La chiesa è una vittima del globalismo?

Usciamo per un attimo dalle mappe concettuali fornite dal sistema del pensiero unico che randella il dissenziente e l’ideologicamente diverso, fregiandosi al contempo del titolo di autorità democratica:

quando abbiamo abbracciato la causa unionista europea firmando i trattati era davvero così scontato che la novella Unione Europea lasciasse alla porta il cristianesimo, rinnegando le proprie radici storiche?

E’ un caso che il popolo anglosassone sia stato il primo nella storia a versare l’Obolo al Papa cd. <<Denarius Sancti Petri>> prima ancora che nel 1871 Pio IX lo istituisse con l’enciclica Saepe Venerabiles, ed il primo a tentare di fatto ad uscire dalla UE?

Come mai non è stata sollevata nessuna battaglia ideologica oppure non è stata adottata nessuna levata di scudi dalla classe democristiana europea? Dov’erano i cd. uomini cerniera Stato Chiesa? E perché la chiesa in quel momento era così distratta da riuscire a restarne fuori?

L’unione europea va oltre il semplice progetto politico, è lo strumento tramite il quale le elite aristocratiche che detengono il potere finanziario hanno ripreso pienamente il controllo del denaro del popolo, al netto degli errori del passato, utilizzando scudi ideologici e leve psicologiche, coinvolgendo la società, i mass media, la giustizia, l’economica, la valuta, l’etica, con un sistema di norme al quale viene riconosciuta la posizione di sovranazionale, di valore superiore alla carta costituzionale, insomma in un solo colpo tutti gli aspetti della vita dei 513 milioni di cittadini europei. E che colpo!

Appare evidente che la chiesa sia stata inconsapevolmente utilizzata nella battaglia per la nascita del globalismo contro il mondo bipolare e subito dopo scaricata dalle potenze mondiali non appena è stato smantellato il muro di Berlino, il cui abbattimento, vede oggi scendere in piazza festosi e chiassosi i seguaci del globalismo democratico per l’anniversario della caduta salvo poi ritornare nella stessa piazza a manifestare per la chiusura della Whirpool o dell’Ilva dovuta proprio alla sleale concorrenza (dumping) consentito dal globalismo attuato mediante la caduta dello stesso muro.

Restano però silenti di fronte alla crescente complessità di un mondo totalmente fuori dai vecchi schemi, limitandosi a replicare e rimarcare l’equivalenza storica che il globalismo rappresenti la democrazia ed il sovranismo la dittatura tralasciando il notevole fatto che non tutti i globalisti erano e sono dei democratici (Cina compresa) anzi, la propaganda globalista è spinta oggi proprio dai regimi dittatoriali che trascinano il dibattito pubblico verso argomentazioni sterili ed improduttive. Ovviamente non parliamo di soggetti che amano l’Italia.

Notiamo quindi che al fine di rivendicare una legittimazione ad esistere ab origine entro un sistema costituzionale ed evitare imbarazzanti esami di coscienza con il passato, il globalismo democratico utilizza tutta la potenza di fuoco dei media di proprietà dei consociati per tenere ferma nelle menti dei seguaci l’equivalenza sopra rappresentata, senza la quale evaporerebbero istantaneamente in una società liquida come quella attuale.

Il risultato è che portatori sani della propaganda globalista tendono a rifiutare qualsiasi critica, idea diversa, oppure tesi che ne possa mettere in discussione l’esistenza stessa per paura che ne vengano meno le cause che ne legittimano l’esistenza.

La chiesa è uscita ormai dalla vita delle famiglie europee, cedendo il passo ai valori del globalismo ecologico-democratico, dove l’uomo non necessità più di valori spirituali ma soltanto di uno smartphone per veicolare il messaggio delle multinazionali che lo manipolano per il massimo profitto.

E’ da notare come il globalismo nato da interessi industriali americani abbia poi contaminato la finanza ritornando più forte di prima con l’industria informatica nell’era del digitale, fungendo da trampolino per i cinesi che si sono affermati all’avanguardia in questo settore e per un altro player anomalo, la propaganda islamica.

Cos’hanno in comune queste due realtà e perché sono così avvantaggiate dal globalismo?

