Il virus ha cambiato per sempre il destino dei Paesi dell’Euro-Mediterraneo.

Brutte notizie.

Per i Paesi del Sud Europa il coronavirus accentuerà ulteriormente le disparità economico-sociali tra il nord ed il sud dell’UE.

Secondo le stime della Commissione europea, le economie di Italia, Spagna e Grecia si ridurranno del 9%. In confronto, la media dell’UE è del 7,4%. La Francia si ridurrà dell’8,2%, mentre la maggior parte dei paesi nordici/tedeschi si ridurrà meno del 6,5% (cioè Germania, Svezia, Danimarca, Austria, Finlandia).

La disoccupazione dell’UE dovrebbe salire dal 6,7% al 9% quest’anno. La disoccupazione salirà al 9,7% in Portogallo, al 10,1% in Francia, all’11,8% in Italia, al 18,9% in Spagna e al 19,9% in Grecia. La Germania avrà il 4%.

I deficit passano attraverso il tetto, dallo 0,6% del PIL nel 2019 all’8,3% di quest’anno. Il debito salirà a oltre il 102% del PIL, con enormi disparità: oltre il 115% per la Spagna e la Francia, e quasi il 160% per l’Italia e il 200% per la Grecia. Per contro, il debito tedesco salirà al 75% del PIL e alla Gran Bretagna al 102%.

In termini di posti di lavoro e riduzione del debito, tutti i guadagni duramente risparmiati negli ultimi cinque anni andranno in fumo.

PIL nominale pro capite (in euro) in alcuni paesi europei (fonte: Eurostat). L’Italia e la Grecia non hanno mai recuperato il tenore di vita dei primi anni 2000. Nota Francia e Germania sono disallineati dal 2010.

Disoccupazione (%) in alcuni paesi europei (fonte: Eurostat). I paesi dell’Europa meridionale non si sono mai ripresi dalla crisi dell’eurozona del 2010. Si noti che la performance della Francia è stata notevolmente peggiore di quella della Germania e della Gran Bretagna da allora.

Macroeconomico, la Francia è ora effettivamente parte dell’Europa meridionale.

Dal 1965 al 2000, la Francia è stata, insolitamente, significativamente più ricca della Gran Bretagna. Negli anni ’90, la Francia era ricca quasi quanto la Germania, la cui economia zoppicava a causa dall’annessione dell’ex Germania orientale comunista. Oggi, non avendo una propria moneta (a differenza della Gran Bretagna) e avendo un enorme mercato del lavoro sociale e sovraregolamentato (rispetto alla Germania), è evidente, secondo i dati, che la Francia sia in ritardo.

Prima della recessione causata dal COVID, l’Europa meridionale era già sulla strada dell’aumento del debito. Ora le speranze di ripresa, sono completamente infrante.

Le disparità economiche tra l’Europa settentrionale e meridionale – che si manifestano almeno dalla fine del XIX secolo e in particolare dalla seconda guerra mondiale, si accentueranno profondamente.

Questo è parte del motivo per cui c’è da essere scettici su scenari di guerra razziale a breve o anche medio termine nell’Europa occidentale. Il fatto è che le parti più diverse e, più spesso, zelantemente diversificate del mondo occidentale – Germania, Paesi Bassi, paesi nordici, Gran Bretagna, Stati Uniti, e gli ex Domini bianchi, per lo più di origine nord-occidentale europea e germanica – continuano ad essere più dinamici dal punto di vista economico.

L’Europa settentrionale e le sue propaggini coloniali continuano ad essere più bravi a creare ricchezza economica.

Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, l’Unione europea poteva ancora sperare fiduciosamente che, nonostante le notevoli disuguaglianze, le sue nazioni sarebbero potute convergere gradualmente verso lo stesso tenore di vita e lo stesso livello di sviluppo.

Queste speranze sono state incoraggiate da ipotesi particolarmente incoraggianti come se la ricchezza crescesse sugli alberi e tutti sono uguali. Quando la moneta comune dell’euro è stata creata nel 1999-2002, la Banca centrale europea ha dichiarato che il debito pubblico dei paesi dell’Europa meridionale era altrettanto meritevole di credito quanto quello della Germania e che gli investimenti in tali paesi sono stati effettivamente sovvenzionati.

Le banche tedesche e, soprattutto, francesi hanno colto l’occasione per fare massicce acquisizioni nell’Europa meridionale, causando una paralisi del settore pubblico in Grecia, ed un’enorme bolla immobiliare in Spagna. La bolla è scoppiata intorno al 2010, come possiamo ben ricordare.

Tutto ciò ha grandi ramificazioni politiche. L’entità del disastro economico nell’Europa meridionale è presumibilmente il motivo per cui la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accettato un notevole raddoppio del bilancio dell’UE di 500 miliardi di euro nei prossimi tre anni, raccogliendo prestiti dell’UE per finanziare i trasferimenti ai Paesi colpiti dal coronavirus, in particolare nell’Europa meridionale.

