Il ruolo decisivo del pepe per la nascita delle crociate

Quando l’esercito dei Goti guidato da Alarico saccheggiò Roma nell’estate del 410 A.C., Gerolamo che poi divenne santo scrisse “si è spenta la luce più viva del mondo, se può perire Roma, cos’altro ci resta di sicuro?”. Una visione contrapposta invece era data da quegli autori cristiani che videro nella fine dell’Impero Romano un tempestivo intervento divino per salvare l’umanità dal paganesimo.  Recentemente uno storico economico inglese, evidentemente sensibilizzato dal gravoso sistema di tassazione prevalente oggi nel Regno Unito ha interpretato la caduta di Roma come un provvidente evento liberatorio per milioni di europei gravati ormai da tributi insostenibili. Cosa che peraltro sta accadendo con l’Unione Europea…

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano vi sono innumerevoli tesi ricorrenti.

Per alcuni il declino dell’agricoltura ed il diffondersi del latifondo, la caduta della fertilità piuttosto che l’affermarsi dello stato burocratico-assistenziale, per un sociologo americano invece la reale causa sarebbe ascritta all’avvelenamento da piombo della classe aristocratica romana.

In realtà non è stato un singolo elemento a decretare il passaggio epocale bensì l’insieme degli elementi che hanno concorso al risultato finale. Nell’Europa contemporanea e più marcatamente in Italia sono presenti tutti gli elementi tipici del declino che contribuirono alla fine del tempo degli imperatori. La bassa natalità, l’eccesso di burocrazia, il trasferimento del potere da quello esecutivo a quello giudiziario alienando il potere legislativo al parlamento, non ci siamo fatti mancare nulla, persino l’avvelenamento da piombo dell’antica roma oggi è riconducibile al Sars-CoV2.

Ponendo in serie tutti questi elementi come una sorta di mega addizione, il risultato finale renderà comprensibile l’imminente declassamento del rating italiano ed i mal di pancia dei mercati finanziari. Tuttavia nessuna risposta valida è arrivata sul versante del PIL che dall’introduzione dell’euro in Italia è crollato vertiginosamente.

L’ultimo baluardo delle PMI italiane era il famoso “assegno trasferibile” che consentiva di scambiare beni e servizi senza mettere mano al portafoglio, costituendo una sorta di credito virutale che dopo vari passaggi e qualche mese veniva incassato, lasciandosi alle spalle gli utili generati dalle merci che nel frattempo erano già state rivendute comprensive del relativo guadagno. Evidentemente il fatto di non doversi obbligatoriamente indebitare con le banche per operare nel settore del commercio ha fatto irritare qualche burocrate che prontamente è stato ascoltato dal governicchio di turno arrivando a decretare sanzioni fino al 40% dell’importo dell’assegno stesso in caso di emissione di assegno privo della dicitura “non trasferibile” ma per carità!

Ciò che potrebbe essere stupefacente è la correlazione al tempo di Roma tra l’avvelenamento da Piombo e l’infertilità, ove il metallo pesante si era reso responsabile di aver falciato le nascite a causa delle proprietà chimiche caratterizzanti, ove il piombo contemporaneo pare proprio essere la crisi economica galoppante dall’introduzione della moneta unica e che ha causato il crollo della fiducia, delle aspettative, delle condizioni sociali che si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di natalità.

Fino e ieri si viveva solo nell’epoca della guerra economica che stavamo peraltro perdendo, oggi ci troviamo invece a combattere oltre che la guerra economica, quella biologica del nuovo coronavirus, quella finanziaria degli attacchi speculativi alle aziende nazionali, quella informatica agli ospedali e centri di ricerca.

Quindi il quantitative easing santificato dal mondo bancario – che per giunta ancora ci deve spiegare che fine ha fatto fare a quel mare di liquidità – non si è rivelato una terapia per una pronta guarigione ma un semplice “cerotto” di scarsa qualità e per giunta molto costoso! E’ noto infatti sin dal primo anno di ragioneria (perchè non serve una laurea per capirlo) che aumentando la quantità di moneta circolante i prezzi lievitano, e se gli stipendi non lievitano contemporaneamente si riduce la capacità di acquisto ergo ci siamo impoveriti ulteriormente.

Lungi dal criticare il bazooka di Draghi però ci chiediamo perché i contratti di lavoro sono bloccati al costo della vita di 20 anni or sono? La risposta a tale domanda forse potremmo trovarla negli occhi luccicanti dei Democratici che scrutano con invidia la manodopera a basso costo di Pechino buttando al secchio tutti i diritti conquistati dalla classe operaia italiana dal 1945 ad oggi.

Anche perché ci sarebbe da notare che in Italia pur non avendo un partito unico come in Cina, stranamente ci ritroviamo al governo sempre le stesse persone. Illusioni di democrazia le chiamano in un sistema concepito dagli “alleati” per essere facilmente governabile anche dall’esterno.

Così ci siamo ritrovati da Craxi in poi ad avere governi dove cambiava tutto per non cambiare nulla, compresa la sistematica svendita degli asset di Stato.

Nell’antica roma, ad ogni cambio d’imperatore veniva istituito un nuovo conio e man mano si ritiravano quelle riportanti le vecchie effige, si attivavano gli scalpellini che provvedevano a riscrivere le famose pietre miliari. Nell’antico egitto i faraoni addirittura decretavano una nuova lingua, ordinando la distruzione di tutti i manoscritti riportanti il predecessore. Ebbene costui non erano cretini, bensì utilizzavano degli strumenti ideati per il controllo del potere. Chissà cosa potrebbero pensare di noi queste antiche civilità vedendoci parlare in inglese, oppure utilizzare una moneta che non ci appartiene e sulla quale non abbiamo nessun controllo. Ma riprendiamo la narrazione dell’illustre Carlo M. Cipolla, cercando di trarne qualche insegnamento:

Dunque arrivò il tempo in cui Romani non furono più in grado di contenere i barbari e lo sconquasso che seguì fù profondo e generale. Rufino confessava amaramente “come si può aver l’animo di scrivere? Si è circondati di armi nemiche e d’attorno non si vedono che città e campi devastati”. In effetti le attività intellettuali contemporanee sono marcatamente limitate. Queste condizioni dettero vita al cd. Medioevo, i cui primi secoli vennero definiti “secoli bui” ma è proprio nel buio che accadono cose strane.

Filippo di Vitry, segretario di Filippo VI spiego la cosa così: “per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all’agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni, furono creati i Baroni”. In realtà Filippo di Vitry commise un’epocale svista in questa ricostruzione, ove i Baroni tutti gli interessi avevano, tranne che quello di proteggere le altre due parti sociali da ingiustizie. Anzi, non perdevano occasioni per concludere affari molto convenienti per proprie finanze. Avendo ben inteso che più si menavano le mani e più si guadagnava, decisero di aggiungere violenza su violenza, ruberia su ruberia. Curiosamente notiamo che oggi per tentare di risolvere i problemi di liquidità che attanagliano il Paese ci si affida ai baroni europei, con quali risultati presto lo vedermo.

Non vennero risparmiate al tempo nemmeno le comunità scandinave che ora come allora non si sentivano chiamate in causa dai devastanti eventi. Le donne assunsero un ruolo di “formidabili vichinghe” che non si fecero mai sottomettere dagli uomini. Non fa meraviglia quindi che i mariti optassero per lunghi soggiorni all’estero con la scusa di espandere i territori al fine di allontanare i gravosi “problemi domestici”. Per comprendere la frustrazione dei vichinghi maschi, basti pensare che venne ideata una spedizione di circa duecento uomini verso la Francia al fine di cercare del vino.

IL PEPE: CAUSA SCATENANTE DELLE CROCIATE

La caduta di Roma determinò un forte rallentamento delle vie di commercio con la conseguente carestia del pepe, spezia ricercatissima al tempo. Infine l’avanzata musulmana del VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest.

Il Pepe è risaputo essere un formidabile afrodisiaco. Privati del pepe gli europei riuscirono quindi a stento a controbilanciare le perdite di vite umane causate dai costanti conflitti causati dai baroni, dagli scandinavi, dai pirati arabi e dagli invasori ungheresi. La popolazione diminuì e le città si spopolarono, proprio come oggi accade nelle periferie italiane. Persa ogni speranza in una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre di più le proprie speranze nell’al di là e l’idea di ricompense in cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra.

