Il ruolo chiave del Giappone per la nascita del comunismo.

La Russia è sempre stata condannata a lunghi periodi di isolamento a causa del suo enorme territorio, confinato geograficamente da un clima inclemente per buona parte dell’anno. Le rigide temperature invernali ne bloccano i porti limitando i commerci marittimi e le economie locali. Una limitazione importante che ha sempre condizionato la politica estera del grande impero fino ai giorni nostri, e causato guerre più o meno dichiarate continue negli ultimi tre secoli. Se vogliamo la politica marittima russa potrebbe essere giustificata da questa lotta continua all’isolamento naturale.

Un impero vasto che nel XVIII secolo raggiunse quasi 29 milioni di chilometri quadrati. In epoca zarista la sua economia era pesantemente legata all’agricoltura, con una bassa produttività industriale, per lo più accentrata nei grandi centri, ed una forte significativa di servitù della gleba, che si mantenne fino alla sua abolizione definitiva nel 1861. Sebbene l’economia col tempo seppe industrializzarsi, grazie alle visioni illuminate di alcuni zar, con l’aiuto di investimenti stranieri nelle ferrovie e nelle nascenti fabbriche, gli sbocchi al mare necessari per i commerci marittimi erano di fatto aperti tutto l’anno solo nel mar Nero. In gran parte i porti del Baltico e del Pacifico gelavano d’inverno ed i traffici commerciali erano quindi ostacolati dal generale inverno.

Da qui la necessità di affermarsi sul mare, con flotte adeguate supportate da basi navali per il loro rifornimento. Con lo zar Pietro il Grande la marina imperiale russa si evolse, costruendo unità navali di sempre maggiori dimensioni. Incominciò un gioco di espansione, non sempre pacifico, tra diplomazia e piccole o grandi guerre, localizzate nelle regioni costiere dell’Impero, per cercare di rompere il suo isolamento dorato ed affermare la sua ragione di esistere come potenza europea.

A partire dal 1848, nel mondo, il capitalismo ebbe un’enorme ruolo in qualità di occasione che gli ebrei, grandi risparmiatori, seppero cogliere per raggiungere illustri posizioni di successo economico, suscitando non poca invidia, specie nelle classi aristocratiche domaninanti, inclusi gli Zar di Russia.

In quegli anni la maggior concentrazione di ebrei europei era nell’est dove le aspirazioni di un’esigua classe di intellettuali si scontrarono con oggettivi impedimenti interni dovuti all’arretratezza sociale, politica, culturale ma soprattutto della fortissima opposizione delle forze conservatrici e reazionarie, sia laiche che religiose.

Nel vastissimo impero russo all’inizio del XIX secolo la generale arretratezza impedì quindi al processo di emancipazione di decollare. La maggior parte degli ebrei dell’ex Polonia divenuti sudditi dell’autocrazia zarista nel 1795 non conobbe i fermenti illuministici e rimase prevalentemente sotto l’ortodossia rabbinica, costretti peraltro a risiedere nelle circoscritte aree geografiche ad ovest ed a sud dell’impero corrispondenti oggi alle aree geografiche della Bielorussia, Bessarabia, ed Ucraina, vivendo negli Shtetl, ovvero piccoli villaggi di case in legno dove c’era tra l’altro molta povertà.

Gli ebrei dai non ebrei si distinguevano per lingua, abiti, costumi di vita ed erano chiusi a differenza dei loro correligionari occidentali alle influenze culturali esterne, erano poco assimilabili al resto della popolazione con la quale avevano pochi contatti. Erano legati alla scrupolosa osservanza delle prescrizioni religiose e le loro organizzazioni comunitarie erano erano in parte autonome e gestite dal diritto rabbinico.

La politica ebraica degli Zar si espresse con leggi fortemente limitative per quanto concerneva la residenza e le attività economiche. A queste politiche si ispirò negli ultimi anni del suo regno lo Zar Alessandro I (1801-1825) nel tentativo di forzare gli ebrei ad assimilarsi alla popolazione russo-ortodossa. La politica zarista nei loro confronti era un’emanazione dell’antigiudaismo della chiesa ortodossa, identificando il buon suddito russo come cristiano ortodosso.

La pressione per la russificazione degli ebrei era motivata dalla paura di incorporare nella società una minoranza in rapida crescita demografica caratterizzata da una religione e da una cultura estranee, impropriamente avvertite come nocive e disgregatrici della struttura sociale russa.

L’ultrareazionario Nicola I (1825-1855) proseguì lungo la strada della costrizione per obbligarli insieme ad altre minoranze a integrarsi totalmente facendosi cristiani. Come il suo predecessore cercò di costringerli a rinunciare ai loro usi e costumi tradizionali e anche al semiautonomo governo delle comunità. Nel 1827 impose una delle misure più odiose e crudeli, la coscrizione obbligatoria per i bambini ebrei a dodici anni di età. Essi dovevano fare un servizio militare preparatorio di sei anni e successivamente restare sotto le armi per altri venticinque. Lo scopo era di sottrarre i bambini al controllo delle famiglie e costringerli ad abbandonare le tradizioni ebraiche e ad accettare quelle ortodosse. I superiori costringevano i piccoli circoscritti a mangiare carne di maiale e a fare i segno della croce. Molti giovani preferirono suicidarsi e parecchi di quelli che si convertirono rimasero nel loro intimo fedeli all’ebraismo.

Ovviamente questa situazione destava non poche preoccupazioni alle altre comunità ebraiche dislocate nel resto del mondo e si decise giustamente di intervenire qualora se ne fosse verificata l’opportuna occasione.

A coglierla, in particolare, fù Jacob Henry Schiff (Francoforte sul Meno, 10 gennaio 1847 New York, 25 settembre 1920) banchiere, imprenditore e filantropo tedesco naturalizzato statunitense, di origini ebraiche, che abbracciò la causa delle comunità oppresse decidendo di investire le proprie ricchezze in finanziamenti per il contrasto dei fenomeni antisemiti.

Nato in Germania, Schiff emigrò negli Stati Uniti d’America dopo la guerra di secessione americana ed entrò nella Kuhn Loeb & Co. Dalla sua base di Wall Street, fu il più importante leader ebreo dal 1880 al 1920, durante quella che in seguito fu nota come l'”era Schiff”, affrontando sia le questioni più importanti che i problemi quotidiani riguardanti gli ebrei, come la condizione degli ebrei russi sotto lo zar, l’antisemitismo americano e internazionale, la cura degli immigrati ebrei bisognosi e l’ascesa del sionismo.

Quella che forse è la più famosa operazione finanziaria di Schiff ebbe luogo durante la guerra russo-giapponese del 1904 e 1905.

Dopo aver incontrato a Parigi, nell’aprile 1904, il vice governatore della Banca del Giappone Takahashi Korekiyo, Schiff concesse all’Impero giapponese crediti per un ammontare di duecento milioni di dollari, attraverso la Kuhn, Loeb & Co.

Fu la prima grande emissione di titoli giapponesi a Wall Street e fornì circa la metà delle risorse necessarie allo sforzo bellico del Giappone. Schiff fece quest’operazione in parte perché credeva che l’oro non era importante quanto lo sforzo ed il desiderio di vincere una guerra di una nazione e in parte a causa dell’apparente stato di inferiorità del Giappone: all’epoca nessuna nazione europea era mai stata sconfitta da una nazione non europea in una guerra moderna su larga scala.

Fù così che grazie a Jacob Schiff la marina imperiale russa subì la sconfitta più grande di sempre

La più terribile sconfitta navale della storia russa avvenne nello stretto di Tsushima, tra il Giappone e la Penisola coreana, il 27-28 maggio del 1905. La Seconda flotta del Pacifico, composta da 38 navi da guerra, fu completamente annientata dalla flotta giapponese, che poteva contare su 89 unità in più. 

La spedizione era partita sotto una cattiva stella: per un errore marchiano all’inizio del lungo trasferimento delle navi dal Baltico al Pacifico, la Russia rischiò di entrare in guerra anche contro la Gran Bretagna!

Il boomerang della foga espansionistica globale

L’impero zarista, al fine di ottenere un porto nell’oceano Pacifico, libero dai ghiacci nei lunghi mesi invernali da destinare come punto di supporto militare e marittimo, individuò una base navale nella provincia di Liaotung, Port Arthur.

Tutto fu facilitato dalla fine della prima guerra sino-giapponese quando le nazioni europee si approfittarono della situazione spartendosi i brandelli dell’Impero cinese e, sotto richiesta della Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, intimarono al Giappone di lasciare libera la penisola di Liaodong in cambio di una compensazione di 5 milioni di sterline.

Naturalmente tutti ne ricevettero dei vantaggi e vi crearono basi militari e commerciali per i loro commerci. Tra di esse Hong Kong che la Gran Bretagna mantenne fino ai giorni nostri.

Il grande impero si concentrò su Port Arthur che fu presto raggiunto dalla ferrovia transiberiana, dopo essere stato “affittato” per 25 anni. Ma politicamente non fu così semplice. Sebbene il Giappone si offrì di riconoscere l’influenza russa sulla Manciuria in cambio del riconoscimento della Corea nella sfera di influenza giapponese, questo non piacque alla Russia.

Il Giappone, dopo aver esaurito tutte le armi diplomatiche, ormai indispettito dalla strafottenza russa decise quindi di entrare in guerra. Il primo obiettivo fu di mettere fuori combattimento la flotta russa del Pacifico, prendendo Port Arthur e invadendo via terra la Manciuria. Iniziò un confronto prudente tra le due potenze: da un lato la flotta nipponica, che si teneva lontana dai territori occupati dai Russi, e dall’altro i Russi arroccati all’interno delle loro basi.

L’uomo chiave del momento fu l’ammiraglio Togo Heihachiro che decise di impiegare le mine navali per bloccare i porti nemici. La tattica ebbe successo e la prima vittima fu la possente corazzata Petropavlovsk, ammiraglia della flotta russa, che affondò dopo aver urtato una mina, portando con sé il comandante dell’intera flotta Stepan Makarov.

A questo punto la marina zarista cercò di raggiungere la più sicura Vladivostok, ma venne intercettata e sbaragliata nella battaglia del Mar Giallo. Le poche unità superstiti tornarono a Port Arthur sotto il fuoco delle artiglierie di terra nipponiche.

Lo zar Nikolaj II fu convinto ad inviare l’intera Flotta del Baltico, cinquanta navi da guerra di base a Kronstadt, nei pressi di San Pietroburgo, per unirsi al resto della flotta del Pacifico ed ingaggiare in battaglia i Giapponesi.

Ancora una volta la limitazione geografica era un fattore pesante da pagare, in particolare quando le distanze erano tali da costringere gli equipaggi ad un viaggio di mesi.

