Storia delle colonie giovanili in Unione Sovietica

La scuola è finita l’ultimo giorno di maggio. Adesso Mikhail, 11 anni, aspetta trepidante l’inizio della sua avventura estiva: tre settimane nel campo dei Pionieri. Ha sperato fino all’ultimo di essere accettato ad Artek, la colonia più ambita, ma il suo è rimasto un sogno: come la maggior parte dei compagni di scuola, è finito invece nei boschi vicino a casa, in riva al fiume. Ma in fondo è meglio così: sa già che laggiù lo aspettano bagni, canzoni intorno al fuoco e gli stessi vecchi amici dell’anno scorso.

Nella vecchia Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche i bambini come Mikhail passavano le estati in questo modo fin dall’inizio degli anni Venti: furono organizzati allora i primi campi estivi dei Pionieri (in russo, Pionerskij lager) e la tradizione rimase pressoché immutata per i successivi settant’anni. Ma come funzionavano questi ritrovi? Chi poteva andarci? E perché vennero creati? Per dirla con le parole degli educatori del tempo, l’obiettivo era “rendere i giovani una generazione di comunisti […] salvare i bambini dall’influenza dannosa della famiglia […] nazionalizzarli. Dai primi giorni delle loro piccole vite, devono trovare se stessi sotto l’influenza benefica delle scuole comuniste. […] Obbligare la madre a dare il proprio bambino allo Stato sovietico, questo è il nostro obiettivo”.

Un obiettivo raggiunto su più fronti, indottrinando i più giovani a scuola, nelle letture e nelle organizzazioni di massa. Inquadrati fra gli Ottobrini (il primo grado della carriera dei piccoli comunisti sovietici) e i Pionieri (i ragazzi tra i 9 e i 14 anni), i bambini prendevano parte alle attività controllate dal Komsomol, l’Unione comunista della gioventù, la struttura giovanile del Partito, culla di “eroi” come il celebratissimo quattordicenne Pavel Morozov, che non aveva esitato a denunciare suo padre alle autorità per “attività controrivoluzionarie”.

D’altronde, pronunciando il giuramento, ogni Pioniere prometteva “di amare la mia Patria, di vivere, studiare e lottare come ci insegnò il grande Lenin e come ci insegna il Partito comunista, di rispettare sempre le leggi dei Pionieri dell’Unione Sovietica”. Insomma: di lottare contro i nemici del socialismo, fossero anche i propri genitori. «Il Pioniere doveva rispettare delle regole, doveva avere un comportamento esemplare, proprio come nei libri e nei film che ci appassionavano tanto», ricorda Vasile Ernu, scrittore rumeno di origini sovietiche ed ex-pioniere classe 1971, nel suo Nato in Urss (Edizione Hacca). «Anche quando, arrivata l’estate, andavamo tutti in vacanza nei campi dei Pionieri».

Ben più di una semplice avventura lontano da casa, quelle colonie furono uno dei mezzi con cui il partito inculcò  nelle menti dei futuri cittadini i principi dello stile di vita collettivo e l’ideologia politica della nuova società nata dalle rovine del regime zarista (abbattuto nel 1917 dalla Rivoluzione).

A finanziare i poutevki, cioè i biglietti di viaggio che i lavoratori ricevevano per i propri figli, ci pensavano i sindacati. Con quelli, l’immancabile cravatta rossa dei Pionieri legata al collo e un bagaglio di avventurose speranze, i bambini partivano.

I campi estivi sorgevano in luoghi pittoreschi, al mare o in montagna, vicino a un lago o a un bosco: all’inizio assomigliavano molto a spartani accampamenti scout, ma a partire dal 1925 cominciarono a trasformarsi in piccoli villaggi vacanze con baracche di legno, guide ed educatori professionali.

