Gli ingannevoli progressi globali

Anno bisesto, anno funesto…

… e triste quello che gli viene appresso

Se l’anno è bisestile, riempi il sacco al barile

Anno bisesto tutte le donne senza sesto

Anno che bisesta non si sposa e non s’innesta

Il 29 febbraio rimette le lancette al loro posto

Anno bisesto tutte le cose van di traverso

Anno bisestile, chi piange e chi stride

Anno biesto che passi presto

In realtà non c’è alcuna spiegazione scientifica che avvalori queste credenze, ma il semplice fatto che durante alcuni anni bisestili si siano verificate alcune catastrofi ed epidemie.

Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Tuttavia corre l’obbligo di segnalare che tantissime altre sciagure si sono verificate in anni che non erano invece bisestili, anche perchè secondo la cultura anglosassone l’anno bisestile porta invece bene.

Le ragioni di tale detto sono da ricercarsi in tempi molto remoti. I primi a pensare che l’anno bisestile fosse un anno funesto, furono gli antichi romani che diffusero questa credenza in tutte le zone dell’Impero.

Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all’ astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l’ imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico.

La contemporaneità bisestile del 2020, ci consegna un mondo molto popolato, intenso, veloce, e contrariamente a quanto accadeva in passato, molto più dominato dagli esseri umani.

La modernità di per sé, come l’etimologia della parola insegna, include un cambiamento e sin’ora  è stato sinonimo di progresso anche se paradossalmente nel mondo riscontriamo che le disuguaglianze e le povertà non sono sparite affatto, facendo emergere il conflitto della vita vissuta in piccola scala con decisioni di ampia scala, chiamate appunto “globali”.

Tuttavia le scelte operati all’ombra dell’insegna globale hanno ingannevolmente rappresentato un progresso per gli agglomerati urbani ed i macro territori ma al contempo aumentando il divario tra centro e periferie del mondo, sia nel senso “micro” che “macro”. Testimoni di un apparente progresso molto discutibile sotto il profilo della sostenibilità ambientale sono ad esempio i settori dell’energia, mobilità, rifiuti, circolarità delle informazioni che hanno intrapreso direzioni inattese e molto “poco controllabili”.

Non sempre però le invenzioni spacciate per “progresso” producono effetti concreti in tale direzione, anzi, in certi casi possono addirittura portare ad un vero e proprio “regresso” ovvero un danno non sempre riparabile.

Per ricorrere ad un aneddoto storico, il famoso spray insetticida DDT, santificato nel mondo per aver contribuito a debellare la malaria uccidendo gli insetti ebbe due effetti inaspettati ed incontrollabili: il primo, la nascita del primo movimento ambientalista nel 1962, a seguito della pubblicazione del libro Primavera silenziosa, che denunciava proprio il DDT come causa ostativa alla riproduzione degli uccelli ed il secondo, lo sviluppo del cancro sul corpo umano a seguito del contatto con lo Spray.

Quindi ciò che veniva inzialmente venduto come l’invenzione che doveva proteggere le persone dalla malaria, proteggere le coltivazioni e migliorare la resa agricola, in realtà uccise gli insetti, affamò gli uccelli e gli altri esseri animali della stessa catena alimentare mostrandosi letale anche per la salute degli esseri umani tanto da costringere le autorità internazionali a sancirne il bando dai mercati.

Ancora oggi nei paesi dell’Africa affetti dalla malaria il dibattito è acceso: morire di malaria oppure di cancro? Dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano a fronte della riduzione dell’elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria tanto che nel 2006, l’OMS si è spinta a dichiarare che se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe essere combinato alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria, trascurando del tutto il fatto della prossimità degli insetti con gli esseri umani, dettagli.

Una modella pubblicizza la sicurezza del DDT, 1948.

L’esempio del DDT ci mostra che pur nelle contraddizzioni di fondo di una realtà globale, oggi le persone costruiscono, innovano ed imbastiscono relazioni in modo da diventare tutti elementi di una catena globale, fino a ieri felicemente connessi tramite un’economia sempre più integrata.