Questo programma quasi federale improvvisato è senza precedenti, in termini di velocità e scala, nella storia dell’UE. Come osserva Jean Quatremer, dato che il nuovo bilancio sarebbe finanziato con prestiti relativamente “indolori”, i leader europei potrebbero avere forti incentivi a ricorrere nuovamente a tali piani al fine di trovare una via di fuga durante i negoziati interminabili del Vertice.

Significativamente, sembra che l’establishment tedesco – senza contare la Corte costituzionale tedesca – abbia sostanzialmente accettato l’adozione da parte della BCE di prestiti di massa in stile anglosasso per sostenere l’economia. Se continua a tempo indeterminato, ciò impedirà presumibilmente un panico finanziario in stile 2010-11 nell’Europa meridionale, ma ciò ha implicazioni redistributive ed inflazionistiche controverse nel medio termine.

Oggi, la fertilità dell’Europa settentrionale sembra essere un po’ più alta di quella dell’Europa meridionale e orientale, indice che i genitori godano di servizi di assistenza all’infanzia/benessere superiori e di redditi più sicuri nell’Europa settentrionale.

Se l’Europa meridionale non si riprende economicamente, possiamo aspettarci un continuo spopolamento, poiché i loro tassi di fertilità rimangono depressi e i loro giovani più intraprendenti, in particolare gli istruiti, si dirigono verso nord.

La dipendenza finanziaria e politica di queste nazioni dal nord crescerà. Le economie nordeuropee beneficeranno naturalmente dell’afflusso di immigrati dell’Europa meridionale, contrastando in parte gli effetti dell’immigrazione afro-islamica, contrariamente a quanti accadrà all’Italia ed alla Spagna dove l’immigrazione afro-islamica diventerà endemica.

Politicamente, si profila sua dal punto di vista sociale che economico, un terreno fertile per l’instabilità.

Il regime di Macron è già a malapena in grado di tenere a bada gli elementi più attivi della popolazione (neo-)francese – sia gilets-jaunes bianchi che manifestanti afro-islamici BLM.

L’Italia sembra sull’orlo dell’esplosione. Sia l’establishment politico che i cittadini in generale stanno diventando anti-UE. L’establishment populista di estrema sinistra “movimento cinque stelle” è crollato. I sovranisti lentamente guadagnano consensi.

Immaginate che l’establishment euroglobalista in questi paesi dovrà ora gestire queste pressioni con ulteriori anni di disoccupazione di massa e di serraggio. L’Italia ha forti prospettive di passare decisamente a un regime nazional-populista nei prossimi anni e di entrare a far parte delle file di Visegrad. (C’è da essere meno ottimisti per la Francia.)

A lungo termine, parlo di 30-40 anni, possiamo aspettarci che l’Europa settentrionale diventi così disfunzionale che le persone preferiscono vivere nell’Europa meridionale o orientale. Attualmente i non bianchi costituiscono circa il 20% della popolazione nord-occidentale dell’Europa. Quando questo sale al 40 o 50%, possiamo aspettarci che la situazione diventi instabile.

Si spera che, a quel punto, gli europei del sud e dell’est abbiano preso atto degli errori dei loro fratelli e inizino ad adottare le misure necessarie.

Si intende l’adozione di una politica migratoria sostenibile ed in base alle reali esigenze occupazionali del Paese.

Dunque quando arriveremo a questo punto, le nazioni europee saranno così emarginate rispetto ai Paesi più avanzati che finiranno per causa di forza maggiore i tempi delle prediche che non considerano il danno economico ed il rischi sociale, e la fine della politica delle “mezze misure” e del pressappochismo che contraddistinguono l’operato dei Paesi del Mediterraneo Europeo.

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Marco Polo Hub

BCE: storia di una sconosciuta

Il primo passo verso l’istituzione della BCE è stato mosso sotto la spinta causata dalla piena consapevolezza almeno un decennio prima dell’imminente crollo del muro di Berlino ad opera del trio Reagan, Bush, Gorbachev in tandem con Margaret Thatcher e Giovanni Paolo II. Si manifestò così l’esigenza conseguente di una visione strategica per il capitalismo USA che aveva vinto il braccio di ferro con l’Unione Sovietica, serviva una visione che andasse oltre le macerie della guerra fredda.

Alla notizia della fallita rielezione di Gorbachev che aveva ceduto il passo ad un inadeguato Boris Nikolaevic Eltsin, il Deep State Sovietico approfittando di un periodo di villeggiatura fuori Mosca del neoeletto, tentò un colpo di stato al fine di impedire la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il risultato ottenuto fu l’opposto di quello desiderato perché il popolo ormai stremato non diede seguito e si ebbe così il riposizionamento di Gorbachev come presidente dal 21 agosto 1991 alle ore 18.00 del 25 dicembre 1991, quando ormai la dissoluzione degli Stati dell’Unione era avvenuta anche a seguito del referendum di uscita dell’Ucraina del 12 dicembre, colpo di grazia.

