Curiosità sulle origini temporali delle celebrazioni

Il termine Epifania, dal greco epifàneia, che vuol dire “manifestazione”, si riferisce al primo manifestarsi dell’umanità e divinità di Gesù Cristo ai Magi, venuti dall’Oriente.

Anche l’Epifania ha radici antiche e spesso si rifà a culti pagani, antecedenti la nascita di Cristo. Nell’antichità, 12 notti dopo il solstizio d’inverno, veniva celebrata la morte e rinascita di Madre Natura, identificata dai Romani in Diana, dea della fertilità o da altri in Satia o Abundia.

Romolo

Si credeva che creature femminili, guidate da tale dea, volassero sopra i campi, appena seminati, per propiziare i futuri raccolti.

Il tempo che precede il solstizio d’inverno e le feste ad esso collegate, dal Natale al Capodanno, è un periodo di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che sta morendo e il nuovo che deve “risorgere”.

La Chiesa ha trasformato questo periodo con la liturgia dell’Avvento, che consta di quattro domeniche, simboli dei 4.000 anni mitici di attesa del Messia dopo la Caduta originale. Il carattere dell’Avvento è duplice: di penitenza, che si esprime con il carattere violaceo delle paramenta, la proibizione dei fiori sull’altare e del suono dell’organo, la soppressione del Gloria in excelsis e del Te Deum; e di un santo “entusiasmo”, di un intenso desiderio della venuta del Messia, espresso nei numerosi Alleluia. Ma la liturgia cristiana non è se non un velo sovrapposto a una sequenza di riti che ancor oggi riaffiorano, pur stravolti, nell’ambito delle feste natalizie e di fine d’anno.

Per orientarci meglio in questi meandri, dove convivono residui mitici e rituali di epoche diverse, occorre cominciare dal calendario. Il dodicesimo mese dell’anno, in cui si situa il periodo pre-solstiziale, si chiama dicembre, dal latino december, che deriva a sua volta da decem, dieci. Questa contraddizione si spiega ricostruendo la storia del calendario romano che prima della riforma di Numa Pompilio – secondo la narrazione tradizionale – constava di dieci mesi.

L’anno cominciava a marzo e terminava a dicembre (oggi ancora, settembre, ottobre e novembre ricordano l’antico calendario). «Sei mesi», riferisce Macrobio «aprile, giugno, sestile, settembre, novembre e dicembre, erano di 30 giorni; quattro; marzo, maggio, quintile e ottobre, di 31»

Numa Pompilio

L’anno sarebbe stato dunque di 304 giorni. Come fossero ordinati gli altri giorni dell’anno solare, non lo sappiamo con certezza. Sappiamo tuttavia dalla tradizione, che Numa riformò il calendario aggiungendo i mesi di gennaio e di febbraio e facendo così un anno lunare di 355 giorni, cominciante sempre da marzo. Ma per uniformarlo a quello solare si dovevano intercalare 22-23 giorni, che venivano collocati dopo il 23 febbraio: i cinque giorni tolti a questo mese venivano aggiunti all’altro, detto “intercalare”, che era di 27 o 28 giorni.

Gaio Giulio Cesare

Il calendario di Numa durò lino al 46 d.C., quando Giulio Cesare lo riformò con la collaborazione dell’astronomo Soligene di Alessandria, formando un anno solare di 365 giorni e 6 ore (più il giorno dell’anno bisestile per recuperare ogni 4 anni le 6 ore eccedenti) e facendolo cominciare il 1 gennaio. Si sa che nemmeno la riforma giuliana riuscì ad accordare perfettamente il calendario all’anno solare, sicché fu necessaria un’ulteriore riforma – quella gregoriana del 1582 – per eliminare l’eccedenza di 11 minuti e 9 secondi sul corso del sole. E nemmeno quella fu perfetta perché è rimasta un’eccedenza di 24 secondi sull’anno tropico che fra 3.500 anni formerà lo spazio di un giorno.

Ma torniamo all’antico calendario romuleo di dieci mesi: secondo alcuni studiosi, era l’eco di quello dei popoli di lingua indo-europea. Rifletteva il ciclo dell’anno nelle regioni intorno al polo artico da dove provenivano, secondo la tradizione, gli indoeuropei: dieci mesi di luce cui seguiva la lunga notte polare. «Quando il popolo ario», osserva il Tilak, «migrò più a sud dall’antica patria, fu obbligato a mutare calendario per adattarsi alla nuova patria, aggiungendo due nuovi mesi al vecchio anno. Ma le tracce dell’antico calendario non furono del tutto cancellate e abbiamo molte prove dalla tradizione e dai sacrifici, per poter sostenere che l’anno di dieci mesi, seguito da una notte di due mesi fosse bene conosciuto al tempo degli indo-europei»

La notte artica cominciava in realtà verso la fine di novembre, e quindi dicembre non corrisponde esattamente al decimo mese degli indo-europei. Vi corrisponde tuttavia in un altro senso, perché le notti più lunghe dell’anno sono quelle intorno al solstizio, che cade appunto il 21 dicembre quando il sole, toccato il punto più basso, comincia la sua “rinascita” sull’orizzonte.

Nel periodo pre-solstiziale, si celebravano a Roma i Saturnalia, la festa in onore del dio Saturno: dapprima il 17 dicembre, poi per sette giorni fino al 24 dicembre, cioè alla vigilia del Natalis Solis, del Natale del Sole, festa solstiziale perché anticamente i Romani, come narra l’Imperatore Giuliano, «stabilirono questa festa non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti.

Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

I Saturnalia erano la ricorrenza più festosa dell’anno. Gli schiavi erano temporaneamente liberi di far quel che credevano, venivano scambiati doni, specialmente candele di cera e piccole immagini o bambole di terracotta, dette sigillaria. Si eleggeva anche una specie di re di burla, Saturnalicius princeps. Poi, intorno al secolo IV gran parte di quelle celebrazioni vennero trasferite al capodanno. Quel clima festoso, su cui regnava Saturno, celebrava la notte “artica”, la notte solstiziale, il momento di passaggio e di rinnovamento annuale in cui si ristabiliscono simbolicamente le condizioni anteriori all’inizio: perciò i riti e le usanze di rovesciamento, “osserva Brelich”, e di “sospensione dell’ordine”, anche ove cronologicamente posteriori, si innestano coerentemente sul corpo più antico della festa».

D’altronde il passaggio tra l’anno vecchio e il nuovo, è analogo a quello tra due cicli cosmici: è simbolicamente un passaggio sulle acque, reintegrazione del mondo nella sua origine informale. E non casualmente nell’alchimia Saturno rappresenta l’opera in nero.

Un mito induista narra che Vishnu in forma di pesce apparve – alla fine del ciclo che ha preceduto il nostro – a Satyavrata, il futuro Manu o Legislatore, annunciandogli che il mondo stava per essere distrutto dalle acque. Poi gli ordinò di costruire l’arca nella quale si dovevano rinchiudere i germi del mondo futuro; e infine guidò l’arca, con Satyavrata a bordo, sulle acque durante il cataclisma. René Guénon ha osservato, non sappiamo con quale fondamento, che Satyavrata ha la stessa radice di Saturno. Sicché il mito induista potrebbe confermare questa funzione del Dio.

Da tale punto di vista è facile spiegare la confusione rituale dei giorni natalizi che segna appunto il rimescolamento, il passaggio, la notte da cui dovrà sorgere la nuova alba. Questa confusione, tipica di ogni “capodanno” (e anche il Carnevale, erede per tanti aspetti dei Saturnalia, è un “capodanno”) giunse nel medioevo persino all’interno delle chiese con le Feste dei Folli, l’Episcopello e l’Asinaria Festa, che si svolgevano fra il Natale e il primo dell’anno, nei giorni in cui era stata spostata la festa romana a partire dal secolo IV.

Si eleggeva persino un Episcopus puerorum o innocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti) cantando un ritornello significativo, dove affiora la funzione saturnalizia che ristabilisce le condizioni anteriori all’inizio della storia umana: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles (depose i potenti dal seggio ed esaltò gli umili)».

Ma Saturno non è soltanto il Dio che presiede al rinnovamento dell’anno, che attraversa “le acque”. È anche il Dio che approda alla nuova riva felice, che regna sull’età dell’oro. Non è soltanto il Dio che spegne il passato e accende il futuro, è il Dio del regno senza ombre e senza conflitti.

Secondo la tradizione romana, Giano, il Creatore e Iniziatore per eccellenza, il Tempo Infinito che genera tutti gli dèi, accolse Saturno, giunto nel Lazio, associandolo nel regno che fu un periodo di pace e di tranquilla operosità, l’Età dell’Oro. Dopo quel lungo regno, amministrato in concordia con Giano, Saturno «improvvisamente scomparve».

Certo, le due funzioni di Saturno sembrano quasi il frutto di una giustapposizione mitica di cui non abbiamo tuttavia riscontro. Né ci aiutano gli scrittori dell’epoca, che anzi avvolgono il Dio in un velo di mistero, come ad esempio Macrobio che faceva dire a uno dei suoi personaggi nei Saturnali: «Infatti nelle stesse sacre cerimonie non è concesso di illustrare le origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità: se poi qualcuno le consegue, gli è ordinato di contenerle protette nella coscienza».

Giorgio de Santillana e Herta von Dechend ne danno un’interpretazione che lo collega esclusivamente all’età dell’oro: «Era Yama in India, Yina Xsaeta nell’Avesta antico-iranico (nome che in persiano è diventato Jamshid), Saeturnus e poi Saturnus in latino. Saturno o Kronos era noto sotto molti nomi come il Sovrano dell’Età dell’Oro… Era il Signore della Giustizia e delle Misure».

Questo Saturno-Kronos, in cui è difficile distinguere gli apporti greci da quelli specificamente etrusco-laziali, venne detronizzato da Zeus che lo gettò dal carro, esiliandolo in un’isola desertica ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire: vive in una specie di vita-nella-morte, avvolto in lini funerari fino a quando non verrà il tempo destinato al suo risveglio, ed egli allora rinascerà a noi come bambino; rinascita che coinciderà con l’inizio del nuovo ciclo.

Questo mito è simbolicamente analogo a un rito che si svolgeva ogni anno a Roma durante la festa del Dio.

Macrobio narra che i legami in cui veniva serrata la statua di Saturno nel tempio ai piedi del Campidoglio, venivano sciolti il giorno della sua festa, quasi potessero ritornare, sia pur per breve durata «quelle condizioni la cui apparente contraddittorietà ci aveva sinora stupito», commenta Renato Del Ponte: «da una parte la notte e la confusione dell’indeterminato, dall’altra la gioia e il lucore di una lontana età di pienezza». E soggiunge: «Lo scioglimento del Dio sta semplicemente a significare, secondo le leggi della magia simpatica, lo scatenamento della sua forza (benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all’inizio), nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità».

