Traduzioni che tradiscono: la distruzione di Montecassino

Dopo essere sbarcati in Sicilia il 10 luglio il giorno 19 gli anglo-americani avevano effettuato il loro primo bombardamento aereo di Roma con lo scopo di indurre alla resa l’ormai stremata Italia. Mussolini pur avendo avuto qualche avvisaglia del duro confronto che l’attendeva nel Gran Consiglio che aveva convocato d’urgenza, non immaginava l’epilogo che ci sarebbe stato, per giunta non adottò nessuna contromisura.

Durante la seduta tenutasi a palazzo Venezia la notte dal 24 al 25 luglio, ci furono vivaci contestazione all’indirizzo del Duce che ormai aveva perduto autorevolezza e Dino Grandi, presidente della Camera di Fasci, presentò una mozione votata a maggioranza che stabiliva il ritorno del controllo delle forze armate nelle mani del Re, decretando in pratica il crollo del regime fascista. Contestualmente il potere ritornava nella mani del Re Vittorio Emanuele III dove Mussolini si recò per incontrarlo a Villa Savoia, oggi Villa Ada sulla via salaria, residenza estiva reale.

All’uscita da Villa Savoia, il Duce venne arrestato dai Carabinieri da sempre fedeli alla monarchia, trasferendolo prontamente in detenzione in un luogo segreto. In realtà il Re era in possesso di informazioni costantemente aggiornate interne al PNF ed al Gran Consiglio quindi aveva avvisato Pietro Badoglio di tenersi pronto per il conferimento dell’incarico il 25 luglio 1943. Il messaggio diffuso a seguito di tali eventi fu quello di restare ai posti di combattimento e nonostante le piazze si fossero riempite a festa per la fine della guerra in realtà non cambio nulla. Badoglio dichiarò che la guerra sarebbe continuata comunque al fianco dei tedeschi. In realtà il Re Vittorio Emanuele III stava portando avanti delle segretissime trattative di pace con gli anglo-americani ed in particolare con il generale Eisenhower al capo dell’operazione nel mediterraneo che si sarebbero poi concluse con l’armistizio di Cassibile, frazione di Siracusa il giorno 3 settembre.

Prima ancora che dal governo italiano, la notizie venne tuttavia diffusa prima dagli alleati il giorno 8 alle ore 19.45, gettando nel caos le varie truppe dislocate al fianco dei tedeschi in Patria e fuori. In realtà la scelta di non diffondere la notizia da parte di Badoglio venne assunta perché il trattato del giorno 3 settembre era solo una bozza la cui forma definitiva sarebbe stata sottoscritta soltanto il 9 Novembre. Il tentativo del maresciallo era quello di defezione dai tedeschi per il riconoscimento di condizioni più morbide per la resa Italiana. Tuttavia gli alleati decisero di terminare il documento del giorno 9 Novembre con la dicitura “arrendere senza condizioni” ovvero “inconditional surrender”.

Alla notizia dell’armistizio le truppe tedesche invasero l’Italia con l’operazione “Alarico” che era già stata prevista da Adolf in quanto alleato non propriamente affidabile.

Nel frattempo la monarchia si era rifugiata da Roma al Sud Italia sotto la protezione degli anglo-americani che nel frattempo stavano risalendo la Penisola arrivando a terminare l’occupazione della Campania nel gennaio 1944.

Nel frattempo visto che lo sbarco di Anzio non aveva portato alcun progresso degno di nota, decisero di muovere le truppe che erano arrivate al confine tra Campania e Lazio, denominata Linea Gustav nel Cassinate. Anche qui i combattimenti estremamente duri non erano riusciti a sfondare le linee tedesche che stazionavano maggiormente sulla collina di Montecassino dalla quale si controllava tutta la via Casilina.

Sulla sommità della collina sorgevano le mura del Monastero Benedettino fondato nel 529 al quale era stato riconosciuto lo status di neutralità ed inviolabilità da entrambi gli schieramenti. I tedeschi si erano impegnati direttamente con il Vaticano a non installare nessun tipi di apparecchiatura, armi o stazionamento di truppe all’interno dell’Abbazia per non trasformarla in un obiettivo militare.

La neutralità invocata dal Vaticano venne rispettata dai tedeschi, riconoscendo una fascia di neutralità di 250 metri circa, come successivamente dichiarato per iscritto dallo stesso abate, Don Gregorio Diamare.

Vuoi per le abilità tedesche piuttosto che per le imcompetenze alleate piuttosto che per l’orografia del territorio, fatto sta che le truppe alleate non riuscivano ad avanzare e stavano pagando un alto costo in termini di sangue versato. Questo fatto gettò un incredibile malumore tra i comandanti alleati che iniziarono ad entrare in tensione.

In particolare l’inglese Francis Tuker ed il neozelandese Bernard Freyberg, cominciarono a chiedere a gran voce il bombardamento dell’Abbazia, formulando delle ipotesi sulla presenza tedesca all’interno della struttura che però non trovarono mai un riscontro oggettivo. Il problema era che la struttura essendo stata dichiarata neutrale non poteva essere bombardata senza una prova della violazione dei termini di neutralità, così gli inglesi facendo ricorso alla loro straordinaria nonché filosofica capacità di manipolazione, imbastirono delle informative con le quali si stabilì che all’interno del Monastero erano state installate antenne militari che fornivano coordinate per gli attacchi all’artiglieria tedesca.

Il generale americano Mark Wayne Clark si oppose fermamente al bombardamento in assenza di riscontri oggettivi, contestando l’inutilità della distruzione del luogo sacro. Il generale teneva molto alla sua immagine pubblica quindi cercava di astenersi dal compiere azioni azzardate.

La propaganda inglese messa in campo così narrava in sintesi << tutti i monumenti in pietra d’Italia abbiano pure tremila anni, non valgono la vita di uno solo dei nostri ragazzi>> oppure <<sono cattolico ma non credo che la salvezza di un monastero benedettino valga una sola vita di un soldato alleato>> tanto che tale propaganda raggiunse le orecchie di Eisenhower che la condivise.

Giova precisare che i tedeschi dal punto di vista tattico non avrebbero avuto comunque nessuna convenienza a nascondersi nell’abbazia, sia per l’estrema visibilità della struttura ed anche perché c’erano molte altre posizioni migliori nei paraggi.

A fine gennaio si tentò un nuovo assalto con le truppe indiane e neozelandesi che però fallirono nuovamente. Il malcontento era al massimo e qualcosa accadde che fece velocemente cambiare idea agli alleati impartendo il comando di bombardare il monastero. Cos’era accaduto? Cosa aveva indotto i vertici a cambiare così repentinamente la propria idea sulle sorti della millenaria struttura?

Si trattò di un errore di traduzione. Nei momenti convulsi in cui si cercava di intercettare i messaggi con cui i comandi tedeschi comunicavano via radio, gli alleati intercettarono un messaggio: <<Who ist der Abt? Ist er noch im Kloster?>> Dov’è l’Abate? E’ ancora nel chiostro? risposta: <<Ja, mi Kloster mia den Monchem>> Si nel chiostro con i Monaci.

Casualità… accadde che l’ufficiale inglese addetto all’intelligence, mai identificato e per il quale mai si volle rivelare il nome, equivocò il significato del termine Abt, ritenendo che non dell’abr (der Abt) L’Abate si trattasse bensì dell’Abt (Die Abt) inteso come abbreviazione di Abteilung, “battaglione militare”; come è stato possibile confondere Abt (Abate) che è un termine maschile ed in tedesco si dice Der Abt con invece l’abr che è l’abbreviazione del sostantivo di genere femminile Abteilung (battaglione militare) che in tedesco risulta Die Abt.

Per chi conosce il tedesco trattati di una differenza rilevante e sicuramente non trascurabile. Conoscendo il fare inglese ci chiediamo sia possibile quindi sostenere che di fatto, all’interprete venne suggerito di modificare quella lettera garantendogli poi l’anonimato, fatto che poi avvenne, come i fatti storici testimoniano.

Il 15 febbraio venne lanciato il bombardamento aereo e guardacaso proprio mentre le bombe già erano state sganciate, il colonnello inglese David Hunt nel ricontrollare il messaggio incriminatorio si accorse dell’errore. Orami era comunque troppo tardi e l’Abbazia venne completamente rasa al suolo.

Link al video del bombardamento

I risultati furono oltre che la distruzione di un gioiello medievale, la morte di duecentocinquanta e più civili che si erano rifugiati nel monastero ritenuto territorio neutrale, morirono una cinquantina di tedeschi che erano all’esterno oltre la fascia di garanzia del 250 metri ed essendo le bombe del tempo non proprio precise… per non dire che spesso andavano proprio su altri obiettivi, vennero uccisi perfino i soldati indiati del Commonwealth Britannico che stazionavano più in basso rispetto ai tedeschi.

L’Abbazia di Montecassino successivamente ai bombardamenti Anglo Americani

Ironia della sorte, la posizione nonostante bombardata non venne mai conquistata perché i tedeschi utilizzarono i ruderi dell’Abbazia per stabilire nuove posizioni di attacco guadagnando una migliore posizione difensiva, non avendo più il problema del rispetto della neutralità dei luoghi in quanto il patto era stato violato per prima dagli alleati.

Fu solo nel mese ed alla quarta battaglia che i valorosi combattenti polacchi agli ordini del tenente generale Wladyslaw Anders riuscirono ad avere la meglio sulla resistenza tedesca. Ancora oggi è possibile ammirare ai piedi dell’Abbazia il cimitero polacco, dove ogni anno si celebra la ricorrenza in memoria dei caduti di quell’attacco.