Si saranno accorti a Santa Marta che i “popolani” oggi hanno bisogno di fede, speranza, prospettive di vita, aggrappandosi ai capisaldi cristiani?

E’ un dato di fatto che la povertà aumenta le speranze di una vita migliore nell’al di là. Più poveri più fede verrebbe sa pensare. Le difficoltà economiche e la quarantena stanno restituendo un ruolo primario all’istituto della famiglia e della casa, elementi messi al centro di dubbi, ipotesi di ristrutturazioni e di profonde critiche proprio dalla chiesa contemporanea che è parsa inseguire ideali liberal democratici di matrice anglosassone, di quegli stessi ideologi partiti dall’Arkansas con il business dei voli commerciali dall’Afghanistan e che frequentavano la villa del fù Epstein che ormai adesso chissà, si troverà seduto nell’aldilà con un Sindona sorseggiando una tisana (non un caffè) raccontandosi delle loro amicizie “comuni” nel corso della vita, con quali sorprese!

Dunque lo spartiacque del nuovo millennio è stato rappresentato dalle imprese compiute da due “ignoti” personaggi: il Vescovo di Brema e Pietro l’Eremita i quali, preso atto della violenza che li circondava decisero di canalizzare quest’ultima verso l’esterno, evitando che gli europei continuassero a macellarsi con gli altri europei. Decisione alla quale forse un giorno giungeranno anche le popolazioni islamiche.

Così il vescovo tuonò nel 1108: “gli slavi sono gente abominevole, e la loro terra abbonda di miele, grano e selvaggina. Giovani cavalieri, volgete ad oriente”. Così, dando libero sfogo alle teste calde tedesche, alla ricerca delle delizie culinarie appena descritte, nacque oltre il fiume Elba lo Stato Prussiano.

Pietro l’eremita era francese. Come scrisse Guglielmo di Tiro “Pietro nacque nella diocesi di Amiens nel Regno di Francia. Era minuto e di salute malferma, ma aveva un grandissimo cuore”. Secondo Guilberto di Nogent, Pietro “mangiava pochissimo pane e, viveva di solo pesce e vino”. Non aveva quindi problemi di colesterolo. Ciò che nessuno racconta tuttavia, è che Pietro aveva un debole per i cibi pepati.

Se consumava solo pesce e vino lo faceva perché era un povero eremita e non un ricco abate e quindi non poteva permettersi di acquistare il pepe trafugato in Occidente dai contrabbandieri e rivenduto a carissimo prezzo.  Solo nel suo eremo circondato dai grandi silenziosi alberi della cupa foresta, Pietro soffriva in silenzio e pregava costantemente la Divina Provvidenza per un po’ di pepe da aggiungere ai suoi semplici pasti.

Ma la divina provvidenza sapeva che anche una piccolissima dose di pepe avrebbe compromesso la vita spirituale di Pietro e pertanto al posto del pepe gli mandava pioggia, neve e fulmini. Solo nel suo eremo, frustrato dai continui insuccessi delle sue preghiere, Pietro elaboro gradualmente un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa. Con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla terra.

Quanto al successo dell’impresa non vi potevano essere dubbi: come avrebbe potuto messer Domineddio, che pure conosceva l’aspirazione recondita di Pietro, negare il proprio aiuto ad un’impresa che avrebbe annientato i musulmani e liberato la Terra Santa?

E’ incredibile come un’idea possa trasformare un uomo. Pietro l’Eremita, il silenzioso, solitario Pietro, abbandonò i grandi e silenziosi alberi della cupa foresta e peregrinò di capanna in capanna, da villaggio a villaggio, da castello a castello, infiammando animi e cuori con un linguaggio irresistibile. “Era un grande oratore scrisse” Guglielmo di Tiro con ammirazione.

In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta. Il francese Reutbeuf riferisce che dopo una notte di abbondanti libagioni, i baroni erano pieni di fervore per la Crociata, e segnavano ad alta voce prodezze in battaglia ed atti di gloria.

Le condizioni economiche e sociali del tempo facilitarono il progetto di Pietro. La Chiesa ufficiale aveva sempre rimproverato ai baroni la loro condotta violenta e sanguinaria. Ora Pietro forniva a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti della Chiesa. I giovani virgulti della nobiltà privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente, e, nel contempo, acquisire meriti agli occhi dell’Onnipotente. E la gente comune intravvide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, le strade e le vie di comunicazione caddero in rovina a vantaggio dell’utilizzo delle vie d’acqua dove i pirati musulmani erano in netto vantaggio per esperienza e capacità. Fù così che la maggioranza dei crociati scelse la via di terra, almeno fino a Genova o Venezia.

Il viaggio era lungo ed i crociati erano consapevoli che per quanto infervorati dal vino e dalle parole di Pietro l’eremita sarebbe loro occorso molto tempo per sconfiggere gli infedeli e che non avrebbero rivisto la propria terra e la propria moglie per anni e anni a venire.

Tralasciando la Scandinavia, si può affermare con assoluta certezza che l’Europa nel Medioevo era dominio incontrastato dell’uomo, signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa. A parole dichiaravano di accettare la supremazia del maschio. 

Diceva però un proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Quasi tutti i crociati erano analfabeti, ma conoscevano bene i proverbi. Nacque così in quel contesto socio culturale l’idea della cintura di castità. Un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e per la metallurgia europea. E questo fu solo il primo di un’intera serie di sviluppi spettacolari.

I musulmani furono sconfitti. Pietro poté soddisfare la sua gran voglia di pepe e dimenticò i grandi alberi silenziosi della cupa foresta. I crociati trovarono in oriente cose interessanti e dimenticarono allegramente la loro terra e le loro mogli con la cintura. Come scrisse un cronista dell’epoca, Fulcher di Chartres.

Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali. Abbiamo già scordato il nostro paese natale. C’è chi già possiede una casa, una famiglia e dei servitori come se li avesse ricevuti dal padre o per diritto ereditario. C’è chi ha per moglie non una conterranea bensì una siriana, un’armena o financo una saracena battezzata. Ogni giorno ci raggiungono i nostri parenti ed amici dopo aver liberamente lasciato tutti i loro averi in occidente. Da poveri laggiù, il Signore qui li ha resi ricchi. Le loro poche monete sono divenute tantissime e tutte d’oro. Perché dunque, tornare in occidente?

In questa incredibile faccenda in cui furono stranamente coinvolti messer Domineddio, il pepe, le monete d’oro, gli eremiti, i signorotti feudali e le donne saracene, i soli a non perdere la testa furono gli Italiani. Tra costoro, i Veneziani, ai tempi tristi delle invasioni germaniche si erano rifugiati su alcune isolette in mezzo alle paludi e su quelle isole come ebbe a notare un osservatore del X Secolo, “illa gens non arat, non seminat, non vindemiat” Quella gente non ara, non semina e non vendemmia – per vivere dovevano dunque darsi al commercio.

Uno storico americano scrisse alcuni anni or sono che “l’avidità veneziana per i profitti derivati dal commercio e ottenuti con ogni mezzo poteva paragonarsi solo alla mancanza di scrupoli che caratterizzava i genovesi”. Un economista anglosassone altrettanto censorio scrisse “gli ingenui crociati si trovarono avviluppati in una rete di interessi commerciali di cui capivano poco o nulla. Durante le prime tre crociate i Veneziani che avevano fornito loro le navi, li imbrogliarono spudoratamente alla stessa maniera che un mercante senza scrupoli imbroglia al mercato lo scemo del villaggio”.

Il fatto è che gli Italiani avevano intuito l’enorme potenziale commerciale insito nell’occupazione cristiana della Terra Santa. Pietro non era il solo europeo che bramasse il pepe.

Di Pietri in Occidente ve n’erano decine di migliaia e gli Italiani – pur non avendo seguito corsi di ricerca di mercato – si impadronirono del commercio traendone profitti monopolistici notevoli. L’avessero fatto gli Olandesi, i Tedeschi, gli Inglesi, sarebbero stati additati nei manuali di storia quali ammirevoli esempi di etica protestante ed encomiabili campioni di proto-capitalismo. Trattandosi solo di Italiani, furono definiti esempi deplorevoli di avidità e di “assenza di scrupoli commerciali”. Comunque sia tanto si adoperarono e mercatanti italiani che il commercio del pepe entrò in una fase secolare di eccezionale espansione. Ad Alessandria d’Egitto un’intera via, anzi un intero quartiere venne destinato al commercio del pepe ed in Occidente, dopo secoli di mancanza quasi totale, il pepe riapparve in quantità sempre crescenti sui mercati e sulle mense.