La risposta è molto semplice: il globalismo premia i sistemi a “catena corta” ovvero i regimi non democratici dove le decisioni vengono assunte ed attuate in tempi ristrettissimi, non dovendo essere sottoposti a lunghi ed estenuanti passaggi parlamentari. E’ chiaro quindi che in una società liquida ad altro coefficiente di volatilità come quella contemporanea i regimi democratici sono destinati a sopperire proprio come i dinosauri perché troppo lenti e troppo grandi per vincere le sfide dei velocissimi ed aggressivi competitor che vogliono puntano al massimo profitto dallo sfruttamento dei Paesi antagonisti.

Ecco perché il Regno Unito si è tirato fuori dalla competizione, puntando al benessere mediante la conversione del commonwealth da colonia industriale a colonia finanziaria, attraendo nella City i capitali mondiali garantendo anonimato sicurezza e zero tasse. E’ da notare una strana coincidenza, ovvero che i maggiori flussi verso la City proviene dalle nazioni che hanno adottato sistemi repressivi fiscali e limiti all’utilizzo del contante come l’Italia oppure da Paesi nei quali l’ordine democratico viene ritenuto messo a rischio da pericoli sociali o politici come ad esempio Hong Kong o Città del Vaticano dove Bergoglio sta perseguitando i possessori dei conti correnti facendoli fuggire verso lidi migliori e facendo arrivare quasi al fallimento la città santa.

La crisi della democrazia in chiave industriale era già stata ampiamente prevista nel 1973 dal “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale” Prefazione di Giovanni Agnelli Introduzione di Zbigniew Brzezinski (link).

Ritornando al ruolo della chiesa che è stata completamente estromessa dal progetto europeo, è impressionante l’analisi del dato che nei Paesi africani dove è presente la chiesa il livello di conflitti ed atrocità e drasticamente minore e la qualità della vita degli abitanti è nettamente superiore.

Però siccome il progetto unitario europeo ha tenuto alla porta la chiesa, questo significa che non si impegnerà mai ad impiegarla come alleata in un progetto di risanamento del continente africano, a danno proprio dei più bisognosi. Altro danno collaterale del globalismo ecologico-democratico.

I trattati europei hanno seppellito l’illuminismo proprio come la chiesa perché ritenuti di intralcio all’impostazione del nuovo mondo ecologicamente globalizzato, per la serie: ignoranti ma ideologizzati sull’ecologismo che è sempre meglio del socialismo.

Ammettere la sopraggiunta radicale ambiguità del progresso vuol dire accettare il fatto che ormai in occidente l’illuminismo è finito e siamo in fase di decadenza. E’ finito non solo quanto promessa di emancipazione dell’uomo o in quanto possibile orizzonte dell’intera umanità ma è finito altresì l’illuminismo come effettivo fronte di battaglia dentro di noi e dentro le nostre società tra ragione e superstizione, tra libertà ed asservimento.

L’illuminismo ha riportato grandi vittorie proprio sul suo avversario più aspro: sul cattolicesimo obbligato da tempo ad accettare la libertà di coscienza, i diritti dell’uomo, la piena laicità delle istituzioni secolari. Cattolicesimo che forse proprio per questo si mostra consapevole – come indicano le richieste di perdono da parte del papa – della necessità di aprire se stesso ai tanti ripensamenti che i tempi chiedono, condizione indispensabile, questa per riuscire ad ascoltare anche la voce di nuove profezie.

Come risponde a tutto ciò la cultura laico globalista italiana? Semplice, con la paura di rompere il suo piccolo tabù illuministico-antireligioso e assumendo le vesti di un distratto svagato osservatore di fronte alle pure clamorose falsificazioni storiche dei signori della Convenzione Europea. La cultura globalista risponde mostrandosi apparentemente indifferente di fronte ai grandi problemi del nostro passato e della nostra identità di ciò che siamo e che è augurabile vogliamo continuare ad essere. Dando quasi a credere che di passato alla fine gliene interessa davvero soltanto uno: il suo e basta.