Tratto dal libro di Gianni Fazzini “Gli errori che hanno cambiato la storia”

Il ruolo decisivo del pepe per la nascita delle crociate

Quando l’esercito dei Goti guidato da Alarico saccheggiò Roma nell’estate del 410 A.C., Gerolamo che poi divenne santo scrisse “si è spenta la luce più viva del mondo, se può perire Roma, cos’altro ci resta di sicuro?”. Una visione contrapposta invece era data da quegli autori cristiani che videro nella fine dell’Impero Romano un tempestivo intervento divino per salvare l’umanità dal paganesimo.  Recentemente uno storico economico inglese, evidentemente sensibilizzato dal gravoso sistema di tassazione prevalente oggi nel Regno Unito ha interpretato la caduta di Roma come un provvidente evento liberatorio per milioni di europei gravati ormai da tributi insostenibili. Cosa che peraltro sta accadendo con l’Unione Europea…

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano vi sono innumerevoli tesi ricorrenti.

Per alcuni il declino dell’agricoltura ed il diffondersi del latifondo, la caduta della fertilità piuttosto che l’affermarsi dello stato burocratico-assistenziale, per un sociologo americano invece la reale causa sarebbe ascritta all’avvelenamento da piombo della classe aristocratica romana.

In realtà non è stato un singolo elemento a decretare il passaggio epocale bensì l’insieme degli elementi che hanno concorso al risultato finale. Nell’Europa contemporanea e più marcatamente in Italia sono presenti tutti gli elementi tipici del declino che contribuirono alla fine del tempo degli imperatori. La bassa natalità, l’eccesso di burocrazia, il trasferimento del potere da quello esecutivo a quello giudiziario alienando il potere legislativo al parlamento, non ci siamo fatti mancare nulla, persino l’avvelenamento da piombo dell’antica roma oggi è riconducibile al Sars-CoV2.

Ponendo in serie tutti questi elementi come una sorta di mega addizione, il risultato finale renderà comprensibile l’imminente declassamento del rating italiano ed i mal di pancia dei mercati finanziari. Tuttavia nessuna risposta valida è arrivata sul versante del PIL che dall’introduzione dell’euro in Italia è crollato vertiginosamente.

L’ultimo baluardo delle PMI italiane era il famoso “assegno trasferibile” che consentiva di scambiare beni e servizi senza mettere mano al portafoglio, costituendo una sorta di credito virutale che dopo vari passaggi e qualche mese veniva incassato, lasciandosi alle spalle gli utili generati dalle merci che nel frattempo erano già state rivendute comprensive del relativo guadagno. Evidentemente il fatto di non doversi obbligatoriamente indebitare con le banche per operare nel settore del commercio ha fatto irritare qualche burocrate che prontamente è stato ascoltato dal governicchio di turno arrivando a decretare sanzioni fino al 40% dell’importo dell’assegno stesso in caso di emissione di assegno privo della dicitura “non trasferibile” ma per carità!

Ciò che potrebbe essere stupefacente è la correlazione al tempo di Roma tra l’avvelenamento da Piombo e l’infertilità, ove il metallo pesante si era reso responsabile di aver falciato le nascite a causa delle proprietà chimiche caratterizzanti, ove il piombo contemporaneo pare proprio essere la crisi economica galoppante dall’introduzione della moneta unica e che ha causato il crollo della fiducia, delle aspettative, delle condizioni sociali che si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di natalità.

Fino e ieri si viveva solo nell’epoca della guerra economica che stavamo peraltro perdendo, oggi ci troviamo invece a combattere oltre che la guerra economica, quella biologica del nuovo coronavirus, quella finanziaria degli attacchi speculativi alle aziende nazionali, quella informatica agli ospedali e centri di ricerca.

Quindi il quantitative easing santificato dal mondo bancario – che per giunta ancora ci deve spiegare che fine ha fatto fare a quel mare di liquidità – non si è rivelato una terapia per una pronta guarigione ma un semplice “cerotto” di scarsa qualità e per giunta molto costoso! E’ noto infatti sin dal primo anno di ragioneria (perchè non serve una laurea per capirlo) che aumentando la quantità di moneta circolante i prezzi lievitano, e se gli stipendi non lievitano contemporaneamente si riduce la capacità di acquisto ergo ci siamo impoveriti ulteriormente.

Lungi dal criticare il bazooka di Draghi però ci chiediamo perché i contratti di lavoro sono bloccati al costo della vita di 20 anni or sono? La risposta a tale domanda forse potremmo trovarla negli occhi luccicanti dei Democratici che scrutano con invidia la manodopera a basso costo di Pechino buttando al secchio tutti i diritti conquistati dalla classe operaia italiana dal 1945 ad oggi.

Anche perché ci sarebbe da notare che in Italia pur non avendo un partito unico come in Cina, stranamente ci ritroviamo al governo sempre le stesse persone. Illusioni di democrazia le chiamano in un sistema concepito dagli “alleati” per essere facilmente governabile anche dall’esterno.

Così ci siamo ritrovati da Craxi in poi ad avere governi dove cambiava tutto per non cambiare nulla, compresa la sistematica svendita degli asset di Stato.

Nell’antica roma, ad ogni cambio d’imperatore veniva istituito un nuovo conio e man mano si ritiravano quelle riportanti le vecchie effige, si attivavano gli scalpellini che provvedevano a riscrivere le famose pietre miliari. Nell’antico egitto i faraoni addirittura decretavano una nuova lingua, ordinando la distruzione di tutti i manoscritti riportanti il predecessore. Ebbene costui non erano cretini, bensì utilizzavano degli strumenti ideati per il controllo del potere. Chissà cosa potrebbero pensare di noi queste antiche civilità vedendoci parlare in inglese, oppure utilizzare una moneta che non ci appartiene e sulla quale non abbiamo nessun controllo. Ma riprendiamo la narrazione dell’illustre Carlo M. Cipolla, cercando di trarne qualche insegnamento:

Dunque arrivò il tempo in cui Romani non furono più in grado di contenere i barbari e lo sconquasso che seguì fù profondo e generale. Rufino confessava amaramente “come si può aver l’animo di scrivere? Si è circondati di armi nemiche e d’attorno non si vedono che città e campi devastati”. In effetti le attività intellettuali contemporanee sono marcatamente limitate. Queste condizioni dettero vita al cd. Medioevo, i cui primi secoli vennero definiti “secoli bui” ma è proprio nel buio che accadono cose strane.

Filippo di Vitry, segretario di Filippo VI spiego la cosa così: “per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all’agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni, furono creati i Baroni”. In realtà Filippo di Vitry commise un’epocale svista in questa ricostruzione, ove i Baroni tutti gli interessi avevano, tranne che quello di proteggere le altre due parti sociali da ingiustizie. Anzi, non perdevano occasioni per concludere affari molto convenienti per proprie finanze. Avendo ben inteso che più si menavano le mani e più si guadagnava, decisero di aggiungere violenza su violenza, ruberia su ruberia. Curiosamente notiamo che oggi per tentare di risolvere i problemi di liquidità che attanagliano il Paese ci si affida ai baroni europei, con quali risultati presto lo vedermo.

Non vennero risparmiate al tempo nemmeno le comunità scandinave che ora come allora non si sentivano chiamate in causa dai devastanti eventi. Le donne assunsero un ruolo di “formidabili vichinghe” che non si fecero mai sottomettere dagli uomini. Non fa meraviglia quindi che i mariti optassero per lunghi soggiorni all’estero con la scusa di espandere i territori al fine di allontanare i gravosi “problemi domestici”. Per comprendere la frustrazione dei vichinghi maschi, basti pensare che venne ideata una spedizione di circa duecento uomini verso la Francia al fine di cercare del vino.

IL PEPE: CAUSA SCATENANTE DELLE CROCIATE

La caduta di Roma determinò un forte rallentamento delle vie di commercio con la conseguente carestia del pepe, spezia ricercatissima al tempo. Infine l’avanzata musulmana del VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest.

Il Pepe è risaputo essere un formidabile afrodisiaco. Privati del pepe gli europei riuscirono quindi a stento a controbilanciare le perdite di vite umane causate dai costanti conflitti causati dai baroni, dagli scandinavi, dai pirati arabi e dagli invasori ungheresi. La popolazione diminuì e le città si spopolarono, proprio come oggi accade nelle periferie italiane. Persa ogni speranza in una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre di più le proprie speranze nell’al di là e l’idea di ricompense in cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra.

Si saranno accorti a Santa Marta che i “popolani” oggi hanno bisogno di fede, speranza, prospettive di vita, aggrappandosi ai capisaldi cristiani?

E’ un dato di fatto che la povertà aumenta le speranze di una vita migliore nell’al di là. Più poveri più fede verrebbe sa pensare. Le difficoltà economiche e la quarantena stanno restituendo un ruolo primario all’istituto della famiglia e della casa, elementi messi al centro di dubbi, ipotesi di ristrutturazioni e di profonde critiche proprio dalla chiesa contemporanea che è parsa inseguire ideali liberal democratici di matrice anglosassone, di quegli stessi ideologi partiti dall’Arkansas con il business dei voli commerciali dall’Afghanistan e che frequentavano la villa del fù Epstein che ormai adesso chissà, si troverà seduto nell’aldilà con un Sindona sorseggiando una tisana (non un caffè) raccontandosi delle loro amicizie “comuni” nel corso della vita, con quali sorprese!