Il termine “globale” acquisisce popolarità con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dei primi telefoni cellulari e poi della rete internet.

Il mondo che sino ad allora veniva influenzato da persone e popolazioni, cominciò a creare una sorta di comunità globale che non si era mai registrata prima nella storia dell’umanità. L’ironia della sorte vuole che il risultato di tale processo, oggi, veda i personaggi e le cariche che dovrebbero scrivere la storia, rincorrere la popolarità proprio su quella rete social virtuale, trasformandosi così da timone di una società ad una mero inseguitore di principi espressi da agglomerati sociali virtuali, addestrati volutamente dal sistema scolastico in modo da non essere in grado di distinguere concretamente il concetto di interesse personale da quello di interesse nazionale.

La globalizzazione ha consentito la trasformazione del capitalismo in egemone facendo sì che nessun gruppo umano oggi possa vivere in modo indipendente dall’economia monetizzata modificando così le modalità ed i termini delle relazioni stesse.

I regimi di possesso o conduzione dei terreni agricoli sono stati sostituiti dalla proprietà privata e l’agricoltura di sussitenza che sosteneva numerosi ceti sociali sono stati soppiantati dal lavoro salariato, così come la televisione ha soppiantato le relazioni umane costituite un tempo dalla narrativa orale. La conseguenza delle politiche adottate dagli stati nazionali è stata proprio la fuga di quei ceti sono stati costretti a migrare nelle aree urbane alla ricerca di un impiego.

Siamo così giunti ad un regime ideologico attualmente egemone che incoraggia la mercificazione e la deregolarizzazione dei mercati che si muove sempre sotto la spinta del profitto ovviamente di gruppi che hanno assunto le caratteristiche di potenti organizzazioni parallelle di dimensioni pari a quelle degli stessi stati nazione.

Le questioni politiche inseguono le questioni economiche guardandosi bene dall’includere valori fondamentali come la giustizia sociale oppure il benessere duraturo dell’umanità.

Tale trasformazione ha comportato l’aumento dei consumi di energia, l’espansione urbana ed un’enorme crescita demografica causa primaria delle ondate migratorie, dell’incremento abnorme di produzione di rifiuti con ripercussioni dirette sull’ambiente. Tali esempi sono solo alcuni dei numerosi processi fuori controllo.

Queste contraddizioni invisibili agli occhi in un sistema che si regge in un sensibile equilibrio artificiale sono emerse ed esplose per la prima volta nella storia dell’umanità con l’avvento della pandemia. Abbiamo infatti assistito al blocco dei milioni di transiti giornalieri, aerei e terrestri, il blocco dei consumi e del consumismo trascinato dalla corda della paura alimentata dal virus, agli acquisti ritenuti essenziali, e così via… verso il blocco delle consuetudini globaliste stratificatesi negli anni a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non stupiamoci, non è la prima volta che questo accade.

Nella storia del genere umano le malattie infettive che talvolta si sono mostrate sotto forma di pandemia hanno avuto delle caratteristiche comuni, come la velocità di trasmissione e l’immunizzazione goduta da chi già era stato infettato dal virus. Nel caso del Covid19 così però non sembra essere.

Nel nostro percorso di storia abbiamo già vissuto pandemie epocali:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

Morbo di Antonino, 165-180. Un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone, pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale.

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150000 persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Peru nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza.

Un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana fu il tifo, chiamato anche “febbre da accampamento” o “febbre navale” perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3000 uomini in battaglia e 20000 per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18000 uomini in Italia; altre 30000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo; più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

L’ “influenza spagnola”, 1918-1919. Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia; Boston, nel Massachusetts; e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone in 6 mesi Sparì dopo 18 mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione.

L’epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu certamente favorita dalle condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee. La caratteristica più sorprendente della pandemia fu il suo tasso di mortalità insolitamente alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra.

L’influenza spagnola fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna.