Bisognava dare una prospettiva alla nuova locomotiva tedesca. Gli addetti ai lavori in Europa al fianco degli USA e del Vaticano con l’operazione Solidarnosc, ben conoscevano le disastrose condizioni economiche dell’Unione Sovietica che non si sarebbe mai risollevata ed avevano ben compreso l’imminenza della dissoluzione che si sarebbe concretizzata di lì a poco, quindi nel 1988 assunsero la decisione di realizzare l’Unione economica e monetaria: la libera circolazione di capitali, un’autorità monetaria comune e una politica monetaria unica per i paesi dell’area dell’euro. Gli USA evidentemente ritenevano più facile e meno dispendioso controllare un solo parlamento a Bruxelles piuttosto che stare col fiato sul collo a tutti gli Stati d’Europa.

Mai avrebbero potuto immaginare che in un angolo in penombra la Cina stava osservando defilata e man mano che prendeva forma il progetto europeo, ne programmava l’infiltrazione e la sottomissione ai suoi interessi.

Di fatto il Comunismo non è mai stato eradicato ed oggi è tornato forte più che mai, come non lo era mai stato prima nella storia con il cyber comunismo 5G.

Nel giugno 1988 il Consiglio europeo confermò l’obiettivo della progressiva realizzazione dell’Unione economica e monetaria (UEM) e assegnò a un comitato guidato da Jacques Delors, all’epoca Presidente della Commissione europea, il mandato di elaborare un programma concreto per il suo conseguimento.

Il Comitato era composto dai governatori delle banche centrali nazionali della Comunità europea, e dettero vita al “Rapporto Delors”, redatto a conclusione dei lavori che proponeva di articolare la realizzazione dell’Unione economica e monetaria in tre fasi distinte, volte alla realizzazione del cd. mercato unico, della moneta unica e della libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone.

Come al solito senza regole in grado di garantire i principi di solidarietà sociale e dumping fiscale come la storia avrà poi modo di mostrare. Migliaia infatti di aziende di grandi dimensioni hanno trasferito la sede legale dall’Italia all’Olanda oppure al Lussemburgo per i regimi favorevoli di tassazione dei dividendi, così come migliaia di attività industriali hanno trasferito gli impianti produttivi nell’est Europa per reggere all’evasione low cost cinese. L’assenza dei dazi poi ha completato la devastazione del mercato interno.

Oggi che mancano i soldi nelle tasche degli italiani, gli sguardi sono tutti rivolti a Bruxelles ed in particolare alla Banca Centrale Europea che detiene i poteri di gestione della politica monetaria europea, ed in molti si chiedono come mai le decisioni assunte da questo Istituto siano state nel corso della sua esistenza e del suo presente così lenti e nonché sfavorevoli ai Paesi del mediterraneo.

La BCE nasce dalla riluttanza degli stati membri nella gestione della politica monetaria nazionale. I politici dell’epoca sostenevano che liberandosi dalla gestione di tale incombenza e passandola nelle mani di un organismo sovranazionale avrebbero non di poco alleggerito le loro incombenze e le altrettante gravose responsabilità. Gli attacchi speculativi alla lira ed alle monete sovrane contribuirono “causalmente” non poco a convincere i governi a liberarsi di tale fardello.

Anche se l’idea di fondo sembrava giusta, i grandi filosofi politici che si facevano portavoce del capitalismo neo liberista, trascurarono del tutto le modalità con le quali avremmo lasciato una valuta di nostra proprietà per andare in affitto. Com’è stato possibile che sia sfuggito un dettaglio di tale importanza? Pressappochismo italiano oppure cattiva fede? Forse non lo sapremo mai, ciò che invece sappiamo bene è cosa sia lo Spread, i MES e come gli altri stati dell’Unione si dilettano a fare dumping fiscale ed ostacolare politiche economiche favorevoli ad una ripresa economica dell’area del mediterraneo.

Eurotower di Francoforte, sede e simbolo della BCE

Rivedendo un’intervista di Lucia Annunziata a Beniamino Andreatta rilasciata proprio in quei giorni nei quali decisero di ipotecare il Paese, oltre a percepire un certo disprezzo ed una sorta di “derisione” della valuta nazionale, possiamo oggi constatare che di tutte quelle previsioni di benessere e vantaggi non se ne è concretizzata nemmeno una. Acquistano allora anche un senso maggiore le pesanti critiche mosse da Bettino Craxi e Francesco Cossiga alla moneta unica, due nomi che ben avevano scolpito nella mente il significato di amor di patria e socialdemocrazia.