Dunque lo spartiacque del nuovo millennio è stato rappresentato dalle imprese compiute da due “ignoti” personaggi: il Vescovo di Brema e Pietro l’Eremita i quali, preso atto della violenza che li circondava decisero di canalizzare quest’ultima verso l’esterno, evitando che gli europei continuassero a macellarsi con gli altri europei. Decisione alla quale forse un giorno giungeranno anche le popolazioni islamiche.

Così il vescovo tuonò nel 1108: “gli slavi sono gente abominevole, e la loro terra abbonda di miele, grano e selvaggina. Giovani cavalieri, volgete ad oriente”. Così, dando libero sfogo alle teste calde tedesche, alla ricerca delle delizie culinarie appena descritte, nacque oltre il fiume Elba lo Stato Prussiano.

Pietro l’eremita era francese. Come scrisse Guglielmo di Tiro “Pietro nacque nella diocesi di Amiens nel Regno di Francia. Era minuto e di salute malferma, ma aveva un grandissimo cuore”. Secondo Guilberto di Nogent, Pietro “mangiava pochissimo pane e, viveva di solo pesce e vino”. Non aveva quindi problemi di colesterolo. Ciò che nessuno racconta tuttavia, è che Pietro aveva un debole per i cibi pepati.

Se consumava solo pesce e vino lo faceva perché era un povero eremita e non un ricco abate e quindi non poteva permettersi di acquistare il pepe trafugato in Occidente dai contrabbandieri e rivenduto a carissimo prezzo.  Solo nel suo eremo circondato dai grandi silenziosi alberi della cupa foresta, Pietro soffriva in silenzio e pregava costantemente la Divina Provvidenza per un po’ di pepe da aggiungere ai suoi semplici pasti.

Ma la divina provvidenza sapeva che anche una piccolissima dose di pepe avrebbe compromesso la vita spirituale di Pietro e pertanto al posto del pepe gli mandava pioggia, neve e fulmini. Solo nel suo eremo, frustrato dai continui insuccessi delle sue preghiere, Pietro elaboro gradualmente un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa. Con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla terra.

Quanto al successo dell’impresa non vi potevano essere dubbi: come avrebbe potuto messer Domineddio, che pure conosceva l’aspirazione recondita di Pietro, negare il proprio aiuto ad un’impresa che avrebbe annientato i musulmani e liberato la Terra Santa?

E’ incredibile come un’idea possa trasformare un uomo. Pietro l’Eremita, il silenzioso, solitario Pietro, abbandonò i grandi e silenziosi alberi della cupa foresta e peregrinò di capanna in capanna, da villaggio a villaggio, da castello a castello, infiammando animi e cuori con un linguaggio irresistibile. “Era un grande oratore scrisse” Guglielmo di Tiro con ammirazione.

In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta. Il francese Reutbeuf riferisce che dopo una notte di abbondanti libagioni, i baroni erano pieni di fervore per la Crociata, e segnavano ad alta voce prodezze in battaglia ed atti di gloria.

Le condizioni economiche e sociali del tempo facilitarono il progetto di Pietro. La Chiesa ufficiale aveva sempre rimproverato ai baroni la loro condotta violenta e sanguinaria. Ora Pietro forniva a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti della Chiesa. I giovani virgulti della nobiltà privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente, e, nel contempo, acquisire meriti agli occhi dell’Onnipotente. E la gente comune intravvide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, le strade e le vie di comunicazione caddero in rovina a vantaggio dell’utilizzo delle vie d’acqua dove i pirati musulmani erano in netto vantaggio per esperienza e capacità. Fù così che la maggioranza dei crociati scelse la via di terra, almeno fino a Genova o Venezia.

Il viaggio era lungo ed i crociati erano consapevoli che per quanto infervorati dal vino e dalle parole di Pietro l’eremita sarebbe loro occorso molto tempo per sconfiggere gli infedeli e che non avrebbero rivisto la propria terra e la propria moglie per anni e anni a venire.

Tralasciando la Scandinavia, si può affermare con assoluta certezza che l’Europa nel Medioevo era dominio incontrastato dell’uomo, signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa. A parole dichiaravano di accettare la supremazia del maschio. 

Diceva però un proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Quasi tutti i crociati erano analfabeti, ma conoscevano bene i proverbi. Nacque così in quel contesto socio culturale l’idea della cintura di castità. Un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e per la metallurgia europea. E questo fu solo il primo di un’intera serie di sviluppi spettacolari.

I musulmani furono sconfitti. Pietro poté soddisfare la sua gran voglia di pepe e dimenticò i grandi alberi silenziosi della cupa foresta. I crociati trovarono in oriente cose interessanti e dimenticarono allegramente la loro terra e le loro mogli con la cintura. Come scrisse un cronista dell’epoca, Fulcher di Chartres.

Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali. Abbiamo già scordato il nostro paese natale. C’è chi già possiede una casa, una famiglia e dei servitori come se li avesse ricevuti dal padre o per diritto ereditario. C’è chi ha per moglie non una conterranea bensì una siriana, un’armena o financo una saracena battezzata. Ogni giorno ci raggiungono i nostri parenti ed amici dopo aver liberamente lasciato tutti i loro averi in occidente. Da poveri laggiù, il Signore qui li ha resi ricchi. Le loro poche monete sono divenute tantissime e tutte d’oro. Perché dunque, tornare in occidente?

In questa incredibile faccenda in cui furono stranamente coinvolti messer Domineddio, il pepe, le monete d’oro, gli eremiti, i signorotti feudali e le donne saracene, i soli a non perdere la testa furono gli Italiani. Tra costoro, i Veneziani, ai tempi tristi delle invasioni germaniche si erano rifugiati su alcune isolette in mezzo alle paludi e su quelle isole come ebbe a notare un osservatore del X Secolo, “illa gens non arat, non seminat, non vindemiat” Quella gente non ara, non semina e non vendemmia – per vivere dovevano dunque darsi al commercio.

Uno storico americano scrisse alcuni anni or sono che “l’avidità veneziana per i profitti derivati dal commercio e ottenuti con ogni mezzo poteva paragonarsi solo alla mancanza di scrupoli che caratterizzava i genovesi”. Un economista anglosassone altrettanto censorio scrisse “gli ingenui crociati si trovarono avviluppati in una rete di interessi commerciali di cui capivano poco o nulla. Durante le prime tre crociate i Veneziani che avevano fornito loro le navi, li imbrogliarono spudoratamente alla stessa maniera che un mercante senza scrupoli imbroglia al mercato lo scemo del villaggio”.

Il fatto è che gli Italiani avevano intuito l’enorme potenziale commerciale insito nell’occupazione cristiana della Terra Santa. Pietro non era il solo europeo che bramasse il pepe.

Di Pietri in Occidente ve n’erano decine di migliaia e gli Italiani – pur non avendo seguito corsi di ricerca di mercato – si impadronirono del commercio traendone profitti monopolistici notevoli. L’avessero fatto gli Olandesi, i Tedeschi, gli Inglesi, sarebbero stati additati nei manuali di storia quali ammirevoli esempi di etica protestante ed encomiabili campioni di proto-capitalismo. Trattandosi solo di Italiani, furono definiti esempi deplorevoli di avidità e di “assenza di scrupoli commerciali”. Comunque sia tanto si adoperarono e mercatanti italiani che il commercio del pepe entrò in una fase secolare di eccezionale espansione. Ad Alessandria d’Egitto un’intera via, anzi un intero quartiere venne destinato al commercio del pepe ed in Occidente, dopo secoli di mancanza quasi totale, il pepe riapparve in quantità sempre crescenti sui mercati e sulle mense.

Da luogo triste qual era, l’Europa occidentale si trasformò in una terra traboccante di vitalità, energia ed ottimismo. L’aumento del consumo del pepe incrementò l’esuberanza degli uomini che con tante belle donne d’attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze:

  1. La crescente frequenza del cognome Smith (fabbro) in Inghilterra, Schmidt in Germania, Ferrari, Ferrero o Fabbri in Italia, Favre, Fevbre, Lefevre in Francia;
  2. Lo sviluppo della metallurgia europea che entrò definitivamente in fase di decollo e di “self sustained growt”

Il pepe aveva un’importante qualità, la non deperibilità. Era inoltre un bene estremamente liquido poiché nessuno con la testa sulle spalle lo avrebbe rifiutato. Poteva servire pertanto non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio.

Venendo il pepe usato sovente come una moneta i mercanti divennero anche banchieri e praticarono l’usura sia con i poveri che con i signorotti spendaccioni. In cuor loro sapevano benissimo che vendendo armi al Saladino, pepe afrodisiaco agli Europei e praticando l’usura su larga scala si mettevano in pessima luce appo messer Domineddio. Fu così che per mettersi a posto la coscienza, destinarono somme cospicue ad atti di carità ed a donazioni alla Chiesa.

I mercanti italiani detenevano il primato delle competenze nella contabilità e nell’amministrazione aziendale e di conseguenza tennero nota precisa e meticolosa di queste somme in conti speciali intitolati nei libri mastri come “conto messere Domineddio”.

