La comprensione dell’espansionismo cinese passa per le guerre dell’oppio.

Nel 1839, l’Inghilterra entrò in guerra con la Cina perché era sconvolta dal fatto che i funzionari cinesi avessero deciso di chiudere le rotte per il traffico dell’oppio ed aver confiscato tutta la droga rimasta in circolazione, dopo essersi resi conto della grave emergenza umanitaria che stava colpendo il paese, atteso l’altissimo numero di tossicodipendente tra la popolazione.

L’effetto di questa decisione è percepibile ancora oggi sul piano geopolitico.

La dinastia Qing, fondata dai clan della Manciuria nel 1644, allargò i confini della Cina alla loro massima estensione, conquistando il Tibet, Taiwan e l’Impero Uighur. Tuttavia, i Qing si rivolsero poi verso l’interno utilizzando un approcccio marcatamente isolazionista, rifiutando di accettare gli ambasciatori occidentali perché si rifiutavano di accettare la dinastia Qing come suprema, al di sopra dei loro capi di stato.

Agli stranieri – anche su navi mercantili – era vietato l’ingresso nel territorio cinese.

L’eccezione alla regola era applicata alla città di Canton, ubicata presso la regione sud-orientale ed incentrata sulla moderna provincia del Guangdong, che confina con Hong Kong e Macao. Agli stranieri fu permesso di commerciare nel distretto delle Tredici Fabbriche nella città di Guangzhou, con pagamenti effettuati esclusivamente in argento.

Gli inglesi conferirono incarico alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio con la Cina, e presto le navi con sede nell’India coloniale si scambiarono vigorosamente argento con tè e porcellana. Ma gli inglesi avevano una scorta limitata di argento.

LA GUERRA DELL’OPPIO

A partire dalla metà del 1700, gli inglesi iniziarono a commerciare oppio coltivato in India in cambio di argento da commercianti cinesi. L’oppio – una droga che oggi si trasforma in eroina – era illegale in Inghilterra, ma veniva usato nella medicina tradizionale cinese.

Tuttavia, l’uso ricreativo era illegale e non diffuso. Ciò cambiò quando gli inglesi iniziarono a spedire in tonnellate di droga usando una combinazione di scappatoie commerciali e un vero e proprio contrabbando per aggirare il divieto.

I funzionari cinesi che guadagnavano dal traffico dello stupefacente hanno favorito la pratica. Le navi americane che trasportavano oppio di origine turca si unirono alla bonanza dei narcotici all’inizio del 1800, così il consumo di oppio in Cina salì alle stelle, così come i profitti.

L’imperatore Daoguang fu allarmato da milioni di tossicodipendenti e dal flusso d’argento che lasciava la Cina, così nel 1839 il neo nominato commissario imperiale Lin Zexu istituì delle leggi che vietavano l’oppio in tutta la Cina.

Furono arrestati circa 1.700 commercianti e sequestrate tutte le partite di stupefacente in giacenza nei porti cinesi e persino sulle navi in ​​mare. Li fece quindi distruggere tutti. Il quantitativo di stupefacente distrutto ammontava a circa 2,6 milioni di libbre di oppio gettato nell’oceano. Lin scrisse persino una poesia per scusarsi con gli dei del mare per l’inquinamento.

La guerra dell’oppio: droghe, sogni e strategia della Cina moderna

I commercianti britannici infuriati, costrinsero il governo britannico a promettere un risarcimento per le droghe perse, ma il tesoro non poteva permetterselo, data la dimensione del danno. Dunque come quasi sempre avviene in questi casi, il pensiero filosofico britannico determinò che nulla poteva essere più efficace per la risoluzione del problema che un bel conflitto armato.

In realtà i primi colpi furono sparati in precedenza, ovvero quando i cinesi opponendosi al commercio di oppio in applicazione delle nuove leggi vigenti attaccarono un mercantile inglese.

Le autorità cinesi avevano indicato agli inglesi che avrebbero consentito il ripristino degli scambi di merci, eccezion fatta per l’oppio. Lin Zexu ha persino inviato una lettera alla regina Vittoria sottolineando che, poiché l’Inghilterra aveva vietato il commercio di oppio, era più che giustificato per il governo cinese adeguarsi e di riflesso vietare tale pratica anche nel loro Paese.