Fra tutti, uno in particolare divenne il sogno proibito di ogni piccolo sovietico: Artek, in Crimea, sulle rive del Mar Nero. Il permesso per andarci era il premio più alto che un bambino potesse ricevere dallo Stato. Considerato il fiore all’occhiello dell’Organizzazione dei Pionieri, era destinato ai suoi membri modello: frequentarlo significava usare l’ascensore nella scalata alle posizioni più alte dell’amministrazione sovietica. E infatti, per entrarci, oltre ai voti eccellenti, erano necessarie soprattutto le raccomandazioni, in barba ai tanto decantati ideali di eguaglianza. Alla propaganda però interessava raccontare, come si legge nella Grande Enciclopedia Sovietica, che “le migliaia di Pionieri di cui ogni giorno Artek è piena sono un vivido esempio di sollecitudine paterna del Partito comunista verso il popolo sovietico e personalmente di I. V. Stalin ai figli della madrepatria”.

E, ad Artek come altrove, questa paterna preoccupazione si esprimeva in una organizzazione quasi militare della giornata dei piccoli ospiti, guardati a vista dai pionervožatye, i “capi Pionieri”. In fondo quella vacanza era una cosa seria e andava affrontata con il cipiglio dei futuri combattenti. «Gli spostamenti avvenivano in maniera organizzata, per gruppi e in fila indiana. Ci muovevamo quasi sempre a passo di marcia, cantando in coro o sciorinando qualche intermezzo cantato. Avevamo un intero repertorio che conoscevamo a menadito, e che in russo rimava alla perfezione», ricorda Ernu. I bagni e la loro lunga fila di rubinetti attaccati al muro erano all’aperto.

Una volta che si erano lavati la faccia e i denti, i ragazzini erano pronti per il “rinvigorimento mattutino” (leggi: gli esercizi di ginnastica). Poi facevano colazione. Si trattava del primo di quattro pasti giornalieri che prevedevano, oltre a pranzo e cena, anche il poldnik, la merenda servita dopo il riposino forzato del pomeriggio. I menu erano all’insegna del mangiar sano, per questo i Pionieri si dividevano di nascosto, come fossero un tesoro, le caramelle ricevute per posta dai genitori.

La colonia di Artek era il sogno di ogni piccolo sovietico, ma per entrarci, oltre a voti eccellenti, ci volevano le raccomandazioni.

Le più ambite erano le gomme da masticare: procurarsi i chewing-gum in Unione Sovietica era difficilissimo e chi poteva li faceva arrivare dall’estero. I pochi fortunati le masticavano per ore e le riciclavano più volte, mettendole nello zucchero o nella marmellata perché riprendessero un po’ di sapore. Tutti gli altri, invece, si arrangiavano con il catrame. Molto più semplice da trovare, per strada o sui tetti, era duro solo all’inizio: poi si trasformava in una copia perfetta della bubblegum, da masticare durante le attività all’aria aperta.

Oltre a giocare, intagliare il legno, gareggiare in competizioni sportive, fare bagni ed escursioni, a volte i Pionieri venivano spediti anche a dare una mano ai contadini nei vicini kolchoz, le fattorie collettive. Eppure il lavoro non bastava a fiaccare i giovani sovietici: quando, alle 21, scattava il “rito dello spegnimento”, nei dormitori (i palata) si scatenava la guerra fra i sessi. I ragazzi nascondevano le scarpe delle ragazzine o lanciavano rane nei loro dormitori; le femminucce incollavano le scarpe dei maschietti al pavimento o mettevano un secchio d’acqua sulla porta d’entrata del dormitorio, per punire chiunque si fosse azzardato a far capolino. «Se poi eri il primo ad addormentarti, probabilmente ti saresti svegliato con il dentifricio spalmato sul petto e sulla faccia.  Vi assicuro che brucia parecchio e, per di più, tutti i compagni ridono di te», conclude Ernu.