Vescovi ed Abati che ricevettero le donazioni dei mercanti ne spesero una buona parte per costruire o ricostruire le chiese, le cattedrali e monasteri. Inoltre Vescovi ed Abati che per secoli avevano cumulato immensi tesori sottoponendo l’economia europea ad una pesantissima pressione deflazionistica, ora che il pepe era disponibile sul mercato, aprirono i loro forzieri e misero in circolazione fortune ragguardevoli gonfiando la domanda globale effettiva. La grande quantità di denaro speso per costruire le cattedrali fruttò lavoro e denaro ai muratori che, a loro volta, spesero il denaro guadagnato per acquistare pane ed indumenti dando così lavoro ai fornai ed ai sarti. In questo modo il moltiplicatore sostenne e moltiplicò lo sviluppo dell’economia europea.

La popolazione ovviamente crebbe; tuttavia a causa:

  1. Dell’espansione del commercio del pepe
  2. Degli effetti a monte ed a valle di detta espansione
  3. Degli effetti del moltiplicatore e dell’acceleratore

il tasso di crescita del reddito superò quello della popolazione, il reddito pro-capite aumentò e sino alla fine del XIII secolo l’Occidente riuscì ad evitare di cadere nella trappola malthusiana.

Il racconto dell’illustre Carlo M. Cipolla sopra riportato, è un celebre esempio di una società in declino che ha vissuto la transizione dall’Impero Romano al Medioevo. Ciò che occorre oggi ritrovare per ripartire è proprio quel “pepe” che null’altro è che l’entusiasmo e la voglia di ricostruire un sistema paese, rimboccandosi le maniche e riponendo soprattuto il timone nelle mani di persone competenti e preparate che conoscano la vita e le dinamiche relazionali intercontinentali, proprio come Pietro l’eremita, che utilizzava la mente e che aveva bene intuito il potere della riflessione.

L’Italia ha bisogno oggi non solo di un Pietro ma anche di tante persone che si possano a lui ispirare, che vengano fornite degli strumenti utili alla ricostruzione del benessere sociale e della perduta serenità, rivalutando opportunamente il concetto di interesse sociale e nazionale, visto che come è noto nei momenti di difficoltà si può contare solo su sé stessi.

Pietro l’eremita infatti non si recò a Bruxelles oppure a Berlino per intraprendere la sua grandiosa iniziativa. Se lo avesse fatto è lecito dubitare che i risultato non sarebbero stati gli stessi, quasi sicuramente.

La chiesa è una vittima del globalismo?

Usciamo per un attimo dalle mappe concettuali fornite dal sistema del pensiero unico che randella il dissenziente e l’ideologicamente diverso, fregiandosi al contempo del titolo di autorità democratica:

quando abbiamo abbracciato la causa unionista europea firmando i trattati era davvero così scontato che la novella Unione Europea lasciasse alla porta il cristianesimo, rinnegando le proprie radici storiche?

E’ un caso che il popolo anglosassone sia stato il primo nella storia a versare l’Obolo al Papa cd. <<Denarius Sancti Petri>> prima ancora che nel 1871 Pio IX lo istituisse con l’enciclica Saepe Venerabiles, ed il primo a tentare di fatto ad uscire dalla UE?

Come mai non è stata sollevata nessuna battaglia ideologica oppure non è stata adottata nessuna levata di scudi dalla classe democristiana europea? Dov’erano i cd. uomini cerniera Stato Chiesa? E perché la chiesa in quel momento era così distratta da riuscire a restarne fuori?

L’unione europea va oltre il semplice progetto politico, è lo strumento tramite il quale le elite aristocratiche che detengono il potere finanziario hanno ripreso pienamente il controllo del denaro del popolo, al netto degli errori del passato, utilizzando scudi ideologici e leve psicologiche, coinvolgendo la società, i mass media, la giustizia, l’economica, la valuta, l’etica, con un sistema di norme al quale viene riconosciuta la posizione di sovranazionale, di valore superiore alla carta costituzionale, insomma in un solo colpo tutti gli aspetti della vita dei 513 milioni di cittadini europei. E che colpo!

Appare evidente che la chiesa sia stata inconsapevolmente utilizzata nella battaglia per la nascita del globalismo contro il mondo bipolare e subito dopo scaricata dalle potenze mondiali non appena è stato smantellato il muro di Berlino, il cui abbattimento, vede oggi scendere in piazza festosi e chiassosi i seguaci del globalismo democratico per l’anniversario della caduta salvo poi ritornare nella stessa piazza a manifestare per la chiusura della Whirpool o dell’Ilva dovuta proprio alla sleale concorrenza (dumping) consentito dal globalismo attuato mediante la caduta dello stesso muro.

Restano però silenti di fronte alla crescente complessità di un mondo totalmente fuori dai vecchi schemi, limitandosi a replicare e rimarcare l’equivalenza storica che il globalismo rappresenti la democrazia ed il sovranismo la dittatura tralasciando il notevole fatto che non tutti i globalisti erano e sono dei democratici (Cina compresa) anzi, la propaganda globalista è spinta oggi proprio dai regimi dittatoriali che trascinano il dibattito pubblico verso argomentazioni sterili ed improduttive. Ovviamente non parliamo di soggetti che amano l’Italia.

Notiamo quindi che al fine di rivendicare una legittimazione ad esistere ab origine entro un sistema costituzionale ed evitare imbarazzanti esami di coscienza con il passato, il globalismo democratico utilizza tutta la potenza di fuoco dei media di proprietà dei consociati per tenere ferma nelle menti dei seguaci l’equivalenza sopra rappresentata, senza la quale evaporerebbero istantaneamente in una società liquida come quella attuale.

Il risultato è che portatori sani della propaganda globalista tendono a rifiutare qualsiasi critica, idea diversa, oppure tesi che ne possa mettere in discussione l’esistenza stessa per paura che ne vengano meno le cause che ne legittimano l’esistenza.

La chiesa è uscita ormai dalla vita delle famiglie europee, cedendo il passo ai valori del globalismo ecologico-democratico, dove l’uomo non necessità più di valori spirituali ma soltanto di uno smartphone per veicolare il messaggio delle multinazionali che lo manipolano per il massimo profitto.

E’ da notare come il globalismo nato da interessi industriali americani abbia poi contaminato la finanza ritornando più forte di prima con l’industria informatica nell’era del digitale, fungendo da trampolino per i cinesi che si sono affermati all’avanguardia in questo settore e per un altro player anomalo, la propaganda islamica.

Cos’hanno in comune queste due realtà e perché sono così avvantaggiate dal globalismo?

La risposta è molto semplice: il globalismo premia i sistemi a “catena corta” ovvero i regimi non democratici dove le decisioni vengono assunte ed attuate in tempi ristrettissimi, non dovendo essere sottoposti a lunghi ed estenuanti passaggi parlamentari. E’ chiaro quindi che in una società liquida ad altro coefficiente di volatilità come quella contemporanea i regimi democratici sono destinati a sopperire proprio come i dinosauri perché troppo lenti e troppo grandi per vincere le sfide dei velocissimi ed aggressivi competitor che vogliono puntano al massimo profitto dallo sfruttamento dei Paesi antagonisti.

Ecco perché il Regno Unito si è tirato fuori dalla competizione, puntando al benessere mediante la conversione del commonwealth da colonia industriale a colonia finanziaria, attraendo nella City i capitali mondiali garantendo anonimato sicurezza e zero tasse. E’ da notare una strana coincidenza, ovvero che i maggiori flussi verso la City proviene dalle nazioni che hanno adottato sistemi repressivi fiscali e limiti all’utilizzo del contante come l’Italia oppure da Paesi nei quali l’ordine democratico viene ritenuto messo a rischio da pericoli sociali o politici come ad esempio Hong Kong o Città del Vaticano dove Bergoglio sta perseguitando i possessori dei conti correnti facendoli fuggire verso lidi migliori e facendo arrivare quasi al fallimento la città santa.

La crisi della democrazia in chiave industriale era già stata ampiamente prevista nel 1973 dal “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale” Prefazione di Giovanni Agnelli Introduzione di Zbigniew Brzezinski (link).

Ritornando al ruolo della chiesa che è stata completamente estromessa dal progetto europeo, è impressionante l’analisi del dato che nei Paesi africani dove è presente la chiesa il livello di conflitti ed atrocità e drasticamente minore e la qualità della vita degli abitanti è nettamente superiore.

Però siccome il progetto unitario europeo ha tenuto alla porta la chiesa, questo significa che non si impegnerà mai ad impiegarla come alleata in un progetto di risanamento del continente africano, a danno proprio dei più bisognosi. Altro danno collaterale del globalismo ecologico-democratico.

I trattati europei hanno seppellito l’illuminismo proprio come la chiesa perché ritenuti di intralcio all’impostazione del nuovo mondo ecologicamente globalizzato, per la serie: ignoranti ma ideologizzati sull’ecologismo che è sempre meglio del socialismo.

Ammettere la sopraggiunta radicale ambiguità del progresso vuol dire accettare il fatto che ormai in occidente l’illuminismo è finito e siamo in fase di decadenza. E’ finito non solo quanto promessa di emancipazione dell’uomo o in quanto possibile orizzonte dell’intera umanità ma è finito altresì l’illuminismo come effettivo fronte di battaglia dentro di noi e dentro le nostre società tra ragione e superstizione, tra libertà ed asservimento.

