Il ruolo decisivo del pepe per la nascita delle crociate

Quando l’esercito dei Goti guidato da Alarico saccheggiò Roma nell’estate del 410 A.C., Gerolamo che poi divenne santo scrisse “si è spenta la luce più viva del mondo, se può perire Roma, cos’altro ci resta di sicuro?”. Una visione contrapposta invece era data da quegli autori cristiani che videro nella fine dell’Impero Romano un tempestivo intervento divino per salvare l’umanità dal paganesimo.  Recentemente uno storico economico inglese, evidentemente sensibilizzato dal gravoso sistema di tassazione prevalente oggi nel Regno Unito ha interpretato la caduta di Roma come un provvidente evento liberatorio per milioni di europei gravati ormai da tributi insostenibili. Cosa che peraltro sta accadendo con l’Unione Europea…

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano vi sono innumerevoli tesi ricorrenti.

Per alcuni il declino dell’agricoltura ed il diffondersi del latifondo, la caduta della fertilità piuttosto che l’affermarsi dello stato burocratico-assistenziale, per un sociologo americano invece la reale causa sarebbe ascritta all’avvelenamento da piombo della classe aristocratica romana.

In realtà non è stato un singolo elemento a decretare il passaggio epocale bensì l’insieme degli elementi che hanno concorso al risultato finale. Nell’Europa contemporanea e più marcatamente in Italia sono presenti tutti gli elementi tipici del declino che contribuirono alla fine del tempo degli imperatori. La bassa natalità, l’eccesso di burocrazia, il trasferimento del potere da quello esecutivo a quello giudiziario alienando il potere legislativo al parlamento, non ci siamo fatti mancare nulla, persino l’avvelenamento da piombo dell’antica roma oggi è riconducibile al Sars-CoV2.

Ponendo in serie tutti questi elementi come una sorta di mega addizione, il risultato finale renderà comprensibile l’imminente declassamento del rating italiano ed i mal di pancia dei mercati finanziari. Tuttavia nessuna risposta valida è arrivata sul versante del PIL che dall’introduzione dell’euro in Italia è crollato vertiginosamente.

L’ultimo baluardo delle PMI italiane era il famoso “assegno trasferibile” che consentiva di scambiare beni e servizi senza mettere mano al portafoglio, costituendo una sorta di credito virutale che dopo vari passaggi e qualche mese veniva incassato, lasciandosi alle spalle gli utili generati dalle merci che nel frattempo erano già state rivendute comprensive del relativo guadagno. Evidentemente il fatto di non doversi obbligatoriamente indebitare con le banche per operare nel settore del commercio ha fatto irritare qualche burocrate che prontamente è stato ascoltato dal governicchio di turno arrivando a decretare sanzioni fino al 40% dell’importo dell’assegno stesso in caso di emissione di assegno privo della dicitura “non trasferibile” ma per carità!

Ciò che potrebbe essere stupefacente è la correlazione al tempo di Roma tra l’avvelenamento da Piombo e l’infertilità, ove il metallo pesante si era reso responsabile di aver falciato le nascite a causa delle proprietà chimiche caratterizzanti, ove il piombo contemporaneo pare proprio essere la crisi economica galoppante dall’introduzione della moneta unica e che ha causato il crollo della fiducia, delle aspettative, delle condizioni sociali che si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di natalità.

Fino e ieri si viveva solo nell’epoca della guerra economica che stavamo peraltro perdendo, oggi ci troviamo invece a combattere oltre che la guerra economica, quella biologica del nuovo coronavirus, quella finanziaria degli attacchi speculativi alle aziende nazionali, quella informatica agli ospedali e centri di ricerca.

Quindi il quantitative easing santificato dal mondo bancario – che per giunta ancora ci deve spiegare che fine ha fatto fare a quel mare di liquidità – non si è rivelato una terapia per una pronta guarigione ma un semplice “cerotto” di scarsa qualità e per giunta molto costoso! E’ noto infatti sin dal primo anno di ragioneria (perchè non serve una laurea per capirlo) che aumentando la quantità di moneta circolante i prezzi lievitano, e se gli stipendi non lievitano contemporaneamente si riduce la capacità di acquisto ergo ci siamo impoveriti ulteriormente.

