Il ruolo decisivo del pepe per la nascita delle crociate

Quando l’esercito dei Goti guidato da Alarico saccheggiò Roma nell’estate del 410 A.C., Gerolamo che poi divenne santo scrisse “si è spenta la luce più viva del mondo, se può perire Roma, cos’altro ci resta di sicuro?”. Una visione contrapposta invece era data da quegli autori cristiani che videro nella fine dell’Impero Romano un tempestivo intervento divino per salvare l’umanità dal paganesimo.  Recentemente uno storico economico inglese, evidentemente sensibilizzato dal gravoso sistema di tassazione prevalente oggi nel Regno Unito ha interpretato la caduta di Roma come un provvidente evento liberatorio per milioni di europei gravati ormai da tributi insostenibili. Cosa che peraltro sta accadendo con l’Unione Europea…

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano vi sono innumerevoli tesi ricorrenti.

Per alcuni il declino dell’agricoltura ed il diffondersi del latifondo, la caduta della fertilità piuttosto che l’affermarsi dello stato burocratico-assistenziale, per un sociologo americano invece la reale causa sarebbe ascritta all’avvelenamento da piombo della classe aristocratica romana.

In realtà non è stato un singolo elemento a decretare il passaggio epocale bensì l’insieme degli elementi che hanno concorso al risultato finale. Nell’Europa contemporanea e più marcatamente in Italia sono presenti tutti gli elementi tipici del declino che contribuirono alla fine del tempo degli imperatori. La bassa natalità, l’eccesso di burocrazia, il trasferimento del potere da quello esecutivo a quello giudiziario alienando il potere legislativo al parlamento, non ci siamo fatti mancare nulla, persino l’avvelenamento da piombo dell’antica roma oggi è riconducibile al Sars-CoV2.

Ponendo in serie tutti questi elementi come una sorta di mega addizione, il risultato finale renderà comprensibile l’imminente declassamento del rating italiano ed i mal di pancia dei mercati finanziari. Tuttavia nessuna risposta valida è arrivata sul versante del PIL che dall’introduzione dell’euro in Italia è crollato vertiginosamente.

L’ultimo baluardo delle PMI italiane era il famoso “assegno trasferibile” che consentiva di scambiare beni e servizi senza mettere mano al portafoglio, costituendo una sorta di credito virutale che dopo vari passaggi e qualche mese veniva incassato, lasciandosi alle spalle gli utili generati dalle merci che nel frattempo erano già state rivendute comprensive del relativo guadagno. Evidentemente il fatto di non doversi obbligatoriamente indebitare con le banche per operare nel settore del commercio ha fatto irritare qualche burocrate che prontamente è stato ascoltato dal governicchio di turno arrivando a decretare sanzioni fino al 40% dell’importo dell’assegno stesso in caso di emissione di assegno privo della dicitura “non trasferibile” ma per carità!

Ciò che potrebbe essere stupefacente è la correlazione al tempo di Roma tra l’avvelenamento da Piombo e l’infertilità, ove il metallo pesante si era reso responsabile di aver falciato le nascite a causa delle proprietà chimiche caratterizzanti, ove il piombo contemporaneo pare proprio essere la crisi economica galoppante dall’introduzione della moneta unica e che ha causato il crollo della fiducia, delle aspettative, delle condizioni sociali che si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di natalità.

Fino e ieri si viveva solo nell’epoca della guerra economica che stavamo peraltro perdendo, oggi ci troviamo invece a combattere oltre che la guerra economica, quella biologica del nuovo coronavirus, quella finanziaria degli attacchi speculativi alle aziende nazionali, quella informatica agli ospedali e centri di ricerca.

Quindi il quantitative easing santificato dal mondo bancario – che per giunta ancora ci deve spiegare che fine ha fatto fare a quel mare di liquidità – non si è rivelato una terapia per una pronta guarigione ma un semplice “cerotto” di scarsa qualità e per giunta molto costoso! E’ noto infatti sin dal primo anno di ragioneria (perchè non serve una laurea per capirlo) che aumentando la quantità di moneta circolante i prezzi lievitano, e se gli stipendi non lievitano contemporaneamente si riduce la capacità di acquisto ergo ci siamo impoveriti ulteriormente.

Lungi dal criticare il bazooka di Draghi però ci chiediamo perché i contratti di lavoro sono bloccati al costo della vita di 20 anni or sono? La risposta a tale domanda forse potremmo trovarla negli occhi luccicanti dei Democratici che scrutano con invidia la manodopera a basso costo di Pechino buttando al secchio tutti i diritti conquistati dalla classe operaia italiana dal 1945 ad oggi.

Anche perché ci sarebbe da notare che in Italia pur non avendo un partito unico come in Cina, stranamente ci ritroviamo al governo sempre le stesse persone. Illusioni di democrazia le chiamano in un sistema concepito dagli “alleati” per essere facilmente governabile anche dall’esterno.

Così ci siamo ritrovati da Craxi in poi ad avere governi dove cambiava tutto per non cambiare nulla, compresa la sistematica svendita degli asset di Stato.