L’illuminismo ha riportato grandi vittorie proprio sul suo avversario più aspro: sul cattolicesimo obbligato da tempo ad accettare la libertà di coscienza, i diritti dell’uomo, la piena laicità delle istituzioni secolari. Cattolicesimo che forse proprio per questo si mostra consapevole – come indicano le richieste di perdono da parte del papa – della necessità di aprire se stesso ai tanti ripensamenti che i tempi chiedono, condizione indispensabile, questa per riuscire ad ascoltare anche la voce di nuove profezie.

Come risponde a tutto ciò la cultura laico globalista italiana? Semplice, con la paura di rompere il suo piccolo tabù illuministico-antireligioso e assumendo le vesti di un distratto svagato osservatore di fronte alle pure clamorose falsificazioni storiche dei signori della Convenzione Europea. La cultura globalista risponde mostrandosi apparentemente indifferente di fronte ai grandi problemi del nostro passato e della nostra identità di ciò che siamo e che è augurabile vogliamo continuare ad essere. Dando quasi a credere che di passato alla fine gliene interessa davvero soltanto uno: il suo e basta.

Un esempio? Bergoglio si sta esibendo per consacrare sacerdoti anche se sposati ma con comprovata fede cattolica e grande disponibilità verso la Chiesa e il prossimo, ma solo in Amazzonia. Il Papa quindi immagina che lì solamente esistano uomini con le caratteristiche da lui indicate, forse immaginando che in tutte le altre parti del mondo non ci siano uomini sposati altrettanto degni del sacerdozio.

Introduzione al nuovo umanesimo: siamo nell’età di Sartre.

Questa è l’età di Sartre. Ogni epoca esprime la filosofia che la interpreta.

Non esiste una filosofia valida per tutte le epoche. Esistono connessioni tra varie filosofie come, similmente, tra varie epoche. Ed anche punti di contatto tra filosofie pur lontane nel tempo come fra epoche anch’esse e fra di esse lontane.

E ciò perché nessuna civiltà nasce con uno stacco netto da quella che la precede. Porta, anzi, con sé retaggi secolari con cui è costretta a vivere, spesso, molto a lungo.

Quel che conta, in una filosofia, è la sua peculiarità, quella esattamente corrispondente alla peculiarità della sua epoca.

Dopo la caduta dei valori e la crisi del positivismo, la grande letteratura del nostro secolo si è, non dico soltanto, impegnata ma addirittura accanita fino alla disperazione nella ricerca di nuovi valori, ricerca che ha preso il nome di “nuovo umanesimo”.

A questa ricerca Sartre ha contribuito tutta la vita ma, specialmente, ha consegnato le sue note conclusive tracciando le linee fondamentali della morale dell’epoca, la morale della libertà, che si concretizza nella costante lotta contro ogni forma di alienazione rendendosi così interdipendente alla storia che facciamo e che viviamo.

Ne consegue che la stessa dialettica storica in atto oggi non è che un perenne conflitto fra alienazione e liberazione e che, in filosofia, emerge, oggi, il primato indiscutibile dell’etica.

Ecco perché questa, che stiamo vivendo, è l’età di Sartre.

Ci fu l’età di Cartesio, la cui logica aprì la strada per indagare i segreti della Natura ed avviare lo sviluppo della scienza.

Poi venne l’età di Kant e di Hegel in cui l’individuo, pur protetto da imperativi categorici che vantavano validità universale, era pur sempre al servizio e un prodotto dello Stato etico che lo sovrastava. Ma la presenza e l’imperversare di sterminati eserciti industriali imposero la materializzazione non solo di quello Stato etico ma della stessa Storia che l’aveva prodotto.

Era l’età di Marx, in cui l’individuo aveva soltanto cambiato padrone: da riflesso etico era divenuto riflesso della struttura economica. Solo la società senza classi gli avrebbe ridato la sua autonomia.

Ma la società senza classi è ancora a venire e gli eserciti industriali si sono enormemente assottigliati. Non sono più in grado di determinare la dialettica storica. L’uomo, solo di fronte allo specchio, non vede altro che la propria esistenza, ossia la propria libertà, che è costretto ad esercitare, giorno dopo giorno, se vuole sopravvivere come uomo. Ecco perché esistenza, scelta, libertà sono sinonimi.

A questo povero uomo, caduti tutti i valori, non è rimasta che la propria esistenza, ossia la propria libertà che in ogni scelta è costretto ad esercitare. Per cui l’unico valore rimasto è lui stesso, che è null’altro che libertà.

La libertà diviene così l’unico valore base, da cui derivano tutti gli altri, su cui fondare la morale. E l’unico strumento per attuarla non può che essere la volontà. La volontà di lui stesso, uomo, di gestire se stesso, ossia la sua libertà.

Da qui l’espressione “soggettivismo etico” che caratterizza l’individuo della nostra epoca se non vuole annullarsi nel mare dell’alienazione.

Il soggettivismo etico implica l’appello all’ “Altro” (non si può essere morali da soli) per un accordo fra due libertà (e non quello alienato fra servo e padrone) che si realizza “par l’entremise de l’oeuvre”, ossia con qualcosa da fare insieme.

A questo punto la morale diviene creazione. L’appello può riunire tutti gli individui che si trovano nella stessa situazione esistenziale e storica venendo così a costituire un universale concreto che si contrappone all’universale astratto di Kant.

L’appello è l’arma contro l’alienazione che ci circonda e ci opprime e da cui la morale, per essere tale, vuole liberarsi. Non c’è libertà senza liberazione.

L’ alienazione non è soltanto quella che appare intorno a noi. L’effimero e il superfluo del consumismo, i falsi miti del successo e del denaro che, a turni quasi regolari, vengono inghiottiti dall’oblio. Ci sono radici più profonde.

Storicamente abbiamo individuato il “rifiuto dell’eretico” che non è il rifiuto delle idee dell’ “Altro” ma, peggio, il rifiuto che l’ “Altro” abbia delle idee. Il contrario, cioè, del “cogito” cartesiano.

Nei passaggi di civiltà (mai, ripeto, automatici) si verifica il fenomeno del saprofitismo. Una sorta di parassiti (saprofiti) tenta di far sopravvivere la vecchia società in disfacimento per poter sopravvivere essa stessa e non lesina mezzi, inclusa la violenza. Come, del resto, il rifiuto dell’eretico. Le manifestazioni apparenti, che ci circondano di superficialità, hanno questi fondamenti, consci o inconsci che siano.

Possiamo dire che l’alienazione è alla base di quello che in Europa è stato chiamato il “caso Italia”, ossia cinquant’anni di autocrazia gabellata per democrazia.

La via della democrazia è la via della libertà contro l’alienazione dell’autocrazia ed è l’unica via che permette di risolvere il “caso”.

Impone la riscrittura della Storia, punto di partenza indispensabile perché la libertà si liberi dall’alienazione. Perché la democrazia non è altro, come il “regno dei fini” di Kant, che il perseguimento della democrazia.

Abbiamo ritenuto opportuno aggiungere un’appendice al testo del “Nuovo Umanesimo”: un omaggio a Condorcet, all’ultimo degli illuministi, sia per individuare gli elementi evolutivi del nuovo umanesimo sull’Illuminismo, sia per celebrare degnamente l’età dei Lumi quale anello fondamentale nella storia dell’umanesimo.

Perché l’Umanesimo non è soltanto la base della nostra cultura e della nostra civiltà, ma è la più grande cultura e la più grande civiltà mai apparse sul nostro pianeta.

Per dovere di cronaca, il “Nuovo Umanesimo” è stato scritto nel corso degli interi anni ’70 e pubblicato nel ’79 anche se risultava incompleto non essendosi trovata in letteratura una ridefinizione della morale che ne concludesse la ricerca.

Fu provvidenziale nell’83 l’apparizione postuma di lavori sartriani proprio sulla morale e la stesura di “La morale di Sartre” si protrasse fino al ’90. Ma non fu pubblicato per due ragioni. Innanzitutto era utile e doveroso lasciarlo decantare affinchè, con ulteriori approfondimenti, potesse meglio combaciare con l’impostazione iniziale della ricerca rappresentata dal “Nuovo Umanesimo”. In secondo luogo la società stava modificando, con scossoni da misurare sulla scala Mercalli, le proprie strutture portanti.

Pareva quasi di non capire bene se la società volesse adeguarsi alla morale di Sartre o se Sartre avesse antiveduto la nuova società e le avesse cucito addosso la sua morale. Cosa, quest’ultima, possibilissima dato che lo stesso “Nuovo Umanesimo”, pur nell’immensa differenza di statura col grande Maitre, aveva, prima del ’79, considerato inevitabili i sommovimenti che si sarebbero verificati negli anni ’90.

Sotto i nostri occhi l’uomo, da “riflesso condizionato”, vuoi della politica, vuoi dell’economia, era divenuto soggetto etico e storico, condannato dalla propria libertà ad essere l’unico responsabile del proprio destino.

Così, utili e proficui sono stati i dieci anni di decantazione perché ci hanno permesso chiarimenti e approfondimenti in linea con la nuova civiltà nascente.

Perché ciò che noi stiamo vivendo non è una semplice trasformazione della società, ma la nascita di una nuova civiltà, è la più grande rivoluzione dopo l’invenzione della macchina a vapore. E nuovo umanesimo e morale di Sartre ne sono gli interpreti.

Galileo Galilei. La leggenda del “martire” della scienza moderna.

Fra le «leggende nere» che la cultura laicista sovrappone alla realtà della storia, una in particolare ha dimostrato caratteri di straordinaria resistenza alla prova dei secoli e della verità: è la leggenda o mitologia sorta intorno a Galileo Galilei, pisano, Padre della Scienza e Vittima della Inquisizione.