Altro errore, voluto dall’ammiraglio Rožestvenskij, capo supremo della flotta imperiale russa, fu l’inserimento di obsolete corazzate che avrebbero dovuto ingaggiare la flotta giapponese in uno scontro d’altri tempi. La flotta russa dovette attraversare il mar Baltico, la Manica, circumnavigare l’Africa, attraversare lo stretto di Malacca per poi spingersi verso Nord Est per raggiungere il porto marittimo di Vladivostok. Un viaggio estenuante che indebolì la forza navale zarista prima del suo arrivo in zona di operazioni.

Questi movimenti non rimasero nascosti all’ammiraglio Togo che, avvisato dalle sue spie, ordinò alle sue forze navali di intercettare la flotta russa prima del loro arrivo a Vladivostok, ovvero in quegli stretti che necessariamente sarebbero stati attraversati dalla flotta di Nicolai II.

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Le rotte navali percorse dalle unità navali di rinforzo Russe partite da Krasnoyarsk e dirette in Manciuria

Come risultato della battaglia, 21 navi russe furono affondate, sette furono catturate, sei ripararono in porti neutrali, dove furono bloccate (solo poche riuscirono poi a fuggire).

A causa della catastrofe di Tsushima, l’Impero russo cessò di essere una superpotenza navale. Per decenni, la parola “Tsushima” divenne sinonimo di sconfitta totale, come “Caporetto” nella lingua italiana o “Bérézina” in francese.

Il conflitto del 1904-1905 dette solo amarezze all’Impero russo e destabilizzò il Paese, favorendo l’acuirsi delle tensioni rivoluzionarie

La ragione principale che portò giustamente Schiff alla concessione dell’ingente prestito al Giappone è da ricercare come una risposta, in nome del popolo ebraico, alla politica antisemita dell’Impero russo, in particolare per l’allora recente pogrom di Chișinău e Bessarabia.

Il prestito attrasse l’attenzione di tutto il mondo ed ebbe conseguenze di rilievo: il Giappone vinse la guerra, in gran parte grazie all’acquisto di munizioni reso possibile da prestito di Schiff. Alcuni leader giapponesi lo interpretarono come una dimostrazione del potere degli ebrei in tutto il mondo.

In aggiunta al suo famoso prestito al Giappone, Schiff finanziò molte altre nazioni, comprese quelle che sarebbero diventate gli Imperi centrali (Gran Bretagna, Francia, ed in successione alla caduta degli Zar anche la Russia).

Durante la prima guerra mondiale Schiff esortò il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson e altri statisti alleati a porre fine alla guerra il più rapidamente possibile, anche rinunciando alla vittoria: temeva per la vita della sua famiglia rimasta in Germania, ma anche per il futuro della sua terra d’adozione. Organizzò la concessione di crediti alla Francia e ad altre nazioni per scopi umanitari e si espresse contro la guerra sottomarina.

Schiff condusse una politica di finanziamenti alle nazioni che sostenevano la causa di contrasto all’antisemitismo, contribuendo con il finanziamento al Giappone ad una pesante sconfitta della flotta navale della Russia Imperiale che ebbe un eco devastante dal punto di vista psicologico sia sulla popolazione civile che sul morale dei militari. Il “gigante” russo infatti era stato schiacciato ed umiliato dal “nano” giapponese.

A seguito della poderosa sconfitta della Russia nella battaglia di Tsushima nel 1905, Schif ebbe ad intuire che l’impero zarista iniziava a scricchiolare e per le vie di Pietrogrado alcuni ideologi ebrei iniziavano a fare comizi e propaganda sulla rivoluzione. Dunque un’altra occasione si stava concretizzando ed andava sostenuta finanziariamente.

Abili oratori ebrei come Leon Trotsky vennero notati, incoraggiati e finanziati per le loro abilità critiche sulle ideologie della scuola della Sinistra Hegeliana rivitalizzata da Karl Marx, facendo sì che seppur per il tempo strettamente necessario alla rivoluzione, antisemitismo ed odio di classe si sovrapponessero in una sorta di entropia la cui energia venne canalizzata verso la rivoluzione del 1917.

Con la notevole eccezione di Lenin (Vladimir Ulyanov), la maggior parte dei principali comunisti che presero il controllo della Russia nel 1917-20 erano ebrei.

Leon Trotsky (Lev Bronstein) era a capo dell’Armata Rossa e, per un certo periodo, era il capo degli affari esteri sovietici.

Yakov Sverdlov (Solomon) era sia il segretario esecutivo del partito bolscevico sia – come presidente del Comitato esecutivo centrale – capo del governo sovietico.

Grigori Zinoviev (Radomyslsky) era a capo dell’Internazionale comunista (Comintern), l’agenzia centrale per diffondere la rivoluzione nei paesi stranieri.

Altri eminenti ebrei includevano il commissario di stampa Karl Radek (Sobelsohn), commissario per gli affari esteri Maxim Litvinov (Wallach), Lev Kamenev (Rosenfeld) e Moisei Uritsky.

Lo stesso Lenin era prevalentemente di origine russa e di Kalmuck, ma era anche ebreo di un quarto. Il nonno materno, Israel (Alexander) Blank, era un ebreo ucraino che fu successivamente battezzato nella Chiesa ortodossa russa.

Inesauribile internazionalista, Lenin considerava la lealtà etnica o culturale con disprezzo. Aveva poca considerazione per i suoi compatrioti. “Un russo intelligente”, ha osservato una volta, “è quasi sempre un ebreo o qualcuno con sangue ebraico nelle sue vene”.

Febbraio: una rivoluzione nella vita degli ebrei

La rivoluzione di febbraio trasformò la vita degli ebrei. Pochi giorni dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, tutte le restrizioni legali che riguardavano gli ebrei vennero abrogate. Più di 140 leggi, per un totale di qualche migliaio di pagine, vennero abolite da un giorno all’altro.

Per celebrare questo storico momento, fu convocata una sessione straordinaria del soviet di Pietrogrado. Era il 24 marzo 1917, vigilia della Pasqua ebraica. Il delegato ebreo che prese la parola nella riunione, immediatamente fece il paragone – così disse – tra la rivoluzione di febbraio e la liberazione dalla schiavitù degli ebrei in Egitto.

Tuttavia, l’emancipazione formale non fece scomparire la violenza antisemita. L’antisemitismo aveva radici profonde in Russia ma il nascente Partito Comunista seppe gestire il fenomeno perlopiù fomentato dalla parte di rivoluzionari anticasta che non avevano ottenuto posizioni rilevanti nella nuova struttura di governo.

Al congresso comunista parteciparono più di mille delegati, in rappresentanza di centinaia di soviet locali e di una ventina di milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, mentre arrivavano segnalazioni di ulteriori incidenti antisemiti, il congresso approvò la più autorevole risoluzione fino ad allora adottata sulla questione dell’antisemitismo.

Scritta dal bolscevico Evgenii Preobrajensky, il testo si intitolava “Sulla battaglia contro l’antisemitismo” e, quando Preobrajensky ebbe finito di leggerlo ad alta voce, un delegato ebreo si levò in piedi ed espresse la sua piena approvazione prima di aggiungere che, quantunque non fosse servita a riportare in vita gli ebrei uccisi nei pogrom del 1905, la risoluzione sarebbe servita a lenire alcune delle ferite che continuavano ad arrecare così tanto dolore alla comunità ebraica. Quindi, il testo venne approvato all’unanimità dal congresso.

In buona sostanza, la risoluzione riaffermava l’antica posizione socialdemocratica, secondo cui l’antisemitismo equivaleva alla controrivoluzione.

Conteneva, però, un’importante ammissione: «Il grande pericolo – spiegò il relatore Preobrajensky – era «la tendenza dell’antisemitismo a dissimularsi dietro slogan radicali». Questa convergenza tra politica rivoluzionaria e antisemitismo, continuava la risoluzione, ha rappresentato «una grande minaccia per la popolazione ebraica e per il movimento rivoluzionario tutto, poiché minaccia di affogare la liberazione del popolo nel sangue dei nostri fratelli e di gettare il disonore sull’intero movimento rivoluzionario».

L’aver ammesso che antisemitismo e politica rivoluzionaria potessero sovrapporsi squarciò il velo su un nuovo aspetto del movimento rivoluzionario russo, che fino ad allora tendeva a inquadrare l’antisemitismo come un tema appannaggio dell’estrema destra. Con l’approfondirsi del processo rivoluzionario, verso la metà e la fine del 1917, la presenza dell’antisemitismo in settori della classe operaia e del movimento rivoluzionario divenne un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.

La risposta dei soviet

Alla fine dell’estate, i soviet avevano iniziato un’ampia ed estesa campagna contro l’antisemitismo. Il soviet di Mosca, ad esempio, aveva organizzato in agosto e settembre conferenze e riunioni su questo tema nelle fabbriche. Nell’antica Zona di Insediamento i soviet locali furono determinanti nel prevenire lo scoppio di pogrom.

Verso la metà di agosto, a Chernigov, in Ucraina, le Centurie Nere accusarono gli ebrei di accaparrarsi il pane, scatenando così una serie di violenti disordini antiebraici, e fu fondamentale l’intervento di una delegazione del soviet di Kiev che organizzò una formazione di truppe locali per porre fine ai tumulti.

Per la direzione bolscevica le politiche rivoluzionarie non erano soltanto incompatibili con l’antisemitismo, ma erano diametralmente opposte. Come il principale quotidiano del partito, Pravda, avrebbe poi titolato in prima pagina nel 1918, «Essere contro gli ebrei significa essere a favore dello zar!».

Jacob Henry Schiff quindi dopo aver finanziato i nuovi movimenti rivoluzionari, abattuto nel 1917 il regime degli Zar, decise di aprire i rubinetti monetari anche alla Russia, finanziando di fatto i movimenti di rivolta comunisti e successivamente gli strateghi e gli ideologi dello stesso Partito Comunista Sovietico.

La prova che l’intuizione di Jacob Henry Schiff fù giusta è rinvenibile negli eventi che segnarono gli esiti della seconda guerra mondiale. Infatti grazie proprio all’operazione di finanziamento per la nascita del PCUS l’apporto successivo contro la Germania nazista nel corso della Seconda Guerra Mondiale fù determinante per la vittoria degli alleati. I morti della Russia nella seconda guerra mondiale furono 4 milioni circa.