Lungi dal criticare il bazooka di Draghi però ci chiediamo perché i contratti di lavoro sono bloccati al costo della vita di 20 anni or sono? La risposta a tale domanda forse potremmo trovarla negli occhi luccicanti dei Democratici che scrutano con invidia la manodopera a basso costo di Pechino buttando al secchio tutti i diritti conquistati dalla classe operaia italiana dal 1945 ad oggi.

Anche perché ci sarebbe da notare che in Italia pur non avendo un partito unico come in Cina, stranamente ci ritroviamo al governo sempre le stesse persone. Illusioni di democrazia le chiamano in un sistema concepito dagli “alleati” per essere facilmente governabile anche dall’esterno.

Così ci siamo ritrovati da Craxi in poi ad avere governi dove cambiava tutto per non cambiare nulla, compresa la sistematica svendita degli asset di Stato.

Nell’antica roma, ad ogni cambio d’imperatore veniva istituito un nuovo conio e man mano si ritiravano quelle riportanti le vecchie effige, si attivavano gli scalpellini che provvedevano a riscrivere le famose pietre miliari. Nell’antico egitto i faraoni addirittura decretavano una nuova lingua, ordinando la distruzione di tutti i manoscritti riportanti il predecessore. Ebbene costui non erano cretini, bensì utilizzavano degli strumenti ideati per il controllo del potere. Chissà cosa potrebbero pensare di noi queste antiche civilità vedendoci parlare in inglese, oppure utilizzare una moneta che non ci appartiene e sulla quale non abbiamo nessun controllo. Ma riprendiamo la narrazione dell’illustre Carlo M. Cipolla, cercando di trarne qualche insegnamento:

Dunque arrivò il tempo in cui Romani non furono più in grado di contenere i barbari e lo sconquasso che seguì fù profondo e generale. Rufino confessava amaramente “come si può aver l’animo di scrivere? Si è circondati di armi nemiche e d’attorno non si vedono che città e campi devastati”. In effetti le attività intellettuali contemporanee sono marcatamente limitate. Queste condizioni dettero vita al cd. Medioevo, i cui primi secoli vennero definiti “secoli bui” ma è proprio nel buio che accadono cose strane.

Filippo di Vitry, segretario di Filippo VI spiego la cosa così: “per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all’agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni, furono creati i Baroni”. In realtà Filippo di Vitry commise un’epocale svista in questa ricostruzione, ove i Baroni tutti gli interessi avevano, tranne che quello di proteggere le altre due parti sociali da ingiustizie. Anzi, non perdevano occasioni per concludere affari molto convenienti per proprie finanze. Avendo ben inteso che più si menavano le mani e più si guadagnava, decisero di aggiungere violenza su violenza, ruberia su ruberia. Curiosamente notiamo che oggi per tentare di risolvere i problemi di liquidità che attanagliano il Paese ci si affida ai baroni europei, con quali risultati presto lo vedermo.

Non vennero risparmiate al tempo nemmeno le comunità scandinave che ora come allora non si sentivano chiamate in causa dai devastanti eventi. Le donne assunsero un ruolo di “formidabili vichinghe” che non si fecero mai sottomettere dagli uomini. Non fa meraviglia quindi che i mariti optassero per lunghi soggiorni all’estero con la scusa di espandere i territori al fine di allontanare i gravosi “problemi domestici”. Per comprendere la frustrazione dei vichinghi maschi, basti pensare che venne ideata una spedizione di circa duecento uomini verso la Francia al fine di cercare del vino.

IL PEPE: CAUSA SCATENANTE DELLE CROCIATE

La caduta di Roma determinò un forte rallentamento delle vie di commercio con la conseguente carestia del pepe, spezia ricercatissima al tempo. Infine l’avanzata musulmana del VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest.

Il Pepe è risaputo essere un formidabile afrodisiaco. Privati del pepe gli europei riuscirono quindi a stento a controbilanciare le perdite di vite umane causate dai costanti conflitti causati dai baroni, dagli scandinavi, dai pirati arabi e dagli invasori ungheresi. La popolazione diminuì e le città si spopolarono, proprio come oggi accade nelle periferie italiane. Persa ogni speranza in una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre di più le proprie speranze nell’al di là e l’idea di ricompense in cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra.

