Analisi della fiducia nello stato democratico

Peter Andrews è un giornalista e scrittore scientifico irlandese, con base a Londra, laureato in Genetica all’Università di Glasgow.

Un suo recente studio ha prodotto uno shock per i politici in carriera e le élite liberali, rivelando che l’insoddisfazione per la democrazia è in aumento costante da decenni, e specialmente nei paesi sviluppati si sta avvicinando ad un massimo globale di tutti i tempi.
I leader mondiali adorano suonare il clacson della democrazia. Per prendere solo tre esempi recenti, Angela Merkel, Justin Trudeau e persino Barack Obama hanno tutti tenuto lunghissimi monologhi sulla grandezza della democrazie dei rispettivi Paesi. Tutto molto bello, se solo le persone fossero d’accordo con quanto espresso dai questi leader.

Ma secondo una ricerca pubblicata dal Bennett Institute for Public Policy, un think tank con sede presso l’Università di Cambridge, le persone non sono d’accordo. I risultati sono stati rilevati ponendo ai cittadini una semplice domanda; se fossero soddisfatti o insoddisfatti della democrazia nei loro paesi. Sono stati analizzati sondaggi condotti tra il 1973 e il 2020.

Protesta dei Yellow Vest a Parigi

Il quesito è stato posto ad oltre 4 milioni di persone. Combinando tutte queste fonti è stato possibile delineare le mutevoli percezioni della democrazia negli ultimi 25 anni in tutto il mondo e negli ultimi 50 anni nell’Europa occidentale, esprimendo un dato inequivocabile: ovunque nel mondo guardi, troverai la democrazia in uno stato di malessere.

Complessivamente, dalla metà degli anni ’90, il numero di persone che si dichiarano “insoddisfatte” della democrazia è aumentato di quasi 10 punti percentuali dal 47,9% al 57,5%. La cifra più alta rilevata dallo studio è il 2019, definito appunto l’anno con il più alto livello di malcontento democratico registrato.

Nei paesi in via di sviluppo circa la metà delle persone non è soddisfatta della democrazia nei propri paesi, una cifra enorme. Gli autori ritengono che i paesi più poveri abbiano ricevuto un’iniezione di positività dalle loro democrazie nuove di zecca, ma quando le persone vedono i loro paesi incapaci di tutelare i diritti fondamentali che si sgretolano il dato cresce. Si parla di sicurezza, sanità, istruzione, occupazione etc.

Il declino è particolarmente accentuato nei paesi sviluppati (definiti in questo studio come Europa, Nord America, Estremo Oriente e Australasia). Qui, la percentuale di persone insoddisfatte della democrazia nel loro paese è aumentata da un terzo alla metà negli ultimi 25 anni, con un aumento medio di circa 17 punti percentuali. Ironia della sorte, e non a caso, la fiducia nella democrazia ha raggiunto il picco nel 2005, proprio prima dell’inizio della recessione economica globale.

Proteste di Hong Kong

Tuttavia è stato rilevato che ci sono alcune aree del globo in cui la fiducia nella democrazia è stabile o addirittura va migliorando. “L’ isola della contentezza” come l’hanno soprannominata gli autori della ricerca, comprende Svizzera, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi e Lussemburgo. Qui, meno di un quarto delle persone è insoddisfatto della democrazia. Ma meno del 2% della cittadinanza democratica del mondo vive in queste oasi, e molte delle loro soddisfazioni probabilmente hanno a che fare con l’essere tra i paesi più ricchi e stabili del mondo.

In tutto questo, come sta andando la più grande democrazia del mondo? Non così bene. In una sola generazione in America, oltre un terzo della popolazione divenne insoddisfatto della democrazia, con un sorprendente 34 punti percentuali. Resta da vedere come andrà a finire, ma cosa farebbe l’impeachment del presidente Trump alla percezione della democrazia? Potrebbe essere il colpo finale a una struttura politica già fragile?

Dall’altra parte dell’oceano nel Regno Unito, la Brexit ha assolutamente rafforzato la fiducia nella democrazia. Il dato era andato costantemente avanti dagli anni ’70, nonostante alcune oscillazioni nell’era Blair dopo la guerra in Iraq e dopo uno scandalo relativo le spese dei parlamentari.

Fiume umano in Cile, proteste di Santiago

Uno degli autori della ricerca, il dott. Roberto Foa, ha affermato che “L’ascesa del populismo potrebbe essere meno una causa e più un sintomo di malessere democratico“. Ha anche aggiunto “Se la fiducia nella democrazia sta scivolando, è perché si è visto che le istituzioni democratiche non riescono ad affrontare alcune delle principali crisi della nostra era , dalle crisi economiche alla minaccia del riscaldamento globale. Per ripristinare la legittimità democratica, questo deve cambiare.

Il dottor Foa ha ragione: questo non è un problema di percezioni, è la reazione di un pubblico febbrile che è stato per anni indotto a fare valutazioni sulla base di notizie false governato da una politica demagogica. La gente pensa che la democrazia non funzioni perché è democrazia, una cosa bella, utile ma che non produce effetti apprezzabili. Se un normale cittadino volesse formare la propria opinione politica informandosi mediante i media mainstream in occidente penserebbe che se non fosse per questi fastidiosi populisti come Trump, Orban e Boris Johnson, la democrazia andrebbe a gonfie vele.

Ciò che questo studio mostra oltre ogni dubbio è che le persone ovunque, in tutti i continenti, stanno diventando sempre più deluse dal sistema in cui vivono. Gli viene detto che, avendo un’elezione ogni pochi anni, possono decidere in quale tipo di società vogliono vivere, ma di fatto poi si rendono conto che non è così. Sentono che c’è qualcosa che non va: ogni ciclo elettorale vede tracciati gli stessi candidati preconfezionati, avendo dibattiti finti tra loro nonostante abbiano politiche sostanzialmente identiche sulle questioni che contano di più.

Nel sottobosco il malcontento si polarizza e non è dato sapere alla luce dell’imprevedibilità degli eventi contemporanei dove questo possa condurre la salute della democrazia. Volendo fare ricorso all’analogia storica che in questo frangente ha valenza quasi matematica, le soluzioni non sono mai state poco traumatiche.