Perché la BCE non persegue fini di utilità sociale ma ragiona da banca privata pur non essendolo? Cerchiamo di capirlo partendo dalla sua storia e dai regolamenti di gestione.

Una prima risposta possiamo già trovarla nel regolamento SEBC (Sistema Europeo Banche Centrali) che ha istituito l’Ente.

Art.7 del protocollo SEBC “Conformemente all’articolo 108 del trattato, nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dal trattato e dal presente statuto, né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni e gli organi comunitari nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento deiloro compiti.” Questo articolo sancisce l’indipendenza decisionale della BCE.

Avete letto bene, coloro i quali si sono spogliati delle valute nazionali ed hanno investito nella quote della BCE non possono in alcun modo suggerire oppure orientare eventuali scelte di politica monetaria. Ricapitolando l’affare che abbiamo fatto: rinuncia a battere moneta, investimenti in quote della BCE senza possibilità di proferire parola. Una sorta di Trust quindi, ma se non decidono gli azionisti allora chi decide le politiche monetarie?

Ebbene, il consiglio direttivo…

Il Consiglio direttivo è composto dai 6 membri del Comitato esecutivo e dai 19 governatori delle banche centrali nazionali dei paesi partecipanti all’area dell’euro. Dove i 6 membri hanno diritto di voto permanente mentre gli altri… udite udite… votano a rotazione!

Qui la faccenda diventa interessante: “La rotazione contribuisce a preservare la capacità di azione del Consiglio direttivo” quindi preservare una capacità d’azione, significa preservare una linea di condotta sconfinando nello spigoloso mondo dell’etica! E ancora… “I governatori delle banche centrali nazionali sono suddivisi in diversi gruppi; a questo fine i paesi dell’area dell’euro sono ordinati in base alle dimensioni delle loro economie e dei loro settori finanziari.”

I governatori dei paesi che occupano dalla prima alla quinta posizione (attualmente Germania, Francia, Italia, Spagna e Paesi Bassi) dispongono collettivamente di 4 voti, mentre tutti gli altri (14 con l’adesione della Lituania il 1° gennaio 2015) condividono 11 voti. I governatori esercitano a turno i diritti di voto, con una rotazione mensile.” ai membri del Comitato esecutivo della BCE è riservato il diritto di voto in via permanente.

Se la matematica non è un’opinione i primi 5 Paesi hanno a disposizione ben 20 voti mentre i restanti condividono 11 voti. Questo significa che gli equilibri praticamente sono predeterminati, anche nel caso in cui, come sta accadendo per l’Italia uno dei Paesi che dispone di 4 voti volesse manifestare la sua contrarietà ad una politica sfavorevole.

Il curioso fenomeno della rotazione mensile

A differenza della FED per la quale la rotazione è prevista annualmente, per la BCE è stata furbamente prevista mensilmente. Questo significa che il fulcro del potere diviene così il calendario delle votazioni, per assurdo… basterebbe che una determinata votazione si trovasse nel mese della maggioranza proiettata in una determinata direzione piuttosto che un’altra per modificarne l’esito.

E’ pacifico che la stessa votazione può avere esiti diversi a seconda della composizione del Consiglio. Ecco perché la soluzione su base annuale appare molto più corretta. Non a caso è stata adottata per il dollaro che può definirsi una valuta vera in confronto all’euro. Scegliere infatti oggi di mantenere i propri risparmi in euro anziché in dollari, è un gesto di grande coraggio per il quale non è prevista tra l’altro nessuna ricompensa.

Qui potrete trovare il link ufficiale al sito della BCE che illustra i passaggi summenzionati.

E se un cittadino europeo a qualsiasi titolo volesse sapere i soldi delle proprie tasse come vengono gestiti dalla BCE? Vediamo cosa dice il regolamento:

Il pubblico accesso agli archivi della BCE è disciplinato da una decisione della BCE del 4 marzo 20046 che conferisce al pubblico il diritto di accedere ai documenti della BCE in linea con le risoluzioni del Consiglio europeo di Birmingham (1992) e di Copenaghen (1993), allo scopo di avvicinare la Comunità ai cittadini e di riconoscere il legittimo interesse di questi ultimi per l’organizzazione e il funzionamento delle istituzioni e degli organi finanziati con fondi pubblici.

Per “documento” si intende qualsiasi contenuto informativo, indipendentemente dal supporto su cui è presentato, che sia elaborato o detenuto dalla BCE e riguardi le sue politiche, attività o decisioni. Il pubblico ha quindi accesso anche ai documenti provenienti dall’IME e dal Comitato dei governatori, che sono custoditi negli archivi della BCE.