La permanenza al campo si chiudeva con la cosiddetta “notte di Nettuno”, una serata dedicata a un ballo in maschera e agli scherzi. Così, per decenni, si sono salutate generazioni di Mikhail. Fino al 1991, quando il crollo del blocco sovietico segnò, tra le altre cose, anche la fine dell’Organizzazione dei Pionieri e di molti dei loro campi estivi. Di quei luoghi, ora, non restano che gli edifici abbandonati, rovine divorate dalla natura di un’epoca che non c’è più.

Giovani Pionieri si preparano a combattere l’invasione nazista

“La fotografia sembra inquietante ora” ma “il pericolo e l’instabilità permeavano ogni momento della loro vita”. L’immagine era “intesa a creare sicurezza”.

“I giovani pionieri erano effettivamente una versione sovietica del movimento scout di Baden-Powell, quindi c’erano temi prepotenti di prontezza e sopravvivenza che affiancano tutti i dogmi politici e le attività fisiche”, scrive Darmon Richter, che gestisce The Bohemian Blog. “Immagino che una foto come questa mostrasse quanto fossero preparati e preparati in modo efficiente questi giovani.”

I giovani pionieri potevano frequentare i campi durante le vacanze estive e invernali, nonché visitare i centri di comunità per bambini locali noti come palazzi dei giovani pionieri, tutti sponsorizzati dal governo.

Il movimento venne anche impiegato durante la seconda guerra mondiale – conosciuta dai sovietici come la Grande Guerra Patriottica – dove migliaia di giovani pionieri morirono in resistenza alla Germania nazista.

Viktor Bulla, il fotografo e cineasta russo dietro questa istantanea, è stato molto attivo nel creare un record della Rivoluzione d’Ottobre sin dalle sue origini. Mentre la sua fotografia non sarebbe probabilmente considerata propaganda, afferma, Bulla fu accusato di spionaggio e venne dichiarato nemico del popolo, nel 1938 o nel 1939, quindi poco dopo che questa foto fu scattata.

Sebbene il movimento dei Giovani Pionieri sponsorizzato a livello nazionale non esista più, simili organizzazioni pioniere esistono ancora in oltre 20 paesi, tra cui Bielorussia, Messico e Corea del Nord. Per un breve periodo, i Giovani Pionieri si sono persino formati come organizzazioni del Partito Comunista per bambini in America.

Ma forse il movimento vedrà ancora un risveglio in Russia: proprio l’anno scorso, diversi membri del parlamento del paese hanno detto al presidente Vladimir Putin di creare un nuovo movimento giovanile sponsorizzato dallo stato con una serie di fasi simili, dai giovani e dagli scolari ai adolescenti e giovani adulti.

Le colonie in Italia

Da luoghi di cura a luoghi di educazione, le colonie, in Italia, nacquero in epoca fascista dall’evoluzione degli “ospizi marini” che nell’Ottocento garantivano gratuitamente ai bambini poveri, malati di tubercolosi, i benefici del mare e del sole. Durante tutto il primo dopoguerra, oltre 4mila colonie marine dalle forme futuristiche accolsero centinaia di migliaia di ragazzini tra i 6 e i 13 anni, tutti iscritti alla Gioventù Italiana del Littorio.

L’ammissione alle colonie era riservata ai figli delle famiglie bisognose o numerose, agli orfani dei caduti, ai figli degli italiani residenti in altri Paesi europei e nelle colonie italiane, ai figli dei mutilati e degli invalidi di guerra.

Estate fascista. Lo scopo di quei soggiorni nel Ventennio? Formare l’identità fascista nei più giovani. Grandi camerate, uniforme uguale per tutti, regole da rispettare: l’organizzazione era rigorosamente di tipo militare, perché l’educazione dei giovani fascisti doveva essere “severa e inflessibile”. Un rigore che le colonie persero soltanto nel secondo dopoguerra.

La comprensione dell’espansionismo cinese passa per le guerre dell’oppio.

Nel 1839, l’Inghilterra entrò in guerra con la Cina perché era sconvolta dal fatto che i funzionari cinesi avessero deciso di chiudere le rotte per il traffico dell’oppio ed aver confiscato tutta la droga rimasta in circolazione, dopo essersi resi conto della grave emergenza umanitaria che stava colpendo il paese, atteso l’altissimo numero di tossicodipendente tra la popolazione.