Per questo motivo i giorni “solstiziali” fino a Capodanno sono vissuti, spesso inconsapevolmente, nell’apparente contraddizione fra euforia, confusione e desiderio di rinnovamento, fra mortificazione, penitenza (l’Avvento) e attesa di una palingenesi. Saturno, Dio contraddittorio, regna su queste contraddizioni solstiziali, ma regna anche con un ambiguo sorriso, quello di Colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico. Egli infatti è il Dio che chiude un ciclo e ne apre uno nuovo, che ritira simbolicamente i dadi dalla tavola e li rigetta formando nuove combinazioni.

Non si è parlato a caso di dadi: non è soltanto una metafora, perché il gioco d’azzardo era strettamente connesso con il dio, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia. Con il tempo, dopo tante modifiche e aggiunte, il gioco d’azzardo è stato introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento privato. Ma all’origine era sacro.

Come ha osservato Margarethe Riemschneider nel saggio sui Saturnalia, l’enigmatico dio non è soltanto Colui che regna sulla notte solstiziale, non soltanto Colui che regna sull’Età dell’Oro, ma anche il Giocoliere supremo che possiede la chiave del Gioco Cosmico, ovvero di ogni ciclo: «Egli regola l’Ordine Universale con le mosse del suo bastone scettro», commenta Del Ponte.

Molti di noi hanno giocato alla tombola nei giorni natalizi: ebbene, questo gioco non è se non il ricordo sbiadito del Grande Gioco del dio e parallelamente del gioco-oracolo con il quale anticamente, e non soltanto a Roma, si cercava di capire la nostra collocazione nel cosmo.

La sovrapposizione del Natale cristiano alle antiche usanze cristiane ha reso meno riconoscibili queste altre usanze che pure, come quella della tombola, continuano a sussistere. Margarethe Riemschneider le ha studiate nel saggio che si è già citato. Ma persino i comportamenti più banali, come ad esempio l’usanza di sbarazzarsi degli oggetti inservibili nella notte di San Silvestro, o la confusione euforica delle ore che precedono il Capodanno sono un segno che certi archetipi sono radicati nella psiche e non soggetti all’usura del tempo. D’altronde non si dice anche “Anno nuovo, vita nuova”? Pare un detto banale, eppure si ricollega perfettamente ai giorni su cui regna.

L’Astronomia dei Maya

Primo interesse degli astronomi Maya era il passaggio allo zenit del Sole, evento possibile per la loro latitudine: molte delle città Maya erano a sud della latitudine 23,5 gradi (altezza solare nel solstizio d’estate), dalle quali si poteva osservare il passaggio zenitale del Sole due volte l’anno.

I Maya potevano determinare facilmente quelle date, per la mancanza di ombra, e le attribuirono ad un dio, il Dio Immergente.

Venere era per i Maya l’oggetto celeste di maggior interesse. Consideravano questo pianeta più importante del Sole.

I Maya osservarono Venere molto accuratamente:

  • Periodo di 584 giorni tra gli allineamenti (congiunzioni inferiore e superiore) Terra-Venere rispetto al Sole;
  • Periodo di 2922 giorni tra gli allinementi Terra-Venere-Sole rispetto a delle stelle.

Durante la congiunzione inferiore, Venere scompare per circa 8 giorni. Quando sorge dopo la congiunzione inferiore, primo oggetto visibile all’alba, si parla di sorgere eliacale.

Venere raggiunge la massima brillantezza alla massima elongazione ovest, e si muove poi rapidamente verso il Sole con moto retrogrado. E quindi rimane visibile per circa 260 giorni nel cielo mattutino fino a quando raggiunge la congiunzione superiore (dalla parte opposta della Terra rispetto al Sole). Il pianeta diventa sempre meno brillante fino a tornare sotto l’orizzonte, e riapparire dalla parte opposta rispetto al Sole dopo circa 50 giorni. Sorge quindi come stella serale e permane nel cielo notturno per quasi 260 giorni, fino a che raggiunge la massima elongazione est con massima brillantezza, e andare nuovamente alla congiunzione inferiore.

Venere aveva effetti psicologici sui Maya e le altre culture centroamericane, è stato dimostrato che i loro tempi di guerra erano basati sugli stazionamenti di Venere e Giove.

I sacrifici umani avvenivano al momento della prima apparizione di Venere dopo la congiunzione superiore (momento di massima magnitudine, minima brillantezza) e avevano timore del primo sorgere eliacale dopo la congiunzione innferiore.

I Maya avevano un Almanacco (Codice di Dresda) con la descrizione dell’intero ciclo di Venere, suddiviso in cinque settori di 584 giorni, cioè 2920 giorni, approssimativamente 8 anni o 5 cicli venusiani.

Il Sole era stato osservato soprattutto per il suo passaggio zenitale. A Chichen Itza, durante il tramonto il Serpente Solare sale dalla parte della scalinata della piramide El Castillo nei giorni degli equinozi primaverile e autunnale.

Nei calendari Maya c’era anche una componente lunare. I periodi lunari erano di 29 e 30 giorni alternativamente. Essendo il periodo sinodico della Luna di quasi 29,5 giorni, riuscivano a inserire la luna nei loro calendari senza difficoltà. Avevano cognizioni sui periodi lunari tali da poter predire le eclissi (Codice di Dresda).

I Maya descrissero l’Eclittica nei loro disegni come un Serpente a due teste. Non si sa esattamente come i Maya descrivessero le costellazioni dell’eclittica (Zodiaco). Sappiamo che parlavano di uno scorpione, equivalente al nostro Scorpione, nei Gemelli i Maya individuavano un maiale o un pecari (suino americano). Altre costellazioni dell’eclittica erano identificate come un giaguaro, almeno un serpente, un pipistrello, una tartaruga, un mostro xoc (squalo o mostro marino). Le Pleiadi erano assimilate alla coda di un serpente a sonagli, chiamato Tz’ab.

