguito del contatto con lo Spray.

Quindi ciò che veniva inzialmente venduto come l’invenzione che doveva proteggere le persone dalla malaria, proteggere le coltivazioni e migliorare la resa agricola, in realtà uccise gli insetti, affamò gli uccelli e gli altri esseri animali della stessa catena alimentare mostrandosi letale anche per la salute degli esseri umani tanto da costringere le autorità internazionali a sancirne il bando dai mercati.

Ancora oggi nei paesi dell’Africa affetti dalla malaria il dibattito è acceso: morire di malaria oppure di cancro? Dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano a fronte della riduzione dell’elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria tanto che nel 2006, l’OMS si è spinta a dichiarare che se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe essere combinato alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria, trascurando del tutto il fatto della prossimità degli insetti con gli esseri umani, dettagli.

Una modella pubblicizza la sicurezza del DDT, 1948.

L’esempio del DDT ci mostra che pur nelle contraddizzioni di fondo di una realtà globale, oggi le persone costruiscono, innovano ed imbastiscono relazioni in modo da diventare tutti elementi di una catena globale, fino a ieri felicemente connessi tramite un’economia sempre più integrata.

Il termine “globale” acquisisce popolarità con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dei primi telefoni cellulari e poi della rete internet.

Il mondo che sino ad allora veniva influenzato da persone e popolazioni, cominciò a creare una sorta di comunità globale che non si era mai registrata prima nella storia dell’umanità. L’ironia della sorte vuole che il risultato di tale processo, oggi, veda i personaggi e le cariche che dovrebbero scrivere la storia, rincorrere la popolarità proprio su quella rete social virtuale, trasformandosi così da timone di una società ad una mero inseguitore di principi espressi da agglomerati sociali virtuali, addestrati volutamente dal sistema scolastico in modo da non essere in grado di distinguere concretamente il concetto di interesse personale da quello di interesse nazionale.

La globalizzazione ha consentito la trasformazione del capitalismo in egemone facendo sì che nessun gruppo umano oggi possa vivere in modo indipendente dall’economia monetizzata modificando così le modalità ed i termini delle relazioni stesse.

I regimi di possesso o conduzione dei terreni agricoli sono stati sostituiti dalla proprietà privata e l’agricoltura di sussitenza che sosteneva numerosi ceti sociali sono stati soppiantati dal lavoro salariato, così come la televisione ha soppiantato le relazioni umane costituite un tempo dalla narrativa orale. La conseguenza delle politiche adottate dagli stati nazionali è stata proprio la fuga di quei ceti sono stati costretti a migrare nelle aree urbane alla ricerca di un impiego.

Siamo così giunti ad un regime ideologico attualmente egemone che incoraggia la mercificazione e la deregolarizzazione dei mercati che si muove sempre sotto la spinta del profitto ovviamente di gruppi che hanno assunto le caratteristiche di potenti organizzazioni parallelle di dimensioni pari a quelle degli stessi stati nazione.

Le questioni politiche inseguono le questioni economiche guardandosi bene dall’includere valori fondamentali come la giustizia sociale oppure il benessere duraturo dell’umanità.

Tale trasformazione ha comportato l’aumento dei consumi di energia, l’espansione urbana ed un’enorme crescita demografica causa primaria delle ondate migratorie, dell’incremento abnorme di produzione di rifiuti con ripercussioni dirette sull’ambiente. Tali esempi sono solo alcuni dei numerosi processi fuori controllo.

Queste contraddizioni invisibili agli occhi in un sistema che si regge in un sensibile equilibrio artificiale sono emerse ed esplose per la prima volta nella storia dell’umanità con l’avvento della pandemia. Abbiamo infatti assistito al blocco dei milioni di transiti giornalieri, aerei e terrestri, il blocco dei consumi e del consumismo trascinato dalla corda della paura alimentata dal virus, agli acquisti ritenuti essenziali, e così via… verso il blocco delle consuetudini globaliste stratificatesi negli anni a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non stupiamoci, non è la prima volta che questo accade.

Nella storia del genere umano le malattie infettive che talvolta si sono mostrate sotto forma di pandemia hanno avuto delle caratteristiche comuni, come la velocità di trasmissione e l’immunizzazione goduta da chi già era stato infettato dal virus. Nel caso del Covid19 così però non sembra essere.

