Introduzione al nuovo umanesimo: siamo nell’età di Sartre.

Questa è l’età di Sartre. Ogni epoca esprime la filosofia che la interpreta.

Non esiste una filosofia valida per tutte le epoche. Esistono connessioni tra varie filosofie come, similmente, tra varie epoche. Ed anche punti di contatto tra filosofie pur lontane nel tempo come fra epoche anch’esse e fra di esse lontane.

E ciò perché nessuna civiltà nasce con uno stacco netto da quella che la precede. Porta, anzi, con sé retaggi secolari con cui è costretta a vivere, spesso, molto a lungo.

Quel che conta, in una filosofia, è la sua peculiarità, quella esattamente corrispondente alla peculiarità della sua epoca.

Dopo la caduta dei valori e la crisi del positivismo, la grande letteratura del nostro secolo si è, non dico soltanto, impegnata ma addirittura accanita fino alla disperazione nella ricerca di nuovi valori, ricerca che ha preso il nome di “nuovo umanesimo”.

A questa ricerca Sartre ha contribuito tutta la vita ma, specialmente, ha consegnato le sue note conclusive tracciando le linee fondamentali della morale dell’epoca, la morale della libertà, che si concretizza nella costante lotta contro ogni forma di alienazione rendendosi così interdipendente alla storia che facciamo e che viviamo.

Ne consegue che la stessa dialettica storica in atto oggi non è che un perenne conflitto fra alienazione e liberazione e che, in filosofia, emerge, oggi, il primato indiscutibile dell’etica.

Ecco perché questa, che stiamo vivendo, è l’età di Sartre.

Ci fu l’età di Cartesio, la cui logica aprì la strada per indagare i segreti della Natura ed avviare lo sviluppo della scienza.

Poi venne l’età di Kant e di Hegel in cui l’individuo, pur protetto da imperativi categorici che vantavano validità universale, era pur sempre al servizio e un prodotto dello Stato etico che lo sovrastava. Ma la presenza e l’imperversare di sterminati eserciti industriali imposero la materializzazione non solo di quello Stato etico ma della stessa Storia che l’aveva prodotto.

Era l’età di Marx, in cui l’individuo aveva soltanto cambiato padrone: da riflesso etico era divenuto riflesso della struttura economica. Solo la società senza classi gli avrebbe ridato la sua autonomia.

Ma la società senza classi è ancora a venire e gli eserciti industriali si sono enormemente assottigliati. Non sono più in grado di determinare la dialettica storica. L’uomo, solo di fronte allo specchio, non vede altro che la propria esistenza, ossia la propria libertà, che è costretto ad esercitare, giorno dopo giorno, se vuole sopravvivere come uomo. Ecco perché esistenza, scelta, libertà sono sinonimi.

A questo povero uomo, caduti tutti i valori, non è rimasta che la propria esistenza, ossia la propria libertà che in ogni scelta è costretto ad esercitare. Per cui l’unico valore rimasto è lui stesso, che è null’altro che libertà.

La libertà diviene così l’unico valore base, da cui derivano tutti gli altri, su cui fondare la morale. E l’unico strumento per attuarla non può che essere la volontà. La volontà di lui stesso, uomo, di gestire se stesso, ossia la sua libertà.

Da qui l’espressione “soggettivismo etico” che caratterizza l’individuo della nostra epoca se non vuole annullarsi nel mare dell’alienazione.

Il soggettivismo etico implica l’appello all’ “Altro” (non si può essere morali da soli) per un accordo fra due libertà (e non quello alienato fra servo e padrone) che si realizza “par l’entremise de l’oeuvre”, ossia con qualcosa da fare insieme.

A questo punto la morale diviene creazione. L’appello può riunire tutti gli individui che si trovano nella stessa situazione esistenziale e storica venendo così a costituire un universale concreto che si contrappone all’universale astratto di Kant.

L’appello è l’arma contro l’alienazione che ci circonda e ci opprime e da cui la morale, per essere tale, vuole liberarsi. Non c’è libertà senza liberazione.