Tuttavia la risposta a tale missiva non è mai stata ricevuta.

Per tutta risposta, la Royal Navy ha istituitì un blocco intorno a Pearl Bay per protestare contro le restrizioni al libero commercio delle droghe. Due navi britanniche che trasportavano cotone cercarono di eseguire il blocco nel novembre 1839. Quando la Royal Navy sparò un secondo colpo dal Royal Saxon, i cinesi mandarono uno squadrone di giunche da guerra e zattere di fuoco per scortare le proprie imbarcazioni.

Il Capitano di HMS Volage, riluttante a tollerare l ‘”intimidazione” cinese, non indugiò a sparare contro le navi cinesi. Quattro imbarcazioni cinesi furono affondate, riuscendo a ferire solo un soldato britannico.

Sette mesi dopo, una forza di spedizione su larga scala di 44 navi britanniche lanciò un’invasione di Canton. Gli inglesi avevano navi a vapore, cannoni pesanti, razzi Congreve e fanteria equipaggiati con fucili in grado di sparare a lungo raggio con precisione. Le truppe statali cinesi – “bannermen” – erano ancora equipaggiate con fucili accurati solo fino a 50 yarde e una velocità di fuoco molto limitata.

Le navi da guerra cinesi antiquate furono rapidamente distrutte dalla moderna Royal Navy. Le navi britanniche salparono sui fiumi Zhujiang e Yangtze, occupando Shanghai lungo la strada e sequestrando chiatte di riscossione delle tasse, soffocando le finanze del governo Qing. Le truppe cinesi subirono unca sconfitto dopo l’altra.

Quando i Qing parteciparono alla conferenza di pace nel 1842, gli inglesi poterono stabilire le proprie condizioni. Il trattato di Nanchino prevedeva che Hong Kong sarebbe diventata un territorio britannico e che la Cina sarebbe stata costretta a stabilire cinque porti di trattato in cui i commercianti britannici potevano scambiare tutto ciò che volevano con chiunque volessero.

Un trattato successivo costrinse i cinesi a formalmente riconoscere gli inglesi alla pari e garantisce ai loro commercianti lo status privilegiato.

PIU’ GUERRA, PIU’ OPPIO

L’imperialismo stava crescendo verso la metà del 1800. Nel 1843 anche la Francia si lanciò nel settore portuale del trattato. Gli inglesi presto vollero ancora più concessioni dalla Cina – commercio senza restrizioni in qualsiasi porto, ambasciate a Pechino e la cancellazione dei divieti di vendita di oppio nella terraferma cinese.

Una tattica che gli inglesi usarono per promuovere la loro influenza fu quella di registrare le navi dei commercianti cinesi che trattavano come navi britanniche.

Il pretesto per la seconda guerra dell’oppio è comico nella sua assurdità. Nell’ottobre 1856, le autorità cinesi sequestrarono un’ex nave pirata, la Arrow, con un equipaggio cinese e con una registrazione britannica scaduta. Il capitano riferì alle autorità britanniche che la polizia cinese aveva sequestrato un mercanitle britannico.

Gli inglesi chiesero al governatore cinese di liberare l’equipaggio. Quando solo nove dei 14 tornarono, gli inglesi iniziarono un bombardamento dei forti cinesi intorno a Canton e alla fine aprirono le mura della città.

I liberali britannici, sotto William Gladstone, erano sconvolti dalla rapida escalation e protestarono per le politiche adottate nei confronti della Cina. Tuttavia, i Tories sotto Lord Palmerston, ottennero il sostegno necessario per perseguire la guerra.

La Cina non era in grado di reagire, poiché era stata coinvolta nella devastante ribellione di Taiping, una rivolta contadina guidata da un capo rivoluzionario civile che affermava di essere il fratello di Gesù Cristo. I ribelli avevano quasi conquistato Pechino e controllavano ancora gran parte del paese.

Nel frattempo la Royal Navy continuò ad attaccare i cinesi, affondando 23 giunche vicino a Hong Kong e conquistando Guangzhou. Nel corso dei tre anni successivi, le navi britanniche si diressero verso il fiume, catturando diversi forti cinesi attraverso bombardamenti navali e assalti anfibi.