Quali le cause di tanta tenacia? La risposta può essere trovata scorrendo, ad esempio, qualcuna delle opere più diffuse dedicate allo scienziato pisano e cercarvi il senso con cui viene presentata la vicenda che lo vide protagonista, nonché il messaggio che, attraverso essa, viene veicolato: Galileo fu colui che, volendo innovare il metodo di indagine nel regno della natura, trovò sulla sua strada la Chiesa cattolica e il suo apparato repressivo del tempo l’Inquisizione; da questa fu obbligato ad una umiliante autoaccusa e sottoposto ad una lunga e dura carcerazione.

Ma il suo esempio, continua il messaggio, fu raccolto dagli spiriti più liberi d’Europa e consentì di aprire la strada a quel sapere scientifico che ha rimosso la superstizione e ha beneficato l’umanità con i risultati delle sue scoperte.

Questo racconto, che non è la storia di Galileo, è nato oltre due secoli fa, nello stesso ambiente culturale che operava, in nome della «ragione», alla demolizione sistematica della memoria storica dell’Europa cristiana. Gli intellettuali dell’Enciclopedia, che già avevano avviato la demonizzazione delle Crociate, della civiltà medievale e che stavano gettando cumuli di calunnie sulla conquista delle Americhe da parte delle potenze cattoliche di Spagna e Portogallo, non si lasciarono sfuggire le opportunità che la vicenda legata a Galileo Galilei offriva in termini di polemica anticattolica: e quello che era, e poteva restare, un caso umano, ancorché doloroso e drammatico, fu trasformato in un caso – il caso Galileo appunto -, esemplare, nell’intenzione dei suoi formulatori, di una costitutiva inconciliabilità tra fede e ragione, tra religione e scienza, tra dogma e libertà di ricerca.

Dal secolo dei Lumi la mitologia galileiana si è radicata nella cultura europea, e non solo scientifica; si è arricchita, nei decenni, di una aneddotica divenuta ormai patrimonio scolastico comune; è entrata nell’immaginario collettivo attraverso la letteratura, il teatro, il cinema; è venuta a costituire, con tutto ciò, l’elemento separatore fra due mondi, fra due culture, la prova di una pretesa irriducibilità fra l’attitudine religiosa, – con il suo inevitabile corollario costituito dalla adesione ad una «chiesa» – e il bisogno dell’uomo di battere liberamente le vie della conoscenza, senza «costrizioni» o «condizionamenti».

Nella crisi grandiosa che ha colpito la Cristianità a partire dalla fine del Medioevo, crisi che si presenta in una veste passiva – come diminuzione del senso religioso – e in una attiva – come attacco polemico alla religione e alle sue incarnazioni storiche -,il caso Galileo, per la sua innegabile portata dialettica, è ascrivibile alla seconda tipologia. All’interno della cultura cattolica, infatti, esso ha costituito, e costituisce tuttora, un fattore di imbarazzo e di divisione, essendo la vicenda galileiana sentita comunemente come una colpa e considerata come una macchia nella storia della Chiesa.

E certamente ha anche alimentato quel dissenso dalla gerarchia che, in epoca moderna, si è rivestito di valenze scientifiche e ha individuato nel «progresso» la via per superare l’«immobilismo» della «Chiesa-istituzione». Da ultimo, ma non per l’importanza che la questione riveste, l’immagine di Galileo «martire» della scienza ha condizionato negativamente il rapporto degli uomini di scienza con la religione in generale e con la fede cattolica in particolare.

Ma se il caso, nelle intenzioni dei suoi ideatori, doveva costituire lo strumento privilegiato per l’affrancamento dalla religione nel nome di una scienza in grado di salvare l’umanità, a distanza di oltre trecentocinquant’anni dai fatti e dopo quasi tre secoli di polemiche, tale pretesa ha invece perduto molte delle sue certezze, come dimostra la generalizzata diffidenza dell’opinione pubblica verso il mondo della ricerca: diffidenza che emerge, per esempio, in tema di ecologia e di corsa agli armamenti.

Tuttavia uno storico dei pensiero scientifico come Stanley L. Jaki ha osservato acutamente che la diminuita fiducia nel ruolo salvifico della scienza è stata provocata anche da un profondo mutamento di fattori, sia filosofici che storici, ai quali il caso Galileo è strettamente collegato. «Nella misura in cui la scienza non è semplice strumento ma attività intellettuale creativa, – afferma lo studioso benedettino – essa è intessuta di presupposti di carattere chiaramente ideologico. Anche su questo punto si ammette più oggi che non una o due generazioni fa, quando scienza e positivismo […] erano praticamente sinonimi. Anche in ambienti dove fino a poco tempo fa la prospettiva indiscussa era uno stato di guerra perenne si può ormai sentire dire che la scienza e l’ideologia per eccellenza, il cristianesimo, non sono necessariamente irriconciliabili E l’affermazione che la scienza non ha avuto inizio improvvisamente col piano inclinato di Galileo la si può trovare perfino in alcuni dei più recenti trattati sull’inizio del pensiero moderno. Ciò è conseguenza del fatto che alcuni eminenti scienziati hanno preso nota delle vaste prove storiche su alcuni predecessori medioevali di Galileo» (1).

L’idea che l’impresa scientifica sia nata molto prima del caso Galileo e che il suo significato generale affondi le radici nel rapporto religioso che ha come principio il Dio della tradizione cristiana, trascendente la natura e libero creatore di essa, ha favorito, negli ultimi anni l’instaurarsi di un clima propizio alla riflessione sui limiti della scienza da un lato e, dall’altro, alla riconsiderazione di casi storici che, come quello legato a Galileo Galilei, hanno per secoli condizionato negativamente il rapporto tra scienza e fede; un rapporto che, invece, si è venuto manifestando sempre più necessario e strutturale per la ricerca del vero.

Lo sfondo storico

La vicenda galileiana si svolge a cavallo di due secoli cruciali – ma quale secolo non è stato cruciale? – per la storia dell’Europa: il Sedicesimo e il Diciassettesimo. Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero dà il via allo scisma protestante con la affissione delle 95 tesi alla porta della cattedrale di Wittenberg. Nel 1520 lo stesso Martin Lutero brucerà pubblicamente la bolla Exsurge Domine con cui Papa Leone X gli intima la ritrattazione e l’anno successivo riceverà la formale scomunica.

L’avvio della rivolta antiromana in Germania si innesta per di più in un contesto europeo, che vive le tensioni politiche tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V, erede quest’ultimo dell’Impero asburgico. Il conflitto che ne scaturisce durerà, con diverse interruzioni, dal 1521 al 1559 e verrà a sovrapporsi, quando non a coincidere, con le contemporanee lotte fra cattolicesimo e protestantesimo.

Nel pieno di questi conflitti la Chiesa cattolica arriva, non senza difficoltà, al Concilio di Trento (1545-1563) nell’intento di rilanciare l’unità religiosa e dottrinale della Cristianità. Anche se il primo obiettivo non sarà raggiunto, in quanto l’Europa settentrionale aderirà al protestantesimo e rimarrà protestante, il Concilio consentirà alla Chiesa di ritrovare l’unità dottrinale attraverso la riaffermazione e la riproposizione vigorosa dei valori propri del cattolicesimo romano: unità intorno al Papa, disciplina nella gerarchia, vita comunitaria del clero, ristabilimento della Tradizione.

L’impresa promossa dal Concilio tridentino sarà ardua e difficile, talora condotta con una decisione e una determinazione tali da apparire coercitive e anche dolorose per chi ne subisce i rigori. Ma questo imponente sforzo conseguirà grandi risultati, tanto che la ripresa della vita religiosa in quella parte di Europa rimasta fedele alla Chiesa appare ancora oggi molto più che il risultato di una semplice reazione alle tesi luterane. La stessa fioritura di ordini religiosi durante tutto il XVI secolo – ancora prima della rivoluzione protestante -,la presenza attiva della Chiesa nei più diversi campi della vita sociale e la stessa ampiezza d’orizzonte che traspare dai documenti tridentini, consentono di affermare che il periodo a cavallo fra il XVI e il XVII secolo fu testimone di una vera e propria Riforma cattolica, le cui motivazioni non sono riducibili ad un’unica causa scatenante, quale fu la rivolta luterana.

È in questo clima, di difesa ma anche di rilancio della fede, che si svolge la vicenda galileiana. E anzi, per molti versi, è difficile separare il primo dalla seconda senza deformare inevitabilmente le valutazioni e i giudizi. Quando Galileo nasce a Pisa, il 15 febbraio 1564, il Concilio di Trento è appena terminato. Fra i provvedimenti di tipo istituzionale organizzativo emanati dall’assise che più legheranno il proprio nome a quello dello scienziato, sono da annoverare l’istituzione del Sant’Uffizio (1542) e la pubblicazione di un Indice dei libri proibiti (1559), per l’aggiornamento del quale fu istituita, poco dopo, una Congregazione dell’Indice: due organismi che diventeranno altrettanti «classici» della polemica anticattolica, arrivati fino a noi dall’epoca illuministica con il loro cumulo di pregiudizi e di falsità. Ma, lo stesso processo a Galileo, il quale non subirà torture né patirà il carcere, è una prova che le modalità con cui operano queste istituzioni non corrisponde a quanto comunemente si crede (2).