Nell’antica roma, ad ogni cambio d’imperatore veniva istituito un nuovo conio e man mano si ritiravano quelle riportanti le vecchie effige, si attivavano gli scalpellini che provvedevano a riscrivere le famose pietre miliari. Nell’antico egitto i faraoni addirittura decretavano una nuova lingua, ordinando la distruzione di tutti i manoscritti riportanti il predecessore. Ebbene costui non erano cretini, bensì utilizzavano degli strumenti ideati per il controllo del potere. Chissà cosa potrebbero pensare di noi queste antiche civilità vedendoci parlare in inglese, oppure utilizzare una moneta che non ci appartiene e sulla quale non abbiamo nessun controllo. Ma riprendiamo la narrazione dell’illustre Carlo M. Cipolla, cercando di trarne qualche insegnamento:

Dunque arrivò il tempo in cui Romani non furono più in grado di contenere i barbari e lo sconquasso che seguì fù profondo e generale. Rufino confessava amaramente “come si può aver l’animo di scrivere? Si è circondati di armi nemiche e d’attorno non si vedono che città e campi devastati”. In effetti le attività intellettuali contemporanee sono marcatamente limitate. Queste condizioni dettero vita al cd. Medioevo, i cui primi secoli vennero definiti “secoli bui” ma è proprio nel buio che accadono cose strane.

Filippo di Vitry, segretario di Filippo VI spiego la cosa così: “per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all’agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni, furono creati i Baroni”. In realtà Filippo di Vitry commise un’epocale svista in questa ricostruzione, ove i Baroni tutti gli interessi avevano, tranne che quello di proteggere le altre due parti sociali da ingiustizie. Anzi, non perdevano occasioni per concludere affari molto convenienti per proprie finanze. Avendo ben inteso che più si menavano le mani e più si guadagnava, decisero di aggiungere violenza su violenza, ruberia su ruberia. Curiosamente notiamo che oggi per tentare di risolvere i problemi di liquidità che attanagliano il Paese ci si affida ai baroni europei, con quali risultati presto lo vedermo.

Non vennero risparmiate al tempo nemmeno le comunità scandinave che ora come allora non si sentivano chiamate in causa dai devastanti eventi. Le donne assunsero un ruolo di “formidabili vichinghe” che non si fecero mai sottomettere dagli uomini. Non fa meraviglia quindi che i mariti optassero per lunghi soggiorni all’estero con la scusa di espandere i territori al fine di allontanare i gravosi “problemi domestici”. Per comprendere la frustrazione dei vichinghi maschi, basti pensare che venne ideata una spedizione di circa duecento uomini verso la Francia al fine di cercare del vino.

IL PEPE: CAUSA SCATENANTE DELLE CROCIATE

La caduta di Roma determinò un forte rallentamento delle vie di commercio con la conseguente carestia del pepe, spezia ricercatissima al tempo. Infine l’avanzata musulmana del VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest.

Il Pepe è risaputo essere un formidabile afrodisiaco. Privati del pepe gli europei riuscirono quindi a stento a controbilanciare le perdite di vite umane causate dai costanti conflitti causati dai baroni, dagli scandinavi, dai pirati arabi e dagli invasori ungheresi. La popolazione diminuì e le città si spopolarono, proprio come oggi accade nelle periferie italiane. Persa ogni speranza in una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre di più le proprie speranze nell’al di là e l’idea di ricompense in cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra.

Si saranno accorti a Santa Marta che i “popolani” oggi hanno bisogno di fede, speranza, prospettive di vita, aggrappandosi ai capisaldi cristiani?

E’ un dato di fatto che la povertà aumenta le speranze di una vita migliore nell’al di là. Più poveri più fede verrebbe sa pensare. Le difficoltà economiche e la quarantena stanno restituendo un ruolo primario all’istituto della famiglia e della casa, elementi messi al centro di dubbi, ipotesi di ristrutturazioni e di profonde critiche proprio dalla chiesa contemporanea che è parsa inseguire ideali liberal democratici di matrice anglosassone, di quegli stessi ideologi partiti dall’Arkansas con il business dei voli commerciali dall’Afghanistan e che frequentavano la villa del fù Epstein che ormai adesso chissà, si troverà seduto nell’aldilà con un Sindona sorseggiando una tisana (non un caffè) raccontandosi delle loro amicizie “comuni” nel corso della vita, con quali sorprese!

Dunque lo spartiacque del nuovo millennio è stato rappresentato dalle imprese compiute da due “ignoti” personaggi: il Vescovo di Brema e Pietro l’Eremita i quali, preso atto della violenza che li circondava decisero di canalizzare quest’ultima verso l’esterno, evitando che gli europei continuassero a macellarsi con gli altri europei. Decisione alla quale forse un giorno giungeranno anche le popolazioni islamiche.

Così il vescovo tuonò nel 1108: “gli slavi sono gente abominevole, e la loro terra abbonda di miele, grano e selvaggina. Giovani cavalieri, volgete ad oriente”. Così, dando libero sfogo alle teste calde tedesche, alla ricerca delle delizie culinarie appena descritte, nacque oltre il fiume Elba lo Stato Prussiano.

Pietro l’eremita era francese. Come scrisse Guglielmo di Tiro “Pietro nacque nella diocesi di Amiens nel Regno di Francia. Era minuto e di salute malferma, ma aveva un grandissimo cuore”. Secondo Guilberto di Nogent, Pietro “mangiava pochissimo pane e, viveva di solo pesce e vino”. Non aveva quindi problemi di colesterolo. Ciò che nessuno racconta tuttavia, è che Pietro aveva un debole per i cibi pepati.