L’incredibile paradosso Giapponese

Il paraddosso più marcato dei fatti storici riguardano il Giappone che a partire dal 1894 aveva conquistato praticamente quasi tutta l’Asia, e parte della Cina dove nel 1900 intervenne al fianco delle potenze europee contro la ribellione dei Boxer, sollevata in Cina da un grande numero di organizzazioni cinesi popolari, contro l’influenza straniera colonialista, così acquisendo ulteriore importanza internazionale: nel 1902 fu firmato un trattato con la Gran Bretagna e la successiva vittoria nella guerra contro la Russia zarista nel 1905 (grazie ai finanziamenti di Schiff) le consentì di occupare integralmente la Corea, poi annessa nel 1910, la metà dell’isola di Sachalin (sempre a danno dei Russi) e di porre le basi per una successiva penetrazione economico-militare in Cina.

Ovviamente l’occupazione e la contesa dei territori cinesi da parte del Giappone andò a confliggere con gli interessi delle potenze coloniali Inglesi, Francesi ed Americane, tensioni crescenti che ne causarono un inevitabile quanto naturale riposizionamento strategico al fianco della Germania e dell’Italia con la triplice intesa.

Ma gli incredibili meriti del Giappone per la distruzione del nazismo non terminano qui.

È noto, infatti, che il povero Churchill tempestava il Presidente americano ogni giorno di telegrammi e telefonate per pregarlo di intervenire al fianco degli alleati nel conflitto mondiale senza esito.

Il merito dell’ingresso degli USA nella seconda guerra mondiale è sempre dei Giapponesi che con il bombardamento a sopresa di Pearl Harbour nelle isole Hawaii risvegliarono il gigante che dormiva accendendo la miccia della guerra nel pacifico. L’ingresso degli USA nel secondo conflitto mondiale avrebbe poi segnato definitivamente gli esiti della guerra.

Tipici errori strategici di una miopia imperiale quanto isolana che tendeva a inconsapevolmente a sopravvalutarsi, come gli Zar fecero nella battaglia di Tsushima.

Altre Curiosità sugli effetti collaterali della Battaglia di Tsushima

Il Montenegro, alleato della Russia, rimase in guerra con il Giappone per oltre un secolo!

Per ringraziare la Russia per il suo sostegno politico ed economico di lunga data, il Principato del Montenegro dichiarò guerra al Giappone. Fu un gesto di natura più che altro simbolica, dal momento che nessuna unità militare montenegrina fu inviata in Estremo Oriente per combattere contro i giapponesi (a parte pochi volontari). 

Tuttavia, quando la Russia e il Giappone firmarono il trattato di pace nel 1905, il Montenegro fu snobbato, e quindi tecnicamente rimase in guerra.  Museo Meiji-mura

Dopo la Prima guerra mondiale il Paese perse la sua sovranità per quasi un secolo. Durante il suo breve periodo di “indipendenza” come stato fantoccio italiano, il Regno del Montenegro, durante la Seconda guerra mondiale, non fu riconosciuto dai giapponesi, e un trattato di pace non venne firmato.

Solo nel 2006, dopo che il Montenegro ha divorziato dalla Serbia ed è apparso nuovamente sulla mappa del mondo, i due Paesi hanno messo in ordine i loro rapporti. La “guerra” montenegrino-giapponese è ufficialmente finita dopo 101 anni. 

Un generale giapponese conquistò una roccaforte russa, ma, invece di sentirsi un eroe si suicidò

La terza armata giapponese, guidata dal generale Nogi Maresuke, assediò la fortezza russa di Port Arthur nella provincia cinese di Liaoning nel luglio 1904. La lunga difesa durò fino al 2 gennaio 1905 e costò ai giapponesi 56 mila morti, compresi due dei figli di Nogi.

Quando alla fine la fortezza si arrese, Maresuke fu proclamato eroe nazionale del Giappone. Tuttavia, lui vedeva questi eventi in una luce completamente diversa. 

Il generale riferì personalmente all’imperatore Meiji della presa della fortezza. Ma poi ruppe in pianto e chiese perdono per la perdita di tanti soldati giapponesi. 

Maresuke chiese al sovrano di permettergli di mettere fine alla sua vita con un suicidio rituale: il seppuku. Meiji si rifiutò di incolpare il generale e la richiesta fu rifiutata, finché l’imperatore restò in vita.

Nogi Maresuke tornò alla vita civile, diventando un mentore per il futuro imperatore Hirohito e costruendo ospedali per invalidi di guerra e memoriali per i caduti del conflitto.

Tuttavia, poco dopo la morte dell’Imperatore, Maresuke si considerò libero dal volere di quest’ultimo, e si suicidò assieme a sua moglie il 13 settembre 1912.

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Russia & Cina: storia di un’ alleanza a geometria variabile

“Potete farvi più amici in due mesi mostrando interesse per gli altri di quanti vi riesca di farne in due anni tentando di indurre gli altri ad interessarsi a voi”.

Su questa frase si costruisce tutto il rapporto dell’innaturale quanto curiosa alleanza moderna tra la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, allenza è bene sottolinearlo fortemente voluta da Mr. Obama.

Due popoli e due culture completamente agli antipodi.

Prima di iniziare la riflessione, infatti, occorre ricordare preliminarmente che la Russia di fatto era parte integrante dell’Europa fino al crollo della dinastia degli Zar e che proprio la nobiltà Russa rappresentava un’icona di stile per i “follower” europei.

Lezioni di classe

Nelle stanze del vecchio palazzo d’inverno oggi Hermitage fortemente voluto dalla zarina Elisabetta di Russia, progettato da un italiano, Bartolomeo Rastrelli, giace la collezione d’arte più importante al mondo messa insieme da Caterina la grande, che di capricci se ne intendeva! Pezzi unici pagati fino all’ultimo centesimo, dettaglio non di poco conto, considerato che in Europa a quel tempo c’era la napoleonica usanza di invadere i paesi confinanti per appropriarsene.

Cina e Russia, nel corso della storia, si sono sempre diffidati vicendevolmente specie nel corso delle sporadiche alleanze avvenute casualmente nel corso della storia, come ad esempio quella di San Valentino del 1950.

Stalin e Mao, in quel momento erano entrambi in guerra con Washington e decisero di siglare un accordo di collaborazione unendo le forze sulla guerra di Corea. Non dimentichiamo però che solo pochi anni prima, nel corso della seconda guerra mondiale Mosca e Washington erano alleati contro i tedeschi mentre Washington e Pechino erano alleati contro i kamikaze giapponesi.

Altro curioso aneddoto che ci aiuta a comprendere i rapporti tra due terre a noi così lontane è dato dall’irritazione che provavano i russi quando si recavano presso la sede del Partito Comunista Cinese a Zhongnanhai nella Città Proibita dove nella sala dei congressi i compagni cinesi avevano installato una cartina geografica nella quale il territorio cinese veniva colorato per riempimento dalla trama della bandiera comunista cinese.

Fin qui niente di strano se non fosse che questa bandiera non rispettando i limiti geografici vigenti, sconfinava sul suolo russo ricoprendo proprio i territori contesi.

Un affronto insopportabile per i Russi, ai quali giravano vorticosamente le matriosche al solo pensiero che in quella sala, per giunta, si presentavano anche i leader di altre nazioni che notando lo sfoggio della superbia cinese operata per mezzo della cartina geografica della discordia, non potevano fare a meno come una pettegola dirimpettaia, al rientro, di telefonare a Mosca facendolo notare e gettando così vodka sulla fiamma.

Non sappiamo oggi se quella famosa cartina geografica sia ancora al suo posto ma notando le ambizioni imperialiste cinesi è probabile che ne abbiano fatta installare una più vistosa e dato che il PCC a causa della scarsità di regimi comunisti nel mondo non riceve più molte visite, non sappiamo neanche a chi chiederlo.

Le ambizioni della Cina sulla Russia hanno profonde radici storiche che ritroviamo nell’ Eurasianismo che subito dopo la seconda guerra mondiale si è trasformato in Neo Eurasianesimo.

Vessillo del Movimeno Eurasiatico

Trattasi di un’operazione di guerra psicologica che portò alla nascita di una scuola di pensiero, resa popolare in Russia durante gli anni della guerra fredda per poi manifestarsi fino ai giorni attuali con una certa predominanza.

L’ideologia alla base del movimento è la considerazione della Russia culturalmente più vicina all’Asia che all’Europa occidentale. La nascita della corrente può essere attribuita al supporto che le popolazioni del continente avevano ricevuto in determinate occasioni dai mongoli o più semplicemente sul fatto che circa il 23% del territorio russo appartiene all’Europa, mentre il 77% appartiene all’Asia.

Oggi il Partito Eurasiatico è gestito da Aleksandr Dugin, stravagante filosofo che i media occidentali attribuiscono erroneamente essere vicino al Presidente Putin. Ovviamente non sanno che Putin è solito convocare al Cremlino per confrontarsi tutti i filosofi che esaltino i valori della Patria. Per chi volesse approfondire su queste pagine avevamo già riportato la traduzione dell’intervista a Dugin.

Ma ritorniamo al patto di San Valentino del 1950 e vediamo com’è andato a finire l’accordo siglato dai due partiti comunisti in quel momento storico più potenti al mondo. L’alleanza di San Valentino introdusse nell’immaginario USA una minaccia al mondo libero della portata di un’ecatombe. L’opinione pubblica americane venne talmente traumatizzata che ancora oggi se ne percepiscono i residui.

Tuttavia i leader nordamericani non erano pienamente consapevoli (ora come allora) della fragilità dell’intesa tra PCC di Pechino ed PCUS di Mosca e di quanto sostanziale fosse il risentimento di Mao verso Stalin e poi Krushev. Tantomeno erano a conoscenza del fatto che nell’ottobre 1957 proprio Krushev aveva promesso un prototipo di ordigno atomico ai cinesi in cambio del riconoscimento della leadership sovietica del movimento comunista al termine del programma di aiuti alla Repubblica Poplare Cinese tra il 1959 ed il 1960. Ovviamente stavano mentendo entrambi.

Malgrado il doppio gioco di Mosca in accordo con gli americani per rallentare la Cina, quest’ultima proseguì il proprio programma nucleare ed il 16 ottobre del 1964 testò la sua prima bomba atomica (20 anni dopo la Russia e gli USA) mentre Krushev veniva estromesso dai compagni di partito.

Test atomico cinese del 16.10.1964
Gli USA chiamarono questo test “project 596”

Lo sviluppo nucleare cinese spinse Mosca e Washington nel 1963 a considerare un qualche tipo di intervento nel tentativo di arrestarlo, tanto che nel 1970 il Cremlino contemplò l’ipotesi di effettuare un attacco aereo mirato per distruggere gli impianti nucleari della Cina! Alla faccia dell’amicizia.

Quando Richard Nixon divenne presidente nel 1969, era palese che l’alleanza Sino-Russa era ormai stata svuotata di ogni suo significato. Un pò quello che è accaduto con l’alleanza tra il Partito Comunista Cinese ed il Partito Democratico Americano.