La Via Lattea era oggetto di forte venerazione, veniva chiamata Albero del Mondo, un albero fiorito molto grande e maestoso. Altro nome era Wakah Chan (Wak=sei, eretto; Chan=quattro, serpente,cielo). Gli ammassi nell’Albero erano visti come fonte di vita e particolare importanza aveva il punto dove la Via Lattea interseca l’eclittica, vicino al Sagittario. L’Albero comprendeva anche il mostro Kawak, un gigante. In cima all’Albero c’è il dio Uccello Principale o Itzam Ye. Veniva preso in considerazione anche il passaggio del Sole nella Via Lattea nel solstizio invernale .

Il periodo dei mesi invernali, quando la Via Lattea è ben visibile, era chiamato del Sepente dalle ossa bianche.

La Fine del Mondo

Da 2000 anni circa, il concetto di fine del mondo si è arricchito di una nuova carica religiosa: la fine del mondo coinciderà con il Giudizio Universale, in cui tutti gli uomini saranno giudicati e ripagati per le loro azioni. Ma il concetto di fine del mondo, non è proprio soltanto della sfera religiosa, perché esso ha da sempre rappresentato uno dei timori più diffusi nell’uomo. 

Parecchi miti sono incentrati sulla fine del mondo, che verrà preannunciata da gravi disastri ed indizi inequivocabili. Tralasciando la carica di pura superstizione che impregna questo discorso, sarebbe interessante cercare di capire o intuire in che modo quantificare o qualificare la fine del mondo. 

Le domande a tal riguardo sono molteplici e varie, ma una spicca su tutte: per fine del mondo deve intendersi la fine del pianeta Terra, la fine di ogni forma di vita sul pianeta o ancora la fine dell’attuale civiltà e l’inizio di un nuovo periodo di lento progredire? 

Non è certo cosa facile rispondere e dopo tutto, bisogna ammettere che non è immediata la comprensione di un’ idea che afferma che il mondo potrebbe finire da un momento all’altro. Nell’ammettere tali ipotesi entrerebbero in gioco altre domande. Cosa causerebbe la fine del mondo intesa come distruzione del pianeta?

Lo spegnimento del Sole… ma sembra che esso sia solo alla metà del suo ciclo vitale…

L’impatto con una meteora… ma esse “piccole” per quanto possano Essere sarebbero prontamente tenute sotto controllo.

Uno scompenso gravitazionale, magari causato da improvvisi mutamenti dell’equilibrio del sistema solare… già… una simile ipotesi potrebbe accadere se la Terra si trovasse nel mezzo di un allineamento planetario, che produrrebbe un’elevatissima forza di attrazione che potrebbe far deviare la Terra dal suo naturale percorso. Francamente, però, nessuno scienziato può dirsi in grado di stabilire ciò che effettivamente potrebbe produrre un simile allineamento. 

A questo punto entra in gioco un sottile alito di mistero che come un uragano sconvolge anche la mente più assennata, riportando parole dimenticate, quasi perse nel tempo, pronunciate nel III sec. a. C. da Berosso, un astronomo: 

<<Io Berosso…affermo che tutto ciò che la Terra ha ereditato, verrà consegnato alle fiamme, quando i cinque pianeti si uniranno in Cancro, disponendosi in un’unica fila sicché una retta potrebbe trapassare le loro sfere>>. Questa disposizione planetaria è avvenuta il 5 maggio del 2000, senza causare nessun dissesto. Forse, Berosso non voleva imputare la causa della fine del mondo all’allineamento dei pianeti, forse egli voleva soltanto fissare un punto, un evento, un riferimento.

Si intuisce quindi che a poco o a nulla serve sapere come avverrà la fine del mondo, se non si sa quando, da qui l’esigenza di conoscere e misurare il tempo. Sia che esso, venga diviso in spazi grossolani (Luce-Buio), sia in spazi sempre più precisi (Anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi, millisecondi…), l’uomo ha da sempre cercato di dare e darsi dei precisi riferimenti per catalogare gli eventi. 

Gli Egizi scandivano il loro tempo sulla base dei periodi di piena del Nilo; altri popoli si basavano su altri elementi, caratteristico è, a tal proposito, il calendario dei mesi dei Lakota che si basava su precisi riferimenti naturali (luna degli alberi scoppiettanti=dicembre; luna quando le ciliege diventano nere=agosto; luna delle foglie cadenti=novembre), si noti come l’elemento astronomico (luna… luna… luna…), appreso grazie ad attente osservazioni dei fenomeni celesti, vada a innestarsi con l’elemento naturale per coprirsi semplicemente di certezza! (ecco raggiunto lo scopo della misurazione del tempo: riuscire a catalogare con precisi riferimenti i vari eventi).

Tra tutti i popoli e le culture sviluppatesi nel mondo intero, uno soltanto può definirsi come il popolo che aveva ossessione del tempo e voleva misurarlo e conseguentemente controllarlo. Tale popolo era il popolo Maya. Il loro calendario è estremamente preciso, calcola la durata dell’anno solare in 365,2420 giorni (errore per difetto di soli 0,0002 giorni. N.B. quello attualmente utilizzato da noi erra di circa 0,0003 giorni…), e quello lunare in 29,528395 (di poco inferiore al valore reale). Essi avevano altresì sviluppato un perfetto metodo di previsione delle eclissi, avendo nozione che esse possono avvenire soltanto 18 giorni prima o dopo del nodo (punto in cui l’orbita lunare interseca quella apparente del sole). 