Si saranno accorti a Santa Marta che i “popolani” oggi hanno bisogno di fede, speranza, prospettive di vita, aggrappandosi ai capisaldi cristiani?

E’ un dato di fatto che la povertà aumenta le speranze di una vita migliore nell’al di là. Più poveri più fede verrebbe sa pensare. Le difficoltà economiche e la quarantena stanno restituendo un ruolo primario all’istituto della famiglia e della casa, elementi messi al centro di dubbi, ipotesi di ristrutturazioni e di profonde critiche proprio dalla chiesa contemporanea che è parsa inseguire ideali liberal democratici di matrice anglosassone, di quegli stessi ideologi partiti dall’Arkansas con il business dei voli commerciali dall’Afghanistan e che frequentavano la villa del fù Epstein che ormai adesso chissà, si troverà seduto nell’aldilà con un Sindona sorseggiando una tisana (non un caffè) raccontandosi delle loro amicizie “comuni” nel corso della vita, con quali sorprese!

Dunque lo spartiacque del nuovo millennio è stato rappresentato dalle imprese compiute da due “ignoti” personaggi: il Vescovo di Brema e Pietro l’Eremita i quali, preso atto della violenza che li circondava decisero di canalizzare quest’ultima verso l’esterno, evitando che gli europei continuassero a macellarsi con gli altri europei. Decisione alla quale forse un giorno giungeranno anche le popolazioni islamiche.

Così il vescovo tuonò nel 1108: “gli slavi sono gente abominevole, e la loro terra abbonda di miele, grano e selvaggina. Giovani cavalieri, volgete ad oriente”. Così, dando libero sfogo alle teste calde tedesche, alla ricerca delle delizie culinarie appena descritte, nacque oltre il fiume Elba lo Stato Prussiano.

Pietro l’eremita era francese. Come scrisse Guglielmo di Tiro “Pietro nacque nella diocesi di Amiens nel Regno di Francia. Era minuto e di salute malferma, ma aveva un grandissimo cuore”. Secondo Guilberto di Nogent, Pietro “mangiava pochissimo pane e, viveva di solo pesce e vino”. Non aveva quindi problemi di colesterolo. Ciò che nessuno racconta tuttavia, è che Pietro aveva un debole per i cibi pepati.

Se consumava solo pesce e vino lo faceva perché era un povero eremita e non un ricco abate e quindi non poteva permettersi di acquistare il pepe trafugato in Occidente dai contrabbandieri e rivenduto a carissimo prezzo.  Solo nel suo eremo circondato dai grandi silenziosi alberi della cupa foresta, Pietro soffriva in silenzio e pregava costantemente la Divina Provvidenza per un po’ di pepe da aggiungere ai suoi semplici pasti.

Ma la divina provvidenza sapeva che anche una piccolissima dose di pepe avrebbe compromesso la vita spirituale di Pietro e pertanto al posto del pepe gli mandava pioggia, neve e fulmini. Solo nel suo eremo, frustrato dai continui insuccessi delle sue preghiere, Pietro elaboro gradualmente un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa. Con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla terra.

Quanto al successo dell’impresa non vi potevano essere dubbi: come avrebbe potuto messer Domineddio, che pure conosceva l’aspirazione recondita di Pietro, negare il proprio aiuto ad un’impresa che avrebbe annientato i musulmani e liberato la Terra Santa?

E’ incredibile come un’idea possa trasformare un uomo. Pietro l’Eremita, il silenzioso, solitario Pietro, abbandonò i grandi e silenziosi alberi della cupa foresta e peregrinò di capanna in capanna, da villaggio a villaggio, da castello a castello, infiammando animi e cuori con un linguaggio irresistibile. “Era un grande oratore scrisse” Guglielmo di Tiro con ammirazione.

In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta. Il francese Reutbeuf riferisce che dopo una notte di abbondanti libagioni, i baroni erano pieni di fervore per la Crociata, e segnavano ad alta voce prodezze in battaglia ed atti di gloria.