Per quanto riguarda la riservatezza dei verbali delle riunioni degli organi decisionali della BCE, l’accesso ai documenti non è autorizzato qualora la loro divulgazione non sia nel pubblico interesse. La riservatezza di tali verbali e di documenti collegati viene mantenuta per un periodo massimo di trent’anni. La motivazione alla base di ciò (cfr. sezione 4.2.2) prevale sull’interesse pubblico ad accedere alle informazioni, senza tuttavia recarvi pregiudizio, poiché la BCE comunica in modo dettagliato gli esiti delle riunioni dei suoi organi decisionali.

Le richieste di accesso ai documenti della BCE vanno indirizzate alla Direzione Generale Segretariato e servizi linguistici, preposta alla gestione degli archivi della BCE. In caso di rifiuto è possibile sottoporre la domanda al Comitato esecutivo. Se la BCE respinge definitivamente una richiesta, il soggetto interessato si può rivolgere all’Ombudsman (mediatore europeo) e alla Corte di giustizia, ai sensi degli articoli 195 e 230 del Trattato CE.

Quindi ricapitoliamo, una banca pubblica che però agisce come una banca privata, per rilasciare informazioni o documenti sul proprio operato stabilisce da sé (quindi privatamente) se la richiesta ricevuta persegua un interesse pubblico o privato. Ma l’interesse del privato essendo cittadino di uno stato membro e quindi di fatto avendo messo anch’egli denaro nella BCE come fa a non essere definito pubblico interesse? Mistero. Ci dicono comunque che se non ci sta bene possiamo fare ricorso alla CGE. Auguri.

Dunque ci chiediamo come tutto ciò sia potuto sfuggire all’attenzione dei miopi filosofi del pensiero unico europeo degli anni ’90? Quelle scelte oggi si ripercuotono sulla serenità, sullo sviluppo e sul benessere del Paese. L’eterno dilemma della politica italiana: superficialità e quindi incompetenza oppure dolo?

Andreatta, europeista convinto? Perché decise di farci abbracciare la causa della moneta unica praticamente bendati, mentre quando bisognava poi sostenere le industrie europee si trovava sempre dall’altra parte?

Fecero scalpore le dichiarazioni dell’allora ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, a favore dell’F-35 USA rispetto al caccia europeo. «L’ultimo caccia americano costa la metà dell’Eurofighter ed è migliore sotto il profilo tecnologico, perché può muoversi con un sistema di collegamenti via satellite, senza scoprirsi», disse Andreatta il 9 luglio 1998, all’assemblea dell’Aiad. Andreatta si schierò a favore del Jsf-F-35 davanti ai rappresentanti delle industrie nazionali della difesa, più favorevoli al caccia europeo prodotto dalle industrie di quattro nazioni (Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia) che, nelle previsioni, avrebbe dovuto assicurare più lavoro alle fabbriche italiane, rispetto a un aereo americano. Gli americani promettevano costi unitari medi per velivolo più bassi in base all’assunto di arrivare a vendere tra i 2.500 e i 3.000 aerei, non solo in casa loro ma in tutto il mondo. L’Efa in origine partiva da una stima di ordini domestici, dei quattro paesi costruttori, di 620 aerei.

Molti fenomeni strategici purtroppo sfuggono ai radar italiani perché programmati secondo il linguaggio sopraffine e manipolatorio di scuola britannica, è possibile però notare come abilmente siano stati adottati dagli stati centrali europei. In altri casi invece è palese un indottrinamento ideologico nonché la convergenza di interessi personali che a giudicare lo stato in cui è ridotto il Paese, mal si sono conciliati con quelli nazionali, sperando che l’Italia decidendo di restare nell’Euro a tutti i costi non faccia la fine della Grecia affetta dalla sindrome di Stoccolma. O meglio di Berlino.

Altro elemento storico ma di riflessione contemporanea bisogna farlo sui pesanti interventi del Vaticano nel fronte dei sostenitori del pensiero unico europeo e della propaganda globalista contro quei patrioti che come Craxi tentavano di preservare l’interesse nazionale.

Mentre erano impegnati a formare la classe dirigente europea sarà sfuggito dai calcoli dei gesuiti che mantenendo questa linea, come disse Paul Valery nel 1944 “l’Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico” e che il partito unico di Pechino sarà costretto a promulgare una legge straordinaria per regolarizzare le badanti europee nel giro di un ventennio. Un futuro ottimo per il Vaticano che avrà esteso il proprio raggio d’azione nella terra adottiva di Matteo Ricci, un tantinello meno buono per i popoli di quei Paesi che come l’Italia hanno visto lievitare vertiginosamente il numero dei poveri. E sappiamo che dove più c’è povertà più c’è fede. Equazione agghiacciante.

Accanto a saggi di rilievo di studiosi come Paolo Pombeni e Piero Craveri, troviamo un apparato documentario imponente che ci mostra come, per la Dc, Craxi fosse un rompicapo e un pericolo vero, mentre il mondo cattolico provava una sorta di attrazione-repulsione verso il progetto egemonico del leader socialista. Per i gesuiti, almeno da un certo punto, egli divenne il nemico da abbattere. Craxi appartiene al passato, ma il suo spettro continua a percorrere il nostro presente.