Conoscevano anche il concetto di zero, inteso come valore nullo, ma concreto allo stesso tempo. Il calendario maya andava oltre, collegandosi ai fenomeni celesti di un altro importante pianeta: Venere. I Maya sapevano che Venere era sia l’astro del mattino e sia quello della sera; sapevano che esso compie un giro intorno al sole in 224,7 giorni, mentre la terra in 365,2420 giorni. Il risultato combinato di questi due elementi è che il pianeta Venere, sorgeva esattamente nello stesso punto del cielo visibile dalla Terra ogni 584 giorni circa.

I maestri Maya, sapevano che 584 era una quantità approssimata, stimarono infatti i giorni della rivoluzione sinodica media di Venere in 583,92 (è lo stesso numero che si è calcolato ai giorni nostri). I maestri Maya utilizzarono queste loro ampie conoscenze creando un complesso sistema di calcolo calendaristico. 

Ogni 61 anni venusiani praticavano un aggiustamento di 4 giorni per armonizzare il ciclo sinodico di Venere con il loro anno sacro (composto da 260 divisi in 13 mesi da 20 giorni ciascuno). Nel corso di ogni V ciclo, alla fine della 57^ rivoluzione veniva effettuato un aggiustamento di 8 giorni, che interelava così strettamente l’anno sacro Maya con la rivoluzione sinodica di Venere da produrre semplicemente l’errore di un giorno ogni 6000 anni. Tutta un’altra serie di aggiustamenti facevano si che risultasse interrelato anche il normale calendario solare, che venne reso in grado di funzionare senza errori su archi di tempo eccezionalmente lunghi. La domanda a questo punto è già nata: che motivo avevano i Maya di adottare un così preciso calendario? Il motivo era uno solo, l’ossessione del tempo in quanto essi sapevano esattamente quanto il mondo era destinato a durare.

Il segreto di ciò sta nel cosiddetto lungo computo. Esso è un sistema per calcolare le date, fortemente impregnato da credenze del passato. Secondo questo il tempo operava in grandi cicli nei quali avevano luogo creazioni e distruzioni del mondo. Secondo i Maya, l’attuale ciclo iniziato il 13 agosto 3114 a.C. era destinato a finire il 23 dicembre 2012 d.C. Questa data, ritornando alle predizioni di Berosso, vedrà una disposizione planetaria così singolare ed unica da verificarsi soltanto una volta ogni 45.000 anni. 

Nuovamente e per fortuna, nessuno è in grado di dire come e se ciò succederà, resta comunque un interrogativo di non poco conto: che motivo hanno avuto i Maya di creare calendari e sistemi computistici così complessi da ragionare in cifre vicine ai milioni di anni, senza aver creato né nell’architettura, né nell’arte un qualcosa capace di resistere al tempo? Questo modo di contare i giorni e di scandire il tempo è forse frutto di un’antica eredità lasciata da qualche civiltà che soccombette alla fine dell’ultimo ciclo?

Verso una linea di confine?

Sabato 22 Dicembre 2012, fine del mondo? Questa data è riferita ad una profezia che la civiltà Maya fece più di 5000 anni fa, questa profezia non ci indica quella data come termine del mondo, ci indica invece il punto di conclusione di un anno galattico, ricordo che I Maya hanno scoperto che come la Terra gira intorno al Sole, tutto il sistema solare nel quale la Terra si trova gira anch’esso intorno alla galassia, così il giro completo del sistema solare intorno alla galassia dura 25625 anni, questo è chiamato “anno galattico”, sabato 22 dicembre 2012 finisce “un anno galattico”. La profezia ci dice che vi saranno dei grandi cambiamenti, climatici per quanto riguarda il nostro pianeta, spirituale tra gli esseri umani, ma il mondo dopo quella data continuerà ad esistere e a vivere.

Calendario e Astronomia

I preti erano depositari di tutte le conoscenze intellettuali e la religione, ancora una volta, si trovava intimamente fusa con l’astronomia, come con tutte le altre attività culturali, con le speculazioni aritmetiche, col computo del tempo e col calendario, di cui si è scritto che esercitò una vera e propria dittatura sulla vita dei Maya.

Profondamente originale, unico nel suo genere, questo calendario rivela una precisione veramente sbalorditiva, tanto più se si tiene conto che i preti astronomi consideravano la terra piatta come un disco e non pensarono mai che girasse intorno al sole. Il sistema vigesimale – con una progressione di 20 in 20 – della loro aritmetica permetteva calcoli complessi per quanto riguardava lo studio dei fenomeni celesti, poiché toccava all’astronomia regolare e dirigere tutte le azioni della vita.

Per i calcoli, essi usavano dei simboli semplici, ad esempio il punto per le unità, ed una sbarretta per la cifra 5; inoltre, dato che i Maya furono uno dei rari popoli che abbiano usato lo zero – simboleggiato da una conchiglia – con un millennio di anticipo rispetto all’Europa, essi poterono, proprio perché erano riusciti a dare una connotazione all’inesistente, dare un valore posizionale alle cifre e in tal modo fare calcoli assai complessi.