Cambiato il Presidente, il patto si è svuotato di significato. Ecco una delle differenze tra democrazia ed imperialismo: in uno la ruota gira nell’altro no. Notiamo che in Italia pur girando la ruota al governo troviamo sempre i Democratici e questo non ci rende affatto onore mettendoci così al pari della Cina. Per la gioia dei nostalgici di Togliattigrad.

Richard Nixon ed Henry Kissinger

Gli americani già molto spaventati, attraverso il voto chiesero la nomina di Richard Nixon il quale a sua volta spaventato dagli americani nominò Henry Kissinger consigliere alla Sicurezza Nazionale e successivamente Segretario di Stato che programmò abilmente una strategia volta a contrapporre la Russia alla Cina nel perseguimento dell’interesse nazionale americano. Non possiamo escludere che tale idea venne a Kissinger proprio perchè spaventato da Nixon.

Erano gli anni della trasgressione sociale e Kissinger con lavoro sopraffine inventò la diplomazia “triangolare” che venne completamente mandata in fumo da Jimmy Carter che non era esperto di triangoli ma lo era il fratello che lo fece involotariamente silurare grazie alle ammucchiate che faceva con Gheddafi. Onore a Francesco Pazienza.

Carter, sulla base di quanto osservato dal suo consigliere Brezinski, che oggi potremmo collocare nella corrente dei casalini, era un diplomatico che amava le cose “semplici” e nella sua semplicità, appunto, ritenne difficile la gestione della trattativa con Mosca, preferendo più comodo e confortevole tentare un accordo diretto con Pechino.

Questa scelta come abbiamo visto comporterà un terremoto geopolitico e numerose vittime, attuando nel mezzo del conflitto Indocinese il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese con capitale Pechino condannando praticamente all’esilio i nazionalisti cinesi che maledicendo Brezinski dovettero correre a trovare rifugio a Taiwan per non essere fucilati.

Tuttavia Brezinski oltre ad essere buontempone era anche molto fortunato. Tale manovra infatti incrinò talmente tanto i rapporti tra Russia e Cina che quando i primi invasero l’Afghanistan nel dicembre dello stesso anno la Repubblica Popolare Cinese si schierò… contro la Russia! Nuovamente alla faccia dell’amicizia.

A neutralizzare questo colpo di fortuna in successione ci pensò il patriota americano Michail Gorbachev, fino al massacro di piazza Tienamen nel 1989 quando la Repubblica Popolare Cinese venne isolata per poi riavvicinarsi nuovamente grazie all’operosità di una simpatica signora dell’Arkansas, alla quale, evidentemente, da ragazzina non avevano regalato una bambola ma un accendino infatti da grande si è dilettata ad appiccare focolai di guerra nel mondo per poi intervenire immediatamente come pompiera e subito dopo come esattrice, ovviamente sempre affiancata dal fido amico Joe Biden che però sembrava molto più interessato agli hobby da scrivania del marito Bill.

Insomma ad oggi la fisarmonica dei rapporti tra la Cina e la Russia ha smesso di suonare con l’elezione di Trump.

Oggi sentiamo parlare molto dell’amicizia e della leale collaborazione Sino-Russa. Ad ogni trattato che i due leader firmano parte la grancassa mediatica di regime. Per la Russia in realtà sono nient’altro che degli alert lanciati oltreoceano, del tipo “non vi dimenticate di noi” per la Cina invece sono delle vere e proprie minacce del tipo “non vi dimenticherete mai di noi”.

Il sorriso di Pechino

Le dimostrazioni di potere che Xi Jinping non dimentica mai di fare col sorriso, sono dimostrazioni che arrivano fino al Russiagate, boomerang dei democratici probabilmente orchestrato proprio su input di Pechino. Per chi pensa che il Russiagate, chiudendosi con l’assoluzione di Trump non abbia prodotto nessun risultato si sbaglia di grosso.

Pechino è stata così abile da utilizzare una relazione ormai esausta di un partito altrettanto esausto per compiere la profezia di Sun Tzu. Lo conferma il sorriso di Xi Jinping mentre stringe la mano a Vladimir Putin, e Putin che sorride a denti stretti perchè la mano che avrebbe voluto stringere era quella di Donald. Quel Donald compagno di bevute e di serate spassose al cremlino in perfetto stile berlusconiano, uno stile che in Russia è riservato ai veri amici.

Lo stile cinese è più vicino allo stile britannico, celandosi dietro la filosofia ed i falsi sorrisi. Insomma Xi Jinping non è godereccio come Silvio Berlusconi e forse non ama nemmeno la vodka e le belle donne, figurarsi se un russo possa minimamente pensare di ritenerlo un amico!

Fatto sta che i due sono lì, sorridono e firmano contratti di partnership proprio grazie al grande lavoro svolto dai Democratici americani.

Vladimir Putin e Xi Jinping

Il perno dell’equilibrio mondiale oggi è rappresentato dai meccanismi bilaterali di controllo sugli armamenti nucleari, in primo luogo il New Strategic Arms Reduction Treaty tra Russia e USA.

La Cina come al solito non ha sottoscritto accordi e sul nucleare viaggia in modalità autonoma così come ha scelto di fare ad esempio la Francia in Europa.

Una delle particolarità di Pechino che viene ormai accettata come un dogma in occidente è la repulsione alla sottoscrizione di qualsiasi accordo che possa vincolarli in qualche modo, viceversa però imponendo al mondo intero i loro contratti improntati al loro modello di globalizzazione.

I trattati sugli armamenti nucleari sono stati in grado di preservare la pace dal dopoguerra ad oggi ma si reggono su un equilibrio precario e su un principio molto semplice: ogni upgrade di tecnologia militare deve avvenire specularmente per entrambi gli schieramenti.

Non esistono altre opzioni. Questa usanza venne sancita proprio dai ragazzi di via Panisperna che riuscirono – nonostante la personale mancanza di simpatia per i comunisti – ad inviare Bruno Pontecorvo a Mosca tanto più che al suo rientro il povero Bruno per smaltire il viaggio decise di dedicarsi al “sogno americano” e pur non avendo intenzione di mettersi a fare il pasticcere, portò con sé la ricetta della bomba atomica fatta in casa che gli americani faranno poi assaggiare ai giapponesi su Hiroshima e Nagasaki dopo Pearl Harbour.

Ma quanto ci costa il fenomeno della “Cina autonoma”? A giudicare dalle pressanti richieste degli USA ai Paesi Nato di aumentare la spesa per gli armamenti per mantenere il passo con la folle corsa tecnologica cinese sicuramente tanto, circa 250 milioni di euro al giorno e la Russia che sta proprio nel mezzo deve cercare di non perdere i progressi ottenuti ovviamente maledicendo la Cina. Alla faccia dell’amicizia.

Non possiamo tuttavia prentendere la comprensione di fenomeni così complessi ai comitati di accoglienza cinesi a pratica di mare.

In perfetta linea di coerenza con l’unilateralismo sopra descritto, Pechino ha deciso di donare al mondo intero l’utilizzo del 5G che niente ha da invidiare in termini di potenza distruttiva ad una bomba atomica, della quale però stavolta conoscono soltanto loro la tecnologia di comando e di controllo. Un disastro.

Così alla richiesta americana di condividerne il controllo per bilanciare i poteri nello spirito dei trattati nucleari, i cinesi hanno risposto semplicemente alzando il dito medio e premendo sull’acceleratore delle Lobby politiche.

Quindi non meravigliamoci se succedono “cose strane” ultimamente.

Per par condicio ci siamo chiesti semplicemente quali sono le mire espansionistiche della Russia? Quali mercati ha penetrato, quali economie ha compromesso, quali regimi occidentali ha effettivamente manipolato? E siamo andati in fine a cercare il 5G russo scoprendo che non esiste.

Ma quali sono le reali intenzioni di Pechino nell’impiego di questa tecnologia?

Per capirlo prendiamo le dichiarazioni del portavoce ufficiale del ministero degli Esteri cinese Lu Kan rese ad un summit nel 2019 “la Cina ha sempre aderito alla difesa della sua strategia militare, e ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo della difesa per la collaborazione con altri paesi, tra cui ci sono gli USA, ci rendiamo conto che è utile ed è un beneficio la fiducia reciproca per promuovere le relazioni bilaterali e per la stabilità in tutto il mondo”.

Lu Kang ha sottolineato che la Cina e gli USA, come le grandi potenze, hanno una grande influenza nel mondo, e “se tra di loro si forzano ad avere una partnership, hanno la possibilità di ottenere un partner, ma se non sapranno sforzarsi, troveranno un avversario, e allora, senza dubbio, lo avranno“.

Ora cerchiamo di capire qual’è il concetto di Partnership per i Cinesi: il 5G non vogliono condividerlo, non sottoscrivono accordi per il controllo delle armi nuceari, esportano eageratamente più di quanto importano, utilizzano il disavanzo di valuta proveniente dall’export per effettuare massicci acquisti di titoli il debito pubblico degli stati “clienti” per poi ricattarli tramite manovre speculative, non hanno aderito ai protocolli di Kyoto contribuendo massicciamente all’inquinamento globale, effettuano Dumping Commerciale, sfruttano la manodopera in violazione dei diritti umani, non dispongono di un sistema democratico essendo un regime a partito unico, non hanno la benchè minima trasparenza bancaria, nom hanno una magistratura indipendente e così via, verso il sorriso di Pechino.

Sulle nostre tavole o nei nostri negozi abbiamo cercato prodotti russi ma ironia della sorte abbiamo trovato solo quelli cinesi.

Le nostre fabbriche hanno chiuso lasciando una marea di discoccupati delocalizzando in Russia… oppure in Cina? La risposta la conosciamo tutti. C’è da dire che un russo non comprerebbe mai un prodotto italiano fabbricato in russia perchè sarebbe palesemente un falso, cosa ben diversa di quanto accade in Cina dove i brand vengono sistematicamente clonati, industrializzati e distribuiti intossicando i mercati di mezzo mondo.

E’ il classico esempio di gurra commerciale adottato per la prima volta nell’era moderna da un signore la cui stabilità mentale è stata più volte messa in discussione e che decise di invadere la Polonia facendo poi acquistare ai cittadini prodotti spacciati per polacchi ma che in realtà erano fabbricati in Germania. Lo scenario concreto sopra rappresentato è causato in maggior parte dall’effetto delle sanzioni imposte alla Russia e dalle controsanzioni da quest’ultima adottate.

Cosa accadrebbe se l’UE decidesse di revocare le sanzioni alla Russia? Semplice, un risorgimento economico perchè le economie dei paesi della zona euro e quella Russa sono perfettamente complementari. Ciò che manca uno lo ha l’altro e si darebbe vita ad un processo di rinascita economica senza eguali nella storia d’Europa, persino più del commercio dei tulipani olandesi!