L’Unione Europea non è viva ma esiste.

Questa smania di unire tutto e tutti, governi, valute, popoli, (la sequenza non è casuale) sono fattori scatenanti di migrazioni economiche. L’immagine in evidenza dell’articolo è la bandiera dei confederati americani che “vagamente” oltre a ricordare quella europea ci ricorda pure la strategia utilizzata per mettere insieme al tempo i disuniti Stati di America.

Ma diciamocela tutta, chi è il folle così felice di abbandonare la propria casa ed i propri affetti alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza? La felicità infatti non è per chi subisce questi fenomeni bensì per chi li attua e ne trae beneficio incrociando l’utilità di un’esistenza dignitosa con un interesse politico. Bene se questo è l’effetto, la causa è data proprio dalle politiche economiche attuate – un tempo dai singoli stati – oggi regolamentate ed imposte dall’ Unione (che resta e resterà tale solo di nome fino a quando la Francia non cesserà di osservare gli Stati membri come colonie e la Germania non cesserà il proprio rigoroso egoismo economico).

Ma davvero sono convinti a Bruxelles che la semplice sopravvivenza può essere considerata alla stregua di un traguardo da raggiungere?

Dipende, specialmente se la tua esistenza viene data per scontata oppure inizia ad essere messa in dubbio. Tuttavia prima di continuare la nostra riflessione, occorre porsi la domanda della discordia, fondamentale sul rapporto intercorrente tra i trattati europei tipicamente sovranazionali e la nostra carta costituzionale tipicamente sovrana: l’euro è sostanzialmente compatibile con la nostra costituzione?

Eppure gli anni fino al 2010 sono stati un crescente successo per l’unione monetaria europea rispetto al decennio precedente. Da cosa è scaturita la battuta d’arresto? Forse la politica internazionale attuata dalla strana per non meglio dire “lucifera” coppia Obama/Clinton non ha sortito gli effetti desiderati? Partendo dal golpe tecnocratico operato sul governo italiano nel 2011 fino alle bombe sganciate sulla Libia, alla guerra in Siria, nello Yemen, al colpo di stato in Ucraina… e lo strascico di decine di migliaia di morti alle spalle.

Per chi non lo avesse ancora capito si è trattato di un passaggio epocale in Italia dove sono state letteralmente disintegrate delle forze rappresentative dell’espressione popolare di un tempo che vantavano un solido asse con la Libia anche grazie al rapporto privilegiato dei rispettivi leader politici che comprendeva anche la Russia, rispetto ai quali è sopravvissuta solo quest’ultima naturalmente perché non bombardabile e non commissariabile (la Russia è la prima potenza nucleare al mondo) tanto per comprendere a cosa servono le armi di distruzione di massa, ovvero a non farsi bombardare (chiedete a Kim Jong Un oppure ad Israele).

Non solo, l’ultimo governo Berlusconi “casualmente” è stato anche l’ultimo ad avere un sottosegretario di stato in asse con il Presidente del Consiglio per conto del quale gestiva l’Autorità Delegata, come fa notare giustamente Antonio Funiciello nel suo libro “il metodo Machiavelli”. Dopodiché le prassi istituzionale dettata dal Colle (per conto di chi?) è stata cambiata. Catricalà non era il braccio destro di Monti, Patroni Griffi non era il braccio destro di Enrico Letta, Graziano del Rio e Claudio De Vincenti non lo erano di Matteo Renzi. Maria Elena Boschi non lo era di Paolo Gentiloni.

Annotando le date è tuttavia probabile presumere che la miccia della depressione sia stata accesa proprio dalle complicazioni scaturite sul piano internazionale. E’ da constatare come l’Europa sia arrivata in un vicolo cieco: non può allargasi verso est, sono vietati infatti rapporti economici con la Russia che rappresenta 1/3 del globo per estensione territoriale e con la tecnologia cinese attualmente prima al mondo, con i Paesi più ricchi del medio oriente come il Qatar, quelli con potenziale di sviluppo maggiore come l’Iran, il Venezuela, Cuba, etc.

Insomma l’Unione oltre ad avere rilevantissimi problemi di politica interna dovuti alle scorrettezze istituzionali dove la Francia potrebbe tenere lectio magistralis, possiamo notare come il barcone europeo sia completamente ingessato nei rapporti di politica estera. In un contesto del genere, i Paesi dotati di maggiore libertà di movimento riusciranno a sovrastare l’Europa in pochissimo tempo (parliamo di Turchia, Serbia, dei Sauditi, Egitto… etc.).