Da luogo triste qual era, l’Europa occidentale si trasformò in una terra traboccante di vitalità, energia ed ottimismo. L’aumento del consumo del pepe incrementò l’esuberanza degli uomini che con tante belle donne d’attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze:

  1. La crescente frequenza del cognome Smith (fabbro) in Inghilterra, Schmidt in Germania, Ferrari, Ferrero o Fabbri in Italia, Favre, Fevbre, Lefevre in Francia;
  2. Lo sviluppo della metallurgia europea che entrò definitivamente in fase di decollo e di “self sustained growt”

Il pepe aveva un’importante qualità, la non deperibilità. Era inoltre un bene estremamente liquido poiché nessuno con la testa sulle spalle lo avrebbe rifiutato. Poteva servire pertanto non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio.

Venendo il pepe usato sovente come una moneta i mercanti divennero anche banchieri e praticarono l’usura sia con i poveri che con i signorotti spendaccioni. In cuor loro sapevano benissimo che vendendo armi al Saladino, pepe afrodisiaco agli Europei e praticando l’usura su larga scala si mettevano in pessima luce appo messer Domineddio. Fu così che per mettersi a posto la coscienza, destinarono somme cospicue ad atti di carità ed a donazioni alla Chiesa.

I mercanti italiani detenevano il primato delle competenze nella contabilità e nell’amministrazione aziendale e di conseguenza tennero nota precisa e meticolosa di queste somme in conti speciali intitolati nei libri mastri come “conto messere Domineddio”.

Vescovi ed Abati che ricevettero le donazioni dei mercanti ne spesero una buona parte per costruire o ricostruire le chiese, le cattedrali e monasteri. Inoltre Vescovi ed Abati che per secoli avevano cumulato immensi tesori sottoponendo l’economia europea ad una pesantissima pressione deflazionistica, ora che il pepe era disponibile sul mercato, aprirono i loro forzieri e misero in circolazione fortune ragguardevoli gonfiando la domanda globale effettiva. La grande quantità di denaro speso per costruire le cattedrali fruttò lavoro e denaro ai muratori che, a loro volta, spesero il denaro guadagnato per acquistare pane ed indumenti dando così lavoro ai fornai ed ai sarti. In questo modo il moltiplicatore sostenne e moltiplicò lo sviluppo dell’economia europea.

La popolazione ovviamente crebbe; tuttavia a causa:

  1. Dell’espansione del commercio del pepe
  2. Degli effetti a monte ed a valle di detta espansione
  3. Degli effetti del moltiplicatore e dell’acceleratore

il tasso di crescita del reddito superò quello della popolazione, il reddito pro-capite aumentò e sino alla fine del XIII secolo l’Occidente riuscì ad evitare di cadere nella trappola malthusiana.

Il racconto dell’illustre Carlo M. Cipolla sopra riportato, è un celebre esempio di una società in declino che ha vissuto la transizione dall’Impero Romano al Medioevo. Ciò che occorre oggi ritrovare per ripartire è proprio quel “pepe” che null’altro è che l’entusiasmo e la voglia di ricostruire un sistema paese, rimboccandosi le maniche e riponendo soprattuto il timone nelle mani di persone competenti e preparate che conoscano la vita e le dinamiche relazionali intercontinentali, proprio come Pietro l’eremita, che utilizzava la mente e che aveva bene intuito il potere della riflessione.

L’Italia ha bisogno oggi non solo di un Pietro ma anche di tante persone che si possano a lui ispirare, che vengano fornite degli strumenti utili alla ricostruzione del benessere sociale e della perduta serenità, rivalutando opportunamente il concetto di interesse sociale e nazionale, visto che come è noto nei momenti di difficoltà si può contare solo su sé stessi.

Pietro l’eremita infatti non si recò a Bruxelles oppure a Berlino per intraprendere la sua grandiosa iniziativa. Se lo avesse fatto è lecito dubitare che i risultato non sarebbero stati gli stessi, quasi sicuramente.

È iniziata la battaglia per i virus-risarcimenti

Il Berman Law Group della Florida fa causa al governo cinese.

Uno studio legale ha intentato un’azione legale contro il regime cinese per aver causato la pandemia di COVID-19. La cronologia degli eventi di Wuhan somiglia molto a quanto accaduto in altri paesi, comprese le “cene sociali antivirus” copiate poi da altri partiti ideologicamente affini.

Il Berman Law Group, una società con sede in Florida, negli Stati Uniti, ha presentato la denuncia perché Pechino “sapeva che il coronavirus era pericoloso e in grado di provocare una pandemia”

Un noto studio legale in Florida, negli Stati Uniti, ha intentato un’azione legale contro il regime cinese guidato da Xi Jinping per averlo ritenuto responsabile della pandemia di coronavirus COVID-19 che sta causando il caos della popolazione mondiale. 

Pechino “sapeva che COVID-19 era pericoloso e in grado di provocare una pandemia, ma agiva lentamente, metteva proverbialmente la testa nella sabbia e la copriva per il proprio interesse economico”, afferma il documento presentato dallo studio legale The Berman. 

Il Berman Law Group ha annunciato di aver intentato una causa federale contro la Repubblica popolare cinese, la provincia di Hubei, la città di Wuhan e vari ministeri del governo cinese, per conto di residenti e compagnie negli Stati Uniti e nello stato della Florida”, afferma il comunicato stampa a cui Infobae ha avuto accesso. “La causa è stata intentata nel distretto meridionale della Florida e richiede miliardi di dollari di risarcimento danni per coloro che hanno subito lesioni personali, morte ingiusta, danni alla proprietà e altri danni a causa della omessa custodia da parte della Cina del virus letale.

L’avvocato dell’azienda Matthew Moore ha dichiarato: “Come abbiamo affermato nella nostra denuncia, i funzionari cinesi sapevano prima del 3 gennaio che il COVID-19 era stato trasmesso da uomo a uomo e che i pazienti avevano iniziato a morire pochi giorni dopo. Tuttavia, hanno continuato a dire alla gente di Wuhan e del mondo in generale che tutto andava bene, incluso tenere una cena pubblica a Wuhan per oltre 40.000 famiglie il 18 gennaio”.

L’epidemia era persino iniziata molto prima. A novembre, il virus stava già circolando nella popolosa città cinese senza che il regime facesse nulla per il contenimento. Al contrario, di fronte alle prime lamentele dei medici, Pechino ordinò la loro censura e degli arresti.

“era possibile contenere la diffusione del virus, tuttavia i funzionari cinesi hanno invece cercato di presentare una narrazione positiva sull’epidemia, nell’esclusivo interesse economico cinese”, ha continuato l’ex senatore dello stato della Florida Joseph Abruzzo, direttore delle relazioni governative della società. “Quando leggi l’aumento del numero di vittime e vedi l’arresto quasi completo della vita, non puoi attendere diciassette giorni critici prima di condividere la sequenza del genoma COVID-19 con altre nazioni, senza peraltro bloccare i voli internazionali e mandando a spasso il virus nel mondo”.

Da parte sua, Russell Berman, co-fondatore dell’azienda, ha affermato che la causa “è una denuncia ambiziosa contro una superpotenza mondiale. Ma, come abbiamo affermato, la Cina ha scatenato una pandemia in tutto il mondo e il danno si sta moltiplicando esponenzialmente ogni giorno qui negli Stati Uniti e in Florida. La nostra azienda non ha paura di affrontarli e ottenere la giustizia che merita. È il governo cinese che dovrebbe pagare i danni dello stimolo economico agli Stati Uniti, non il popolo americano”.

I numeri preoccupano, i nuovi casi di coronavirus negli Stati Uniti hanno superato quota 35.000 lunedì, rendendolo il terzo paese per numero di infezioni al mondo, dietro solo a Italia e Cina. Il bilancio delle vittime ha raggiunto 471, il sesto più alto al mondo. In totale, il numero di casi confermati è di 35.225, secondo il bilancio della Johns Hopkins University di lunedì. Un numero che inevitabilmente aumenterà nelle prossime ore, con l’aumentare della disponibilità di prove.

Intanto la pandemia ha già raggiunto 50 stati nell’Unione, i numeri continuano a salire e secondo le stime negli USA colpiranno circa 19 milioni di persone.