Nel nostro percorso di storia abbiamo già vissuto pandemie epocali:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

Morbo di Antonino, 165-180. Un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone, pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale.

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150000 persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Peru nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza.

Un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana fu il tifo, chiamato anche “febbre da accampamento” o “febbre navale” perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3000 uomini in battaglia e 20000 per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18000 uomini in Italia; altre 30000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo; più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

L’ “influenza spagnola”, 1918-1919. Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia; Boston, nel Massachusetts; e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone in 6 mesi Sparì dopo 18 mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione.

L’epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu certamente favorita dalle condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee. La caratteristica più sorprendente della pandemia fu il suo tasso di mortalità insolitamente alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra.

L’influenza spagnola fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna.

Per evitare la personalizzazione delle pandemie l’OMS ha deciso di adottare delle sigle, proprio sull’esperienza della febbre spagnola. Infatti l’accostamento tra il luogo di scoperta della malattia ed il luogo georgrafico potrebbe rappresentare un deterrente per la comunicazione della scoperta. Insomma nessuno stato vorrebbe mai appendersi al petto la medaglia di un virus concedengoli il proprio nome e farsi additare come untore del mondo.

Il giorno 11 febbraio 2020 l’OMS ha dichiarato il nome ufficiale del nuovo coronavirus (Covid-19, che sta per Corona Virus Disease 2019). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha affermato che «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti».

Nel 2015 l’OMS ha stabilito delle precise linee guida da seguire nella scelta di un nome per una nuova malattia ritendendo fondamentale evitare riferimenti a luoghi, animali, individui o gruppi di persone, optando per un nome facilmente pronunciabile e che abbia una relazione con la malattia.

«Inserire un riferimento a Wuhan nel nome ufficiale avrebbe significato dare una connotazione negativa ai cittadini di Wuhan, che non sono altro che vittime dell’epidemia», ha spiegato alla rivista Time Wendy Parmet, professoressa di legge alla Northeastern University (USA) ed esperta di salute pubblica. In passato molte malattie racchiudevano nel nome riferimenti a persone, luoghi o animali: pensiamo alla sifilide, che nel XVI secolo in Italia veniva chiamata “mal francese”, e in Francia “mal di Napoli”; oppure la stessa Febbre Spagnola.

Nella lista di esempi da non seguire, evidentemente dopo lamentele o segnalazioni degli stati che vi hanno aderito, l’OMS ha inserito anche la MERS (Middle East Respiratory Sindrome, sindrome respiratoria mediorientale, nome con chiari riferimenti geografici), l’influenza suina (poi rinominata dalla stessa OMS “A/H1N1”, visto il crollo di vendite subìto dal mercato delle carni suine) o il morbo di Chagas, che prende il nome dal suo scopritore.

È importante ricordare che il nome assegnato dall’OMS, Covid-19, si riferisce alla malattia, non al virus. Quest’ultimo è stato invece definito SARS-CoV-2 (sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dalla Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus (in inglese International Committee on Taxonomy of Viruses, ICTV), responsabile della classificazione ufficiale dei virus di tutto il mondo.

L’ “influenza asiatica“, 1957-1958. Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70000 morti. Il ceppo era lo H2N2.

L’ “influenza di Hong Kong“, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34000 vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La SARS, 2003. Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni.

L'”influenza A H1N1″, 2009. Attuale Pandemia del Virus H1N1 denominata originariamente Influenza Suina perché trasmessa da questo animale all’uomo.

Se avessimo imparato dalla storia, oggi non ci saremmo fatti cogliere impreparati, e visto che questa epidemia come abbiamo visto non è stata la prima e non sarà l’ultima, sarebbe bene adattare i nostri modelli sociali ad una capacità di resilienza in grado di contrastare le epidemie in maniera efficiente, senza tuttavia dover mettere in discussione le conquiste fino ad oggi raggiunte dai regimi democratici, semplicemente applicando dei criteri di efficienza sociale alle infrastrutture di stato già esistenti, valorizzando il rapporto essenziale pubblico – privato e quello delle istituzioni con il cittadino, consapevoli che le pandemie portano sempre e comunque a dei cambiamenti epocali all’interno dei quali vengono a crearsi degli spazi abilmente occupati sia dai concorrenti che dagli antagonisti del Paese colpito.

Telesio