Se consumava solo pesce e vino lo faceva perché era un povero eremita e non un ricco abate e quindi non poteva permettersi di acquistare il pepe trafugato in Occidente dai contrabbandieri e rivenduto a carissimo prezzo.  Solo nel suo eremo circondato dai grandi silenziosi alberi della cupa foresta, Pietro soffriva in silenzio e pregava costantemente la Divina Provvidenza per un po’ di pepe da aggiungere ai suoi semplici pasti.

Ma la divina provvidenza sapeva che anche una piccolissima dose di pepe avrebbe compromesso la vita spirituale di Pietro e pertanto al posto del pepe gli mandava pioggia, neve e fulmini. Solo nel suo eremo, frustrato dai continui insuccessi delle sue preghiere, Pietro elaboro gradualmente un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa. Con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla terra.

Quanto al successo dell’impresa non vi potevano essere dubbi: come avrebbe potuto messer Domineddio, che pure conosceva l’aspirazione recondita di Pietro, negare il proprio aiuto ad un’impresa che avrebbe annientato i musulmani e liberato la Terra Santa?

E’ incredibile come un’idea possa trasformare un uomo. Pietro l’Eremita, il silenzioso, solitario Pietro, abbandonò i grandi e silenziosi alberi della cupa foresta e peregrinò di capanna in capanna, da villaggio a villaggio, da castello a castello, infiammando animi e cuori con un linguaggio irresistibile. “Era un grande oratore scrisse” Guglielmo di Tiro con ammirazione.

In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta. Il francese Reutbeuf riferisce che dopo una notte di abbondanti libagioni, i baroni erano pieni di fervore per la Crociata, e segnavano ad alta voce prodezze in battaglia ed atti di gloria.

Le condizioni economiche e sociali del tempo facilitarono il progetto di Pietro. La Chiesa ufficiale aveva sempre rimproverato ai baroni la loro condotta violenta e sanguinaria. Ora Pietro forniva a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti della Chiesa. I giovani virgulti della nobiltà privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente, e, nel contempo, acquisire meriti agli occhi dell’Onnipotente. E la gente comune intravvide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, le strade e le vie di comunicazione caddero in rovina a vantaggio dell’utilizzo delle vie d’acqua dove i pirati musulmani erano in netto vantaggio per esperienza e capacità. Fù così che la maggioranza dei crociati scelse la via di terra, almeno fino a Genova o Venezia.

Il viaggio era lungo ed i crociati erano consapevoli che per quanto infervorati dal vino e dalle parole di Pietro l’eremita sarebbe loro occorso molto tempo per sconfiggere gli infedeli e che non avrebbero rivisto la propria terra e la propria moglie per anni e anni a venire.

Tralasciando la Scandinavia, si può affermare con assoluta certezza che l’Europa nel Medioevo era dominio incontrastato dell’uomo, signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa. A parole dichiaravano di accettare la supremazia del maschio. 

Diceva però un proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Quasi tutti i crociati erano analfabeti, ma conoscevano bene i proverbi. Nacque così in quel contesto socio culturale l’idea della cintura di castità. Un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e per la metallurgia europea. E questo fu solo il primo di un’intera serie di sviluppi spettacolari.

I musulmani furono sconfitti. Pietro poté soddisfare la sua gran voglia di pepe e dimenticò i grandi alberi silenziosi della cupa foresta. I crociati trovarono in oriente cose interessanti e dimenticarono allegramente la loro terra e le loro mogli con la cintura. Come scrisse un cronista dell’epoca, Fulcher di Chartres.

Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali. Abbiamo già scordato il nostro paese natale. C’è chi già possiede una casa, una famiglia e dei servitori come se li avesse ricevuti dal padre o per diritto ereditario. C’è chi ha per moglie non una conterranea bensì una siriana, un’armena o financo una saracena battezzata. Ogni giorno ci raggiungono i nostri parenti ed amici dopo aver liberamente lasciato tutti i loro averi in occidente. Da poveri laggiù, il Signore qui li ha resi ricchi. Le loro poche monete sono divenute tantissime e tutte d’oro. Perché dunque, tornare in occidente?

In questa incredibile faccenda in cui furono stranamente coinvolti messer Domineddio, il pepe, le monete d’oro, gli eremiti, i signorotti feudali e le donne saracene, i soli a non perdere la testa furono gli Italiani. Tra costoro, i Veneziani, ai tempi tristi delle invasioni germaniche si erano rifugiati su alcune isolette in mezzo alle paludi e su quelle isole come ebbe a notare un osservatore del X Secolo, “illa gens non arat, non seminat, non vindemiat” Quella gente non ara, non semina e non vendemmia – per vivere dovevano dunque darsi al commercio.