La Francia si unì alla guerra – la sua scusa era l’esecuzione di un missionario francese che aveva sfidato il divieto di accesso agli stranieri nella provincia del Guangxi. Persino gli Stati Uniti furono coinvolti brevemente dopo che un forte cinese aveva sparato a distanza su una nave americana.

Nella Battaglia dei Pearl River Forts, la Marina degli Stati Uniti con una forza di tre navi e 287 marinai, prese d’assalto quattro forti, neutralizzando 176 cannoni e 3000 fanti cinesi. Ufficialmente all’interno del conflitto Gli Stati Uniti sono rimasti neutrali.

La Russia non si unì ai combattimenti, ma usò la guerra per spingere la Cina a cedere un grosso pezzo del suo territorio nord-orientale, tra cui l’attuale città di Vladivostok.

Nel 1858 gli inviati stranieri redassero il successivo trattato adottando termini ancora più schiaccianti per l’autorità della dinastia Qing. Altre dieci città furono designate come porti del trattato, gli stranieri avrebbero avuto il libero accesso al fiume Yangtze ed alla terraferma cinese, Pechino di contro avrebbe potuto aprire ambasciate in Inghilterra, Francia e Russia.

All’inizio l’imperatore Xianfeng accettò il trattato, ma poi cambiò idea, inviando il generale mongolo Sengge Rinchen a condurre i forti Taku sulla via navigabile che portava a Pechino. I cinesi respinsero un tentativo britannico di prendere le fortezze via mare nel giugno 1859, affondando quattro navi britanniche. Un anno dopo, un assalto terrestre da parte di 11.000 soldati britannici e 6.700 francesi riuscirono nell’intento.

Una missione diplomatica britannica fece fortissime pressioni per l’adesione al trattato, portando i cinesi a rispondere prendendo in ostaggio l’inviato e torturando a morte molti membri della delegazione. L’alto commissario britannico per gli affari cinesi, Lord Elgar, decise di affermare comunque il dominio e mandò l’esercito a Pechino.

Fucili britannici e francesi hanno sparato contro 10.000 uomini di cavalleria mongoli nella battaglia del ponte di otto miglia, lasciando Pechino indifesa. L’imperatore Xianfeng fuggì. Per ferire l ‘”orgoglio e il suo sentimento” dell’imperatore nelle parole di Lord Elgar, le truppe britanniche e francesi saccheggiarono e distrussero lo storico Palazzo d’Estate.

Il nuovo trattato rivisto ed imposto alla Cina legalizzò sia il cristianesimo che l’oppio e aggiunse Tianjin – la grande città vicino a Pechino – all’elenco dei porti del trattato, autorizzando le navi britanniche al trasposto di lavoratori cinesi negli Stati Uniti e costringendo il governo di Pechino a versare otto milioni di dollari d’argento in indennità.

La presenza occidentale in Cina divenne così onnipresente e così ampiamente detestata, che sollecitò una rivolta popolare anti-occidentale conosciuta come rivolta dei boxer che scoppiò nel 1899. La sfortunata dinastia Qing, sotto la guida dell’imperatrice imperatrice Cixi, tentò per la prima volta di reprimere la violenza prima di appoggiarne il sostegno – giusto in tempo per l’arrivo di una forza militare multinazionale di truppe statunitensi, russe, tedesche, austriache, italiane, francesi, giapponesi e britanniche per reprimere la ribellione.

Trascorse quindi un intero anno di saccheggi di Pechino, Tianjin ed i territori circostani in rappresaglia.

IL CENTENARIO DELL’UMILIAZIONE

La guerra dell’oppio dunque, come abbiamo visto ha influito profondamente sulla formazione dell’ideologia sociologica cinese riportata anche nei rapporti con l’occidente, sconfitte molto pesanti che ideologicamente nella popolazione a livello storico sono collegate al crollo della secolare dinastia Qing e con essa due millenni di dominio dinastico.

Questa pesante interferenza nel mondo cinese ha sicuramente contribuito nella formazione di una ideologia cinese volta alla persecuzione maniacale per l’ammodernamento e l’industrializzazione, in assenza dei quali la nazione si trova in svantaggio strategico e rischia nuovamente di essere messa sotto scacco di potenze occidentali.