Le condizioni economiche e sociali del tempo facilitarono il progetto di Pietro. La Chiesa ufficiale aveva sempre rimproverato ai baroni la loro condotta violenta e sanguinaria. Ora Pietro forniva a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti della Chiesa. I giovani virgulti della nobiltà privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente, e, nel contempo, acquisire meriti agli occhi dell’Onnipotente. E la gente comune intravvide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, le strade e le vie di comunicazione caddero in rovina a vantaggio dell’utilizzo delle vie d’acqua dove i pirati musulmani erano in netto vantaggio per esperienza e capacità. Fù così che la maggioranza dei crociati scelse la via di terra, almeno fino a Genova o Venezia.

Il viaggio era lungo ed i crociati erano consapevoli che per quanto infervorati dal vino e dalle parole di Pietro l’eremita sarebbe loro occorso molto tempo per sconfiggere gli infedeli e che non avrebbero rivisto la propria terra e la propria moglie per anni e anni a venire.

Tralasciando la Scandinavia, si può affermare con assoluta certezza che l’Europa nel Medioevo era dominio incontrastato dell’uomo, signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa. A parole dichiaravano di accettare la supremazia del maschio. 

Diceva però un proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Quasi tutti i crociati erano analfabeti, ma conoscevano bene i proverbi. Nacque così in quel contesto socio culturale l’idea della cintura di castità. Un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e per la metallurgia europea. E questo fu solo il primo di un’intera serie di sviluppi spettacolari.

I musulmani furono sconfitti. Pietro poté soddisfare la sua gran voglia di pepe e dimenticò i grandi alberi silenziosi della cupa foresta. I crociati trovarono in oriente cose interessanti e dimenticarono allegramente la loro terra e le loro mogli con la cintura. Come scrisse un cronista dell’epoca, Fulcher di Chartres.

Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali. Abbiamo già scordato il nostro paese natale. C’è chi già possiede una casa, una famiglia e dei servitori come se li avesse ricevuti dal padre o per diritto ereditario. C’è chi ha per moglie non una conterranea bensì una siriana, un’armena o financo una saracena battezzata. Ogni giorno ci raggiungono i nostri parenti ed amici dopo aver liberamente lasciato tutti i loro averi in occidente. Da poveri laggiù, il Signore qui li ha resi ricchi. Le loro poche monete sono divenute tantissime e tutte d’oro. Perché dunque, tornare in occidente?

In questa incredibile faccenda in cui furono stranamente coinvolti messer Domineddio, il pepe, le monete d’oro, gli eremiti, i signorotti feudali e le donne saracene, i soli a non perdere la testa furono gli Italiani. Tra costoro, i Veneziani, ai tempi tristi delle invasioni germaniche si erano rifugiati su alcune isolette in mezzo alle paludi e su quelle isole come ebbe a notare un osservatore del X Secolo, “illa gens non arat, non seminat, non vindemiat” Quella gente non ara, non semina e non vendemmia – per vivere dovevano dunque darsi al commercio.

Uno storico americano scrisse alcuni anni or sono che “l’avidità veneziana per i profitti derivati dal commercio e ottenuti con ogni mezzo poteva paragonarsi solo alla mancanza di scrupoli che caratterizzava i genovesi”. Un economista anglosassone altrettanto censorio scrisse “gli ingenui crociati si trovarono avviluppati in una rete di interessi commerciali di cui capivano poco o nulla. Durante le prime tre crociate i Veneziani che avevano fornito loro le navi, li imbrogliarono spudoratamente alla stessa maniera che un mercante senza scrupoli imbroglia al mercato lo scemo del villaggio”.

Il fatto è che gli Italiani avevano intuito l’enorme potenziale commerciale insito nell’occupazione cristiana della Terra Santa. Pietro non era il solo europeo che bramasse il pepe.

Di Pietri in Occidente ve n’erano decine di migliaia e gli Italiani – pur non avendo seguito corsi di ricerca di mercato – si impadronirono del commercio traendone profitti monopolistici notevoli. L’avessero fatto gli Olandesi, i Tedeschi, gli Inglesi, sarebbero stati additati nei manuali di storia quali ammirevoli esempi di etica protestante ed encomiabili campioni di proto-capitalismo. Trattandosi solo di Italiani, furono definiti esempi deplorevoli di avidità e di “assenza di scrupoli commerciali”. Comunque sia tanto si adoperarono e mercatanti italiani che il commercio del pepe entrò in una fase secolare di eccezionale espansione. Ad Alessandria d’Egitto un’intera via, anzi un intero quartiere venne destinato al commercio del pepe ed in Occidente, dopo secoli di mancanza quasi totale, il pepe riapparve in quantità sempre crescenti sui mercati e sulle mense.