Il Sant’Uffizio, composto da nove cardinali, è incaricato di sovrintendere al Tribunale dell’Inquisizione, già istituito al tempo di Innocenzo III, verso la fine del XII secolo, come strumento per contrastare la diffusione delle eresie. Il Tribunale decadde nel XIV e nel XV secolo, per venire ripristinato in Spagna intorno al 1480 e a Roma da Papa Paolo III.

La Congregazione dell’Indice è l’organo ecclesiastico che ha il compito di ascoltare gli autori e i redattori dei libri a stampa, nonché di valutare la presenza nei testi di dottrine eretiche o immorali. Il possesso, la lettura e la diffusione dei libri messi all’Indice comporta diverse pene, che vanno dalla scomunica al carcere e al confino.

Tuttavia, come nel caso dell’Inquisizione, anche alla Congregazione dell’Indice interessa l’aspetto pubblico e pastorale della pena che, una volta raggiunto, comporta spesso l’attenuazione o l’abbandono della pena stessa.

Il caso Galileo tra leggenda e storia

I temi della polemica anticattolica suscitati dal caso Galileo sono innumerevoli e di diverso livello, come del resto il caso stesso impone. Nella questione galileiana, infatti, si trovano raccolti, ma più spesso intrecciati, elementi di svariata natura: filosofici, se si guarda ai problemi legati al conflitto tra la «nuova fisica» e la fisica aristotelica; teologici, se si considera il dibattito sullo statuto e la probanza della Sacra Scrittura; giuridici, se si affronta la questione della competenza dei tribunali ecclesiastici in materie non teologiche; scientifici, se si indaga sulla originalità delle intuizioni galileiane; e infine storici, quando si voglia considerare il contesto in cui la vicenda si è svolta e gli «attori» che ne sono stati protagonisti. È ovvio che ridurre a sintesi tutti i temi richiamati in questi ambiti e confrontarli con le tesi più erroneamente consolidate risulta impresa talmente onerosa da esulare dagli scopi di questo lavoro. E certamente più utile passare in rassegna alcuni dei miti maggiormente ricorrenti intorno al caso Galileo, scegliendoli tra quelli che offrono un più ampio spettro di questioni implicate.

Galileo Galilei

La presunta ostilità dei Gesuiti nei confronti di Galileo

Il tema dell’ostilità e dell’antagonismo fra Galileo e i Gesuiti, soprattutto quelli del Collegio Romano, non è certamente uno dei più conosciuti nell’ambito del caso. Tuttavia esso cala puntualmente, quasi come un fondale scenico, allorché occorra accreditare e confermare l’atteggiamento dogmatico e intransigente della Chiesa cattolica nei confronti del «mondo nuovo» che le idee del Pisano si accingevano a rivelare.

Ludovico Geymonat, nella sua purtroppo diffusissima biografia scientifica di Galileo, fornisce una testimonianza esemplare di questo atteggiamento. Anche se i Gesuiti, spiega lo studioso marxista, «rappresentavano indubbiamente – in quel momento – l’ordine religioso più aperto verso le scienze esatte, erano però, malgrado tale apertura, i più ligi custodi dell’ortodossia cattolica e quindi intendevano usare la propria competenza scientifica soprattutto ad un fine: quello di impedire che la scienza moderna assumesse un qualsiasi significato contrario al dogma. Non bisogna dimenticare che proprio alla Compagnia di Gesù apparteneva il più autorevole rappresentante, allora vivente, dello spirito controriformistico: voglio dire il cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), già professore di Controversie al Collegio Romano e, in seguito, teologo del Papa, consultore del Sant’Uffizio, esaminatore dei vescovi» (3).

La Compagnia di Gesù, approvata nel 1540 da Papa Paolo III – dopo circa quindici anni che il gruppo originario di Compagni di Cristo si era raccolto intorno a Ignazio di Loyola (1491-1556) nel periodo in cui questi, trentasettenne, frequentava la Sorbona -, era venuta effettivamente a costituire una milizia sceltissima di cattolici consacrati al servizio della fede e del Papa. Attraverso una selezione e una preparazione assai severe – esercizi spirituali, studi profani e sacri – il Gesuita perveniva, dopo un tirocinio di sedici anni e anche più, all’ordinazione sacerdotale.

Ai voti di castità, povertà e obbedienza, egli aggiunge un particolare voto di obbedienza al pontefice, da cui la Compagnia dipende direttamente, senza la normale mediazione gerarchica. I sessanta antichi seguaci di Sant’Ignazio erano diventati duemila dopo venticinque anni e raggiunsero il numero di dodicimila nel primo decennio del XVII secolo, a dimostrazione che la radicalità ignaziana trovava una profonda corrispondenza nei sentimenti della Cristianità. Unendo, con straordinario equilibrio, fermezza e carità, prudenza e senso pratico, rigore dottrinale e intelligenza del nuovo, consapevoli della necessità di servire la Chiesa e il suo Capo, i Gesuiti operarono con successo per il ricompattamento della Cristianità lacerata dal protestantesimo e rivalutarono, per questa impresa, le armi della cultura e della educazione, ciò che ancora oggi qualifica l’apostolato ignaziano.

Intere regioni d’Europa devono alla Compagnia la loro permanenza nella fede di Roma: e sono la Baviera, la Boemia, l’Ungheria, la Polonia. Non va dimenticato neppure lo slancio missionario che animò la Compagnia fin dalle origini e che portò suoi eminenti esponenti in Cina, in India, in Giappone, dove dettero prova di grande duttilità nell’incontro con quelle culture tanto diverse dalla cultura europea. E dove, per ritornare a Galileo, insegnavano una astronomia copernicana già sul finire del XVII secolo, tanto che la rapida diffusione, in Estremo Oriente, della dottrina del movimento della Terra avvenne principalmente per merito degli astronomi della Compagnia.

Ora, questi Gesuiti, certamente rigorosi e prudenti, ma anche intelligenti, colti e appassionati, nei confronti di Galileo e della scienza sperimentale che stava nascendo, avrebbero invece dimostrato tutta la grettezza e tutta la miopia di cui gli uomini possono essere capaci.

Il contesto abituale è la controversia sulle macchie solari, poi quella sulla natura e sulla posizione delle comete, infine la disputa sui Massimi Sistemi, ovvero sul copernicanesimo e sulle prove disponibili a suo sostegno. In questa polemica i principali avversari di Galileo sono considerati i padri Cristopther Scheiner (1579-1650) e Orazio Grassi (1583-1654), descritti solitamente come poco informati, maldisposti e ostruzionisti nei confronti delle idee dell’astronomo pisano.

La realtà storica è alquanto diversa. In un documentato saggio del padre domenicano William A. Wallace (4) viene fatto stato del quadro generale relativo alle ricerche condotte dai Gesuiti del Collegio Romano, dei loro rapporti con Galileo e li alcune scoperte che, secondo l’Autore, implicano «una revisione sostanziale dell’analisi critica del ruolo di Galileo nella rivoluzione scientifica e nelle sue origini nel pensiero tardo medioevale e scolastico», al punto che si può parlare di un «debito di Galileo nei confronti dei Gesuiti».

Il Collegio Romano fu fondato dallo stesso Sant’Ignazio di Loyola nel 1551 e divenne, sul finire del secolo, la più importante università cattolica guidata da Gesuiti dell’Europa. Lo studio sia dei libri di testo adottati dai docenti per le loro lezioni sia degli appunti degli stessi docenti, dimostra che al Collegio Romano le questioni «scientifiche» – secondo l’accezione dell’epoca – venivano affrontate regolarmente, facendo parte dei corsi di studio.

Anche la matematica, che caratterizza modo galileiano di fare scienza, era fortemente presente nel piano di studi del Collegio. Il principale artefice del programma di matematica era il tedesco Christopher Clavius (1537-612), già allievo di Pedro Nunez a Coimbra e figura eminente sul campo tanto da essere definito, all’epoca «l’Euclide del sedicesimo secolo». Dopo il primo incontro con Galileo a Roma, nel 1587, il Gesuita rimase molto impressionato da un lavoro del Pisano sul centro di gravità dei solidi.

Per questo collaborò con il protettore di Galileo, il marchese Guidobaldo del Monte, per assicurare al giovane matematico un posto di insegnante in una università. Non si può parlare certo di atteggiamento ostile! E anzi, secondo il padre William A. Wallace, lo stesso «Galileo si dedicò a proseguire il programma di Clavius, nell’applicare la matematica allo studio della natura e nel generare una fisica matematica che potesse fornire valide spiegazioni causali sia per i fenomeni astronomici sia per quelli fisici» Con questo, precisa l’Autore, non si vuole insinuare che Galileo sia debitore verso il Collegio Romano di tutta la sua scienza, ma che le basi su cui egli sviluppò la propria attitudine scientifica furono attinte dalla cerchia dei professori gesuiti: frequentandoli e potendo disporre degli appunti delle loro lezioni, il giovane studioso poté acquisire un «complesso di opinioni» che lo spinse ad applicare il ragionamento fisico e matematico nell’indagine della natura, ciò che costituirà il risultato migliore dei suoi anni più maturi.