Per evitare la personalizzazione delle pandemie l’OMS ha deciso di adottare delle sigle, proprio sull’esperienza della febbre spagnola. Infatti l’accostamento tra il luogo di scoperta della malattia ed il luogo georgrafico potrebbe rappresentare un deterrente per la comunicazione della scoperta. Insomma nessuno stato vorrebbe mai appendersi al petto la medaglia di un virus concedengoli il proprio nome e farsi additare come untore del mondo.

Il giorno 11 febbraio 2020 l’OMS ha dichiarato il nome ufficiale del nuovo coronavirus (Covid-19, che sta per Corona Virus Disease 2019). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha affermato che «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti».

Nel 2015 l’OMS ha stabilito delle precise linee guida da seguire nella scelta di un nome per una nuova malattia ritendendo fondamentale evitare riferimenti a luoghi, animali, individui o gruppi di persone, optando per un nome facilmente pronunciabile e che abbia una relazione con la malattia.

«Inserire un riferimento a Wuhan nel nome ufficiale avrebbe significato dare una connotazione negativa ai cittadini di Wuhan, che non sono altro che vittime dell’epidemia», ha spiegato alla rivista Time Wendy Parmet, professoressa di legge alla Northeastern University (USA) ed esperta di salute pubblica. In passato molte malattie racchiudevano nel nome riferimenti a persone, luoghi o animali: pensiamo alla sifilide, che nel XVI secolo in Italia veniva chiamata “mal francese”, e in Francia “mal di Napoli”; oppure la stessa Febbre Spagnola.

Nella lista di esempi da non seguire, evidentemente dopo lamentele o segnalazioni degli stati che vi hanno aderito, l’OMS ha inserito anche la MERS (Middle East Respiratory Sindrome, sindrome respiratoria mediorientale, nome con chiari riferimenti geografici), l’influenza suina (poi rinominata dalla stessa OMS “A/H1N1”, visto il crollo di vendite subìto dal mercato delle carni suine) o il morbo di Chagas, che prende il nome dal suo scopritore.

È importante ricordare che il nome assegnato dall’OMS, Covid-19, si riferisce alla malattia, non al virus. Quest’ultimo è stato invece definito SARS-CoV-2 (sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dalla Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus (in inglese International Committee on Taxonomy of Viruses, ICTV), responsabile della classificazione ufficiale dei virus di tutto il mondo.

L’ “influenza asiatica“, 1957-1958. Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70000 morti. Il ceppo era lo H2N2.

L’ “influenza di Hong Kong“, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34000 vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La SARS, 2003. Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni.

L'”influenza A H1N1″, 2009. Attuale Pandemia del Virus H1N1 denominata originariamente Influenza Suina perché trasmessa da questo animale all’uomo.

Se avessimo imparato dalla storia, oggi non ci saremmo fatti cogliere impreparati, e visto che questa epidemia come abbiamo visto non è stata la prima e non sarà l’ultima, sarebbe bene adattare i nostri modelli sociali ad una capacità di resilienza in grado di contrastare le epidemie in maniera efficiente, senza tuttavia dover mettere in discussione le conquiste fino ad oggi raggiunte dai regimi democratici, semplicemente applicando dei criteri di efficienza sociale alle infrastrutture di stato già esistenti, valorizzando il rapporto essenziale pubblico – privato e quello delle istituzioni con il cittadino, consapevoli che le pandemie portano sempre e comunque a dei cambiamenti epocali all’interno dei quali vengono a crearsi degli spazi abilmente occupati sia dai concorrenti che dagli antagonisti del Paese colpito.

Telesio

La chiesa è una vittima del globalismo?

Usciamo per un attimo dalle mappe concettuali fornite dal sistema del pensiero unico che randella il dissenziente e l’ideologicamente diverso, fregiandosi al contempo del titolo di autorità democratica:

quando abbiamo abbracciato la causa unionista europea firmando i trattati era davvero così scontato che la novella Unione Europea lasciasse alla porta il cristianesimo, rinnegando le proprie radici storiche?