Ma se non possiamo aprire il mercato alla Russia perchè la complementarietà da parte loro sarebbe la fornitura di tecnologie hardware, software, e di armamenti, ci chiediamo per quale ragione tale facoltà sia stata lasciata concessa a Pechino che esegue ancora la pena capitale negli stadi da calcio come fosse un evento sportivo ed oggi brandisce il 5G come strumento di controllo globale.

La risposta si trova nel volere dei Democratici USA e del Deep State che non si è sono mai sganciati dalla mentalità della guerra fredda. L’intuizione dei cinesi è stata proprio questa: spingere e fomentare il conflitto USA-Russia per distogliere l’attenzione e realizzare il sacco americano. E ci sono riusciti.

La strategia cinese è stata quella di soffocare gli allarmi dell’intelligence americana sulle operazioni cinesi sul suolo americano con la russofobia.

La Cina ha il secondo budget militare dopo gli Stati Uniti, il più grande esercito, la terza aviazione del mondo e una marina di 300 navi tra cui almeno 60 sommergibili. Ma nel doppio mandato Obama nel mondo dei media e della politica americana tutto questo non conta.

L’FBI lanciò il grido d’allarme rimasto inascoltato definendo Pechino “la minaccia più ampia, più impegnativa e più significativa” nel settore controspionaggio.

Il direttore dell’Intelligence Nazionale al tempo di Obama, Dan Coats che denunciò ripetutamente i tentativi cinesi d’impadronirsi di secreti commerciali e scientifici, affermo che “è tempo di decidere se la Russia sia un vero avversario o un legittimo concorrente”. Le perplessità nei confronti di una politica che continua a privilegiare la paura del vecchio orso russo anziché guardare al nuovo nemico orientale non sono una novità.

L’equilibrio tra la Russia e la Cina è molto sottile ed è dettato solamente da condizioni di circostanza. L’ elemento che ben fa comprendere l’artificialità dell’alleanza quanto la sua fragilità è dato dal fatto che stiamo parlando di due stati profondamente nazionalisti che hanno entrambi la smania del predominio sul globo. Il nazionalismo è così tanto radicato nei due stati dal partito unico che antepongono il valore di Patria alla famiglia, agli affetti ed alla vita stessa.

In Russia un bambino nato nel primi giorni di marzo è stato chiamato dai genitori Covid. Alla domanda del giornalista sulla stravagante scelta, il padre ha risposto che il nome è stato assegnato in onore di un fenomeno che è stato in grado di sottomettere il mondo intero e di piegarlo alla sua volontà.

Figurarsi se il russi abbiano la benchè minima idea di piegarsi ai cinesi, da sempre da loro considerati un popolo dalle usanze strane, a prescindere dal rispetto per la Cina Imperiale.

Possono quindi due stati culturalmente impregnati di nazionalismo essere fedeli alleati? La risposta è senz’altro negativa, e la storia in questo ci è testimone. Se la Germania avesse vinto la seconda guerra mondiale in successione avrebbe provveduto a massacrare prima i giapponesi e poi gli italiani per azzerare ogni possbile forma di minaccia, per dirla in gergo tecnico.

Russia e Cina Continuano a spiarsi vicendevolmente in attesa del giorno in cui, approfittando di una debolezza sistemica degli Stati Uniti uno dei due possa avere il sopravvento. E’ chiaro che i Russi possono trarre un forte vantaggio dalle informazioni carpite ai cinesi.

Proprio per tale ragione la Russia, in chiave anticinese ha supportato la candidatura di Donald Trump.

Si gioiva al Cremlino per il disgelo, per la nascita di un nuovo interlocutore, The Donald, colui il quale è stato incaricato dalla provvidenza in patria al contenimento dello strapotere cinese facendolo rientrare nei confini geograficamente assegnati. Ci hanno pensato di democratici a tutelare gli interessi cinesi riavvicinandoli alla Russia perchè non c’è Cina senza Russia che possa vincere la partita globale.

Ma state tranquilli che la Russia ha ben compreso che l’obiettivo cinese successi o agli americani saranno proprio loro, così come è la Russia è consapevole del fatto di essre in grado di contenere militarmente gli Stati Uniti con i quali gli equilibri sono ben consolidati in un reciproco ricorrersi nella corsa agli armamenti dal 1945 e che sarebbe cosa ben diversa doversi trovare ad affrontare la bestia Cinese che utilizza armi non convenzionali come l’economia travestita da cavallo di troia per arrivare al controllo dell’establishment politico dei Paesi, piegandoli al suo servizio.

Si badi bene che l’impalcatura russa si regge sul sistema di foraggiamento agli oligarchi molti dei quali Kazaki che si stanno affrettando a riconvertire il proprio sistema economico basato solo sull’estrazione di materiale energetico e ben sanno anche loro che non potranno competere con la sopraffine opera di penetrazione cinese lenta ma costante spalleggiata dagli enormi flussi di denaro della Bank of China. I Kazaki diversamente dagli italiani guardano alle future generazioni e mai si sognerebbero di ipotecarlo per commercio.

In questi giorni alla casa bianca si stanno nominando i nuovi ispettori generali che avranno il compito di controllare l’esatto impiego dei fondi stanziati per la crisi da Sars-Cov2, mentre la Bank of China si avvale del controllo di organizzazioni molto poco convenzionali.

All’esplosione del fenomeno “Coronavirus” il sentimento anticinese sta dilagando in Russia che è stata tra le prime nazioni dell’oriente a chiudere ermeticamente i confini con la Cina. Il governo si è ben guardato dal “tentennare” e da esternare dichiarazioni di affetto.

Atteggiamento tipico da alleati? Proprio non si direbbe. I cinesi non hanno una religione perché il partito lo vieta, non hanno un’etica perché il partito lo vieta. Ciòche il partito non vietà è il desiderio di conquistare il Globo replicando il verbo da egli stesso promanato.

I rapporti geopolitici cinesi in chiave di approvvigionameto energetico

La Russia grazie alle sanzioni si è ritrovata costretta a rifornire numerosi segmenti di mercato sui quali ha carenza attraverso i corridoi commerciali cinesi e la Cina ha scoperto che senza la Russia non riesce a soddisfarre il fabbisogno energetico nazionale anche in considerazione delle problematiche in corso sul piano internazionale con l’Iran con il quale la Russia ha rimodulato i rapporti in modo da mantenere stabile il ben più importante rapporto con Israele.

Trump che ricordiamolo è stato eletto grazie al supporto di Israele sul territorio americano, come prima operazione geopolitica ha tentato il disgelo con la Russia. Perché?

Semplice perchè era stato concordato con Israele che mira a depotenziare la Cina in quanto è l’ultimo stato che tiene in vita la moribonda economia Iraniana e che per altro qualora riuscisse in qualche modo ad uscire dal coma, andrebbe ad invadere lo spazio petrolifero sui mercati anche della Russia, alla quale fanno ben comodo le stringenti sanzioni economiche iraniane.

Non dobbiamo dimenticare tra l’altro il gesto di galanteria operato dalla Russia nei confronti degli americani sulla partita della Corea del Nord, ritirandosi e consigliando al leader supremo di eseguire lo storico incontro al 38° parallelo.

Kim Jong Un e Donald Trump

Il rapporto della Russia con la Cina è rinchiuso in questa storia sopra descritta.

Le esercitazioni militari e tutta la propaganda, compresa la de-dollarizzazione.

Figurarsi se qualcuno si sognerebbe mai di acquistare un immobile in una moneta chiamata Renminbi (moneta del popolo) che viene emessa dalla Banca del Popolo della Cina la cui unità monetaria si chiama yuan che si suddivide in jiao e fen, dove uno yuan si divide in 10 jiao Yuan. Meglio investire in ceci toscani.

La Cina è instabile sotto molteplici punti di vista e l’episiodio del “coronavirus” ne è la prova. Qualsiasi stato potrebbe barare sul debito pubblico avendo i bilanci segretati fino al livello del piccolo comune.

Le proiezioni dei potenziali conflitti

L’incertezza e la precarietà della relazione di alleanza sono anche aggravate dall’assenza di fondamenta ideologiche, sufficienti a cementare durevolmente la convergenza della “strana coppia” in contrapposizione agli USA.

I potenziali conflitti esistenti tra Russia e Cina in Asia centrale sono dovuti al fatto che l’intera area si trova al centro del progetto cinese delle vie della seta, mentre la Russia ha interesse a realizzare e ad approfondire un’Unione Economica Eurasiatica.

L’obiettivo dei due progetti è infatti differente e conflittuale: la Cina intende creare nell’area dell’Asia centrale un corridoio logistico-infrastrutturale che la connetta all’Occidente, verso i mercati europei e mediterranei, mentre la Russia intende creare con l’Unione Economica Eurasiatica, uno spazio economico e un mercato comune sui territori dell’ex URSS, al fine di stimolare gli scambi, favorire la mobilità delle persone e ripristinare parte delle relazioni che si erano lacerate dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

L’altro motivo di potenziale conflitto di medio-lungo periodo tra la Russia e la Cina è il problema demografico, che spinge Pechino a considerare l’espansione esterna verso la Siberia, come la soluzione più logica della sovrappopolazione cinese, ma che dai russi viene vista come l’incarnazione della ‘minaccia gialla’ il ritorno della maledizione cartina geografica della discordia.

L’emigrazione verso la Siberia è accompagnata dal convincimento, diffuso in Cina, che i lavoratori sinora emigrati debbano essere protetti nel loro diritti e interessi, convincimento che, dal punto di vista della Russia, starebbe ad indicare che le autorità cinesi, non solo si limitano a incentivare l’emigrazione, ma che intendono organizzarla, guidarla e proteggerla.

L’intenzione della Cina di proteggerla, infatti, potrebbe divenire tale da rendere inevitabile l’aggressione militare che al pari delle guerra commerciale con gli Stati Uniti rappresentano elementi non prevedibili portatori di incertezza nei futuri rapporti tra Russia e Cina.

Ma ciò che rende particolarmente incerta la relazione di alleanza tra Russia e Cina è l’inconciliabilità dei loro interessi nel breve periodo, a causa della diversità delle condizioni economiche in cui versano. La Russia ha bisogno di vendere materie prime (in particolare energetiche) ed armi, al fine di alimentare la propria economia; tuttavia, il vero problema di Mosca, al di là delle sanzioni, è costituito dalla necessità di diversificare la propria economia (rimasta in gran parte ferma al periodo sovietico), troppo dipendente dalla rendita delle risorse naturali e dall’esportazione di armi.