Da luogo triste qual era, l’Europa occidentale si trasformò in una terra traboccante di vitalità, energia ed ottimismo. L’aumento del consumo del pepe incrementò l’esuberanza degli uomini che con tante belle donne d’attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze:

  1. La crescente frequenza del cognome Smith (fabbro) in Inghilterra, Schmidt in Germania, Ferrari, Ferrero o Fabbri in Italia, Favre, Fevbre, Lefevre in Francia;
  2. Lo sviluppo della metallurgia europea che entrò definitivamente in fase di decollo e di “self sustained growt”

Il pepe aveva un’importante qualità, la non deperibilità. Era inoltre un bene estremamente liquido poiché nessuno con la testa sulle spalle lo avrebbe rifiutato. Poteva servire pertanto non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio.

Venendo il pepe usato sovente come una moneta i mercanti divennero anche banchieri e praticarono l’usura sia con i poveri che con i signorotti spendaccioni. In cuor loro sapevano benissimo che vendendo armi al Saladino, pepe afrodisiaco agli Europei e praticando l’usura su larga scala si mettevano in pessima luce appo messer Domineddio. Fu così che per mettersi a posto la coscienza, destinarono somme cospicue ad atti di carità ed a donazioni alla Chiesa.

I mercanti italiani detenevano il primato delle competenze nella contabilità e nell’amministrazione aziendale e di conseguenza tennero nota precisa e meticolosa di queste somme in conti speciali intitolati nei libri mastri come “conto messere Domineddio”.

Vescovi ed Abati che ricevettero le donazioni dei mercanti ne spesero una buona parte per costruire o ricostruire le chiese, le cattedrali e monasteri. Inoltre Vescovi ed Abati che per secoli avevano cumulato immensi tesori sottoponendo l’economia europea ad una pesantissima pressione deflazionistica, ora che il pepe era disponibile sul mercato, aprirono i loro forzieri e misero in circolazione fortune ragguardevoli gonfiando la domanda globale effettiva. La grande quantità di denaro speso per costruire le cattedrali fruttò lavoro e denaro ai muratori che, a loro volta, spesero il denaro guadagnato per acquistare pane ed indumenti dando così lavoro ai fornai ed ai sarti. In questo modo il moltiplicatore sostenne e moltiplicò lo sviluppo dell’economia europea.

La popolazione ovviamente crebbe; tuttavia a causa:

  1. Dell’espansione del commercio del pepe
  2. Degli effetti a monte ed a valle di detta espansione
  3. Degli effetti del moltiplicatore e dell’acceleratore

il tasso di crescita del reddito superò quello della popolazione, il reddito pro-capite aumentò e sino alla fine del XIII secolo l’Occidente riuscì ad evitare di cadere nella trappola malthusiana.

Il racconto dell’illustre Carlo M. Cipolla sopra riportato, è un celebre esempio di una società in declino che ha vissuto la transizione dall’Impero Romano al Medioevo. Ciò che occorre oggi ritrovare per ripartire è proprio quel “pepe” che null’altro è che l’entusiasmo e la voglia di ricostruire un sistema paese, rimboccandosi le maniche e riponendo soprattuto il timone nelle mani di persone competenti e preparate che conoscano la vita e le dinamiche relazionali intercontinentali, proprio come Pietro l’eremita, che utilizzava la mente e che aveva bene intuito il potere della riflessione.

L’Italia ha bisogno oggi non solo di un Pietro ma anche di tante persone che si possano a lui ispirare, che vengano fornite degli strumenti utili alla ricostruzione del benessere sociale e della perduta serenità, rivalutando opportunamente il concetto di interesse sociale e nazionale, visto che come è noto nei momenti di difficoltà si può contare solo su sé stessi.

Pietro l’eremita infatti non si recò a Bruxelles oppure a Berlino per intraprendere la sua grandiosa iniziativa. Se lo avesse fatto è lecito dubitare che i risultato non sarebbero stati gli stessi, quasi sicuramente.