E’ un caso che il popolo anglosassone sia stato il primo nella storia a versare l’Obolo al Papa cd. <<Denarius Sancti Petri>> prima ancora che nel 1871 Pio IX lo istituisse con l’enciclica Saepe Venerabiles, ed il primo a tentare di fatto ad uscire dalla UE?

Come mai non è stata sollevata nessuna battaglia ideologica oppure non è stata adottata nessuna levata di scudi dalla classe democristiana europea? Dov’erano i cd. uomini cerniera Stato Chiesa? E perché la chiesa in quel momento era così distratta da riuscire a restarne fuori?

L’unione europea va oltre il semplice progetto politico, è lo strumento tramite il quale le elite aristocratiche che detengono il potere finanziario hanno ripreso pienamente il controllo del denaro del popolo, al netto degli errori del passato, utilizzando scudi ideologici e leve psicologiche, coinvolgendo la società, i mass media, la giustizia, l’economica, la valuta, l’etica, con un sistema di norme al quale viene riconosciuta la posizione di sovranazionale, di valore superiore alla carta costituzionale, insomma in un solo colpo tutti gli aspetti della vita dei 513 milioni di cittadini europei. E che colpo!

Appare evidente che la chiesa sia stata inconsapevolmente utilizzata nella battaglia per la nascita del globalismo contro il mondo bipolare e subito dopo scaricata dalle potenze mondiali non appena è stato smantellato il muro di Berlino, il cui abbattimento, vede oggi scendere in piazza festosi e chiassosi i seguaci del globalismo democratico per l’anniversario della caduta salvo poi ritornare nella stessa piazza a manifestare per la chiusura della Whirpool o dell’Ilva dovuta proprio alla sleale concorrenza (dumping) consentito dal globalismo attuato mediante la caduta dello stesso muro.

Restano però silenti di fronte alla crescente complessità di un mondo totalmente fuori dai vecchi schemi, limitandosi a replicare e rimarcare l’equivalenza storica che il globalismo rappresenti la democrazia ed il sovranismo la dittatura tralasciando il notevole fatto che non tutti i globalisti erano e sono dei democratici (Cina compresa) anzi, la propaganda globalista è spinta oggi proprio dai regimi dittatoriali che trascinano il dibattito pubblico verso argomentazioni sterili ed improduttive. Ovviamente non parliamo di soggetti che amano l’Italia.

Notiamo quindi che al fine di rivendicare una legittimazione ad esistere ab origine entro un sistema costituzionale ed evitare imbarazzanti esami di coscienza con il passato, il globalismo democratico utilizza tutta la potenza di fuoco dei media di proprietà dei consociati per tenere ferma nelle menti dei seguaci l’equivalenza sopra rappresentata, senza la quale evaporerebbero istantaneamente in una società liquida come quella attuale.

Il risultato è che portatori sani della propaganda globalista tendono a rifiutare qualsiasi critica, idea diversa, oppure tesi che ne possa mettere in discussione l’esistenza stessa per paura che ne vengano meno le cause che ne legittimano l’esistenza.

La chiesa è uscita ormai dalla vita delle famiglie europee, cedendo il passo ai valori del globalismo ecologico-democratico, dove l’uomo non necessità più di valori spirituali ma soltanto di uno smartphone per veicolare il messaggio delle multinazionali che lo manipolano per il massimo profitto.

E’ da notare come il globalismo nato da interessi industriali americani abbia poi contaminato la finanza ritornando più forte di prima con l’industria informatica nell’era del digitale, fungendo da trampolino per i cinesi che si sono affermati all’avanguardia in questo settore e per un altro player anomalo, la propaganda islamica.

Cos’hanno in comune queste due realtà e perché sono così avvantaggiate dal globalismo?

La risposta è molto semplice: il globalismo premia i sistemi a “catena corta” ovvero i regimi non democratici dove le decisioni vengono assunte ed attuate in tempi ristrettissimi, non dovendo essere sottoposti a lunghi ed estenuanti passaggi parlamentari. E’ chiaro quindi che in una società liquida ad altro coefficiente di volatilità come quella contemporanea i regimi democratici sono destinati a sopperire proprio come i dinosauri perché troppo lenti e troppo grandi per vincere le sfide dei velocissimi ed aggressivi competitor che vogliono puntano al massimo profitto dallo sfruttamento dei Paesi antagonisti.