Uno storico americano scrisse alcuni anni or sono che “l’avidità veneziana per i profitti derivati dal commercio e ottenuti con ogni mezzo poteva paragonarsi solo alla mancanza di scrupoli che caratterizzava i genovesi”. Un economista anglosassone altrettanto censorio scrisse “gli ingenui crociati si trovarono avviluppati in una rete di interessi commerciali di cui capivano poco o nulla. Durante le prime tre crociate i Veneziani che avevano fornito loro le navi, li imbrogliarono spudoratamente alla stessa maniera che un mercante senza scrupoli imbroglia al mercato lo scemo del villaggio”.

Il fatto è che gli Italiani avevano intuito l’enorme potenziale commerciale insito nell’occupazione cristiana della Terra Santa. Pietro non era il solo europeo che bramasse il pepe.

Di Pietri in Occidente ve n’erano decine di migliaia e gli Italiani – pur non avendo seguito corsi di ricerca di mercato – si impadronirono del commercio traendone profitti monopolistici notevoli. L’avessero fatto gli Olandesi, i Tedeschi, gli Inglesi, sarebbero stati additati nei manuali di storia quali ammirevoli esempi di etica protestante ed encomiabili campioni di proto-capitalismo. Trattandosi solo di Italiani, furono definiti esempi deplorevoli di avidità e di “assenza di scrupoli commerciali”. Comunque sia tanto si adoperarono e mercatanti italiani che il commercio del pepe entrò in una fase secolare di eccezionale espansione. Ad Alessandria d’Egitto un’intera via, anzi un intero quartiere venne destinato al commercio del pepe ed in Occidente, dopo secoli di mancanza quasi totale, il pepe riapparve in quantità sempre crescenti sui mercati e sulle mense.

Da luogo triste qual era, l’Europa occidentale si trasformò in una terra traboccante di vitalità, energia ed ottimismo. L’aumento del consumo del pepe incrementò l’esuberanza degli uomini che con tante belle donne d’attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze:

  1. La crescente frequenza del cognome Smith (fabbro) in Inghilterra, Schmidt in Germania, Ferrari, Ferrero o Fabbri in Italia, Favre, Fevbre, Lefevre in Francia;
  2. Lo sviluppo della metallurgia europea che entrò definitivamente in fase di decollo e di “self sustained growt”

Il pepe aveva un’importante qualità, la non deperibilità. Era inoltre un bene estremamente liquido poiché nessuno con la testa sulle spalle lo avrebbe rifiutato. Poteva servire pertanto non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio.

Venendo il pepe usato sovente come una moneta i mercanti divennero anche banchieri e praticarono l’usura sia con i poveri che con i signorotti spendaccioni. In cuor loro sapevano benissimo che vendendo armi al Saladino, pepe afrodisiaco agli Europei e praticando l’usura su larga scala si mettevano in pessima luce appo messer Domineddio. Fu così che per mettersi a posto la coscienza, destinarono somme cospicue ad atti di carità ed a donazioni alla Chiesa.

I mercanti italiani detenevano il primato delle competenze nella contabilità e nell’amministrazione aziendale e di conseguenza tennero nota precisa e meticolosa di queste somme in conti speciali intitolati nei libri mastri come “conto messere Domineddio”.

Vescovi ed Abati che ricevettero le donazioni dei mercanti ne spesero una buona parte per costruire o ricostruire le chiese, le cattedrali e monasteri. Inoltre Vescovi ed Abati che per secoli avevano cumulato immensi tesori sottoponendo l’economia europea ad una pesantissima pressione deflazionistica, ora che il pepe era disponibile sul mercato, aprirono i loro forzieri e misero in circolazione fortune ragguardevoli gonfiando la domanda globale effettiva. La grande quantità di denaro speso per costruire le cattedrali fruttò lavoro e denaro ai muratori che, a loro volta, spesero il denaro guadagnato per acquistare pane ed indumenti dando così lavoro ai fornai ed ai sarti. In questo modo il moltiplicatore sostenne e moltiplicò lo sviluppo dell’economia europea.

La popolazione ovviamente crebbe; tuttavia a causa:

  1. Dell’espansione del commercio del pepe
  2. Degli effetti a monte ed a valle di detta espansione
  3. Degli effetti del moltiplicatore e dell’acceleratore

il tasso di crescita del reddito superò quello della popolazione, il reddito pro-capite aumentò e sino alla fine del XIII secolo l’Occidente riuscì ad evitare di cadere nella trappola malthusiana.

Il racconto dell’illustre Carlo M. Cipolla sopra riportato, è un celebre esempio di una società in declino che ha vissuto la transizione dall’Impero Romano al Medioevo. Ciò che occorre oggi ritrovare per ripartire è proprio quel “pepe” che null’altro è che l’entusiasmo e la voglia di ricostruire un sistema paese, rimboccandosi le maniche e riponendo soprattuto il timone nelle mani di persone competenti e preparate che conoscano la vita e le dinamiche relazionali intercontinentali, proprio come Pietro l’eremita, che utilizzava la mente e che aveva bene intuito il potere della riflessione.

L’Italia ha bisogno oggi non solo di un Pietro ma anche di tante persone che si possano a lui ispirare, che vengano fornite degli strumenti utili alla ricostruzione del benessere sociale e della perduta serenità, rivalutando opportunamente il concetto di interesse sociale e nazionale, visto che come è noto nei momenti di difficoltà si può contare solo su sé stessi.