Seppero, inoltre prevedere con esattezza le eclissi, e scrissero su delle tavole tutti gli spostamenti di Venere con una precisione che lascia ancora sbalorditi gli studiosi moderni. Il codice di Dresda, per esempio, da un totale di 11.960 giorni per 405 lunazioni considerate; orbene, gli astronomi attuale stimano tale durata pari a 11.959,89 giorni, il che corrisponde a un errore, o meglio a una differenza di poche ore per 380 anni. Inoltre gli astronomi Maya ritenevano che l’anno di Venere fosse pari a 584 giorni, e noi oggi sappiamo che esso equivale esattamente a 385,92 giorni, il che comporta un errore inferiore ad un’ora all’anno.

Questi risultati sono tanto più stupefacenti in quanto i Maya non disponevano di strumenti ottici, ne di un’unità di tempo pari all’ora e al minuto. In seguito alle ripetizioni dei calcolo, ad un po’ di “statistica” e alla trasmissione regolare dei risultai, essi correggevano man mano i dati empirici ricavati da una geometria dello spazio e da un’astronomia piuttosto sommarie. Tuttavia, secondo Thompson il calendario Maya era più preciso di quello gregoriano.

Una grande vittoria degli archeologi e degli storici moderni è consistita nel trovare il metodo di trascrizione delle cifre e delle date, il che ci ha permesso anche di poter finalmente collocare nel tempo il mondo Maya. Precisiamo questo sistema: abbiamo già detto che si basa su una merazione vigesimale (di 20 in 20) e posizionale, il che significa che invece di riportare una cifra a sinistra dopo dieci unità, lo faceva dopo venti; i numeri acquistavano quindi una cifra in più al 20, poi al 400, poi all’8.000, al 160.000, al 3.200.000, ecc. La numerazione posizionale era resa possibile solo dall’uso del numero zero (una conchiglia). 

Una data Maya è formata da cinque cifre sovrapposte, e non disposte orizzontalmente come nei nostri numeri, il che non toglie che sia ugualmente una numerazione posizionale: la prima cifra corrispondente ai baktun, ognuno dei quali rappresenta 144.000 giorni trascorsi; la seconda cifra numera invece i katun (corrispondente a 7.200 giorni); la terza cifra da il numero dei tun (360 giorni); la quarta cifra indica l’uinal, cioè un mese di 20 giorni; la quinta cifra infine da i kini, che sono i giorni.

Una data quindi era fornita in giorni: la stele D di Copan, per fare un esempio, porta una data corrispondente ad un totale di 1.405.800 giorni trascorsi dalla data iniziale del calendario Maya, che in genere viene collocata nel 3113 (o nel 3373, secondo Spinden) prima della nostra era. Inoltre una data veniva fornita indicando la sua posizione nell’anno religioso e la sua posizione nell’anno solare.

D’altra parte queste date somigliavano molto, a prima vista, a piccole scene animate: a volte vi sono rappresentati dei personaggi, dei facchini, seduti per terra; in questi glifi complessi, solamente le teste devono essere prese in considerazione per il calcolo, ed il valore che rappresentano è riconoscibile, ad una analisi dettagliata, da particolari come dei punti oppure una mano appoggiata al mento, una mascella inferiore ossuta e scarnificata, una pettinatura stilizzata… Il resto del glifo – il corpo del facchino – che non aveva valore di calcolo, era completamente lasciato alla fantasia dell’artista. Secondo le concezioni Maya, in effetti, il tempo era continuamente trasportato nel futuro da alcuni dei che si davano il cambio e si alternavano di volta in volta per governare il mondo: il dio del giorno succedeva al dio della notte, e si caricava sulle spalle il fardello del tempo fissato con una cinghia frontale. I giorni erano esseri viventi, e ognuno di essi era sotto la protezione di un dio, diventava un dio lui stesso, con una duplice natura, una corrispondente al nome di una divinità, l’altra ad un numero. E le cifre, invariabili, avevano molta più importanza dei nomi, che potevano variare.

Come per tutte le civiltà di tipo agricolo, la determinazione del ritmo delle stagioni era indispensabile per assicurare il successo dei raccolti. Era infatti necessario lavorare i campi, seminare, effettuare il raccolto, nei momenti propizi e favorevoli; e il calendario aveva il compito specifico di determinare questi momenti. 

I Maya possedevano due calendari principali: il più semplice, il calendario sacro – il Tzolkin – era riservato alla divinazione e comprendeva duecentosessanta giorni suddivisi in tredici mesi di venti giorni ciascuno. Il programma delle feste religiose e di tutte le altre attività cerimoniali o private veniva stabilito in base a questo calendario.

Il secondo calendario – l’Haab – solare ed agricolo, era invece composto da 365 giorni suddivisi in diciotto mesi di venti giorni ciascuno, ai quali si aggiungeva poi, alla fine del ciclo, per far tornare i conti, un periodo malefico di cinque giorni, nefasti, vuoti, senza nome, detti di “ristabilimento”, o Uayeb, giorni critici durante i quali non si lavorava, ma si effettuavano digiuni e si osservava la continenza. Questi due calendari coincidevano soltanto a intervalli di 18.980 giorni, cioè ogni 52 anni, periodo di tempo assimilato al nostro secolo, sebbene più breve.

Ognuno dei tredici Dei del Pantheon Maya regnava per un mese.

Esisteva poi un terzo metodo di conteggio, in cui interveniva l’anno venusiano, più lungo, poiché Venere compie solo cinque rivoluzioni nello spazio di otto anni solari. Per designare la durata, i Maya avevano poi concepito tutta una serie di periodi che progredivano con i multipli di 20, con l’eccezione del tun, il loro anno di 360 giorni, che corrispondeva a 18 uimal di 20 giorni.