L’ alienazione non è soltanto quella che appare intorno a noi. L’effimero e il superfluo del consumismo, i falsi miti del successo e del denaro che, a turni quasi regolari, vengono inghiottiti dall’oblio. Ci sono radici più profonde.

Storicamente abbiamo individuato il “rifiuto dell’eretico” che non è il rifiuto delle idee dell’ “Altro” ma, peggio, il rifiuto che l’ “Altro” abbia delle idee. Il contrario, cioè, del “cogito” cartesiano.

Nei passaggi di civiltà (mai, ripeto, automatici) si verifica il fenomeno del saprofitismo. Una sorta di parassiti (saprofiti) tenta di far sopravvivere la vecchia società in disfacimento per poter sopravvivere essa stessa e non lesina mezzi, inclusa la violenza. Come, del resto, il rifiuto dell’eretico. Le manifestazioni apparenti, che ci circondano di superficialità, hanno questi fondamenti, consci o inconsci che siano.

Possiamo dire che l’alienazione è alla base di quello che in Europa è stato chiamato il “caso Italia”, ossia cinquant’anni di autocrazia gabellata per democrazia.

La via della democrazia è la via della libertà contro l’alienazione dell’autocrazia ed è l’unica via che permette di risolvere il “caso”.

Impone la riscrittura della Storia, punto di partenza indispensabile perché la libertà si liberi dall’alienazione. Perché la democrazia non è altro, come il “regno dei fini” di Kant, che il perseguimento della democrazia.

Abbiamo ritenuto opportuno aggiungere un’appendice al testo del “Nuovo Umanesimo”: un omaggio a Condorcet, all’ultimo degli illuministi, sia per individuare gli elementi evolutivi del nuovo umanesimo sull’Illuminismo, sia per celebrare degnamente l’età dei Lumi quale anello fondamentale nella storia dell’umanesimo.

Perché l’Umanesimo non è soltanto la base della nostra cultura e della nostra civiltà, ma è la più grande cultura e la più grande civiltà mai apparse sul nostro pianeta.

Per dovere di cronaca, il “Nuovo Umanesimo” è stato scritto nel corso degli interi anni ’70 e pubblicato nel ’79 anche se risultava incompleto non essendosi trovata in letteratura una ridefinizione della morale che ne concludesse la ricerca.

Fu provvidenziale nell’83 l’apparizione postuma di lavori sartriani proprio sulla morale e la stesura di “La morale di Sartre” si protrasse fino al ’90. Ma non fu pubblicato per due ragioni. Innanzitutto era utile e doveroso lasciarlo decantare affinchè, con ulteriori approfondimenti, potesse meglio combaciare con l’impostazione iniziale della ricerca rappresentata dal “Nuovo Umanesimo”. In secondo luogo la società stava modificando, con scossoni da misurare sulla scala Mercalli, le proprie strutture portanti.

Pareva quasi di non capire bene se la società volesse adeguarsi alla morale di Sartre o se Sartre avesse antiveduto la nuova società e le avesse cucito addosso la sua morale. Cosa, quest’ultima, possibilissima dato che lo stesso “Nuovo Umanesimo”, pur nell’immensa differenza di statura col grande Maitre, aveva, prima del ’79, considerato inevitabili i sommovimenti che si sarebbero verificati negli anni ’90.

Sotto i nostri occhi l’uomo, da “riflesso condizionato”, vuoi della politica, vuoi dell’economia, era divenuto soggetto etico e storico, condannato dalla propria libertà ad essere l’unico responsabile del proprio destino.

Così, utili e proficui sono stati i dieci anni di decantazione perché ci hanno permesso chiarimenti e approfondimenti in linea con la nuova civiltà nascente.

Perché ciò che noi stiamo vivendo non è una semplice trasformazione della società, ma la nascita di una nuova civiltà, è la più grande rivoluzione dopo l’invenzione della macchina a vapore. E nuovo umanesimo e morale di Sartre ne sono gli interpreti.