Pietro l’eremita infatti non si recò a Bruxelles oppure a Berlino per intraprendere la sua grandiosa iniziativa. Se lo avesse fatto è lecito dubitare che i risultato non sarebbero stati gli stessi, quasi sicuramente.

Gli ingannevoli progressi globali

Anno bisesto, anno funesto…

… e triste quello che gli viene appresso

Se l’anno è bisestile, riempi il sacco al barile

Anno bisesto tutte le donne senza sesto

Anno che bisesta non si sposa e non s’innesta

Il 29 febbraio rimette le lancette al loro posto

Anno bisesto tutte le cose van di traverso

Anno bisestile, chi piange e chi stride

Anno biesto che passi presto

In realtà non c’è alcuna spiegazione scientifica che avvalori queste credenze, ma il semplice fatto che durante alcuni anni bisestili si siano verificate alcune catastrofi ed epidemie.

Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Tuttavia corre l’obbligo di segnalare che tantissime altre sciagure si sono verificate in anni che non erano invece bisestili, anche perchè secondo la cultura anglosassone l’anno bisestile porta invece bene.

Le ragioni di tale detto sono da ricercarsi in tempi molto remoti. I primi a pensare che l’anno bisestile fosse un anno funesto, furono gli antichi romani che diffusero questa credenza in tutte le zone dell’Impero.

Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all’ astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l’ imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico.

La contemporaneità bisestile del 2020, ci consegna un mondo molto popolato, intenso, veloce, e contrariamente a quanto accadeva in passato, molto più dominato dagli esseri umani.

La modernità di per sé, come l’etimologia della parola insegna, include un cambiamento e sin’ora  è stato sinonimo di progresso anche se paradossalmente nel mondo riscontriamo che le disuguaglianze e le povertà non sono sparite affatto, facendo emergere il conflitto della vita vissuta in piccola scala con decisioni di ampia scala, chiamate appunto “globali”.

Tuttavia le scelte operati all’ombra dell’insegna globale hanno ingannevolmente rappresentato un progresso per gli agglomerati urbani ed i macro territori ma al contempo aumentando il divario tra centro e periferie del mondo, sia nel senso “micro” che “macro”. Testimoni di un apparente progresso molto discutibile sotto il profilo della sostenibilità ambientale sono ad esempio i settori dell’energia, mobilità, rifiuti, circolarità delle informazioni che hanno intrapreso direzioni inattese e molto “poco controllabili”.

Non sempre però le invenzioni spacciate per “progresso” producono effetti concreti in tale direzione, anzi, in certi casi possono addirittura portare ad un vero e proprio “regresso” ovvero un danno non sempre riparabile.

Per ricorrere ad un aneddoto storico, il famoso spray insetticida DDT, santificato nel mondo per aver contribuito a debellare la malaria uccidendo gli insetti ebbe due effetti inaspettati ed incontrollabili: il primo, la nascita del primo movimento ambientalista nel 1962, a seguito della pubblicazione del libro Primavera silenziosa, che denunciava proprio il DDT come causa ostativa alla riproduzione degli uccelli ed il secondo, lo sviluppo del cancro sul corpo umano a seguito del contatto con lo Spray.

Quindi ciò che veniva inzialmente venduto come l’invenzione che doveva proteggere le persone dalla malaria, proteggere le coltivazioni e migliorare la resa agricola, in realtà uccise gli insetti, affamò gli uccelli e gli altri esseri animali della stessa catena alimentare mostrandosi letale anche per la salute degli esseri umani tanto da costringere le autorità internazionali a sancirne il bando dai mercati.

Ancora oggi nei paesi dell’Africa affetti dalla malaria il dibattito è acceso: morire di malaria oppure di cancro? Dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano a fronte della riduzione dell’elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria tanto che nel 2006, l’OMS si è spinta a dichiarare che se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe essere combinato alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria, trascurando del tutto il fatto della prossimità degli insetti con gli esseri umani, dettagli.

Una modella pubblicizza la sicurezza del DDT, 1948.

L’esempio del DDT ci mostra che pur nelle contraddizzioni di fondo di una realtà globale, oggi le persone costruiscono, innovano ed imbastiscono relazioni in modo da diventare tutti elementi di una catena globale, fino a ieri felicemente connessi tramite un’economia sempre più integrata.

Il termine “globale” acquisisce popolarità con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dei primi telefoni cellulari e poi della rete internet.

Il mondo che sino ad allora veniva influenzato da persone e popolazioni, cominciò a creare una sorta di comunità globale che non si era mai registrata prima nella storia dell’umanità. L’ironia della sorte vuole che il risultato di tale processo, oggi, veda i personaggi e le cariche che dovrebbero scrivere la storia, rincorrere la popolarità proprio su quella rete social virtuale, trasformandosi così da timone di una società ad una mero inseguitore di principi espressi da agglomerati sociali virtuali, addestrati volutamente dal sistema scolastico in modo da non essere in grado di distinguere concretamente il concetto di interesse personale da quello di interesse nazionale.

La globalizzazione ha consentito la trasformazione del capitalismo in egemone facendo sì che nessun gruppo umano oggi possa vivere in modo indipendente dall’economia monetizzata modificando così le modalità ed i termini delle relazioni stesse.

