L'Unione Europea non è viva ma esiste.

Questa smania di unire tutto e tutti, governi, valute, popoli, (la sequenza non è casuale) sono fattori scatenanti di migrazioni economiche. L’immagine in evidenza dell’articolo è la bandiera dei confederati americani che “vagamente” oltre a ricordare quella europea ci ricorda pure la strategia utilizzata per mettere insieme al tempo i disuniti Stati di America.

Ma diciamocela tutta, chi è il folle così felice di abbandonare la propria casa ed i propri affetti alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza? La felicità infatti non è per chi subisce questi fenomeni bensì per chi li attua e ne trae beneficio incrociando l’utilità di un’esistenza dignitosa con un interesse politico. Bene se questo è l’effetto, la causa è data proprio dalle politiche economiche attuate – un tempo dai singoli stati – oggi regolamentate ed imposte dall’ Unione (che resta e resterà tale solo di nome fino a quando la Francia non cesserà di osservare gli Stati membri come colonie e la Germania non cesserà il proprio rigoroso egoismo economico).

Ma davvero sono convinti a Bruxelles che la semplice sopravvivenza può essere considerata alla stregua di un traguardo da raggiungere?

Dipende, specialmente se la tua esistenza viene data per scontata oppure inizia ad essere messa in dubbio. Tuttavia prima di continuare la nostra riflessione, occorre porsi la domanda della discordia, fondamentale sul rapporto intercorrente tra i trattati europei tipicamente sovranazionali e la nostra carta costituzionale tipicamente sovrana: l’euro è sostanzialmente compatibile con la nostra costituzione?

Eppure gli anni fino al 2010 sono stati un crescente successo per l’unione monetaria europea rispetto al decennio precedente. Da cosa è scaturita la battuta d’arresto? Forse la politica internazionale attuata dalla strana per non meglio dire “lucifera” coppia Obama/Clinton non ha sortito gli effetti desiderati? Partendo dal golpe tecnocratico operato sul governo italiano nel 2011 fino alle bombe sganciate sulla Libia, alla guerra in Siria, nello Yemen, al colpo di stato in Ucraina… e lo strascico di decine di migliaia di morti alle spalle.

Per chi non lo avesse ancora capito si è trattato di un passaggio epocale in Italia dove sono state letteralmente disintegrate delle forze rappresentative dell’espressione popolare di un tempo che vantavano un solido asse con la Libia anche grazie al rapporto privilegiato dei rispettivi leader politici che comprendeva anche la Russia, rispetto ai quali è sopravvissuta solo quest’ultima naturalmente perché non bombardabile e non commissariabile (la Russia è la prima potenza nucleare al mondo) tanto per comprendere a cosa servono le armi di distruzione di massa, ovvero a non farsi bombardare (chiedete a Kim Jong Un oppure ad Israele).

Non solo, l’ultimo governo Berlusconi “casualmente” è stato anche l’ultimo ad avere un sottosegretario di stato in asse con il Presidente del Consiglio per conto del quale gestiva l’Autorità Delegata, come fa notare giustamente Antonio Funiciello nel suo libro “il metodo Machiavelli”. Dopodiché le prassi istituzionale dettata dal Colle (per conto di chi?) è stata cambiata. Catricalà non era il braccio destro di Monti, Patroni Griffi non era il braccio destro di Enrico Letta, Graziano del Rio e Claudio De Vincenti non lo erano di Matteo Renzi. Maria Elena Boschi non lo era di Paolo Gentiloni.

Annotando le date è tuttavia probabile presumere che la miccia della depressione sia stata accesa proprio dalle complicazioni scaturite sul piano internazionale. E’ da constatare come l’Europa sia arrivata in un vicolo cieco: non può allargasi verso est, sono vietati infatti rapporti economici con la Russia che rappresenta 1/3 del globo per estensione territoriale e con la tecnologia cinese attualmente prima al mondo, con i Paesi più ricchi del medio oriente come il Qatar, quelli con potenziale di sviluppo maggiore come l’Iran, il Venezuela, Cuba, etc.

Insomma l’Unione oltre ad avere rilevantissimi problemi di politica interna dovuti alle scorrettezze istituzionali dove la Francia potrebbe tenere lectio magistralis, possiamo notare come il barcone europeo sia completamente ingessato nei rapporti di politica estera. In un contesto del genere, i Paesi dotati di maggiore libertà di movimento riusciranno a sovrastare l’Europa in pochissimo tempo (parliamo di Turchia, Serbia, dei Sauditi, Egitto… etc.).

La crisi del debito sovrano dell’eurozona ha causato un enorme cambiamento nella politica europea. I leader sono stati costretti non solo a farlo rattoppare in un clima di emergenza istituzionale diventando così impopolari, attuando riforme molto poco gradite nel nome dell’ austerità tedesca che oggi deve assumersi tutte le responsabilità delle politiche discriminatorie a riguardo.