La crisi del debito sovrano dell’eurozona ha causato un enorme cambiamento nella politica europea. I leader sono stati costretti non solo a farlo rattoppare in un clima di emergenza istituzionale diventando così impopolari, attuando riforme molto poco gradite nel nome dell’ austerità tedesca che oggi deve assumersi tutte le responsabilità delle politiche discriminatorie a riguardo.

L’incompletezza dell’unione monetaria è diventato un problema sul tavolo all’ordine del giorno.

Si è giunti infatti in sede istituzionale alla comprensione della necessità di condividere gli strumenti necessari per stabilizzare la crisi in atto, sia contro gli shock macroeconomici che verso le fughe di capitali. Anche se uno dei problemi principali dell’Unione resta oggi la migrazione “interna” dei capitali non essendo stato armonizzato il sistema fiscale dei Paesi membri.

Il 2019 avrebbe dovuto essere un anno di progresso, un passo in avanti verso la speranza, invece tutto è stato mosso in direzione della “sopravvivenza”. L’anno si è chiuso inoltre con una definitiva sentenza di penalità verso l’Unione, ovvero la certezza di un’imminente Brexit portata avanti da Boris Johnson che stranamente e comicamente tutti i sondaggi davano in perdita.

Un trattato aggiornato sul Meccanismo Europeo di Stabilità era pronto già dall’estate – precisamente giugno – concepito come un sistema di salvataggio sovra-fondo. Anche sull’unione bancaria i rispettivi ministri pensavano di riuscire a chiudere una roadmap da approvare nel corso dell’eurogruppo di dicembre chiusa poi con il solito nulla di fatto.

Una spinta maggiore in tal senso (e non a caso) è stata compiuta dai tedeschi, con il ministro delle finanze Olaf Scholz che si è battuto per l’accettazione dell’assicurazione sui depositi in chiave di messa in sicurezza dell’unione bancaria. Ci chiediamo perché tutta questa preoccupazione per i tedeschi verso i sistemi di salvataggio bancario? Non sarà mica a causa di tutta la polvere di derivati che hanno messo sotto i tappeti?

Comunque a dicembre, tutto è sembrato crollare. Il trattato MES non è stato finalizzato ed i tentativi di fissare una scadenza per il completamento unione bancaria nel nuovo Mandato quinquennale della Commissione europea sono stati accantonati. 

Una semplice visione del fenomeno sarebbe comprensibile se avessero tuttavia voluto ammettere che i governi europei non hanno mai accettato di rendere la loro unione adatta allo scopo. 

Ciò che balza all’occhio dei colloqui sull’eurozona nel 2019 non è tanto il fatto che non siano stati all’altezza delle aspettative, bensì quanto siano riusciti ad avvicinarsi ad un concreto balzo in avanti. E’ stato intavolato un serio discorso sul futuro dell’Unione e questo secondo gli addetti ai lavori sarebbe stato un vero e proprio punto di svolta per due importanti ragioni:  

Innanzitutto, chiarisce quanti compromessi siano effettivamente emersi attraverso anni di discussioni tra funzionari. Ad esempio, non esiste un fronte comune sul MES o sull’unione bancaria da parte della “nuova lega” dei paesi del nord. Il ragionamento compiuto con il quale è stata portata a termine la programmazione è stato molto chiaro: il nuovo MES dovrà essere un meccanismo più efficiente per concordare la ristrutturazione del debito con i creditori in una crisi accompagnando con un solido e completo sostegno il Fondo di risoluzione unico istituito per gestire le banche sistemiche fallite.

Nell’unione bancaria, ora è universalmente ammesso che l’accordo finale dovrà ricomprendere un accordo paneuropeo di assicurazione dei depositi, in cambio di un trattamento più severo dei crediti deteriorati delle banche e di una gestione più coerente delle banche insolventi. 

Una delle affermazioni più importanti tra quelle sostenute da Scholz è stata quella di dire ad alta voce all’interno del ministero delle finanze tedesco quale sia stata realmente l’intesa comune portata avanti all’interno dei negoziati in tutta la zona euro. 

Questo ha portato ad affermare il secondo punto: ovvero la necessità di giocare “a carte scoperte” ovvero affermando apertamente le cose al fine di procedere spediti verso un ulteriore progresso.

Un pieno successo l’unione bancaria può essere solo raggiunto se tutti i paesi procedono insieme comprendendo i vantaggi che questo sistema comporta. Si parla come al solito solo dei vantaggi, trascurando anche gli aspetti negativi che potrebbero scaturire da lacci e lacciuoli con i quali si vanno a legare gli stati sottoscrittori, perdendo completamente ogni forma di autonomia decisionale qualora uno di questi si ritroverebbe nelle condizioni di richiedere l’accesso al MES, spontaneamente oppure perché vittime di un attacco speculativo, mediante l’utilizzo di crisi sistemiche indotte, facilmente proponibili in un sistema finanziariamente interconnesso come quello europeo.