Original Post

Riflessione sulla Catena Globale

Come la globalizzazione incide sulla capacità democratica dei Paesi.

La classe politica della prima repubblica ha sempre cercato di mantenere una linea diplomatica neutra, tentando di anteporre almeno in facciata gli interessi italiani a quelli di parte, posta l’usanza di ciascun gruppo di coltivare e gustare i prodotti delle proprie politiche con il commensale preferito, sia per ragioni geopolitiche che economiche.

Il problema rilevante è stato infatti proprio questo: la geometria variabile delle alleanze strategiche in relazione al colore del governo in carica e l’assenza di una direttrice di lungo termine. Visti da lontano insomma sembriamo degli ubriachi che sbandano prima da un lato, poi dall’altro. Ovviamente questo barcamenarsi di certo non contribuisce ad ispirare fiducia nei partner, negli investitori, negli stessi cittadini. Aumenta così la sfiducia nel Paese, che significa praticamente l’eutanasia in un modello socio-economico basato sulla fiducia certificata da enti privati e sul differenziale di rendimento di titoli chiamato spread.

Dal secondo dopoguerra siamo stati molto più che vicini agli USA sotto lo sguardo imperterrito del sorvegliante Britannico che prontamente ci ha rimesso sui binari quando eravamo in procinto di smarrire la retta via atlantica, per poi prendere a braccetto l’Unione Sovietica, risultato? Gli anni di piombo, l’epoca stragista e le ripercussioni per la stabilità interna del Paese, per non dimenticare la vera amicizia “socialista” con tutto il mondo islamico. 

Dalla caduta del muro di Berlino e mani pulite però c’è stato un vuoto, talvolta incolmabile che i cinesi già a metà degli anni ’80 avevano intercettato e provveduto a pianificare di colmare, come preannunciato nel corso dei summit intergovernativi dell’epoca, ma che in pochi evidentemente avevano ritenuto attendibili. E’ chiaro gli occhi di tutti che il progetto cinese senza una compiacenza democratica USA non si sarebbe mai concretizzata.   

Oggi sappiamo che quelle previsioni erano fondate e ci ritroviamo a gestire un modello globale di scambio plasmato solo sulla leva dell’acceleratore che inevitabilmente prima o poi si sarebbe schiantato. I Cinesi infatti non hanno previsto un sistema di salvaguardia del loro modello di globalizzazione imposto al mondo intero attraverso un fine lavoro di tessitura ed ingenti capitali impiegati.

Viviamo ormai in un mondo sempre più potente ma sempre più fragile. Più aumenta la capacità dell’interscambio e della comunicazione globale più il sistema diventa fragile ed attaccabile. Attaccabile da chi? Semplice, dalle causalità, dagli eventi imprevisti, inattesi, non programmati. Non volendo siamo entrati in un vortice di casualità storica che mina le nostre quotidiane e pianificate esistenze.

La questione dei rischi globali impatta direttamente sull’economia degli stati, delle imprese e sul funzionamento dei sistemi delle grandi infrastrutture, presentando costi esorbitanti per i governi, le imprese, i cittadini. La globalizzazione economico-finanziaria insieme all’applicazione delle nuove tecnologie ha di fatto reso più attaccabili le economie nazionali, alterando il corretto funzionamento dei mercati borsistici. 

Forse è giunto il momento di fermarci a riflettere e comprendere realmente se ricorrano i presupposti per la sostenibilità del sistema della globalizzazione cinese in assenza di consolidati meccanismi di salvaguardia.

Degli esempi virtuosi molto recenti sono rappresentati dalla valorizzazione della Golden Power, e l’introduzione del Kill Switch per la rete, operabile dal Presidente del Consiglio: in caso di pericolo o minaccia in entrambi i casi si possono bloccare le cd. “scalate ostili” ossia acquisizioni di infrastrutture ed aziende strategiche per l’interesse nazionale o addirittura bloccare istantaneamente tutta la rete internet del Paese con un semplice “click”.

Perché dunque non prevedere dei meccanismi di blocco istantaneo anche per la circolazione delle persone e delle merci? Perché non predisporre una leva di emergenza tramite la quale ci si possa temporaneamente proteggere dalle minacce esterne? Resta ancora oggi un mistero cosa sia successo nall’arco di tempo intercorso dal 31 gennaio, data di dichiarazione dell’emergenza nazionale fino all’adozione di misure reali. E ancora, perché non sono stati sospesi i mercati azionari subito sprofondati a livelli di negatività mai visti nella storia?

Non è ammissibile che per una semplice abitudine alimentare “sbagliata” di un paese ubicato su un altro versante del globo si possa paralizzare l’attività produttiva di centinaia di altre nazioni.

Siamo stati noi infatti a stanare il virus dalla foresta, portarlo in un mercato, metterlo a contatto con l’uomo e metterlo sugli aerei in direzione “mondo”.

Abbiamo avuto così la prova che siamo talmente dipendenti da terzi che non siamo più in grado nemmeno di provvedere al fabbisogno interno di domanda nel settore sanitario ed elettromedicale, questo significa che “gli altri” possano decidere se lasciarci vivere, sopravvivere o perire. 

Cosa ci ha portato quindi davvero la globalizzazione di matrice cinese? Semplice, una perdita di autonomia.  

Abbiamo perso autonomia, ergo abbiamo perso capacità democratica.

Si parla di globalizzazione di matrice cinese non per deformazione trumpiana ma semplicemente perché non tutte le globalizzazioni sono uguali: c’è quella americana che impone l’ingresso delle industrie nazionali tramite la prevaricazione militare, quella canadese che si basa su rapporti di compensazione per tipologia di attività produttiva, quella tedesca che si impone sulla qualità dei prodotti come quella italiana del resto, infine quella cinese che si impone con il dumping salariale, la clonazione dei prodotti, l’elusione dei sistemi di previdenza, il mancato rispetto ambientale etc etc.

Infine per tutti quelli che sono ancora oggi incerti sulla scelta dei partner strategici, occorre preliminarmente osservare che nessun partner si occupa di beneficenza e chiaramente ciascuno cercherà di ottenere il massimo profitto ricorrendo a qualsiasi espediente. 

Sono i popoli a votare i governi che una volta eletti utilizzando la forza d’intelligence, militare ed economica si impongono alla guida delle politiche globali. 

Con quale partner, quindi, scegliereste di accompagnarvi?

Quello con cui i cittadini che si esprimono tramite libere elezioni sono armati fino ai denti per costituzione, ovvero sono in grado di difendersi e rappresentare un deterrente ad una dittatura imperiale, oppure ad un popolo soppresso da un esercito che agisce per contro di una nomenklatura di un partito unico? A voi la risposta.

Perché i media occidentali dipingono Dugin come “un filosofo pericoloso”?

“Non voglio distruggere o annientare l’Europa”

A. Dugin.

Aleksandr Dugin, ideologo delle teorie sul populismo che viaggiano attraverso l’Europa e la Russia, parla di geopolitica, cospirazioni e … di un incontro finora sconosciuto con George Soros

(cos’è il populismo)

Molti si chiederanno chi sia Aleksandr Dugin, e perché è un filosofo molto temuto, e, soprattutto, perché nell’immagine sopra riportata sta per sparare una razzo anticarro. Se avrete la costanza di arrivare alla fine di questo articolo lo capirete.  

Dugin è un filosofo russo di 57 anni avvolto in una barba dostoevskiana, afferma di essere un ideologo geopolitico molto influente nel suo paese che difende il ritorno di una Russia imperiale attraverso l’eurasianismo. E’ un autore riconosciuto tra le correnti di pensiero ultra-occidentali e funge da “portavoce” per il Cremlino di Putin.

La sua tesi principale è che le grandi ideologie (liberalismo, comunismo e fascismo) sono superate da una nuova chiamata populismo integrale delineata nella sua “Quarta teoria politica” (Ed: Fides) pubblicata originariamente nel 2012. Nel maggio 2018, quando il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno raggiunto un accordo con il governo in Italia, alcuni analisti che avevano affermato per anni la fine la fine al sistema liberale si sono dovuti rivolgere a Dugin, ovviamente dandogli ragione! 

Non è più una questione di destra o di sinistra, ma del popolo contro le “élite globaliste” che hanno una potenza finanziaria al pari dei singoli stati, in grado di manipolare le democrazie utilizzando raffinate tecniche psicologiche, e quando queste non arrivano a produrre gli effetti desiderati, attivano la rete di lobby, congregazioni, sette e carbonerie elitarie, definite “corpi intermedi”.