L’incompletezza dell’unione monetaria è diventato un problema sul tavolo all’ordine del giorno.

Si è giunti infatti in sede istituzionale alla comprensione della necessità di condividere gli strumenti necessari per stabilizzare la crisi in atto, sia contro gli shock macroeconomici che verso le fughe di capitali. Anche se uno dei problemi principali dell’Unione resta oggi la migrazione “interna” dei capitali non essendo stato armonizzato il sistema fiscale dei Paesi membri.

Il 2019 avrebbe dovuto essere un anno di progresso, un passo in avanti verso la speranza, invece tutto è stato mosso in direzione della “sopravvivenza”. L’anno si è chiuso inoltre con una definitiva sentenza di penalità verso l’Unione, ovvero la certezza di un’imminente Brexit portata avanti da Boris Johnson che stranamente e comicamente tutti i sondaggi davano in perdita.

Un trattato aggiornato sul Meccanismo Europeo di Stabilità era pronto già dall’estate – precisamente giugno – concepito come un sistema di salvataggio sovra-fondo. Anche sull’unione bancaria i rispettivi ministri pensavano di riuscire a chiudere una roadmap da approvare nel corso dell’eurogruppo di dicembre chiusa poi con il solito nulla di fatto.

Una spinta maggiore in tal senso (e non a caso) è stata compiuta dai tedeschi, con il ministro delle finanze Olaf Scholz che si è battuto per l’accettazione dell’assicurazione sui depositi in chiave di messa in sicurezza dell’unione bancaria. Ci chiediamo perché tutta questa preoccupazione per i tedeschi verso i sistemi di salvataggio bancario? Non sarà mica a causa di tutta la polvere di derivati che hanno messo sotto i tappeti?

Comunque a dicembre, tutto è sembrato crollare. Il trattato MES non è stato finalizzato ed i tentativi di fissare una scadenza per il completamento unione bancaria nel nuovo Mandato quinquennale della Commissione europea sono stati accantonati. 

Una semplice visione del fenomeno sarebbe comprensibile se avessero tuttavia voluto ammettere che i governi europei non hanno mai accettato di rendere la loro unione adatta allo scopo. 

Ciò che balza all’occhio dei colloqui sull’eurozona nel 2019 non è tanto il fatto che non siano stati all’altezza delle aspettative, bensì quanto siano riusciti ad avvicinarsi ad un concreto balzo in avanti. E’ stato intavolato un serio discorso sul futuro dell’Unione e questo secondo gli addetti ai lavori sarebbe stato un vero e proprio punto di svolta per due importanti ragioni:  

Innanzitutto, chiarisce quanti compromessi siano effettivamente emersi attraverso anni di discussioni tra funzionari. Ad esempio, non esiste un fronte comune sul MES o sull’unione bancaria da parte della “nuova lega” dei paesi del nord. Il ragionamento compiuto con il quale è stata portata a termine la programmazione è stato molto chiaro: il nuovo MES dovrà essere un meccanismo più efficiente per concordare la ristrutturazione del debito con i creditori in una crisi accompagnando con un solido e completo sostegno il Fondo di risoluzione unico istituito per gestire le banche sistemiche fallite.

Nell’unione bancaria, ora è universalmente ammesso che l’accordo finale dovrà ricomprendere un accordo paneuropeo di assicurazione dei depositi, in cambio di un trattamento più severo dei crediti deteriorati delle banche e di una gestione più coerente delle banche insolventi. 

Una delle affermazioni più importanti tra quelle sostenute da Scholz è stata quella di dire ad alta voce all’interno del ministero delle finanze tedesco quale sia stata realmente l’intesa comune portata avanti all’interno dei negoziati in tutta la zona euro. 

Questo ha portato ad affermare il secondo punto: ovvero la necessità di giocare “a carte scoperte” ovvero affermando apertamente le cose al fine di procedere spediti verso un ulteriore progresso.

Un pieno successo l’unione bancaria può essere solo raggiunto se tutti i paesi procedono insieme comprendendo i vantaggi che questo sistema comporta. Si parla come al solito solo dei vantaggi, trascurando anche gli aspetti negativi che potrebbero scaturire da lacci e lacciuoli con i quali si vanno a legare gli stati sottoscrittori, perdendo completamente ogni forma di autonomia decisionale qualora uno di questi si ritroverebbe nelle condizioni di richiedere l’accesso al MES, spontaneamente oppure perché vittime di un attacco speculativo, mediante l’utilizzo di crisi sistemiche indotte, facilmente proponibili in un sistema finanziariamente interconnesso come quello europeo.