Le sanzioni hanno indubbiamente peggiorato la situazione interna della Russia, intimorendo gli investitori occidentali ma questo non significa che, in sostituzione di questi ultimi, sia pronta ad intervenire la Cina.

Se nel 2018 la grande potenza asiatica ha rappresentato il principale acquirente delle esportazioni russe di petrolio e di gas, essa non ha la possibilità di espandere ulteriormente le importazioni energetiche dalla potenza confinante, a causa dei limiti dettati dalle carenze infrastrutturali esistenti fra i due Paesi e su questo stanno reciprocamente collaborando.

Nel 2017, il Celeste Impero ha esportato un volume di merci il cui valore è stato pari al 20% del PIL, mentre gli USA hanno rappresentato il suo principale mercato di assorbimento, acquistando circa il 19% delle sue merci.

La Russia fino a tre anni fa ha acquistato solo il 2% delle esportazioni totali della Cina, non può quindi costituire una valida alternativa ai mercati, soprattutto occidentali, che rappresentano la via sicura per il consolidamento e l’espansione del sistema produttivo cinese.

Inoltre, sempre nel breve periodo, vi è un altro potenziale motivo di inconciliabilità degli interessi russi con quelli cinesi. Come è già stato messo in evidenza, una delle due voci delle esportazione della Russia è quella delle armi in svariati Paesi del mondo.

Questo tipo di esportazioni non può, prima o poi, non collidere con l’interesse della Cina a continuare a realizzare il proprio progetto delle vie della seta, finalizzato ad allargare il mercato di collocamento dei propri prodotti manifatturieri, in condizioni di pace e stabilità politica in tutta l’area del mondo; un obiettivo che le esportazioni russe di armi rendono, se non impossibile, fortemente improbabili.

In conclusione, per tutti questi motivi di medio-lungo e di breve periodo possiamo considerare una “mera illusione”, la possibilità che la relazione di alleanza tra Russia e Cina sia destinata ad approfondirsi e a consolidarsi semplicemente perchè hanno visioni differenti del sistema mondo.

C’è da segnalare però un elemento critico. La Russia è una potenza oppressa a differenza della Cina che trova sempre le porte aperte alle sue merci ed ai suoi servizi, quindi mentre la prima vorrebbe cambiare il sistema la seconda vorrebbe semplicemente infiltrarlo, operando un mero “passaggio di quote” erodendo tranche di mercato USA.

Tutto questo ha una validità fino a quando il 5G non entrerà con prepotenza nella vita di tutti i cittadini del mondo e qualora i cinesi decidano di condividerlo con i russi o molto più probabilmente i russi riusciranno ad appropriarsene saggiamente quando la rete globale sarà ormai estesa.

Telesio2

1908-2020 la Russia al fianco dell’Italia

I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. La storia ci insegna a diffidare da chi critica per ingraziarsi un padrone in un momento di emergenza del Paese dove ogni singolo contributo può fare la differenza.

110 anni fa, alle ore 5:20:27, un terremoto di magnitudo 7.1 cancellava nell’arco di 40 secondi due città. Messina e Reggio Calabria venivano rase al suolo dal terremoto, alla furia cieca del sisma si aggiunse anche quella del maremoto, con onde altissime che portarono via edifici e persone che, inconsciamente, scampate al terremoto, pensarono di trovare la salvezza sulle spiagge. Il bilancio di quei drammatici minuti è senza precedenti nella storia: metà della popolazione di Messina morì sotto le macerie o ingoiata dal mare. Messina prima del terremoto contava 150.000 abitanti e, sebbene si tratti di una stima, si calcola che le vittime furono circa 100.000.

I primi a prestare soccorso a Messina non furono gli italiani, ma i marinai russi, la cui flotta navigava nelle acque vicino alla rada di Augusta. La squadra navale russa che contava due navi di linea e due incrociatori arrivò a Messina il 29 dicembre. I bastimenti erano carichi di provviste, medicinali, coperte, baracche, indumenti, utensili. Arrivati sullo Stretto i marinai i russi si mobilitarono per fronteggiare l’emergenza: i superstiti, che erano stati sorpresi dal terremoto nel sonno, avevano bisogno di ogni genere di prima necessità.

I feriti avevano bisogno di cure e medicinali. I russi soccorsero la popolazione colpita dal disastro, anche estrapolando i superstiti sotto le macerie. Si stima che da soli riuscirono ad estrarre dalle macerie circa 800 persone e, fin dal primo giorno, trasportarono i feriti negli ospedali facendo la spola con le città di Palermo, Siracusa e Napoli, prestando soccorso a più di 2.500 vittime del sisma.

Vittorio Emanuele con un ordine del giorno del 5 gennaio 1909, elogiava così il personale straniero e italiano:

“All’Esercito ed all’Armata,

Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente constatare il nobile slancio dell’esercito e dell’armata, che accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti.

Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione che rivolgo all’esercito ed all’armata. Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe, inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera”. 

Messina ancor oggi ricorda l’eroico intervento degli angeli russi venuti dal mare: una fratellanza culturale nata dalle macerie del terremoto, testimoniata annualmente da cerimonie in memoria e da opere monumentali in omaggio all’esercito russo.

A 112 anni da quell’evento che richiamiamo alla memoria, il legame tra i due paesi splende ora come allora. 14 aerei di aiuti inviati da Mosca in soccorso della stremata sanità lombarda ormai al collasso.

Ironia della sorte, il Paese viene infettato da un virus reso onnipotente dalla globalizzazione salvo poi esser soccorsi da quei paesi che volutamente sono stati emarginati dal percorso di crescita globale per non consentirgli un equo sviluppo economico come appunto la Russia oppure Cuba. 

Proprio verso questi soccorritori sono piovute piogge di critiche dai giornaloni, tentando di sminuire il nobile gesto attraverso modalità manipolatorie che definire ignobili è un complimento. 

Ma come? Per anni ci avete bombardato con lo spauracchio del razzismo e della discriminazione, poi nel momento in cui si tendono le mani indipendentemente dal colore della pelle, delle bandiere, delle etnie e delle religioni partono delle operazioni di intossicazione ambientale critica tanto massicce che Goebbels sembra quasi un apprendista.

Tacciono le reti pubbliche e private, i media main stream ed i giornali di regime non dedicano una sola parola di ringraziamento al soccorso prestato da Mosca, in nome della più becera politica discriminatoria.  

All’interno dei 14 aerei militari, Mosca ha caricato “macchinari per la sanificazione dei trasporti e del territorio”, oltre che laboratori mobili, mascherine, tute protettive, tamponi e otto brigate di dottori specializzati per oltre cento unità di personale. A bordo anche 100 utilissimi ventilatori.

Ringraziamo dunque gli amici dell’UE che hanno negato il transito agli aiuti sanitari russi verso l’Italia, nonché tutti quelli sempre nell’ambito dell’Unione Europea continuano a sequestrare merci acquistate dall’Italia in transito alle dogane.

Abbiamo quindi assistito a chi per ragioni istituzionali ha potuto godere della prima fila in mascherina al teatro dell’aeroporto, sbracciandosi con i giornali per rivendicarne i meriti, salvo poi scoprire che la pressante richiesta, in realtà, sarebbe partita da Paolo Grimoldi a Leonid Slutsky.

Possiamo quindi davvero dire che il virus oltre a mettere alla prova la resilienza delle democrazie occidentali, ci stia mostrando le istituzioni e le persone per ciò che sono realmente. La cosa che subito risalta all’occhio è l’assenza di una stampa “libera” e di “capitani” in fuga, ben lontani dai luoghi in cui le navi stanno affondando.

Putin afferma di considerare Israele un paese di “lingua russa”


Israele ospita quasi 2 milioni di migranti dagli ex stati sovietici, afferma il leader russo, quindi i paesi condividono una “famiglia comune”

La Russia considera Israele una nazione di lingua russa, ha detto il presidente Vladimir Putin durante un discorso a Mosca in occasione di un evento organizzato dall’appello israeliano unito, un’organizzazione sionista responsabile della raccolta fondi.

“I cittadini di Russia e Israele sono collegati da legami di famiglia, parentela e amicizia. Questa è una vera rete, una famiglia comune, dico senza esagerare. Israele ha quasi 2 milioni di cittadini di lingua russa. Consideriamo Israele uno stato di lingua russa “, ha detto.

Putin ha anche detto che avrebbe viaggiato in Israele a gennaio su invito del presidente Reuven Rivlin per partecipare a eventi dedicati al 75 ° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz e alla Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto.

“Certo, approfitterò sicuramente di questo invito”, ha detto Putin.

Una vecchia visita di Putin in Israele

Il commercio tra Israele e Russia è aumentato del 9% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ha aggiunto.

La Russia mantiene stretti legami con alcuni paesi di lingua russa, offrendo loro vantaggi commerciali e sostegno politico. Ha anche dimostrato un alto livello di intervento, a volte considerato anche potenzialmente “ostile”, certo sempre in funzione della tutela degli interessi russi, ovviamente.

Sotto Putin, la Russia ha approfondito e migliorati i rapporti con l’Iran, nonostante le tensioni e le richieste da parte di quel paese di distruggere Israele e i presunti tentativi di sviluppare armi nucleari e di altro tipo nel contesto del conflitto dell’Iran con Israele. La Russia sostiene anche il presidente siriano Bashar Assad e Hezbollah, ed è una delle poche potenze principali al mondo con relazioni ufficiali con i funzionari di Hamas.

Questo significa che la politica estera attuata da Putin è riuscita ad acquisire un ruolo centrale per la moderazione del dialogo con una serie di Paesi diplomaticamente “isolati”. Dunque, un intervento russo in caso di escalation dei conflitti in essere potrebbe essere determinante. Fare politica estera significa essere “utili” per i propri partner al fine di acquisire centralità e conseguente considerazione nell’ambito delle relazioni internazionali e conseguenti protocolli d’intesa, riuscendo a rendersi “indispensabili” anche in conseguenza delle trame tessute e dalla qualità del “materiale” utilizzato.

Quale ruolo di “utilità” saprà ritagliarsi l’Italia nel nuovo scacchiere diplomatico utilizzando la bussola neo-vaticana? Sicuramente un peso maggiore che potrebbe in teoria contribuire ad un riposizionamento in ambito internazionale, ammesso che si sappiano cogliere le opportunità in transito. Altro interrogativo che bisogna porsi è quale contropartita sarà richiesta al Paese ed in quale “valuta” bisognerà rimborsare le agevolazioni che verranno. Staremo a vedere.

Perché i media occidentali dipingono Dugin come “un filosofo pericoloso”?