Un anno dopo, il governo populista è volato in mille pezzi. Le ragioni sono diverse, ma ce n’è una che coinvolge la Russia, anche se in modo circostanziato: il presunto finanziamento alla Lega di Matteo Salvini. 

In questa intervista telefonica di oltre 80 minuti, Dugin parla delle notizie italiane, della Catalogna, di Trump e Putin … e, naturalmente, di Soros.

DOMANDA. “Lei è il cervello di Putin”, “il Rasputin di Putin”, “Il nemico numero uno dell’Occidente” … Cosa c’è veramente in tutti questi titoli? Chi è Aleksandr Dugin?

RISPOSTA. Sono tutte caricature, montaggi ad arte. Sono un nemico dell’egemonia liberale occidentale semplicemente perché critico le loro tesi. Difendo la multipolarità e il pluralismo delle civiltà. Non so se c’è una verità… ma non è certo la verità del liberalismo. Ci sono molte cose in comune tra la mia filosofia e la politica strategica di Putin. I miei libri sono ben noti in Russia e i russi concordano con le mie idee. Non stiamo cercando di difendere solo l’identità russa contro l’Occidente, nel mio pensiero si rifiuta il nazionalismo in quanto rappresenta una forma di ideologia del capitalismo egoista. Dobbiamo difendere tutte le civiltà, tutti i popoli, piccoli o grandi, in modo che possano conservare la propria identità. Questo è il motivo per il quale sono ritenuto pericoloso per l’Occidente e le sue élite globaliste. Bisogna dare valore al singolo individuo alle singole comunità rispettando le radici storiche e le tradizioni. Purtroppo la classe dirigente occidentale muove i suoi passi in direzione opposta.

D. Quale pensa sia il principale errore del liberalismo occidentale?

R. Non ho trovato interessante alcun valore del liberalismo. Tutti i suoi principi sono falsi! Sono bugie basate sul razzismo intellettuale e culturale perché vogliono imporre i valori di una parte dell’umanità su tutti … senza chiedere!

Prima di continuare con l’intervista, dobbiamo comprendere la complessità di questo personaggio oscuro e affascinante allo stesso tempo. 

Lo scrittore francese Emmanuel Carrère, nella sua biografia su Limonov, descrisse così Dugin: “È […] fascista, solo che non è un giovane goffo e malaticcio, ma un orco. È grande, barbuto, peloso, cammina con il passi leggeri di una ballerina e ha un modo curioso di bilanciarsi su una gamba sola […]. Parla quindici lingue, ha letto tutto, ha una risata sincera ed è una montagna di conoscenza e fascino. ” I tuoi insegnanti? Fascisti e comunisti allo stesso modo. “Lenin, Mussolini, Hitler, Leni Riefenstahl, Mayakovsky, Julius Evola, Jung, Mishima, Wagner, Lao Tzu, Che Guevara […] e Guy Debord”.

Aleksandr Dugin (Mosca, 1962) era un saggista marginale fino alla fine degli anni ’90 che teorizzava sul misticismo. Cresciuto in un’Unione Sovietica che detestava, abbracciò il fascismo come una forma di ribellione. Ha fondato il Partito nazionale bolscevico con Limonov. È fallito rumorosamente. La sua fortuna arrivò nel 1997, quando divenne famoso per la pubblicazione “The Foundations of Geopolitics: Russia’s Geopolitical Future”, un “bestseller” in cui presentava i concetti della sua teoria geopolitica: l’eurasianismo.

Recuperando l’orgoglio nazionale dopo la fine dell’ “homo sovieticus”, Dugin divenne uno dei teorici preferiti dell’esercito e di alcuni politici. Nel 2008, egli stesso ha fatto finta che Putin stesse somigliando “sempre più a Dugin, implementando il programma che ho costruito tutta la mia vita”. Alcune riviste internazionali, come Foreign Affairs, hanno descritto questo mantra in un articolo del 2014 intitolato “Putin’s Brain”.

Ma gli analisti che conoscono la traiettoria di Dugin respingono che nessuno è Rasputin: “Dugin non è né un consigliere né il capo filosofo del presidente Putin”, spiega Nicolás de Pedro, Senior Fellow presso l’Institute for Statecraft di Londra e autore di un profilo Dugin.

Tuttavia, Dugin è abbastanza influente e attivo in altre aree: “Sebbene il suo peso politico in Russia sia certamente limitato, la sua influenza intellettuale non è trascurabile. Le sue divagazioni esoteriche possono generare beffe o incomprensioni, ma il suo pensiero geopolitico si è diffuso molto, in particolare in alcuni campi militari “, sottolinea.

P. Dugin, passiamo al motivo principale di questa intervista: l’Italia. Quando la coalizione tra il Movimento a 5 stelle e la Lega si è formata l’anno scorso, hai detto che era “l’inizio della grande rivoluzione populista che avrebbe cambiato il mondo”. Ora Salvini viene affondato e il centro-sinistra ritorna al governo. Sembra che la tua tesi sia fallita, giusto?

A. Sin dall’inizio era chiaro che era un passo troppo radicale. Era un simbolo di qualcosa che verrà dopo, una visione dell’inevitabile futuro. Il fatto dell’esistenza stessa di questo governo è già stato un grande evento. Un governo di populisti di destra e di sinistra è possibile! Nonostante, naturalmente, le pressioni liberali, la cui strategia è quella di unificare la sinistra e il diritto liberali per formare il centro in cui si trova il vero potere. Il populismo è la risposta organica al liberalismo, non la risposta ideologica. Cioè, il populismo è spontaneo. Il governo Lega-M5S ha chiarito che il dominio delle élite liberali è finito. Come una specie di premonizione.

D. Ma ora il Partito Democratico è al governo e Salvini è fuori.

R. Sì, hanno vinto perché i liberali hanno tutto il potere in Europa e negli Stati Uniti. Ma ogni volta ricevono più colpi. Ogni giorno sono più deboli. L’esempio italiano mostra che possiamo raggiungere l’unione dei populisti e trascendere politicamente questa divisione tra destra e sinistra populista, che è lo strumento del dominio liberale. Le élite liberali manipolano e governano grazie a questa divisione. I populisti saranno sempre vittime di alleanze con i liberali, come accadrà in Italia. M5S perderà con il PD. L’unica possibilità di tornare alla democrazia organica e vera è il ritorno al populismo integrale.

D. Se applicassimo la sua strategia della Quarta Teoria politica in Spagna, ci sarebbe un’unione tra Vox e Podemos, qualcosa che farebbe ridere uno spagnolo. In Catalogna, sinistra e destra si sono unite.

R. Sì, è improbabile che Vox e Podemos si uniscano. È anche improbabile che unisca il Fronte Nazionale in Francia con Melénchon. Ciò che è accaduto in Catalogna o in Italia è molto raro, ma sono piccoli esempi che dimostrano la necessità di unirsi contro i liberali. La strategia del centro liberale è quella di esagerare le divergenze storiche tra la destra e la sinistra populista per impedire loro di unirsi. Dobbiamo trascendere queste differenze. Perché? Perché i liberali fuggono dall’identità del popolo e dalla giustizia sociale.

La sinistra populista deve rispondere a una semplice domanda: chi è il suo principale nemico? Le identità che difendono il popolo o il capitalista che è il nemico mortale dei lavoratori? La violenza capitalista costruisce la sua gerarchia basata sul potere del denaro. E la stessa domanda per i populisti di destra. Chi odiano di più, i lavoratori o i capitalisti che distruggono l’identità dell’uomo e della famiglia? La modernità porta alla perdita del senso del sacro e del mistico. Questa miscela di idee si materializza in grandi pensatori come Constanzo Preve o Diego Fusaro, che condividono che questa gerarchia di nemici è essenziale. Il nemico numero uno sono i capitalisti liberali.

D. E in quella gerarchia, Donald Trump è per te un nemico dell’umanità o un alleato?

R. La sua sfida al sistema globale è molto positiva, sebbene il suo liberalismo sia negativo. Trump non è stato in grado di attuare la sua strategia. Per me è più importante che, nonostante tutta la propaganda e la demonizzazione dei globalisti, ci siano elettori di Trump. Rappresenta il supporto per la multipolarità. Trump pronuncia parole aggressive, ma in pratica è pacifico. Nessuna guerra è iniziata. Obama ha iniziato nuove guerre imperialiste. Naturalmente Trump non è l’ideale. Ma è importante che almeno spinga il populismo di destra perché è un supporto per la nostra visione. Le élite liberali non possono più governare il mondo come prima e Trump è uno dei grandi cambiamenti ideologici che lo dimostrano.