L’effetto di questa decisione è percepibile ancora oggi sul piano geopolitico.

La dinastia Qing, fondata dai clan della Manciuria nel 1644, allargò i confini della Cina alla loro massima estensione, conquistando il Tibet, Taiwan e l’Impero Uighur. Tuttavia, i Qing si rivolsero poi verso l’interno utilizzando un approcccio marcatamente isolazionista, rifiutando di accettare gli ambasciatori occidentali perché si rifiutavano di accettare la dinastia Qing come suprema, al di sopra dei loro capi di stato.

Agli stranieri – anche su navi mercantili – era vietato l’ingresso nel territorio cinese.

L’eccezione alla regola era applicata alla città di Canton, ubicata presso la regione sud-orientale ed incentrata sulla moderna provincia del Guangdong, che confina con Hong Kong e Macao. Agli stranieri fu permesso di commerciare nel distretto delle Tredici Fabbriche nella città di Guangzhou, con pagamenti effettuati esclusivamente in argento.

Gli inglesi conferirono incarico alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio con la Cina, e presto le navi con sede nell’India coloniale si scambiarono vigorosamente argento con tè e porcellana. Ma gli inglesi avevano una scorta limitata di argento.

LA GUERRA DELL’OPPIO

A partire dalla metà del 1700, gli inglesi iniziarono a commerciare oppio coltivato in India in cambio di argento da commercianti cinesi. L’oppio – una droga che oggi si trasforma in eroina – era illegale in Inghilterra, ma veniva usato nella medicina tradizionale cinese.

Tuttavia, l’uso ricreativo era illegale e non diffuso. Ciò cambiò quando gli inglesi iniziarono a spedire in tonnellate di droga usando una combinazione di scappatoie commerciali e un vero e proprio contrabbando per aggirare il divieto.

I funzionari cinesi che guadagnavano dal traffico dello stupefacente hanno favorito la pratica. Le navi americane che trasportavano oppio di origine turca si unirono alla bonanza dei narcotici all’inizio del 1800, così il consumo di oppio in Cina salì alle stelle, così come i profitti.

L’imperatore Daoguang fu allarmato da milioni di tossicodipendenti e dal flusso d’argento che lasciava la Cina, così nel 1839 il neo nominato commissario imperiale Lin Zexu istituì delle leggi che vietavano l’oppio in tutta la Cina.

Furono arrestati circa 1.700 commercianti e sequestrate tutte le partite di stupefacente in giacenza nei porti cinesi e persino sulle navi in ​​mare. Li fece quindi distruggere tutti. Il quantitativo di stupefacente distrutto ammontava a circa 2,6 milioni di libbre di oppio gettato nell’oceano. Lin scrisse persino una poesia per scusarsi con gli dei del mare per l’inquinamento.

La guerra dell’oppio: droghe, sogni e strategia della Cina moderna

I commercianti britannici infuriati, costrinsero il governo britannico a promettere un risarcimento per le droghe perse, ma il tesoro non poteva permetterselo, data la dimensione del danno. Dunque come quasi sempre avviene in questi casi, il pensiero filosofico britannico determinò che nulla poteva essere più efficace per la risoluzione del problema che un bel conflitto armato.

In realtà i primi colpi furono sparati in precedenza, ovvero quando i cinesi opponendosi al commercio di oppio in applicazione delle nuove leggi vigenti attaccarono un mercantile inglese.

Le autorità cinesi avevano indicato agli inglesi che avrebbero consentito il ripristino degli scambi di merci, eccezion fatta per l’oppio. Lin Zexu ha persino inviato una lettera alla regina Vittoria sottolineando che, poiché l’Inghilterra aveva vietato il commercio di oppio, era più che giustificato per il governo cinese adeguarsi e di riflesso vietare tale pratica anche nel loro Paese.