I regimi di possesso o conduzione dei terreni agricoli sono stati sostituiti dalla proprietà privata e l’agricoltura di sussitenza che sosteneva numerosi ceti sociali sono stati soppiantati dal lavoro salariato, così come la televisione ha soppiantato le relazioni umane costituite un tempo dalla narrativa orale. La conseguenza delle politiche adottate dagli stati nazionali è stata proprio la fuga di quei ceti sono stati costretti a migrare nelle aree urbane alla ricerca di un impiego.

Siamo così giunti ad un regime ideologico attualmente egemone che incoraggia la mercificazione e la deregolarizzazione dei mercati che si muove sempre sotto la spinta del profitto ovviamente di gruppi che hanno assunto le caratteristiche di potenti organizzazioni parallelle di dimensioni pari a quelle degli stessi stati nazione.

Le questioni politiche inseguono le questioni economiche guardandosi bene dall’includere valori fondamentali come la giustizia sociale oppure il benessere duraturo dell’umanità.

Tale trasformazione ha comportato l’aumento dei consumi di energia, l’espansione urbana ed un’enorme crescita demografica causa primaria delle ondate migratorie, dell’incremento abnorme di produzione di rifiuti con ripercussioni dirette sull’ambiente. Tali esempi sono solo alcuni dei numerosi processi fuori controllo.

Queste contraddizioni invisibili agli occhi in un sistema che si regge in un sensibile equilibrio artificiale sono emerse ed esplose per la prima volta nella storia dell’umanità con l’avvento della pandemia. Abbiamo infatti assistito al blocco dei milioni di transiti giornalieri, aerei e terrestri, il blocco dei consumi e del consumismo trascinato dalla corda della paura alimentata dal virus, agli acquisti ritenuti essenziali, e così via… verso il blocco delle consuetudini globaliste stratificatesi negli anni a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non stupiamoci, non è la prima volta che questo accade.

Nella storia del genere umano le malattie infettive che talvolta si sono mostrate sotto forma di pandemia hanno avuto delle caratteristiche comuni, come la velocità di trasmissione e l’immunizzazione goduta da chi già era stato infettato dal virus. Nel caso del Covid19 così però non sembra essere.

Nel nostro percorso di storia abbiamo già vissuto pandemie epocali:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

Morbo di Antonino, 165-180. Un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone, pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale.

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150000 persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Peru nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza.

Un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana fu il tifo, chiamato anche “febbre da accampamento” o “febbre navale” perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3000 uomini in battaglia e 20000 per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18000 uomini in Italia; altre 30000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo; più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

L’ “influenza spagnola”, 1918-1919. Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia; Boston, nel Massachusetts; e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone in 6 mesi Sparì dopo 18 mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione.

L’epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu certamente favorita dalle condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee. La caratteristica più sorprendente della pandemia fu il suo tasso di mortalità insolitamente alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra.

L’influenza spagnola fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna.

Per evitare la personalizzazione delle pandemie l’OMS ha deciso di adottare delle sigle, proprio sull’esperienza della febbre spagnola. Infatti l’accostamento tra il luogo di scoperta della malattia ed il luogo georgrafico potrebbe rappresentare un deterrente per la comunicazione della scoperta. Insomma nessuno stato vorrebbe mai appendersi al petto la medaglia di un virus concedengoli il proprio nome e farsi additare come untore del mondo.

Il giorno 11 febbraio 2020 l’OMS ha dichiarato il nome ufficiale del nuovo coronavirus (Covid-19, che sta per Corona Virus Disease 2019). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha affermato che «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti».

Nel 2015 l’OMS ha stabilito delle precise linee guida da seguire nella scelta di un nome per una nuova malattia ritendendo fondamentale evitare riferimenti a luoghi, animali, individui o gruppi di persone, optando per un nome facilmente pronunciabile e che abbia una relazione con la malattia.

«Inserire un riferimento a Wuhan nel nome ufficiale avrebbe significato dare una connotazione negativa ai cittadini di Wuhan, che non sono altro che vittime dell’epidemia», ha spiegato alla rivista Time Wendy Parmet, professoressa di legge alla Northeastern University (USA) ed esperta di salute pubblica. In passato molte malattie racchiudevano nel nome riferimenti a persone, luoghi o animali: pensiamo alla sifilide, che nel XVI secolo in Italia veniva chiamata “mal francese”, e in Francia “mal di Napoli”; oppure la stessa Febbre Spagnola.

Nella lista di esempi da non seguire, evidentemente dopo lamentele o segnalazioni degli stati che vi hanno aderito, l’OMS ha inserito anche la MERS (Middle East Respiratory Sindrome, sindrome respiratoria mediorientale, nome con chiari riferimenti geografici), l’influenza suina (poi rinominata dalla stessa OMS “A/H1N1”, visto il crollo di vendite subìto dal mercato delle carni suine) o il morbo di Chagas, che prende il nome dal suo scopritore.

È importante ricordare che il nome assegnato dall’OMS, Covid-19, si riferisce alla malattia, non al virus. Quest’ultimo è stato invece definito SARS-CoV-2 (sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dalla Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus (in inglese International Committee on Taxonomy of Viruses, ICTV), responsabile della classificazione ufficiale dei virus di tutto il mondo.

L’ “influenza asiatica“, 1957-1958. Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70000 morti. Il ceppo era lo H2N2.