Abbiamo già detto che il loro computo a base di cifre del tempo aveva inizio da una data zero di origine, fissa, che si fa risalire al 3113 a.C.. Questa data mitica, a proposito della quale ci si perde in congetture, potrebbe riferirsi a un evento astronomico dimenticato, o potrebbe forse indicare l’ultima delle loro quattro Creazioni del Mondo. Da parte sua Spinden ha stabilito una cronologia che fa slittare tutte le date di 260 anni indietro nel tempo (3373 a.C.), con una cronologia che sarebbe confermata da analisi effettuate con il metodo del Carbonio 14, ma che crea una discontinuità incomprensibile nel succedersi degli eventi tra i periodi più antichi e il periodo storico. Per questo motivo gli specialisti continuano ad attenersi alla cronologia di Thompson.

Quali mezzi possono aver utilizzato i Maya, che non avevano altri utensili che quelli di pietra, per giungere a conoscenze astronomiche e astrologiche di una precisione così strabiliante? Sembra in effetti accertato che non abbiano usato ne orologi a sabbia ne clessidre ne altri strumenti di precisione. I loro calcoli furono dunque basati esclusivamente su osservazioni oculari, calcoli di triangolazione e misure delle ombre, poiché essi erano sorpresi dall’osservazione che gli astri, e il sole in particolare, si presentavano sotto angoli che cambiano a seconda dei diversi periodi dell’anno.

Allo stesso modo osservarono che la permanenza del sole nel cielo aveva durata variabile a seconda di quelle posizioni e si sforzarono quindi di determinare le date dei solstizi, cioè delle posizioni estreme, poiché si traducevano nel giorno più corto e più lungo dell’anno. Per queste osservazioni utilizzarono senza dubbio lo gnomone, una specie di mirino costituito da una semplice pertica posta verticalmente; l’ombra proiettata sul terreno, a mezzogiorno del 21 giugno (solstizio d’estate) da la proiezione più corta, mentre quella che si proietta a mezzogiorno del 21 dicembre (solstizio di inverno) è la più lunga. Se si effettuano osservazioni al sorgere del sole, i diversi angoli di visuale descriveranno un angolo diverso nel corso dell’intero anno, poiché il sole sorge in inverno più a Sud e in estate più a Nord, sulla linea dell’orizzonte, a Levante.

Queste osservazioni hanno potuto essere effettuate a Chichèn Itzà attraverso le feritoie praticate nei muri della torre – osservatorio ben nota, detta Caracol (lumaca), a causa della sua scala elicoidale. Ricketon e Morley hanno a loro volta dimostrato che un osservatore posto sulla cima della grande piramide detta E-VIII, a Uaxactun, vedeva il sole apparire nell’angolo Sud-Est della piattaforma con i tre templi, di fronte a se, all’alba del solstizio d’inverno, e nell’angolo opposto, a Nord-Ovest dello stesso podio, il mattino del solstizio d’estate.

Nei giorni di equinozio, il sole sorge lungo l’asse mediano, proprio dietro al tempio centrale. Va da se che la disposizione di quei templi è stata subordinata e calcolata in funzione di queste osservazioni, e che questa combinazione è tutt’altro che accidentale, ma doveva avere la sua importanza. Inoltre essa presuppone un lunga tradizione di osservazione.

Oltre all’osservazione diurna del cielo, anche quella notturna doveva essere non meno importante. L’osservazione delle varie fasi e delle traiettorie della luna fu riportata nel codice di Dresda, che si riferisce a 405 lunazioni, come abbiamo già detto, cioè a ben 33 anni di osservazioni. Il manoscritto riporta una tavola contenente 69 date durante le quali si possono avere eclissi solari. Venere, la stella del Pastore, la prima a risplendere, l’ultima a scomparire, con il suo corso irregolare attirò in egual misura l’attenzione, e i Maya si sforzarono di misurarne l’altezza sull’orizzonte, variabile al momento del sorgere o del tramontare del sole.

Come venivano calcolati gli angoli? Alcune illustrazioni dei codici ci mostrano, appollaiati sulle piramidi, dei personaggi ridotti al solo volto o addirittura ad un occhio, posti sotto un baldacchino che li protegge, vicino a due bastoni incrociati posto davanti a loro. D’altra parte, sono stati ritrovati anche dei tubi scavati nella giada, lunghi all’incirca venti centimetri, che ricordano stranamente gli occhiali astronomici cinesi, sprovvisti come questi di vetri ottici. Resta il fatto che tutte queste preoccupazioni, che andavano molto al di la dello stretto necessario per la costruzione di un calendario agricolo, mettono in luce un’ossessione dell’infinito, spaziale o temporale, e una angoscia profonda di fronte alle scorrere del tempo.

Mentre in Europa i secoli che vanno dal 300 al 900 d.C. furono oscuri e sanguinari, nel Nuovo Mondo videro il pieno splendore della civiltà Maya.

Furono i secoli dei grandi centri monumentali con torreggianti piramidi, templi e palazzi, molti dei quali ancora oggi conservati. 

Fu l’unica civiltà precolombiana che abbia utilizzato una scrittura geroglifica evoluta, un particolare sistema di calcolo matematico e, come si è potuto constatare dai vari rinvenimenti archeologi, un sofisticato calendario che era in grado di determinare l’esatta durata dell’anno solare, del mese lunare e dell’anno di Venere. 

I Maya si svilupparono su un territorio di circa quattrocento chilometri quadrati, che comprendeva il Messico meridionale, il Belize, alcune zone del Guatemala, dell’Honduras e del Salvador. Si ritiene che le origini di questa civiltà risalgano a 4000 anni fa. Alla fine del IX secolo d.C. una serie di trasformazioni di carattere catastrofico determinarono il declino della civiltà Maya, con il susseguirsi di guerre tra i vari gruppi e una frammentazione politica, fino a quando apparvero i primi “conquistadores”.