Tuttavia la risposta a tale missiva non è mai stata ricevuta.

Per tutta risposta, la Royal Navy ha istituitì un blocco intorno a Pearl Bay per protestare contro le restrizioni al libero commercio delle droghe. Due navi britanniche che trasportavano cotone cercarono di eseguire il blocco nel novembre 1839. Quando la Royal Navy sparò un secondo colpo dal Royal Saxon, i cinesi mandarono uno squadrone di giunche da guerra e zattere di fuoco per scortare le proprie imbarcazioni.

Il Capitano di HMS Volage, riluttante a tollerare l ‘”intimidazione” cinese, non indugiò a sparare contro le navi cinesi. Quattro imbarcazioni cinesi furono affondate, riuscendo a ferire solo un soldato britannico.

Sette mesi dopo, una forza di spedizione su larga scala di 44 navi britanniche lanciò un’invasione di Canton. Gli inglesi avevano navi a vapore, cannoni pesanti, razzi Congreve e fanteria equipaggiati con fucili in grado di sparare a lungo raggio con precisione. Le truppe statali cinesi – “bannermen” – erano ancora equipaggiate con fucili accurati solo fino a 50 yarde e una velocità di fuoco molto limitata.

Le navi da guerra cinesi antiquate furono rapidamente distrutte dalla moderna Royal Navy. Le navi britanniche salparono sui fiumi Zhujiang e Yangtze, occupando Shanghai lungo la strada e sequestrando chiatte di riscossione delle tasse, soffocando le finanze del governo Qing. Le truppe cinesi subirono unca sconfitto dopo l’altra.

Quando i Qing parteciparono alla conferenza di pace nel 1842, gli inglesi poterono stabilire le proprie condizioni. Il trattato di Nanchino prevedeva che Hong Kong sarebbe diventata un territorio britannico e che la Cina sarebbe stata costretta a stabilire cinque porti di trattato in cui i commercianti britannici potevano scambiare tutto ciò che volevano con chiunque volessero.

Un trattato successivo costrinse i cinesi a formalmente riconoscere gli inglesi alla pari e garantisce ai loro commercianti lo status privilegiato.

PIU’ GUERRA, PIU’ OPPIO

L’imperialismo stava crescendo verso la metà del 1800. Nel 1843 anche la Francia si lanciò nel settore portuale del trattato. Gli inglesi presto vollero ancora più concessioni dalla Cina – commercio senza restrizioni in qualsiasi porto, ambasciate a Pechino e la cancellazione dei divieti di vendita di oppio nella terraferma cinese.

Una tattica che gli inglesi usarono per promuovere la loro influenza fu quella di registrare le navi dei commercianti cinesi che trattavano come navi britanniche.

Il pretesto per la seconda guerra dell’oppio è comico nella sua assurdità. Nell’ottobre 1856, le autorità cinesi sequestrarono un’ex nave pirata, la Arrow, con un equipaggio cinese e con una registrazione britannica scaduta. Il capitano riferì alle autorità britanniche che la polizia cinese aveva sequestrato un mercanitle britannico.

Gli inglesi chiesero al governatore cinese di liberare l’equipaggio. Quando solo nove dei 14 tornarono, gli inglesi iniziarono un bombardamento dei forti cinesi intorno a Canton e alla fine aprirono le mura della città.

I liberali britannici, sotto William Gladstone, erano sconvolti dalla rapida escalation e protestarono per le politiche adottate nei confronti della Cina. Tuttavia, i Tories sotto Lord Palmerston, ottennero il sostegno necessario per perseguire la guerra.

La Cina non era in grado di reagire, poiché era stata coinvolta nella devastante ribellione di Taiping, una rivolta contadina guidata da un capo rivoluzionario civile che affermava di essere il fratello di Gesù Cristo. I ribelli avevano quasi conquistato Pechino e controllavano ancora gran parte del paese.