L’ “influenza di Hong Kong“, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34000 vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La SARS, 2003. Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni.

L'”influenza A H1N1″, 2009. Attuale Pandemia del Virus H1N1 denominata originariamente Influenza Suina perché trasmessa da questo animale all’uomo.

Se avessimo imparato dalla storia, oggi non ci saremmo fatti cogliere impreparati, e visto che questa epidemia come abbiamo visto non è stata la prima e non sarà l’ultima, sarebbe bene adattare i nostri modelli sociali ad una capacità di resilienza in grado di contrastare le epidemie in maniera efficiente, senza tuttavia dover mettere in discussione le conquiste fino ad oggi raggiunte dai regimi democratici, semplicemente applicando dei criteri di efficienza sociale alle infrastrutture di stato già esistenti, valorizzando il rapporto essenziale pubblico – privato e quello delle istituzioni con il cittadino, consapevoli che le pandemie portano sempre e comunque a dei cambiamenti epocali all’interno dei quali vengono a crearsi degli spazi abilmente occupati sia dai concorrenti che dagli antagonisti del Paese colpito.

Telesio

È iniziata la battaglia per i virus-risarcimenti

Il Berman Law Group della Florida fa causa al governo cinese.

Uno studio legale ha intentato un’azione legale contro il regime cinese per aver causato la pandemia di COVID-19. La cronologia degli eventi di Wuhan somiglia molto a quanto accaduto in altri paesi, comprese le “cene sociali antivirus” copiate poi da altri partiti ideologicamente affini.

Il Berman Law Group, una società con sede in Florida, negli Stati Uniti, ha presentato la denuncia perché Pechino “sapeva che il coronavirus era pericoloso e in grado di provocare una pandemia”

Un noto studio legale in Florida, negli Stati Uniti, ha intentato un’azione legale contro il regime cinese guidato da Xi Jinping per averlo ritenuto responsabile della pandemia di coronavirus COVID-19 che sta causando il caos della popolazione mondiale. 

Pechino “sapeva che COVID-19 era pericoloso e in grado di provocare una pandemia, ma agiva lentamente, metteva proverbialmente la testa nella sabbia e la copriva per il proprio interesse economico”, afferma il documento presentato dallo studio legale The Berman. 

Il Berman Law Group ha annunciato di aver intentato una causa federale contro la Repubblica popolare cinese, la provincia di Hubei, la città di Wuhan e vari ministeri del governo cinese, per conto di residenti e compagnie negli Stati Uniti e nello stato della Florida”, afferma il comunicato stampa a cui Infobae ha avuto accesso. “La causa è stata intentata nel distretto meridionale della Florida e richiede miliardi di dollari di risarcimento danni per coloro che hanno subito lesioni personali, morte ingiusta, danni alla proprietà e altri danni a causa della omessa custodia da parte della Cina del virus letale.

L’avvocato dell’azienda Matthew Moore ha dichiarato: “Come abbiamo affermato nella nostra denuncia, i funzionari cinesi sapevano prima del 3 gennaio che il COVID-19 era stato trasmesso da uomo a uomo e che i pazienti avevano iniziato a morire pochi giorni dopo. Tuttavia, hanno continuato a dire alla gente di Wuhan e del mondo in generale che tutto andava bene, incluso tenere una cena pubblica a Wuhan per oltre 40.000 famiglie il 18 gennaio”.

L’epidemia era persino iniziata molto prima. A novembre, il virus stava già circolando nella popolosa città cinese senza che il regime facesse nulla per il contenimento. Al contrario, di fronte alle prime lamentele dei medici, Pechino ordinò la loro censura e degli arresti.

“era possibile contenere la diffusione del virus, tuttavia i funzionari cinesi hanno invece cercato di presentare una narrazione positiva sull’epidemia, nell’esclusivo interesse economico cinese”, ha continuato l’ex senatore dello stato della Florida Joseph Abruzzo, direttore delle relazioni governative della società. “Quando leggi l’aumento del numero di vittime e vedi l’arresto quasi completo della vita, non puoi attendere diciassette giorni critici prima di condividere la sequenza del genoma COVID-19 con altre nazioni, senza peraltro bloccare i voli internazionali e mandando a spasso il virus nel mondo”.

Da parte sua, Russell Berman, co-fondatore dell’azienda, ha affermato che la causa “è una denuncia ambiziosa contro una superpotenza mondiale. Ma, come abbiamo affermato, la Cina ha scatenato una pandemia in tutto il mondo e il danno si sta moltiplicando esponenzialmente ogni giorno qui negli Stati Uniti e in Florida. La nostra azienda non ha paura di affrontarli e ottenere la giustizia che merita. È il governo cinese che dovrebbe pagare i danni dello stimolo economico agli Stati Uniti, non il popolo americano”.

I numeri preoccupano, i nuovi casi di coronavirus negli Stati Uniti hanno superato quota 35.000 lunedì, rendendolo il terzo paese per numero di infezioni al mondo, dietro solo a Italia e Cina. Il bilancio delle vittime ha raggiunto 471, il sesto più alto al mondo. In totale, il numero di casi confermati è di 35.225, secondo il bilancio della Johns Hopkins University di lunedì. Un numero che inevitabilmente aumenterà nelle prossime ore, con l’aumentare della disponibilità di prove.