Un esempio? Bergoglio si sta esibendo per consacrare sacerdoti anche se sposati ma con comprovata fede cattolica e grande disponibilità verso la Chiesa e il prossimo, ma solo in Amazzonia. Il Papa quindi immagina che lì solamente esistano uomini con le caratteristiche da lui indicate, forse immaginando che in tutte le altre parti del mondo non ci siano uomini sposati altrettanto degni del sacerdozio.

Introduzione al nuovo umanesimo: siamo nell’età di Sartre.

Questa è l’età di Sartre. Ogni epoca esprime la filosofia che la interpreta.

Non esiste una filosofia valida per tutte le epoche. Esistono connessioni tra varie filosofie come, similmente, tra varie epoche. Ed anche punti di contatto tra filosofie pur lontane nel tempo come fra epoche anch’esse e fra di esse lontane.

E ciò perché nessuna civiltà nasce con uno stacco netto da quella che la precede. Porta, anzi, con sé retaggi secolari con cui è costretta a vivere, spesso, molto a lungo.

Quel che conta, in una filosofia, è la sua peculiarità, quella esattamente corrispondente alla peculiarità della sua epoca.

Dopo la caduta dei valori e la crisi del positivismo, la grande letteratura del nostro secolo si è, non dico soltanto, impegnata ma addirittura accanita fino alla disperazione nella ricerca di nuovi valori, ricerca che ha preso il nome di “nuovo umanesimo”.

A questa ricerca Sartre ha contribuito tutta la vita ma, specialmente, ha consegnato le sue note conclusive tracciando le linee fondamentali della morale dell’epoca, la morale della libertà, che si concretizza nella costante lotta contro ogni forma di alienazione rendendosi così interdipendente alla storia che facciamo e che viviamo.

Ne consegue che la stessa dialettica storica in atto oggi non è che un perenne conflitto fra alienazione e liberazione e che, in filosofia, emerge, oggi, il primato indiscutibile dell’etica.

Ecco perché questa, che stiamo vivendo, è l’età di Sartre.

Ci fu l’età di Cartesio, la cui logica aprì la strada per indagare i segreti della Natura ed avviare lo sviluppo della scienza.

Poi venne l’età di Kant e di Hegel in cui l’individuo, pur protetto da imperativi categorici che vantavano validità universale, era pur sempre al servizio e un prodotto dello Stato etico che lo sovrastava. Ma la presenza e l’imperversare di sterminati eserciti industriali imposero la materializzazione non solo di quello Stato etico ma della stessa Storia che l’aveva prodotto.

Era l’età di Marx, in cui l’individuo aveva soltanto cambiato padrone: da riflesso etico era divenuto riflesso della struttura economica. Solo la società senza classi gli avrebbe ridato la sua autonomia.

Ma la società senza classi è ancora a venire e gli eserciti industriali si sono enormemente assottigliati. Non sono più in grado di determinare la dialettica storica. L’uomo, solo di fronte allo specchio, non vede altro che la propria esistenza, ossia la propria libertà, che è costretto ad esercitare, giorno dopo giorno, se vuole sopravvivere come uomo. Ecco perché esistenza, scelta, libertà sono sinonimi.

A questo povero uomo, caduti tutti i valori, non è rimasta che la propria esistenza, ossia la propria libertà che in ogni scelta è costretto ad esercitare. Per cui l’unico valore rimasto è lui stesso, che è null’altro che libertà.

La libertà diviene così l’unico valore base, da cui derivano tutti gli altri, su cui fondare la morale. E l’unico strumento per attuarla non può che essere la volontà. La volontà di lui stesso, uomo, di gestire se stesso, ossia la sua libertà.

Da qui l’espressione “soggettivismo etico” che caratterizza l’individuo della nostra epoca se non vuole annullarsi nel mare dell’alienazione.

Il soggettivismo etico implica l’appello all’ “Altro” (non si può essere morali da soli) per un accordo fra due libertà (e non quello alienato fra servo e padrone) che si realizza “par l’entremise de l’oeuvre”, ossia con qualcosa da fare insieme.

A questo punto la morale diviene creazione. L’appello può riunire tutti gli individui che si trovano nella stessa situazione esistenziale e storica venendo così a costituire un universale concreto che si contrappone all’universale astratto di Kant.