D. Come valuti la politica estera di Putin?

R. Putin è in una posizione intermedia tra il realismo politico moderno e l’Eurasianismo. Il realista è colui che mette la sovranità dello stato al di sopra di qualsiasi valore, non ha nulla a che fare con il globalismo. D’altra parte, c’è un eurasianismo che si collega alla teoria del mondo multipolare e che ho teorizzato già da diverso tempo. Anche l’eurasianismo influenza notevolmente la politica di Putin, sebbene a volte sia pragmatica. Putin non si comporta mai come un globalista convinto. Putin è più vicino a Trump. Penso che Putin sia metà Trump, metà Dugin.

A differenza di altri pensatori, Dugin si distingue per essere un intellettuale d’azione. 

Combina le sue farraginose teorie geopolitiche con fatti di azione. In un’intervista nell’agosto 2008, Dugin ha affermato che la Georgia stava perpetrando un genocidio nell’Ossezia del Sud e che la Russia avrebbe dovuto rispondere con forza. In una protesta due giorni dopo alle porte del ministro della Difesa, diversi attivisti del movimento eurasiatico (da lui fondato) hanno gridato: “Carri armati a Tbilisi! Gloria alla Russia! Gloria all’impero!” Dugin andò in Ossezia del Sud prima dello scoppio della guerra e fu fotografato con una granata anticarro.

Nel 2014 Dugin è tornato alla carica, difendendo apertamente il genocidio contro gli ucraini. Dopo la Rivoluzione Euromaidan, scrisse sulle reti: “Dovremmo liberare l’Ucraina da questi idioti. Il genocidio di questi cretini è inevitabile e obbligatorio! Non posso credere che siano ucraini. Gli ucraini sono meravigliosi slavi. E questa è una razza di bastardi che sono usciti dalle fogne”. 

Nello stesso anno, fu espulso dalla sua posizione di professore a Mosca dopo aver detto: “uccidere, uccidere e uccidere i responsabili delle atrocità in Ucraina”.

(FOTO)

Aleksandr Dugin, con un Kaláshnikov nell’Ossezia del Sud nel 2008. (Per gentile concessione di A. Dugin)

Ma Dugin non è un “cane sciolto” e, sebbene critichi di tanto in tanto Putin, la Russia approfitta della sua lunga lista di ultras in tutto il mondo: “Il Cremlino mostra una tendenza crescente a delegare alcune politiche o interventi in modo informale e non istituzionale. Il valore aggiunto di Dugin agli occhi del Cremlino è la sua capacità di consolidare reti dal Kazakistan all’Argentina, attraverso Turchia, Grecia, Germania, Italia, Ungheria o Spagna”, spiega De Pedro, usando come esempio l’infiltrazione di attivisti vicini a Dugin nel decennio precedente la guerra in Ucraina.

“Le ragioni del Cremlino per operare in questo modo sono diverse. A volte questi attori fungono da moltiplicatori di forza e, quasi sempre, offrono al Cremlino un’opzione di” plausibile negazione “(ciò che è noto in inglese come” plausibile negabilità ” ‘) Vale a dire, il Cremlino può trarre vantaggio da ciò che Dugin e altri offrono e, se necessario, negare qualsiasi responsabilità al di fuori (interferenza) o verso l’interno (perdite nelle fila degli appaltatori russi, per esempio). “

***

D. Cosa pensi delle manifestazioni in Russia contro Putin? Macron ha ricordato a Putin che, a differenza della Russia, i giubbotti gialli che si lamentano possono essere presentati alle elezioni.

A. Le proteste in Russia sono fortemente esagerate dalla stampa occidentale. Sì, ci sono proteste, ma sono liberali. La vera ragione delle proteste è … il liberalismo del governo. È un paradosso Putin a volte è troppo liberale e fa molti errori. Il suo governo non è eurasianista. Come tutti i liberali, è anti-popolo e la sua motivazione principale non è il suo benessere. Allo stesso tempo, i liberali manipolano queste proteste. Ma non penso che ciò rappresenti un vero pericolo.

D. Non vedremo una rivoluzione in Russia nei prossimi anni?

R. No, certo che no. Questo è fuori da ogni possibilità.

D. Pensi che Putin stia ottenendo la finlandizzazione (la Finlandia era neutrale durante la guerra fredda) dell’Europa contro gli Stati Uniti?

R. Putin ha sempre desiderato avere l’Europa come polo indipendente degli Stati Uniti e della Russia. Putin, in un certo senso, è europeo. La sua posizione è la mia posizione: io sono europeo, adoro i valori della cultura, dell’arte, della filosofia europea … ma voglio l’Europa tradizionale. Europa eterna Putin è radicalmente contrario all’Atlanticismo degli Stati Uniti. Non vogliamo distruggere l’Europa, vogliamo ricostruirla.

D. L’approccio della Russia all’Europa è un successo di Macron o Putin?

L’invito di Macron e Trump alla Russia di tornare al G7 è il simbolo della vittoria di Putin. L’Occidente finalmente accetta una Russia sovrana. Che il resto dei leader del G7 respinga il ritorno della Russia significa che l’Occidente è diviso. E tutto questo è il grande successo di Putin. Mostra che l’egemonia occidentale, come Macron ha riconosciuto, è finita.

D. Hai scritto un libro sulle cospirazioni che non è tradotto in spagnolo. Di cosa si trattava?

R. Quel libro non ha studiato l’esistenza di cospirazioni reali o immaginarie, ma la coscienza delle persone che credono nelle cospirazioni. In un mondo sempre più complesso, emergono teorie semplicistiche che aiutano a capirlo. È comune vedere che l’estrema sinistra o l’estrema destra guidano le teorie della cospirazione, ma inizia anche ad essere molto comune tra i liberali. Vedono ovunque le evocazioni di Putin, le trame e la mano nera del Cremlino nelle elezioni negli Stati Uniti, i giubbotti gialli in Francia, gli eventi in Catalogna… tutto è una grande cospirazione nell’universo liberale. È una semplificazione ideologica motivata dai processi più complessi che la coscienza abituale non può o… non vuole! interpretare bene.

D. Parlando di cospirazioni, dirigi molti dei tuoi attacchi contro un uomo: George Soros, il leader del “globalismo”. Se avessi Soros di fronte a te, cosa vorresti chiedere?

R. Conosco Soros personalmente…

D. Davvero?

R. All’inizio degli anni ’90, Soros venne a Mosca per presentare il libro di Karl Popper “La società aperta e i suoi nemici”. Ho partecipato alla conferenza. C’era rabbia perché ho detto alcune cose: la prima, che l’idea liberale dell’identità individuale dell’uomo è totalmente opposta all’antropologia russa. Il secondo, che tutte le sue idee sono false. Almeno per i russi. E infine, che le sue fondamenta sarebbero state bandite prima o poi. A Soros piaceva quest’ultimo… ed è divertente, perché alcuni anni fa la Russia ha vietato la Fondazione Soros e Putin ha recentemente promesso di arrestare Soros. Poi un giorno mi ha invitato nella sua università a Budapest per parlare.

D. E cosa ha detto Soros?

R. Che in Russia le rivoluzioni e le riforme iniziano con i liberali davanti e finiscono con persone come questa, signor Dugin.

D. Perché pensi che tutte le idee di Soros siano false?

R. Perché le civiltà che non la pensano come loro sono giudicate come… i nemici della società aperta! È un atteggiamento di razzismo ideologico. I nemici sono sempre vittime dell’apartheid. Ero un dissidente anticomunista perché odiavo il totalitarismo. Voglio che sia chiaro: sono nemico della società aperta, sono nemico del neoliberalismo, odio il neoliberalismo e combatto contro di esso. Questo sembra abbastanza per perseguitarmi. Sono sotto sanzioni americane.