Intanto la pandemia ha già raggiunto 50 stati nell’Unione, i numeri continuano a salire e secondo le stime negli USA colpiranno circa 19 milioni di persone.

Original Post

1908-2020 la Russia al fianco dell’Italia

I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. La storia ci insegna a diffidare da chi critica per ingraziarsi un padrone in un momento di emergenza del Paese dove ogni singolo contributo può fare la differenza.

110 anni fa, alle ore 5:20:27, un terremoto di magnitudo 7.1 cancellava nell’arco di 40 secondi due città. Messina e Reggio Calabria venivano rase al suolo dal terremoto, alla furia cieca del sisma si aggiunse anche quella del maremoto, con onde altissime che portarono via edifici e persone che, inconsciamente, scampate al terremoto, pensarono di trovare la salvezza sulle spiagge. Il bilancio di quei drammatici minuti è senza precedenti nella storia: metà della popolazione di Messina morì sotto le macerie o ingoiata dal mare. Messina prima del terremoto contava 150.000 abitanti e, sebbene si tratti di una stima, si calcola che le vittime furono circa 100.000.

I primi a prestare soccorso a Messina non furono gli italiani, ma i marinai russi, la cui flotta navigava nelle acque vicino alla rada di Augusta. La squadra navale russa che contava due navi di linea e due incrociatori arrivò a Messina il 29 dicembre. I bastimenti erano carichi di provviste, medicinali, coperte, baracche, indumenti, utensili. Arrivati sullo Stretto i marinai i russi si mobilitarono per fronteggiare l’emergenza: i superstiti, che erano stati sorpresi dal terremoto nel sonno, avevano bisogno di ogni genere di prima necessità.

I feriti avevano bisogno di cure e medicinali. I russi soccorsero la popolazione colpita dal disastro, anche estrapolando i superstiti sotto le macerie. Si stima che da soli riuscirono ad estrarre dalle macerie circa 800 persone e, fin dal primo giorno, trasportarono i feriti negli ospedali facendo la spola con le città di Palermo, Siracusa e Napoli, prestando soccorso a più di 2.500 vittime del sisma.

Vittorio Emanuele con un ordine del giorno del 5 gennaio 1909, elogiava così il personale straniero e italiano:

“All’Esercito ed all’Armata,

Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente constatare il nobile slancio dell’esercito e dell’armata, che accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti.

Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione che rivolgo all’esercito ed all’armata. Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe, inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera”. 

Messina ancor oggi ricorda l’eroico intervento degli angeli russi venuti dal mare: una fratellanza culturale nata dalle macerie del terremoto, testimoniata annualmente da cerimonie in memoria e da opere monumentali in omaggio all’esercito russo.

A 112 anni da quell’evento che richiamiamo alla memoria, il legame tra i due paesi splende ora come allora. 14 aerei di aiuti inviati da Mosca in soccorso della stremata sanità lombarda ormai al collasso.

Ironia della sorte, il Paese viene infettato da un virus reso onnipotente dalla globalizzazione salvo poi esser soccorsi da quei paesi che volutamente sono stati emarginati dal percorso di crescita globale per non consentirgli un equo sviluppo economico come appunto la Russia oppure Cuba. 

Proprio verso questi soccorritori sono piovute piogge di critiche dai giornaloni, tentando di sminuire il nobile gesto attraverso modalità manipolatorie che definire ignobili è un complimento. 

Ma come? Per anni ci avete bombardato con lo spauracchio del razzismo e della discriminazione, poi nel momento in cui si tendono le mani indipendentemente dal colore della pelle, delle bandiere, delle etnie e delle religioni partono delle operazioni di intossicazione ambientale critica tanto massicce che Goebbels sembra quasi un apprendista.

Tacciono le reti pubbliche e private, i media main stream ed i giornali di regime non dedicano una sola parola di ringraziamento al soccorso prestato da Mosca, in nome della più becera politica discriminatoria.  

All’interno dei 14 aerei militari, Mosca ha caricato “macchinari per la sanificazione dei trasporti e del territorio”, oltre che laboratori mobili, mascherine, tute protettive, tamponi e otto brigate di dottori specializzati per oltre cento unità di personale. A bordo anche 100 utilissimi ventilatori.

Ringraziamo dunque gli amici dell’UE che hanno negato il transito agli aiuti sanitari russi verso l’Italia, nonché tutti quelli sempre nell’ambito dell’Unione Europea continuano a sequestrare merci acquistate dall’Italia in transito alle dogane.

Abbiamo quindi assistito a chi per ragioni istituzionali ha potuto godere della prima fila in mascherina al teatro dell’aeroporto, sbracciandosi con i giornali per rivendicarne i meriti, salvo poi scoprire che la pressante richiesta, in realtà, sarebbe partita da Paolo Grimoldi a Leonid Slutsky.

Possiamo quindi davvero dire che il virus oltre a mettere alla prova la resilienza delle democrazie occidentali, ci stia mostrando le istituzioni e le persone per ciò che sono realmente. La cosa che subito risalta all’occhio è l’assenza di una stampa “libera” e di “capitani” in fuga, ben lontani dai luoghi in cui le navi stanno affondando.