Non è forse questa una delle prioritarie logiche prerogative di matrice Hegeliane del meticcio governo unico mondiale? La creazione di un problema e la proposizione di una risoluzione, in cui la seconda sortisce degli effetti molto più devastanti rispetto alla prima andando a completare il quadro strategico delineato in partenza. 

Dunque se l’obiettivo finale è la cessione di sovranità totale degli stati membri della UE, appare evidente che la sottoscrizione dell’accordo rappresenti il passo finale per commissariare in maniera completa e radicale il Paese, ovviamente partendo dai più deboli che nel sistema della UE sono gli stati fortemente indebitati. Non a caso le parole deboli e debito hanno la stessa radice. Quindi, escludendo la Grecia che ha già dato (eccome se ha dato!) chi sarebbe il prossimo candidato naturale? A voi la risposta. 

Quest’ultimo punto rappresenta – non a caso – proprio il focus delle critiche rivolte dall’Italia attraverso le forze conservatrici che tendono per natura ad essere più razionali nei momenti in cui si propende a cedere – come in questo caso – in maniera gratuita ingenti somme di denaro dei tartassati italiani accompagnate dal diritto riconosciuto agli organismi delle UE di gestire il patrimonio pubblico in caso di una crisi sistemica, commissariando di fatto nuovamente il potere legislativo, così come accadde nel 2011, in contemporanea con i missili sulla Libia. Il risultato di questa strategia è la creazione di governi estremamente condizionati, impauriti dalla potenza di fuoco della finanza internazionale, assoggettati ad ideologie deleterie per lo stato sociale che mirano a muovere la ricchezza dal basso verso l’alto, garantendo le sottoscrizioni del debito pubblico con rovinose ripercussioni sullo stato sociale dei paesi membri.  

Dunque grazie ai partiti conservatori, il dibattito sulla futura forma dell’unione monetaria è stato sdoganato e reso pubblico, portato all’attenzione dei media, tanto più che l’approvazione del trattato è stata rimandata al 2020, forse con la speranza che gli animi si raffreddino e che l’attenzione possa andare scemando, rifilando la solita “polpetta” agli italiani.

Gli addetti al settore mormorano di cenni di apertura rispetto alla possibile conclusione di grandi affari proprio grazie all’unione bancaria. Infatti la ratio suggerisce che una volta portato a compimento il MES, le banche italiane saranno scoraggiate dall’acquistare troppo debito nazionale (contrariamente a quello che sta accadendo adesso) invertendo il trend e riportando la detenzione del debito pubblico nelle mani delle banche e degli squali/speculatori della zona euro che al contrario in caso di accesso al MES da parte del Belpaese riuscirebbero a conseguire notevoli profitti.

La grande domanda che sorge spontanea è come i leader italiani prepareranno i loro elettori per i compromessi a venire. Meno noto, ma altrettanto importante è un processo politico interno simile che si svolge in Germania. Gli scettici sottolineano in gran parte che i partner della coalizione di Scholz, i democratici cristiani, non hanno appoggiato la sua iniziativa.

Ma anche questo è qualcosa che viene naturalmente dopo, non prima, che i piani vengano messi sul tavolo. Le democrazie operano sul pubblico scontrandosi con non poche resistenze. Il modo in cui ciò procede in Germania ora in parte dipende dalle risposte degli altri paesi che Scholz sarà in grado di suscitare.

Naturalmente non vi è alcuna garanzia che la politica consentirà un compromesso. Ma ci sono incentivi per andare avanti. I leader dei grandi paesi trovano politicamente difficile “tornare più volte ai vertici senza nulla da dimostrare”, afferma un funzionario di alto livello coinvolto nei colloqui. “Siamo ancora in gioco”, conclude un altro.

Soprattutto, sarebbe un errore confondere la stasi sulla superficie con la vera immobilità sottostante. La metafora più comune utilizzata a Bruxelles sarebbe quella utilizzata per definire l’euro come un edificio la cui costruzione deve essere ancora terminata.

Visto l’arco di tempo molto esteso lungo il quel l’euro non si è mai evoluto in maniera armonica, sorge spontaneo a questo punto chiedere se il vero obiettivo dell’Euro sia davvero quello dell’Unione, o non sia soltanto uno strumento mascherato per trasferire la ricchezza da un sistema Paese ad un altro, cosa che effettivamente è accaduta e sta ancora accadendo.

Forse la metafora migliore da utilizzare sarebbe quella geologica: 

In politica, le pressioni possono accumularsi lentamente prima di provocare rapidi cambiamenti. Ascolta attentamente e puoi sentire il suono scricchiolante delle placche tettoniche della zona euro tese l’una contro l’altra. Quando tali tensioni vengono allentate, possono causare la distruzione, ma attenzione, possono anche spostare le montagne e rimodellare i continenti.