“Non voglio distruggere o annientare l’Europa”

A. Dugin.

Aleksandr Dugin, ideologo delle teorie sul populismo che viaggiano attraverso l’Europa e la Russia, parla di geopolitica, cospirazioni e … di un incontro finora sconosciuto con George Soros

(cos’è il populismo)

Molti si chiederanno chi sia Aleksandr Dugin, e perché è un filosofo molto temuto, e, soprattutto, perché nell’immagine sopra riportata sta per sparare una razzo anticarro. Se avrete la costanza di arrivare alla fine di questo articolo lo capirete.  

Dugin è un filosofo russo di 57 anni avvolto in una barba dostoevskiana, afferma di essere un ideologo geopolitico molto influente nel suo paese che difende il ritorno di una Russia imperiale attraverso l’eurasianismo. E’ un autore riconosciuto tra le correnti di pensiero ultra-occidentali e funge da “portavoce” per il Cremlino di Putin.

La sua tesi principale è che le grandi ideologie (liberalismo, comunismo e fascismo) sono superate da una nuova chiamata populismo integrale delineata nella sua “Quarta teoria politica” (Ed: Fides) pubblicata originariamente nel 2012. Nel maggio 2018, quando il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno raggiunto un accordo con il governo in Italia, alcuni analisti che avevano affermato per anni la fine la fine al sistema liberale si sono dovuti rivolgere a Dugin, ovviamente dandogli ragione! 

Non è più una questione di destra o di sinistra, ma del popolo contro le “élite globaliste” che hanno una potenza finanziaria al pari dei singoli stati, in grado di manipolare le democrazie utilizzando raffinate tecniche psicologiche, e quando queste non arrivano a produrre gli effetti desiderati, attivano la rete di lobby, congregazioni, sette e carbonerie elitarie, definite “corpi intermedi”.

Un anno dopo, il governo populista è volato in mille pezzi. Le ragioni sono diverse, ma ce n’è una che coinvolge la Russia, anche se in modo circostanziato: il presunto finanziamento alla Lega di Matteo Salvini. 

In questa intervista telefonica di oltre 80 minuti, Dugin parla delle notizie italiane, della Catalogna, di Trump e Putin … e, naturalmente, di Soros.

DOMANDA. “Lei è il cervello di Putin”, “il Rasputin di Putin”, “Il nemico numero uno dell’Occidente” … Cosa c’è veramente in tutti questi titoli? Chi è Aleksandr Dugin?

RISPOSTA. Sono tutte caricature, montaggi ad arte. Sono un nemico dell’egemonia liberale occidentale semplicemente perché critico le loro tesi. Difendo la multipolarità e il pluralismo delle civiltà. Non so se c’è una verità… ma non è certo la verità del liberalismo. Ci sono molte cose in comune tra la mia filosofia e la politica strategica di Putin. I miei libri sono ben noti in Russia e i russi concordano con le mie idee. Non stiamo cercando di difendere solo l’identità russa contro l’Occidente, nel mio pensiero si rifiuta il nazionalismo in quanto rappresenta una forma di ideologia del capitalismo egoista. Dobbiamo difendere tutte le civiltà, tutti i popoli, piccoli o grandi, in modo che possano conservare la propria identità. Questo è il motivo per il quale sono ritenuto pericoloso per l’Occidente e le sue élite globaliste. Bisogna dare valore al singolo individuo alle singole comunità rispettando le radici storiche e le tradizioni. Purtroppo la classe dirigente occidentale muove i suoi passi in direzione opposta.

D. Quale pensa sia il principale errore del liberalismo occidentale?

R. Non ho trovato interessante alcun valore del liberalismo. Tutti i suoi principi sono falsi! Sono bugie basate sul razzismo intellettuale e culturale perché vogliono imporre i valori di una parte dell’umanità su tutti … senza chiedere!

Prima di continuare con l’intervista, dobbiamo comprendere la complessità di questo personaggio oscuro e affascinante allo stesso tempo. 

Lo scrittore francese Emmanuel Carrère, nella sua biografia su Limonov, descrisse così Dugin: “È […] fascista, solo che non è un giovane goffo e malaticcio, ma un orco. È grande, barbuto, peloso, cammina con il passi leggeri di una ballerina e ha un modo curioso di bilanciarsi su una gamba sola […]. Parla quindici lingue, ha letto tutto, ha una risata sincera ed è una montagna di conoscenza e fascino. ” I tuoi insegnanti? Fascisti e comunisti allo stesso modo. “Lenin, Mussolini, Hitler, Leni Riefenstahl, Mayakovsky, Julius Evola, Jung, Mishima, Wagner, Lao Tzu, Che Guevara […] e Guy Debord”.

Aleksandr Dugin (Mosca, 1962) era un saggista marginale fino alla fine degli anni ’90 che teorizzava sul misticismo. Cresciuto in un’Unione Sovietica che detestava, abbracciò il fascismo come una forma di ribellione. Ha fondato il Partito nazionale bolscevico con Limonov. È fallito rumorosamente. La sua fortuna arrivò nel 1997, quando divenne famoso per la pubblicazione “The Foundations of Geopolitics: Russia’s Geopolitical Future”, un “bestseller” in cui presentava i concetti della sua teoria geopolitica: l’eurasianismo.

Recuperando l’orgoglio nazionale dopo la fine dell’ “homo sovieticus”, Dugin divenne uno dei teorici preferiti dell’esercito e di alcuni politici. Nel 2008, egli stesso ha fatto finta che Putin stesse somigliando “sempre più a Dugin, implementando il programma che ho costruito tutta la mia vita”. Alcune riviste internazionali, come Foreign Affairs, hanno descritto questo mantra in un articolo del 2014 intitolato “Putin’s Brain”.

Ma gli analisti che conoscono la traiettoria di Dugin respingono che nessuno è Rasputin: “Dugin non è né un consigliere né il capo filosofo del presidente Putin”, spiega Nicolás de Pedro, Senior Fellow presso l’Institute for Statecraft di Londra e autore di un profilo Dugin.

Tuttavia, Dugin è abbastanza influente e attivo in altre aree: “Sebbene il suo peso politico in Russia sia certamente limitato, la sua influenza intellettuale non è trascurabile. Le sue divagazioni esoteriche possono generare beffe o incomprensioni, ma il suo pensiero geopolitico si è diffuso molto, in particolare in alcuni campi militari “, sottolinea.

P. Dugin, passiamo al motivo principale di questa intervista: l’Italia. Quando la coalizione tra il Movimento a 5 stelle e la Lega si è formata l’anno scorso, hai detto che era “l’inizio della grande rivoluzione populista che avrebbe cambiato il mondo”. Ora Salvini viene affondato e il centro-sinistra ritorna al governo. Sembra che la tua tesi sia fallita, giusto?

A. Sin dall’inizio era chiaro che era un passo troppo radicale. Era un simbolo di qualcosa che verrà dopo, una visione dell’inevitabile futuro. Il fatto dell’esistenza stessa di questo governo è già stato un grande evento. Un governo di populisti di destra e di sinistra è possibile! Nonostante, naturalmente, le pressioni liberali, la cui strategia è quella di unificare la sinistra e il diritto liberali per formare il centro in cui si trova il vero potere. Il populismo è la risposta organica al liberalismo, non la risposta ideologica. Cioè, il populismo è spontaneo. Il governo Lega-M5S ha chiarito che il dominio delle élite liberali è finito. Come una specie di premonizione.

D. Ma ora il Partito Democratico è al governo e Salvini è fuori.

R. Sì, hanno vinto perché i liberali hanno tutto il potere in Europa e negli Stati Uniti. Ma ogni volta ricevono più colpi. Ogni giorno sono più deboli. L’esempio italiano mostra che possiamo raggiungere l’unione dei populisti e trascendere politicamente questa divisione tra destra e sinistra populista, che è lo strumento del dominio liberale. Le élite liberali manipolano e governano grazie a questa divisione. I populisti saranno sempre vittime di alleanze con i liberali, come accadrà in Italia. M5S perderà con il PD. L’unica possibilità di tornare alla democrazia organica e vera è il ritorno al populismo integrale.

D. Se applicassimo la sua strategia della Quarta Teoria politica in Spagna, ci sarebbe un’unione tra Vox e Podemos, qualcosa che farebbe ridere uno spagnolo. In Catalogna, sinistra e destra si sono unite.

R. Sì, è improbabile che Vox e Podemos si uniscano. È anche improbabile che unisca il Fronte Nazionale in Francia con Melénchon. Ciò che è accaduto in Catalogna o in Italia è molto raro, ma sono piccoli esempi che dimostrano la necessità di unirsi contro i liberali. La strategia del centro liberale è quella di esagerare le divergenze storiche tra la destra e la sinistra populista per impedire loro di unirsi. Dobbiamo trascendere queste differenze. Perché? Perché i liberali fuggono dall’identità del popolo e dalla giustizia sociale.

La sinistra populista deve rispondere a una semplice domanda: chi è il suo principale nemico? Le identità che difendono il popolo o il capitalista che è il nemico mortale dei lavoratori? La violenza capitalista costruisce la sua gerarchia basata sul potere del denaro. E la stessa domanda per i populisti di destra. Chi odiano di più, i lavoratori o i capitalisti che distruggono l’identità dell’uomo e della famiglia? La modernità porta alla perdita del senso del sacro e del mistico. Questa miscela di idee si materializza in grandi pensatori come Constanzo Preve o Diego Fusaro, che condividono che questa gerarchia di nemici è essenziale. Il nemico numero uno sono i capitalisti liberali.

D. E in quella gerarchia, Donald Trump è per te un nemico dell’umanità o un alleato?

R. La sua sfida al sistema globale è molto positiva, sebbene il suo liberalismo sia negativo. Trump non è stato in grado di attuare la sua strategia. Per me è più importante che, nonostante tutta la propaganda e la demonizzazione dei globalisti, ci siano elettori di Trump. Rappresenta il supporto per la multipolarità. Trump pronuncia parole aggressive, ma in pratica è pacifico. Nessuna guerra è iniziata. Obama ha iniziato nuove guerre imperialiste. Naturalmente Trump non è l’ideale. Ma è importante che almeno spinga il populismo di destra perché è un supporto per la nostra visione. Le élite liberali non possono più governare il mondo come prima e Trump è uno dei grandi cambiamenti ideologici che lo dimostrano.

D. Come valuti la politica estera di Putin?

R. Putin è in una posizione intermedia tra il realismo politico moderno e l’Eurasianismo. Il realista è colui che mette la sovranità dello stato al di sopra di qualsiasi valore, non ha nulla a che fare con il globalismo. D’altra parte, c’è un eurasianismo che si collega alla teoria del mondo multipolare e che ho teorizzato già da diverso tempo. Anche l’eurasianismo influenza notevolmente la politica di Putin, sebbene a volte sia pragmatica. Putin non si comporta mai come un globalista convinto. Putin è più vicino a Trump. Penso che Putin sia metà Trump, metà Dugin.