D. Non puoi viaggiare negli Stati Uniti?

R. No, no. Sono sanzioni contro di me solo per le mie opinioni. Per le mie idee! Sono l’unico tra tutti i russi al mondo ad essere sanzionato per le mie idee. Sebbene sembri una contraddizione del liberalismo, è la sua vera natura.
D. Qualche giorno fa, diversi media (Buzzfeed, Bellingcat e The Insider) hanno pubblicato un’indagine in cui affermavano che eri collegato al presunto finanziamento illegale della Lega Matteo Salvini con denaro russo in petrolio. Che cosa hai da dire?

D. Sono accuse senza alcuna prova. Non ci sono fatti

A luglio, BuzzFeed ha pubblicato esclusivamente un audio registrato in un hotel a Mosca nel 2018 in cui un consulente Salvini, Gianluca Savoini, ha discusso con diversi russi un piano per deviare milioni di dollari dal petrolio russo alla Lega. Questa registrazione destabilizzò la coalizione tra Liga e M5S. È stato un terremoto per l’Italia. Nessuno sapeva chi fossero i russi della registrazione, fino a pochi giorni fa, attraverso un’indagine congiunta di diversi media, hanno scoperto l’identità di due di loro. E uno era Andrey Yuryevich Kharchenko, che Dugin ha insegnato alla sua tesi di dottorato. L’argomento? 137 pagine sulle qualità distruttive della globalizzazione, smartphone e selfie.

Aleksandr Dugin con Savoini e, probabilmente, Kharchenko, un giorno prima dell’audio che rivela il possibile finanziamento illegale della Lega Salvini con denaro russo.

Secondo l’indagine giornalistica, Kharchenko è un lavoratore del gruppo di estrema destra di Dugin, il Movimento eurasiatico, e viaggia con Dugin negli ultimi anni. Questi viaggi includono “una visita nel 2016 in Crimea per ospitare una delegazione turca con un consigliere del presidente Erdogan. Ha anche viaggiato lo stesso mese con Dugin ad Ankara, utilizzando un passaporto che viene generalmente dato a dipendenti statali o statali” .

Sebbene Dugin non abbia partecipato all’incontro in cui sono stati registrati quegli incriminanti audio, il giorno prima è stato fotografato a Mosca con Savoini e, con molta probabilità, con Kharchenko (l’uomo che è sulla schiena), uno degli uomini che il giorno successivo Negozerei come avrebbero trasferito i soldi russi.


D. E le foto? Li hai appena incontrati, vero? Come amici Kharchenko è l’uomo che è sulla schiena in questa fotografia?

R. Non mi interessa questo argomento. Ho amici nella Lega e conosco Salvini personalmente. Concordo sullo sviluppo delle relazioni tra la Lega Salvini e il Cremlino, ma non mi occupo in alcun modo degli aspetti economici. Ideologicamente, politicamente, culturalmente … Favorisco il sostegno della Lega e del governo con Five Stars, in quanto sono a favore del populismo europeo. Sono sotto pressione. Ho amici che sono politici europei, ma nessuno è un criminale o un dittatore. Non voglio vietare il liberalismo, non voglio vietare nulla, non voglio distruggere o annientare l’Europa.

D. Ma bandirebbe la Fondazione Soros.

R. Bandirebbe la Fondazione Soros per la sua azione totalitaria. È una setta criminale. Questa fondazione ha sostenuto finanziariamente azioni criminali e ha partecipato a rivolte sovversive in Russia. Non sono il solo a pensare che l’ideologia di Soros sia un totalitarismo ideologico. Dobbiamo combattere contro il liberalismo perché vuole imporre valori con la forza.

La compagnia di Gesù in prospettiva geopolitica

In tempi di storia globale, la vicenda umana e politica della Compagnia di Gesù ci ricorda come la chiesa romana abbia segnato la modernità occidentale. Ordine per eccellenza del cattolicesimo, i gesuiti rappresentano lo strumento più duttile di Roma per governare la transizione da un mondo considerato finito ad un mondo all’insegna delle scoperte geografiche, della neo-globalizzazione, facendo emergere la volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici, di attraversare le frontiere per riorientarle. “Ad maiorem dei gloriam” incarna fulgidamente la propensione militante che ancora oggi fa della Compagnia lo strumento più efficace per essere schierata in quelle aree dove maggiore è la richiesta di uomini duttili e fedeli capaci di adattarsi alle condizioni esterne e, progressivamente piegare ogni resistenza.

La storia della Compagnia di Gesù, alle sue origini è orientata non da presupposti teologici ma da una questione di politica e spazi. Ed in base a ciò che l’Ordine privilegiato della Chiesa cattolica fondato nel 1540 ha modellato sulle proprie forme l’intera modernità religiosa.

E’ lo stesso fondatore della Compagnia, Ignazio di Loyola a chiarire il punto nella sua autobiografia, poi servita da guida e testimonianza di pratica militare a tutti i gesuiti. L’episodio è noto: giovane e ardimentoso guerriero, ferito nell’assedio di Pamplona, si converte al cattolicesimo e, insieme ad alcuni sodali incontrati lungo il cammino di perfezionamento religioso, decide di applicarsi alla grandezza della causa cattolica, impegnadosi nella cura degli umili ed in opere di misericordia come forma di redenzione.

Il progetto tuttavia era un altro: il vero obiettivo era di recarsi a Gerusalemme e ritrovare nella città celeste occupata dagli ottomani la pienezza della propria fede. Sull’asse temporale, ci troviamo subito dopo la frattura provocata da Lutero nel 1517 che senz’altro ha contribuito ad influire sul pensiero di Ignazio di Loyola.

Il cammino di Ignazio e dei primi gesuiti fra Spagna, Francia, ed Italia è un percorso di alleanza fra le grandi potenze cristiane, con l’obiettivo di arrivare a Gerusalemme e liberarla; non è un caso che il racconto si soffermi poi sul loro soggiorno a Venezia, all’epoca anch’essa grande potenza grazie al controllo delle reti commerciali nel Mediterraneo.

Il sapere accumulato dallo Spagnolo è quello espresso dalle massime autorità della controriforma cattolica, in lotta fra loro per l’egemonia europea, ma abbastanza coese nella difesa della propria identità in un sistema già multipolare dal punto di vista religioso. La liberazione di Gerusalemme dalla presenza ottomana era il cuore pulsante di quel grande disegno universalista di restaurazione della cristianità che l’Europa cattolica sognava da sempre e che aveva trovato nelle crociate il motore di sviluppo.

Il nuovo “pensiero” gesuita sempre ben mascherato dal reale fine perseguito oggi è innestato su un principio di “crociate ideologiche” contro ogni corrente di pensiero isolazionista che andrebbe ad impattare negativamente su uno dei capisaldi della chiesa ovvero la mondialità, alias globalismo.

Tuttavia la politica aggressiva del grande impero ottomano di Solimano il Magnifico, aveva costretto le potenze cristiane ad un ridimensionamento del progetto, in attesa di tempi migliori. L’occupazione di Rodi nel 1522 da parte dei Turchi rappresentà un serio ostacolo alla libertà di navigazione per la terrasanta che colpì lo stesso Loyola dovendo rimandare l’approdo.

Giunto finalmente a Gerusalemme, espresse al Padre Giuliano la volontà di rimanere nella città per dedicarsi alla “cura delle anime”, incontrandone il fermo rifiuto per mancanza delle sufficienti garanzie per l’apostolato libero. Vigevano infatti rigide regole nella Città Santa, infrante le quali si andava incontro alla riduzione in schiavitù ed il conseguente pagamento di ingenti somme di denaro.

Nessuno può dire cosa sarebbe diventata la Comagnia di Gesù se Ignazio da Loyola avesse proseguito la propria missione in Terrasanta, né se i Gesuiti sarebbero evoluti in un corpo organizzato. Quel che è certo è che la Compagnia che nacque interiorizzò il metodo della frontiera e ne fece il valore su cui fondare il proprio discernimento; un esercizio di militanza missionaria che divenne il compito principale dei figli del fondatore dell’Ordine.

La volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici e di attraversare le frontiere per riorientarle “ad maiorem Dei gloriam” avrebbe costituito la causa principale degli attriti con gli altri ordini religiosi e con la Chiesa stessa.

Il primo a sperimentarlo fù lo stesso Ignazio di Loyola che, subito dopo il ritorno in Italia, attraversando senza curarsene la Lombardia allora divisa tra truppe Francesi e Spagnole, finì con l’essere accusato da entrambe le parti di intelligenza col nemico.