Non è forse questa una delle prioritarie logiche prerogative di matrice Hegeliane del meticcio governo unico mondiale? La creazione di un problema e la proposizione di una risoluzione, in cui la seconda sortisce degli effetti molto più devastanti rispetto alla prima andando a completare il quadro strategico delineato in partenza. 

Dunque se l’obiettivo finale è la cessione di sovranità totale degli stati membri della UE, appare evidente che la sottoscrizione dell’accordo rappresenti il passo finale per commissariare in maniera completa e radicale il Paese, ovviamente partendo dai più deboli che nel sistema della UE sono gli stati fortemente indebitati. Non a caso le parole deboli e debito hanno la stessa radice. Quindi, escludendo la Grecia che ha già dato (eccome se ha dato!) chi sarebbe il prossimo candidato naturale? A voi la risposta. 

Quest’ultimo punto rappresenta – non a caso – proprio il focus delle critiche rivolte dall’Italia attraverso le forze conservatrici che tendono per natura ad essere più razionali nei momenti in cui si propende a cedere – come in questo caso – in maniera gratuita ingenti somme di denaro dei tartassati italiani accompagnate dal diritto riconosciuto agli organismi delle UE di gestire il patrimonio pubblico in caso di una crisi sistemica, commissariando di fatto nuovamente il potere legislativo, così come accadde nel 2011, in contemporanea con i missili sulla Libia. Il risultato di questa strategia è la creazione di governi estremamente condizionati, impauriti dalla potenza di fuoco della finanza internazionale, assoggettati ad ideologie deleterie per lo stato sociale che mirano a muovere la ricchezza dal basso verso l’alto, garantendo le sottoscrizioni del debito pubblico con rovinose ripercussioni sullo stato sociale dei paesi membri.  

Dunque grazie ai partiti conservatori, il dibattito sulla futura forma dell’unione monetaria è stato sdoganato e reso pubblico, portato all’attenzione dei media, tanto più che l’approvazione del trattato è stata rimandata al 2020, forse con la speranza che gli animi si raffreddino e che l’attenzione possa andare scemando, rifilando la solita “polpetta” agli italiani.

Gli addetti al settore mormorano di cenni di apertura rispetto alla possibile conclusione di grandi affari proprio grazie all’unione bancaria. Infatti la ratio suggerisce che una volta portato a compimento il MES, le banche italiane saranno scoraggiate dall’acquistare troppo debito nazionale (contrariamente a quello che sta accadendo adesso) invertendo il trend e riportando la detenzione del debito pubblico nelle mani delle banche e degli squali/speculatori della zona euro che al contrario in caso di accesso al MES da parte del Belpaese riuscirebbero a conseguire notevoli profitti.

La grande domanda che sorge spontanea è come i leader italiani prepareranno i loro elettori per i compromessi a venire. Meno noto, ma altrettanto importante è un processo politico interno simile che si svolge in Germania. Gli scettici sottolineano in gran parte che i partner della coalizione di Scholz, i democratici cristiani, non hanno appoggiato la sua iniziativa.

Ma anche questo è qualcosa che viene naturalmente dopo, non prima, che i piani vengano messi sul tavolo. Le democrazie operano sul pubblico scontrandosi con non poche resistenze. Il modo in cui ciò procede in Germania ora in parte dipende dalle risposte degli altri paesi che Scholz sarà in grado di suscitare.

Naturalmente non vi è alcuna garanzia che la politica consentirà un compromesso. Ma ci sono incentivi per andare avanti. I leader dei grandi paesi trovano politicamente difficile “tornare più volte ai vertici senza nulla da dimostrare”, afferma un funzionario di alto livello coinvolto nei colloqui. “Siamo ancora in gioco”, conclude un altro.

Soprattutto, sarebbe un errore confondere la stasi sulla superficie con la vera immobilità sottostante. La metafora più comune utilizzata a Bruxelles sarebbe quella utilizzata per definire l’euro come un edificio la cui costruzione deve essere ancora terminata.

Visto l’arco di tempo molto esteso lungo il quel l’euro non si è mai evoluto in maniera armonica, sorge spontaneo a questo punto chiedere se il vero obiettivo dell’Euro sia davvero quello dell’Unione, o non sia soltanto uno strumento mascherato per trasferire la ricchezza da un sistema Paese ad un altro, cosa che effettivamente è accaduta e sta ancora accadendo.

Forse la metafora migliore da utilizzare sarebbe quella geologica: 

In politica, le pressioni possono accumularsi lentamente prima di provocare rapidi cambiamenti. Ascolta attentamente e puoi sentire il suono scricchiolante delle placche tettoniche della zona euro tese l’una contro l’altra. Quando tali tensioni vengono allentate, possono causare la distruzione, ma attenzione, possono anche spostare le montagne e rimodellare i continenti.