A differenza di altri pensatori, Dugin si distingue per essere un intellettuale d’azione. 

Combina le sue farraginose teorie geopolitiche con fatti di azione. In un’intervista nell’agosto 2008, Dugin ha affermato che la Georgia stava perpetrando un genocidio nell’Ossezia del Sud e che la Russia avrebbe dovuto rispondere con forza. In una protesta due giorni dopo alle porte del ministro della Difesa, diversi attivisti del movimento eurasiatico (da lui fondato) hanno gridato: “Carri armati a Tbilisi! Gloria alla Russia! Gloria all’impero!” Dugin andò in Ossezia del Sud prima dello scoppio della guerra e fu fotografato con una granata anticarro.

Nel 2014 Dugin è tornato alla carica, difendendo apertamente il genocidio contro gli ucraini. Dopo la Rivoluzione Euromaidan, scrisse sulle reti: “Dovremmo liberare l’Ucraina da questi idioti. Il genocidio di questi cretini è inevitabile e obbligatorio! Non posso credere che siano ucraini. Gli ucraini sono meravigliosi slavi. E questa è una razza di bastardi che sono usciti dalle fogne”. 

Nello stesso anno, fu espulso dalla sua posizione di professore a Mosca dopo aver detto: “uccidere, uccidere e uccidere i responsabili delle atrocità in Ucraina”.

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Aleksandr Dugin, con un Kaláshnikov nell’Ossezia del Sud nel 2008. (Per gentile concessione di A. Dugin)

Ma Dugin non è un “cane sciolto” e, sebbene critichi di tanto in tanto Putin, la Russia approfitta della sua lunga lista di ultras in tutto il mondo: “Il Cremlino mostra una tendenza crescente a delegare alcune politiche o interventi in modo informale e non istituzionale. Il valore aggiunto di Dugin agli occhi del Cremlino è la sua capacità di consolidare reti dal Kazakistan all’Argentina, attraverso Turchia, Grecia, Germania, Italia, Ungheria o Spagna”, spiega De Pedro, usando come esempio l’infiltrazione di attivisti vicini a Dugin nel decennio precedente la guerra in Ucraina.

“Le ragioni del Cremlino per operare in questo modo sono diverse. A volte questi attori fungono da moltiplicatori di forza e, quasi sempre, offrono al Cremlino un’opzione di” plausibile negazione “(ciò che è noto in inglese come” plausibile negabilità ” ‘) Vale a dire, il Cremlino può trarre vantaggio da ciò che Dugin e altri offrono e, se necessario, negare qualsiasi responsabilità al di fuori (interferenza) o verso l’interno (perdite nelle fila degli appaltatori russi, per esempio). “

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D. Cosa pensi delle manifestazioni in Russia contro Putin? Macron ha ricordato a Putin che, a differenza della Russia, i giubbotti gialli che si lamentano possono essere presentati alle elezioni.

A. Le proteste in Russia sono fortemente esagerate dalla stampa occidentale. Sì, ci sono proteste, ma sono liberali. La vera ragione delle proteste è … il liberalismo del governo. È un paradosso Putin a volte è troppo liberale e fa molti errori. Il suo governo non è eurasianista. Come tutti i liberali, è anti-popolo e la sua motivazione principale non è il suo benessere. Allo stesso tempo, i liberali manipolano queste proteste. Ma non penso che ciò rappresenti un vero pericolo.

D. Non vedremo una rivoluzione in Russia nei prossimi anni?

R. No, certo che no. Questo è fuori da ogni possibilità.

D. Pensi che Putin stia ottenendo la finlandizzazione (la Finlandia era neutrale durante la guerra fredda) dell’Europa contro gli Stati Uniti?

R. Putin ha sempre desiderato avere l’Europa come polo indipendente degli Stati Uniti e della Russia. Putin, in un certo senso, è europeo. La sua posizione è la mia posizione: io sono europeo, adoro i valori della cultura, dell’arte, della filosofia europea … ma voglio l’Europa tradizionale. Europa eterna Putin è radicalmente contrario all’Atlanticismo degli Stati Uniti. Non vogliamo distruggere l’Europa, vogliamo ricostruirla.

D. L’approccio della Russia all’Europa è un successo di Macron o Putin?

L’invito di Macron e Trump alla Russia di tornare al G7 è il simbolo della vittoria di Putin. L’Occidente finalmente accetta una Russia sovrana. Che il resto dei leader del G7 respinga il ritorno della Russia significa che l’Occidente è diviso. E tutto questo è il grande successo di Putin. Mostra che l’egemonia occidentale, come Macron ha riconosciuto, è finita.

D. Hai scritto un libro sulle cospirazioni che non è tradotto in spagnolo. Di cosa si trattava?

R. Quel libro non ha studiato l’esistenza di cospirazioni reali o immaginarie, ma la coscienza delle persone che credono nelle cospirazioni. In un mondo sempre più complesso, emergono teorie semplicistiche che aiutano a capirlo. È comune vedere che l’estrema sinistra o l’estrema destra guidano le teorie della cospirazione, ma inizia anche ad essere molto comune tra i liberali. Vedono ovunque le evocazioni di Putin, le trame e la mano nera del Cremlino nelle elezioni negli Stati Uniti, i giubbotti gialli in Francia, gli eventi in Catalogna… tutto è una grande cospirazione nell’universo liberale. È una semplificazione ideologica motivata dai processi più complessi che la coscienza abituale non può o… non vuole! interpretare bene.

D. Parlando di cospirazioni, dirigi molti dei tuoi attacchi contro un uomo: George Soros, il leader del “globalismo”. Se avessi Soros di fronte a te, cosa vorresti chiedere?

R. Conosco Soros personalmente…

D. Davvero?

R. All’inizio degli anni ’90, Soros venne a Mosca per presentare il libro di Karl Popper “La società aperta e i suoi nemici”. Ho partecipato alla conferenza. C’era rabbia perché ho detto alcune cose: la prima, che l’idea liberale dell’identità individuale dell’uomo è totalmente opposta all’antropologia russa. Il secondo, che tutte le sue idee sono false. Almeno per i russi. E infine, che le sue fondamenta sarebbero state bandite prima o poi. A Soros piaceva quest’ultimo… ed è divertente, perché alcuni anni fa la Russia ha vietato la Fondazione Soros e Putin ha recentemente promesso di arrestare Soros. Poi un giorno mi ha invitato nella sua università a Budapest per parlare.

D. E cosa ha detto Soros?

R. Che in Russia le rivoluzioni e le riforme iniziano con i liberali davanti e finiscono con persone come questa, signor Dugin.

D. Perché pensi che tutte le idee di Soros siano false?

R. Perché le civiltà che non la pensano come loro sono giudicate come… i nemici della società aperta! È un atteggiamento di razzismo ideologico. I nemici sono sempre vittime dell’apartheid. Ero un dissidente anticomunista perché odiavo il totalitarismo. Voglio che sia chiaro: sono nemico della società aperta, sono nemico del neoliberalismo, odio il neoliberalismo e combatto contro di esso. Questo sembra abbastanza per perseguitarmi. Sono sotto sanzioni americane.

D. Non puoi viaggiare negli Stati Uniti?

R. No, no. Sono sanzioni contro di me solo per le mie opinioni. Per le mie idee! Sono l’unico tra tutti i russi al mondo ad essere sanzionato per le mie idee. Sebbene sembri una contraddizione del liberalismo, è la sua vera natura.
D. Qualche giorno fa, diversi media (Buzzfeed, Bellingcat e The Insider) hanno pubblicato un’indagine in cui affermavano che eri collegato al presunto finanziamento illegale della Lega Matteo Salvini con denaro russo in petrolio. Che cosa hai da dire?

D. Sono accuse senza alcuna prova. Non ci sono fatti

A luglio, BuzzFeed ha pubblicato esclusivamente un audio registrato in un hotel a Mosca nel 2018 in cui un consulente Salvini, Gianluca Savoini, ha discusso con diversi russi un piano per deviare milioni di dollari dal petrolio russo alla Lega. Questa registrazione destabilizzò la coalizione tra Liga e M5S. È stato un terremoto per l’Italia. Nessuno sapeva chi fossero i russi della registrazione, fino a pochi giorni fa, attraverso un’indagine congiunta di diversi media, hanno scoperto l’identità di due di loro. E uno era Andrey Yuryevich Kharchenko, che Dugin ha insegnato alla sua tesi di dottorato. L’argomento? 137 pagine sulle qualità distruttive della globalizzazione, smartphone e selfie.

Aleksandr Dugin con Savoini e, probabilmente, Kharchenko, un giorno prima dell’audio che rivela il possibile finanziamento illegale della Lega Salvini con denaro russo.

Secondo l’indagine giornalistica, Kharchenko è un lavoratore del gruppo di estrema destra di Dugin, il Movimento eurasiatico, e viaggia con Dugin negli ultimi anni. Questi viaggi includono “una visita nel 2016 in Crimea per ospitare una delegazione turca con un consigliere del presidente Erdogan. Ha anche viaggiato lo stesso mese con Dugin ad Ankara, utilizzando un passaporto che viene generalmente dato a dipendenti statali o statali” .

Sebbene Dugin non abbia partecipato all’incontro in cui sono stati registrati quegli incriminanti audio, il giorno prima è stato fotografato a Mosca con Savoini e, con molta probabilità, con Kharchenko (l’uomo che è sulla schiena), uno degli uomini che il giorno successivo Negozerei come avrebbero trasferito i soldi russi.


D. E le foto? Li hai appena incontrati, vero? Come amici Kharchenko è l’uomo che è sulla schiena in questa fotografia?

R. Non mi interessa questo argomento. Ho amici nella Lega e conosco Salvini personalmente. Concordo sullo sviluppo delle relazioni tra la Lega Salvini e il Cremlino, ma non mi occupo in alcun modo degli aspetti economici. Ideologicamente, politicamente, culturalmente … Favorisco il sostegno della Lega e del governo con Five Stars, in quanto sono a favore del populismo europeo. Sono sotto pressione. Ho amici che sono politici europei, ma nessuno è un criminale o un dittatore. Non voglio vietare il liberalismo, non voglio vietare nulla, non voglio distruggere o annientare l’Europa.

D. Ma bandirebbe la Fondazione Soros.

R. Bandirebbe la Fondazione Soros per la sua azione totalitaria. È una setta criminale. Questa fondazione ha sostenuto finanziariamente azioni criminali e ha partecipato a rivolte sovversive in Russia. Non sono il solo a pensare che l’ideologia di Soros sia un totalitarismo ideologico. Dobbiamo combattere contro il liberalismo perché vuole imporre valori con la forza.