Non stupisce pertanto che sia proprio lui a testimoniare quanto l’equilibrio politico e le modalità di interazioni delle nazioni fossero ininfluenti di fronte all’unica vera missione affidata agli uomini della volontà divina e dalla sua proiezione sulle due bandiere, centro vitale degli esercizi spirituali con cui il fondatore della Compagnia di Gesù dava una regola al nuovo Ordine:

Il primo preambolo è la storia e qui sarà come Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera, e Lucifero al contrario sotto la sua. Il secondo preambolo: la composizione visiva del luogo; qui sarà il vedere un grande campo militare in tutta quella regione di Gerusalemme, dove il supremo capitano generale dei buoni è Cristo nostro Signore; altro campo nella regione di Babilonia, dove il condottiero dei nemici è Lucifero”

La traduzione sul piano dell’immanenza della simbologia teologica di Ignazio è il duello, vale a dire la modalità del combattimento nella sua natura più elementare cui von Clausewitz avrebbe poi ridotto la guerra. Lo speciale quarto voto di fedeltà assoluta al pontefice, in aggiunta a quelli di castità, povertà, e obbedienza è la peculiarità della Compagnia rispetto agli altri ordini, rappresenta questa mobilitazione permanente di obbedienza dei Gesuiti.

Al netto del connaturale orientamento devozionale, la missione si caratterizza, fin dal suo esordio, come vero e proprio strumento della politica gesuitica e vaticana nel mondo. Inutile dire che l’obiettivo di ogni missione fosse la conversione, il duello con la volontà del nemico e la sua sconfitta:

Il fine della Compagnia è non solo attendere con la grazia di Dio, alla salvezza e perfezione delle anime proprie, ma, con questa stessa grazia, procurare con tutte le forze di essere di aiuto alla salvezza e alla perfezione delle anime del prossimo

Il vincolo contratto nella Compagnia è superare se stessi proiettandosi attraverso il nome di Gesù in una prospettiva salvifica globale, e, dopo aver scelto, essere scelti dal Signore a diffondere la sua sacra dottrina fra persone d’ogni condizione e stato. E’ questo il vero segreto della potenza dei gesuiti, la convinzione di costruire un corpo scelto, partecipe delle scelte divine e suoi depositari che li spinge a vivere e sacrificarsi nella sua vigna nell’attesa della liberazione eterna.

La pratica missionaria tramite il potere pastorale così concepito è in grado di governare gli uomini garantendo loro la salvezza ultima e, al contempo operando quelle pratiche di divisione necessarie alla oggettivazione dei fedeli e al loro controllo, dall’altro assicurandosi il dominio nel campo pedagogico-educativo, nella produzione di sapere e nei meccanismi di controllo della sua riproducibilità, nel tentativo di arginare la generalizzazione.

Un ruolo importante fu anche il sostegno alla causa della Compagnia da parte delle autorità statali che avevano intuito la funzione ordinatrice e di compattamento sociale della parola gesuitica all’interno di una ricomposta struttura del cattolicesimo volto a controllare ogni forma di deviazione teologica e vigile rispetto ad ogni usurpazione di principi e sollevazione di popoli.

LA TERRITORIALIZZAZIONE DEVOZIONALE

L’anelito missionario fu uno straordinario vettore di propaganda dell’Ordine per favorire le vocazioni e piegare i nuovi soldati di Cristo alla strategia politica del Generale; dall’altra il coinvolgimento delle popolazioni da evangelizzare fu assicurato dalla capacità di adattamento messa in campo dai Gesuiti stessi. Quali compiti spettassero sono ormai noti: ci si avvia verso quella che è stata chiamata la “territorializzazione devozionale”, una forma raffinata di colonizzazione in cui la missione era la costruzione di uno spazio destinato ad una precisa e codificata interiorizzazione di ruoli e di regole, in cui il linguaggio, i gesti, l’oratoria e l’opera del missionario fornivano la cifra di una nuova socialità comunitaria fondata sul confessionale, come luogo di conoscenza prima e di controllo poi.

Analizzata con le catagorie del novecento, l’apostolato diviene un passaggio essenziale per la costruzione di una società particolarmente confessante che solo mediante le missioni può diffondersi sul territorio.

Nasce qui il paradosso per cui i missionari che svolgevano una missione supplettiva della politica, piegando ogni remoto ancolo del mondo ai valori europei, iniziavano ad assumere sempre più le fattezze di santi che affontavano la popolazione indomita et micidiale. Confraternite, congregazioni ed uso devoto dei santi permettevano ai gesuiti di consolidare un processo di acculturazione di sicura utilità per le popolazioni altrimenti abbandonate a se stesse. Al contempo veicolavano in maniera sussidiaria lealtà vero l’autorità dello Stato che progressivamente si era affermato.

Di fatto l’allargamento dei confini della cristianità coincide con l’espansione delle missioni gesuitiche; Germania, India, Cina, Giappone, America meridionale, Medio Oriente, Africa, dove i gesuiti giunsero dopo la metà del 500.

La Compagnia vide una battuta d’arresto con Clemente XIV che nel 1773 ne decdretò il depotenziamento, per riprendersi successivamente nel 1814 avviando una sorta di restaurazione. La connaturale funzione di stabilizzazione politica parallela all’operato dei gesuiti venne messa in rilievo anche da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere.

Altri momenti storici di depotenziamento della Compagnia di Gesù dovuta a contesti internazionali non in linea con la spinta globalizzatrice cardine del pensiero gesuita si sono avuti sotto il pontificato di Paolo VI e successivamente Giovanni Paolo II (per ovvie ragioni geopolitiche – lotta al comunismo).

LA CONTEMPORANEITA’ DI FRANCESCO

Nel messaggio per la giornata missionaria del 2013 dopo aver ribadito la centralità del Concilio Vaticano II e la funzione sociale della testimonianza missionaria della propria fede, Bergoglio ha esaltato la preoccupazione geopolitica della chiesa e ricordato che lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di ogni comunità ecclesiale. La sfida di Francesco sembra essere gesuiticamente all’altezza dei tempi.

La globalizzazione ha annullato le frontiere e reso complessa la mappatura religiosa del pianeta; al missionario quindi è richiesta la capacità di discernimento politico nella tradizionale divisione geografica. Se prioritaria rimane la richiesta di coversione dei popoli ancora senza Dio, la nuova evangelizzazione si rivolge non più solo all’esterno dei bastioni del cattolicesimo ma anche al suo interno, alla ricerca di quanti nello spazio delle comunità cristiane predicano altre fedi o la completa estraneità ad esse. Naturalmente per evitare conflittualità religiose all’interno delle moderne società complesse Francesco ha specificato che le missioni non devono fare proseliti ma testimoniare la gioia dell’appartenenza alla comunità di Cristo.

Un messaggio molto diverso da quello lanciato da Giovanni Paolo II nel 1990 con l’enciclica Redemptoris missio. Dunque con Francesco non si esaurisce la funzione di imporre la chiesa nel mondo ma si rende il messaggio suadente con la testimonianza della gioia di chi la pratica, calibrando la geopolitica vaticana su una forma originale dell’agire comunicativo.

Il concetto viene rimarcato nel 2015 La missione non è proselitismo o mera strategia, la missione fa parte della grammatica della fede, è qualcosa di imprescindibile per chi si pone in ascolto della voce dello Spirito che sussurra vieni e vai. Chi segue Cristo non può che diventare missionario.

Il 15 maggio 2016 per la prima volta Bergoglio pronuncia delle parole diverse riguardo il compito dei missionari: non forza per attuare un progetto ma cura per renderlo praticabile. Essi di prendono cura di coloro che si muovono alla periferia della fede propagando il nome di Dio in maniera gratuita senza attendere risposte. Si tratta di un’apertura grandiosa che si richiama alla presenza femminile nell’attività missionaria, del tutto inedita nello scenario cattolico.

Sono queste le nuove coordinate della geopolitica gesuitica e vaticana e al futuro spetterà dire se più o meno efficaci. Recentemente al termine di una visita nella provincia gesuitica del Vietnam, il generale della Compagnia Adolfo Nicolas ha detto che l’incarnazione vietnamita dell’Evangelo e della spiritualità ignaziana sono il fulcro del nuovo spirito missionario della Compagnia. L’incarnazione vietnamita serve a dire che l’unicità del messaggio si declinava nelle coordinate geopolitiche delle singole comunità ecclesiali nazionali. In qualche misura, ancora oggi esiste una Compagnia che insegue il mond e vuole dominarlo ad maiorem Dei gloriam.