Oggi, la prima guerra dell’oppio viene insegnata nelle scuole cinesi come l’inizio del “Secolo dell’umiliazione” – la fine di quel “secolo” che risale al 1949 con la riunificazione della Cina sotto Mao.

Mentre agli studenti americani viene regolarmente assicurato di essere il più grande paese sulla Terra dai loro politici, le scuole cinesi insegnano agli studenti che il loro paese è stato umiliato da avidi e tecnologicamente superiori imperialisti occidentali, creando una spinta motivazionale non indifferente.

Le Opium Wars hanno chiarito che la Cina era gravemente caduta dietro l’Occidente, non solo militarmente, ma economicamente e politicamente. Da allora ogni governo cinese – persino la sfortunata dinastia Qing, che ha iniziato il “Movimento di auto-rafforzamento” dopo la seconda guerra dell’oppio – ha fatto della modernizzazione un obiettivo esplicito, citando la necessità di mettersi al passo con l’Occidente.

I giapponesi, osservando eventi in Cina, istituirono lo stesso discorso e si modernizzarono più rapidamente di quanto la Cina fece durante la Restaurazione Meiji.

I cittadini della Cina continentale misurano ancora frequentemente la Cina rispetto ai paesi occidentali. I problemi economici e di qualità della vita sono di gran lunga la loro principale preoccupazione. Ma i media statali hanno anche l’obiettivo della parità militare.

Durante la maggior parte della storia cinese, la principale minaccia della Cina proveniva dalle tribù nomadi di equitazione lungo il suo lungo confine settentrionale. Anche durante la guerra fredda, l’ostilità con l’Unione Sovietica ha reso il suo confine mongolo un punto caldo di sicurezza. Ma le guerre dell’oppio – e ancora peggio, l’invasione giapponese nel 1937 – dimostrarono come la Cina fosse vulnerabile al potere navale lungo la costa del Pacifico.

L’aggressiva espansione navale della Cina nel Mar Cinese Meridionale può essere vista come gli atti di una nazione che ha ceduto ripetutamente alle invasioni navali – e desidera rivendicare il dominio della sua sponda del Pacifico nel 21 ° secolo.

La storia con l’oppio ha anche portato la Cina ad adottare una politica antidroga particolarmente dura con la pena di morte applicabile anche ai trafficanti di medio livello. Il traffico di stupefacenti e la criminalità organizzata rimangono tuttavia un problema. L’esplosione della cultura delle celebrità in Cina ha anche portato a repressioni punitive su coloro che erano coinvolti in “stili di vita decadenti”, portando a importanti campagne di vergogna pubblica.

Ad esempio, nel 2014 la polizia ha arrestato Jaycee Chan, figlio di Jackie Chan, per possesso di 100 grammi di marijuana. Suo padre ha dichiarato che non avrebbe chiesto a suo figlio di evitare la prigione.

La storia passata non determina sempre azioni future. I sentimenti cinesi verso il Regno Unito oggi sono generalmente positivi nonostante le guerre dell’oppio. Il crescente confronto militare sul Mar Cinese Meridionale è una realtà dei nostri tempi, ma ciò non significa che i leader cinesi saranno sempre impegnati in una strategia di espansione e confronto.

Tuttavia, promuovere relazioni migliori richiede di comprendere come l’attuale politica estera cinese abbia le sue radici negli incontri passati con l’Occidente.

Il canale di Kra e le ambizioni espansionistiche cinesi

La cina vuole costruire un canale in Thailandia, attraverso l’Istmo di Kra, che collega il pacifico all’oceano indiano, in modo da aggirare lo stretto di Melacca; arteria giugulare degli approvvigionamenti energetici e del commercio cinese. Un progetto dalle implicazioni geopolitiche ed economiche enormi per tutti i Paesi della regione

Sin dal diciottesimo secolo il progetto per la costruzione di un canale che collegasse il Golfo del Siam ed il Mare delle Andamane è stato più volte evocato, ricorda un diplomatico occidentale che ha trascorso buona parte della sua carriera nel Sudest asiatico. Tuttavia tale progetto è stato rimandato innumerevoli volte dai governi thailandesi per mancanza di fondi. Anche se per molti esperti la sua fattibilità economica rimane discutibile, il progetto ha alla fine trovato un deciso sostenitore con l’entrata in scena della Cina, che si propone d’integrare il Canale di Kra alla Nuova Via della Seta.