… Saranno dispersi per il mondo le donne che cantano e gli uomini che cantano e tutti quelli che cantano. Nessuno scamperà, nessuno si salverà… Molta miseria ci sarà negli anni della cupidigia. Schiavi dovranno farsi gli uomini. Triste sarà il volto del sole… 

Hernán Cortés con undici navi, cinquecento uomini e sedici cavalli sbarcò nell’isola di Cozumel, al largo dello Yucatán, e conquistò il Messico, sfruttando, saccheggiando, depredando le terre che un tempo erano state dei gloriosi Maya. 

… Fu il principio dei soprusi, il principio delle spoliazioni totali, il principio della schiavitù per debiti, il principio dei debiti attaccati alle spalle, il principio delle sofferenze…

Un’era maya era composta da 13 Baktun e gli epigrafisti – trascrivendo i glifi con i loro coefficienti in numeri arabi – hanno potuto calcolare che, secondo il Conto Lungo, i Maya stabilirono l’inizio della loro storia l’11 agosto del 3114 a.C. e pensavano che sarebbe terminata il 21 dicembre dell’anno 2012 della nostra era. La fine di quella grande e antica civiltà arrivò però prima del previsto: nell’anno 1517 sbarcarono sulle coste dello Yucatán i primi spagnoli. 

Purtroppo nulla o quasi della vasta produzione letteraria, scientifica e storica dei Maya si è salvato dalle distruzioni seguite alla conquista spagnola e i loro geroglifici (glifi) restano in parte ancora un mistero. Ciò che sappiamo è frutto di ipotesi elaborate sull’interpretazione del ricchissimo patrimonio archeologico, sui dati contenuti negli unici tre manoscritti giunti fino a noi, sui testi scritti dai conquistadores e sulle notizie rintracciabili nelle tradizioni. Le nostre conoscenze sull’antica civiltà e storia dei Maya sono quindi approssimative, incerte e lacunose.poche dell’Arte maya 
La più antica suppellettile datata (un vaso rintracciato a Tikal, nel Guatemala settentrionale) risale al 320 d.C.; da tale data si fa iniziare il cosiddetto antico Impero o epoca classica(320-987), l’età di maggior splendore della civiltà maya. 

L’antico Impero può essere diviso in due periodi: il primo (320-650) si fa coincidere con la diffusione della ceramica Tzakal (i Costruttori); fattori importanti furono l’edificazione di complessi urbani e templi nel distretto guatemalteco del Petén (Uaxactún, Tikal, Naranjo, Tayasal), la lotta per l’egemonia fra le città-Stato, la diffusione dei Maya verso ovest (Chiapas e Tabasco), sud (litorale pacifico) e Nord-Est (Yucatán, prima fondazione di Chichén Itzá, da parte del clan Itzá). 

Il secondo periodo (650-987) si fa coincidere con la diffusione della ceramica Tepeuh (i Conquistatori); si ebbe una notevole espansione della cultura maya soprattutto verso il sud dell’America Centrale prevalentemente a opera dei commercianti- naviganti (i Maya furono, come i Fenici, grandi navigatori e forse i soli dell’America). In tale periodo vennero fondati nuovi complessi urbani e si svilupparono quelli preesistenti: Piedras Negras, Yaxchilán, Palenque, Chankalá, Toniná, Bonampak, Copán, Tzendales, Etzná, Tulum, Coba divennero centri di grande importanza, ricchi di monumenti spettacolari. In tale periodo compare la metallurgia. 

Il cosiddetto nuovo Impero, o secondo Impero o epoca Postclassica, si fa iniziare col 987, data della nuova occupazione e ricostruzione di Chichén Itzá da parte dei Maya-Itzá appoggiati dai Toltechi. La genuina civiltà maya ebbe termine intorno alla metà del X sec. a seguito dell’intervento dei Toltechi. Considerati i distruttori dell’antico Impero, i Toltechi furono invece gli artefici dell’unificazione politica delle disperse popolazioni maya. Sotto il loro influsso, i Maya acquistarono non solo i costumi religiosi e guerreschi caratteristici delle civiltà più propriamente messicane, ma costituirono una vera e propria civiltà urbana ed ebbero centri politici unitari. Sede della nuova cultura fu lo Yucatán. 

Col nuovo Impero ha inizio l’epoca maya-tolteca, che viene divisa in tre periodi: Puuc (dal nome di un tipo di ceramica e di decorazione), dal 987 al 1194, caratterizzato dall’egemonia di Chichén Itzá, dalla costituzione della cosiddetta “lega di Mayapán” (città fondata nel 941 o nel 987), dalla cacciata dell’aristocrazia Itzá da Chichén Itzá a opera dei Cocom, clan aristocratico di Mayapán. 

Il secondo periodo vide il prevalere della nuova aristocrazia maya-tolteca di Mayapán: durò dal 1194 al 1441 e vide l’estendersi dell’egemonia di Mayapán su tutti i centri dello Yucatán settentrionale. 

Il terzo periodo ha inizio con la distruzione di Mayapán e col progressivo abbandono di gran parte delle città dello Yucatán, le sole ancora abitate; tale periodo fu caratterizzato da una serie di calamità (uragani, pestilenze, vaiolo) e dall’arrivo degli spagnoli che toccarono la costa settentrionale una prima volta nel 1518