Ecco perché il Regno Unito si è tirato fuori dalla competizione, puntando al benessere mediante la conversione del commonwealth da colonia industriale a colonia finanziaria, attraendo nella City i capitali mondiali garantendo anonimato sicurezza e zero tasse. E’ da notare una strana coincidenza, ovvero che i maggiori flussi verso la City proviene dalle nazioni che hanno adottato sistemi repressivi fiscali e limiti all’utilizzo del contante come l’Italia oppure da Paesi nei quali l’ordine democratico viene ritenuto messo a rischio da pericoli sociali o politici come ad esempio Hong Kong o Città del Vaticano dove Bergoglio sta perseguitando i possessori dei conti correnti facendoli fuggire verso lidi migliori e facendo arrivare quasi al fallimento la città santa.

La crisi della democrazia in chiave industriale era già stata ampiamente prevista nel 1973 dal “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale” Prefazione di Giovanni Agnelli Introduzione di Zbigniew Brzezinski (link).

Ritornando al ruolo della chiesa che è stata completamente estromessa dal progetto europeo, è impressionante l’analisi del dato che nei Paesi africani dove è presente la chiesa il livello di conflitti ed atrocità e drasticamente minore e la qualità della vita degli abitanti è nettamente superiore.

Però siccome il progetto unitario europeo ha tenuto alla porta la chiesa, questo significa che non si impegnerà mai ad impiegarla come alleata in un progetto di risanamento del continente africano, a danno proprio dei più bisognosi. Altro danno collaterale del globalismo ecologico-democratico.

I trattati europei hanno seppellito l’illuminismo proprio come la chiesa perché ritenuti di intralcio all’impostazione del nuovo mondo ecologicamente globalizzato, per la serie: ignoranti ma ideologizzati sull’ecologismo che è sempre meglio del socialismo.

Ammettere la sopraggiunta radicale ambiguità del progresso vuol dire accettare il fatto che ormai in occidente l’illuminismo è finito e siamo in fase di decadenza. E’ finito non solo quanto promessa di emancipazione dell’uomo o in quanto possibile orizzonte dell’intera umanità ma è finito altresì l’illuminismo come effettivo fronte di battaglia dentro di noi e dentro le nostre società tra ragione e superstizione, tra libertà ed asservimento.

L’illuminismo ha riportato grandi vittorie proprio sul suo avversario più aspro: sul cattolicesimo obbligato da tempo ad accettare la libertà di coscienza, i diritti dell’uomo, la piena laicità delle istituzioni secolari. Cattolicesimo che forse proprio per questo si mostra consapevole – come indicano le richieste di perdono da parte del papa – della necessità di aprire se stesso ai tanti ripensamenti che i tempi chiedono, condizione indispensabile, questa per riuscire ad ascoltare anche la voce di nuove profezie.

Come risponde a tutto ciò la cultura laico globalista italiana? Semplice, con la paura di rompere il suo piccolo tabù illuministico-antireligioso e assumendo le vesti di un distratto svagato osservatore di fronte alle pure clamorose falsificazioni storiche dei signori della Convenzione Europea. La cultura globalista risponde mostrandosi apparentemente indifferente di fronte ai grandi problemi del nostro passato e della nostra identità di ciò che siamo e che è augurabile vogliamo continuare ad essere. Dando quasi a credere che di passato alla fine gliene interessa davvero soltanto uno: il suo e basta.

Un esempio? Bergoglio si sta esibendo per consacrare sacerdoti anche se sposati ma con comprovata fede cattolica e grande disponibilità verso la Chiesa e il prossimo, ma solo in Amazzonia. Il Papa quindi immagina che lì solamente esistano uomini con le caratteristiche da lui indicate, forse immaginando che in tutte le altre parti del mondo non ci siano uomini sposati altrettanto degni del sacerdozio.