L’appello è l’arma contro l’alienazione che ci circonda e ci opprime e da cui la morale, per essere tale, vuole liberarsi. Non c’è libertà senza liberazione.

L’ alienazione non è soltanto quella che appare intorno a noi. L’effimero e il superfluo del consumismo, i falsi miti del successo e del denaro che, a turni quasi regolari, vengono inghiottiti dall’oblio. Ci sono radici più profonde.

Storicamente abbiamo individuato il “rifiuto dell’eretico” che non è il rifiuto delle idee dell’ “Altro” ma, peggio, il rifiuto che l’ “Altro” abbia delle idee. Il contrario, cioè, del “cogito” cartesiano.

Nei passaggi di civiltà (mai, ripeto, automatici) si verifica il fenomeno del saprofitismo. Una sorta di parassiti (saprofiti) tenta di far sopravvivere la vecchia società in disfacimento per poter sopravvivere essa stessa e non lesina mezzi, inclusa la violenza. Come, del resto, il rifiuto dell’eretico. Le manifestazioni apparenti, che ci circondano di superficialità, hanno questi fondamenti, consci o inconsci che siano.

Possiamo dire che l’alienazione è alla base di quello che in Europa è stato chiamato il “caso Italia”, ossia cinquant’anni di autocrazia gabellata per democrazia.

La via della democrazia è la via della libertà contro l’alienazione dell’autocrazia ed è l’unica via che permette di risolvere il “caso”.

Impone la riscrittura della Storia, punto di partenza indispensabile perché la libertà si liberi dall’alienazione. Perché la democrazia non è altro, come il “regno dei fini” di Kant, che il perseguimento della democrazia.

Abbiamo ritenuto opportuno aggiungere un’appendice al testo del “Nuovo Umanesimo”: un omaggio a Condorcet, all’ultimo degli illuministi, sia per individuare gli elementi evolutivi del nuovo umanesimo sull’Illuminismo, sia per celebrare degnamente l’età dei Lumi quale anello fondamentale nella storia dell’umanesimo.

Perché l’Umanesimo non è soltanto la base della nostra cultura e della nostra civiltà, ma è la più grande cultura e la più grande civiltà mai apparse sul nostro pianeta.

Per dovere di cronaca, il “Nuovo Umanesimo” è stato scritto nel corso degli interi anni ’70 e pubblicato nel ’79 anche se risultava incompleto non essendosi trovata in letteratura una ridefinizione della morale che ne concludesse la ricerca.

Fu provvidenziale nell’83 l’apparizione postuma di lavori sartriani proprio sulla morale e la stesura di “La morale di Sartre” si protrasse fino al ’90. Ma non fu pubblicato per due ragioni. Innanzitutto era utile e doveroso lasciarlo decantare affinchè, con ulteriori approfondimenti, potesse meglio combaciare con l’impostazione iniziale della ricerca rappresentata dal “Nuovo Umanesimo”. In secondo luogo la società stava modificando, con scossoni da misurare sulla scala Mercalli, le proprie strutture portanti.

Pareva quasi di non capire bene se la società volesse adeguarsi alla morale di Sartre o se Sartre avesse antiveduto la nuova società e le avesse cucito addosso la sua morale. Cosa, quest’ultima, possibilissima dato che lo stesso “Nuovo Umanesimo”, pur nell’immensa differenza di statura col grande Maitre, aveva, prima del ’79, considerato inevitabili i sommovimenti che si sarebbero verificati negli anni ’90.

Sotto i nostri occhi l’uomo, da “riflesso condizionato”, vuoi della politica, vuoi dell’economia, era divenuto soggetto etico e storico, condannato dalla propria libertà ad essere l’unico responsabile del proprio destino.

Così, utili e proficui sono stati i dieci anni di decantazione perché ci hanno permesso chiarimenti e approfondimenti in linea con la nuova civiltà nascente.

Perché ciò che noi stiamo vivendo non è una semplice trasformazione della società, ma la nascita di una nuova civiltà, è la più grande rivoluzione dopo l’invenzione della macchina a vapore. E nuovo umanesimo e morale di Sartre ne sono gli interpreti.