Nel frattempo la Royal Navy continuò ad attaccare i cinesi, affondando 23 giunche vicino a Hong Kong e conquistando Guangzhou. Nel corso dei tre anni successivi, le navi britanniche si diressero verso il fiume, catturando diversi forti cinesi attraverso bombardamenti navali e assalti anfibi.

La Francia si unì alla guerra – la sua scusa era l’esecuzione di un missionario francese che aveva sfidato il divieto di accesso agli stranieri nella provincia del Guangxi. Persino gli Stati Uniti furono coinvolti brevemente dopo che un forte cinese aveva sparato a distanza su una nave americana.

Nella Battaglia dei Pearl River Forts, la Marina degli Stati Uniti con una forza di tre navi e 287 marinai, prese d’assalto quattro forti, neutralizzando 176 cannoni e 3000 fanti cinesi. Ufficialmente all’interno del conflitto Gli Stati Uniti sono rimasti neutrali.

La Russia non si unì ai combattimenti, ma usò la guerra per spingere la Cina a cedere un grosso pezzo del suo territorio nord-orientale, tra cui l’attuale città di Vladivostok.

Nel 1858 gli inviati stranieri redassero il successivo trattato adottando termini ancora più schiaccianti per l’autorità della dinastia Qing. Altre dieci città furono designate come porti del trattato, gli stranieri avrebbero avuto il libero accesso al fiume Yangtze ed alla terraferma cinese, Pechino di contro avrebbe potuto aprire ambasciate in Inghilterra, Francia e Russia.

All’inizio l’imperatore Xianfeng accettò il trattato, ma poi cambiò idea, inviando il generale mongolo Sengge Rinchen a condurre i forti Taku sulla via navigabile che portava a Pechino. I cinesi respinsero un tentativo britannico di prendere le fortezze via mare nel giugno 1859, affondando quattro navi britanniche. Un anno dopo, un assalto terrestre da parte di 11.000 soldati britannici e 6.700 francesi riuscirono nell’intento.

Una missione diplomatica britannica fece fortissime pressioni per l’adesione al trattato, portando i cinesi a rispondere prendendo in ostaggio l’inviato e torturando a morte molti membri della delegazione. L’alto commissario britannico per gli affari cinesi, Lord Elgar, decise di affermare comunque il dominio e mandò l’esercito a Pechino.

Fucili britannici e francesi hanno sparato contro 10.000 uomini di cavalleria mongoli nella battaglia del ponte di otto miglia, lasciando Pechino indifesa. L’imperatore Xianfeng fuggì. Per ferire l ‘”orgoglio e il suo sentimento” dell’imperatore nelle parole di Lord Elgar, le truppe britanniche e francesi saccheggiarono e distrussero lo storico Palazzo d’Estate.

Il nuovo trattato rivisto ed imposto alla Cina legalizzò sia il cristianesimo che l’oppio e aggiunse Tianjin – la grande città vicino a Pechino – all’elenco dei porti del trattato, autorizzando le navi britanniche al trasposto di lavoratori cinesi negli Stati Uniti e costringendo il governo di Pechino a versare otto milioni di dollari d’argento in indennità.

La presenza occidentale in Cina divenne così onnipresente e così ampiamente detestata, che sollecitò una rivolta popolare anti-occidentale conosciuta come rivolta dei boxer che scoppiò nel 1899. La sfortunata dinastia Qing, sotto la guida dell’imperatrice imperatrice Cixi, tentò per la prima volta di reprimere la violenza prima di appoggiarne il sostegno – giusto in tempo per l’arrivo di una forza militare multinazionale di truppe statunitensi, russe, tedesche, austriache, italiane, francesi, giapponesi e britanniche per reprimere la ribellione.

Trascorse quindi un intero anno di saccheggi di Pechino, Tianjin ed i territori circostani in rappresaglia.