Il sempre più importante traffico marittimo cinese metterebbe così da parte lo Stretto di Malacca, un imbuto che si stringe fino ad una sessantina di chilometri vicino a Singapore e che ha solo pochi chilometri utilizzabili dalle grandi petroliere per via della scarsa profondità dei fondali. Tanto più che quello stretto raggiungerà la saturazione, secondo le stime, nel 2024 quando oltre 140.000 navi cercheranno di passare attraverso questa via di mare, oppure dovranno optare per vie alternative più lunghe, che passano attraverso gli Stretti di Sunda e Lombok, molto più a sud, tra le isole dell’Indonesia, allungando da 4 a 7 giorni i tempi di navigazione.

Come tutti sanno la Nuova Via della Seta /BRI mira a collegare più facilmente la Cina all’Europa mediante la costruzione di una rete di infrastrutture per il trasporto finanziata da Pechino. La cosiddetta BRI ha un aspetto terrestre, la SIlk Road Economic Belt, ed uno marittimo, la 21st Century Marittime Silk Road. Questa iniziativa rientra nella strategia a termine ideata dalla Cina non solo per potenziare la propria influenza e capacità di penetrazione commerciale nei Paesi attraversati dalla BRI, ma anche per garantirsi una sicurezza energetica, quindi economica e strategica mediante l’apertura di nuove rotte di transito, controllate da Pechino, per le sue importazioni di idrocarburi.

Una questione strategica di enorme rilevanza considerato che la maggior parte del traffico marittimo da e verso i porti cinesi transita oggi da Stretti controllati dalla US Navy. L’apertura di nuove rotte deve quindi permettere alla Cina di ridurre sensibilmente le minacce alla propria economia in caso di blocco o chiusure degli stretti, e in primis quello di Malacca.

Oggi oltre i 3/4 degli approvvigionamenti cinesi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa transitano infatti dallo Stretto di Malacca, considerato come la “life line” marittima della Cina in quanto rappresenta la via d’accesso più breve per i propri porti. Il maggior timore dei dirigenti cinesi è che, in caso di crisi, lo Stretto venga bloccato da Paesi ostili. Malacca costituisce il punto più vulnerabile ed il maggior fattore di criticità della Strategia di Pechino. Una vulnerabilità che già a suo tempo l’ex presidente Hu Jintao aveva definito come il dilemma di Malacca. Due soluzioni, non incompatibili o addirittura complementari sono state prese in considerazione dai dirigenti cinesi per risolvere il problema: incrementare la potenza e le capacitò della Marina per proteggere le rotte marittime; rendere più sicura quella verso l’Oceano Indiano in modo da ridurre la dipendenza nei confronti del collo di bottiglia, o strozzatura rappresentato dallo Stretto di Malacca. E’ in quest’ottica che Pechino ha proposto a Bangkok di finanziare e fornire mano d’opera per costruire un canale con il quale “tagliare” l’istmo di Kra.

Un progetto dal costo di 28 miliardi di dollari in 10 anni per un canale largo 400 metri e profondo 25.

Comunque sia, il progetto del canale di Kra, in linea con la ben nota strategia della “collana o filo di perle” e quella dei 2 oceani descritta dai teorici di Pechino, costituirebbe un cardine della nuova Via della Seta marittima per una Cina ansiosa di consolidare la sua ritrovata centralità geopolitica, portando un grande sviluppo economico nell’area, ma allo stesso tempo emarginando pure alcuni porti della penisola malese come come Port Klang e, soprattutto, Singapore. La Città-Stato potrebbe perdere infatti fino al 50% dell’attuale traffico marittimo se il progetto dovesse essere realizzato. Per Bangkok invece il canale sarebbe fondamentale per dare stimolo economico alla crescita del Paese. Anche lo Sri Lanka vede di buon occhio il progetto che permetterebbe all’isola situata a prossimità delle rotte tra Asia ed Europa di far valere la propria posizione geostrategica.

Se il progetto del canale di Kra si dovesse concretizzare, lo Sri Lanka potrebbe diventare una seconda Singapore, mentre la Thailandia il nuovo punto di gravità geostrategico dell’Asia sudorientale. Tutto sempre sotto il controllo del grande fratello di Pechino.