IL CENTENARIO DELL’UMILIAZIONE

La guerra dell’oppio dunque, come abbiamo visto ha influito profondamente sulla formazione dell’ideologia sociologica cinese riportata anche nei rapporti con l’occidente, sconfitte molto pesanti che ideologicamente nella popolazione a livello storico sono collegate al crollo della secolare dinastia Qing e con essa due millenni di dominio dinastico.

Questa pesante interferenza nel mondo cinese ha sicuramente contribuito nella formazione di una ideologia cinese volta alla persecuzione maniacale per l’ammodernamento e l’industrializzazione, in assenza dei quali la nazione si trova in svantaggio strategico e rischia nuovamente di essere messa sotto scacco di potenze occidentali.

Oggi, la prima guerra dell’oppio viene insegnata nelle scuole cinesi come l’inizio del “Secolo dell’umiliazione” – la fine di quel “secolo” che risale al 1949 con la riunificazione della Cina sotto Mao.

Mentre agli studenti americani viene regolarmente assicurato di essere il più grande paese sulla Terra dai loro politici, le scuole cinesi insegnano agli studenti che il loro paese è stato umiliato da avidi e tecnologicamente superiori imperialisti occidentali, creando una spinta motivazionale non indifferente.

Le Opium Wars hanno chiarito che la Cina era gravemente caduta dietro l’Occidente, non solo militarmente, ma economicamente e politicamente. Da allora ogni governo cinese – persino la sfortunata dinastia Qing, che ha iniziato il “Movimento di auto-rafforzamento” dopo la seconda guerra dell’oppio – ha fatto della modernizzazione un obiettivo esplicito, citando la necessità di mettersi al passo con l’Occidente.

I giapponesi, osservando eventi in Cina, istituirono lo stesso discorso e si modernizzarono più rapidamente di quanto la Cina fece durante la Restaurazione Meiji.

I cittadini della Cina continentale misurano ancora frequentemente la Cina rispetto ai paesi occidentali. I problemi economici e di qualità della vita sono di gran lunga la loro principale preoccupazione. Ma i media statali hanno anche l’obiettivo della parità militare.

Durante la maggior parte della storia cinese, la principale minaccia della Cina proveniva dalle tribù nomadi di equitazione lungo il suo lungo confine settentrionale. Anche durante la guerra fredda, l’ostilità con l’Unione Sovietica ha reso il suo confine mongolo un punto caldo di sicurezza. Ma le guerre dell’oppio – e ancora peggio, l’invasione giapponese nel 1937 – dimostrarono come la Cina fosse vulnerabile al potere navale lungo la costa del Pacifico.

L’aggressiva espansione navale della Cina nel Mar Cinese Meridionale può essere vista come gli atti di una nazione che ha ceduto ripetutamente alle invasioni navali – e desidera rivendicare il dominio della sua sponda del Pacifico nel 21 ° secolo.

La storia con l’oppio ha anche portato la Cina ad adottare una politica antidroga particolarmente dura con la pena di morte applicabile anche ai trafficanti di medio livello. Il traffico di stupefacenti e la criminalità organizzata rimangono tuttavia un problema. L’esplosione della cultura delle celebrità in Cina ha anche portato a repressioni punitive su coloro che erano coinvolti in “stili di vita decadenti”, portando a importanti campagne di vergogna pubblica.

Ad esempio, nel 2014 la polizia ha arrestato Jaycee Chan, figlio di Jackie Chan, per possesso di 100 grammi di marijuana. Suo padre ha dichiarato che non avrebbe chiesto a suo figlio di evitare la prigione.

La storia passata non determina sempre azioni future. I sentimenti cinesi verso il Regno Unito oggi sono generalmente positivi nonostante le guerre dell’oppio. Il crescente confronto militare sul Mar Cinese Meridionale è una realtà dei nostri tempi, ma ciò non significa che i leader cinesi saranno sempre impegnati in una strategia di espansione e confronto.

Tuttavia, promuovere relazioni migliori richiede di comprendere come l’attuale politica estera cinese abbia le sue radici negli incontri passati con l’Occidente.