Con una battuta, padre William A. Wallace sintetizza questo rapporto: se è indiscutibile che Galileo possa essere considerato il «padre della scienza moderna», tale titolo non esclude un «nonno» o altri progenitori per la nuova fisica. Per venire alla disputa sulle comete, essa è rivelatrice tanto del carattere astioso di Galileo quanto della malafede di molti suoi biografi, che hanno visto in lui sempre e soltanto una vittima degli «scolastici oscurantisti». «Serpe lacerata», «scorpione», «balordissimo», «solennissima bestia»: così Galileo ebbe modo di nominare quel padre Orazio Grassi che gli fu contraddittore dotto e puntuale, con lo pseudonimo di Lotario Sarsi, a partire dal 1619, quando la comparsa di tre comete obbligò gli astronomi a pronunciarsi sull’argomento.

Orazio Grassi, staccandosi da Aristotele e appoggiandosi a Tycho Brahe e alle numerose osservazioni celesti compiute dai Gesuiti in tutta l’Europa, precisò, quanto alla natura e alla distanza, molto meglio di Galileo, il quale negò persino l’esistenza delle comete come oggetti reali.

Il fatto propone un insegnamento: né Grassi né Galileo potevano disporre, all’epoca, di prove conclusive per suffragare le rispettive posizioni circa le comete. Eppure, i «meriti» del gesuita non sono magnificati nello stesso modo con cui normalmente si esaltano i «meriti» di Galileo nel sostenere il sistema eliocentrico, benché né lui né i partigiani del sistema tolemaico disponessero delle prove definitive (che, come noto, arrivarono circa un secolo dopo, almeno per quanto riguarda il movimento annuale della Terra; per quello diurno bisognerà attendere il 1851).

Da ultimo va ricordato che la «solennissima bestia» Orazio Grassi fu al contrario un uomo di profonda cultura, studioso di ottica e soprattutto grande matematico. Fra i massimi architetti del suo tempo, eresse la chiesa di Sant’Ignazio in Roma, la cui cupola, che non fu mai innalzata, avrebbe dovuto essere non molto inferiore alla cupola di San Pietro.

La polemica sui Massimi Sistemi

É il tema che domina tutto il caso Galileo e riguarda l’antagonismo fra due opposte cosmologie, fra due modi irriducibili di descrivere l’Universo: da un lato il sistema geocentrico o tolemaico, con la Terra in posizione centrale e immobile, e la Luna, il Sole, i pianeti e le stelle rotanti attorno ad essa; dall’altro il sistema eliocentrico o copernicano, con il Sole in posizione centrale e gli altri corpi celesti, Terra compresa, rotanti attorno al Sole.

Innanzitutto occorre precisare che la comparsa sulla scena astronomica del sistema copernicano, a noi oggi così evidente e plausibile, per la cultura del tempo costituì invece un autentico trauma. Il sistema tolemaico era infatti generalmente accolto fin dall’antichità: Eudosso di Cnido, nella prima metà del IV secolo a.C., fu il primo a immaginare un ingegnoso e complesso sistema di 26 sfere concentriche e collegate i cui movimenti rendevano conto dei movimenti degli astri osservabili; il suo discepolo Callippo ne aggiunse altre sette, pervenendo ad una descrizione straordinariamente precisa dei moti celesti; Aristotele, introducendo l’etere come sostanza celeste, immise ulteriori 22 sfere, questa volta retrograde, allo scopo di compensare gli effetti dei movimenti delle sfere superiori su quelle inferiori;

Ipparco di Nicea, nel II secolo a.C., toccò il vertice della concezione geocentrica adottando epicicli ed eccentrici per ricomprendere nel sistema anche quei fenomeni che, come i movimenti retrogradi del Sole e dei pianeti, erano rimasti inspiegati; infine Claudio Tolomeo, nel II secolo d.C., completò e sigillò la cosmologia greca nella versione di Ipparco, codificando un sistema nel quale, sia pure a prezzo di artifici e assunzioni, i dati di osservazione dei vari pianeti vi apparivano totalmente coerenti e giustificati. In questa forma il geocentrismo superò i successivi 1500 anni, senza che seri ripensamenti potessero metterne in dubbio la validità.

Ma il sistema tolemaico non costituiva soltanto un metodo di descrizione dei movimenti degli astri: come già nell’antichità fu inseparabile da una filosofia che si interrogava sulle cause prime e cercava risposte «religiose» agli interrogativi dell’esistenza, così più tardi esso entrò a pieno titolo nel vasto sistema di valori della cultura cristiana, permanendovi fino all’epoca di Galileo, in omaggio a quel carattere unitario della cultura che era un retaggio della scolastica medioevale.

Tale carattere unitario, «in sé positivo ed auspicabile ancor oggi», come ha affermato Giovanni Paolo II proprio in occasione della conclusione dei lavori della commissione da lui istituita per approfondire il caso Galileo (5), includeva tuttavia la convinzione che la conoscenza della struttura del mondo fisico fosse imposta dal senso letterale della Sacra Scrittura. Dunque, il rischio di una trasposizione indebita di questioni appartenenti alla fisica nel campo della dottrina della fede era molto elevato, come pure era elevata la tendenza a rinunciare alla verifica dei fatti quando questi sembravano non concordare con il dettato della Sacra Scrittura.

Sarebbe però un errore confondere il pensiero ufficiale della Chiesa cattolica con la posizione di quei teologi che, sia pure numerosi, non percepivano la distinzione formale tra la Bibbia e la sua interpretazione. Della disposizione dei Gesuiti al confronto con i dati dell’osservazione si è già detto.

La loro attitudine è peraltro riassunta nella raccomandazione del cardinale Roberto Bellarmino al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini, che si era schierato in favore di Copernico e contenuta nella celebre lettera del 12 aprile 1612: «1. Dico che mi pare che V.P. ed il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico […] 3. Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che d sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisogneria andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra» (6).

La linea di pensiero del cardinale non era affatto isolata. Prima di lui, Sant’Agostino era stato guidato dalla stessa saggezza e dallo stesso rispetto per la Sacra Scrittura: «Se ad una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l’autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire ciò che non ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso» (7); dopo di lui Leone XIII confermava, nell’enciclica Provvidentissimus Deus che «Poiché il vero non può in alcun modo contraddire il vero, si può esser certi che un errore si è insinuato o nell’interpretazione delle parole sacre, o in un altro luogo della discussione» (8).

Secondo questi criteri il copernicanesimo poteva essere tranquillamente studiato, anche se si mostrava contrario al senso letterale di alcuni passi della Bibbia, purché venisse presentato come ipotesi e non come verità comprovata. Del resto l’opera di Copernico, il De revolutionibus orbium coelestium, pubblicato nel 1543, uscì con una dedica al Papa Paolo III, che l’aveva accettata; lo stesso canonico polacco trovò influenti e autorevoli protettori, come il vescovo Tiedemann Giese e il cardinale Schoenberg; al tempo di Galileo fu accolta e incoraggiata da numerosi cardinali, fra cui Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII, e da molti astronomi gesuiti.

Fino al fatidico 1616 la discussione sul sistema copernicano era non solo permessa, ma persino incoraggiata: all’unica condizione che rimanesse confinata in ambito «scientifico», ovvero senza sconfinare nella teologia. Arthut Koestler, che non si può certo sospettare di simpatie cattoliche, azzardava l’ipotesi che la titubanza, prima di Copernico e poi dello stesso Galileo, a schierarsi apertamente per l’eliocentrismo fosse dettata, più che dal timore di sanzioni improbabili, dalla paura di esporsi al ridicolo, di subire il sarcasmo dei «dotti», dal timore di farsi fischiare, a causa dell’apparente «enormità» costituita dal portato eliocentrico di fronte alla «naturalezza» dell’assunto tolemaico.

Fa certamente onore a Galileo e alle sue doti di intuizione avere rotto gli indugi dopo le prime, straordinarie scoperte fatte con il cannocchiale a partire dall’estate del 1610, e rivelare sempre più apertamente la sua propensione per il sistema copernicano. Ma tutto questo avvenne in un clima polemico, in cui si mescolavano fattori intrinseci ed estrinseci alla questione: la mancanza della prova decisiva – l’experimentum crucis – richiesta dagli avversari e che Galileo non riusciva a portare (quella delle maree non fu giustamente accolta dai contemporanei, che ne avevano compreso l’inconsistenza);

il fatto che le impressionanti osservazioni compiute da Galileo con il cannocchiale, nonostante avessero assestato un duro colpo alla nozione aristotelica di un cosmo «perfetto», non intaccassero sostanzialmente la bontà descrittiva del sistema tolemaico; la preoccupazione della Chiesa, e soprattutto degli organismi preposti alla difesa dell’ortodossia dottrinale, di fare fronte alla crisi protestante, allora in pieno svolgimento; un’eccessiva preoccupazione di tipo giuridico, un’incapacità di affrontare l’esegesi biblica su presupposti più aperti da parte di uomini di Chiesa; da ultimo, il carattere dello stesso Galileo, incline alla polemica, incurante delle inimicizie, teso all’umiliazione del contraddittore piuttosto che alla disamina leale delle idee.

La storia è nota, e qui merita ricordarla solo per sommi capi.

Nel marzo del 1615 il domenicano Tommaso Caccini, che già dal pulpito di Santa Maria Novella, in Firenze, aveva tuonato contro i copernicani, rilasciava una deposizione al Sant’Uffizio, specificando che Galileo sosteneva il moto della Terra: aveva inizio il primo procedimento a carico dello scienziato. Il 15 giugno Galileo scrisse la famosa lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa Madre, in cui rivendicava l’autonomia della ricerca scientifica nel quadro teologico-morale fornito dalla Sacra Scrittura parafrasando una celebre sentenza del cardinale Cesare Baronio: la Bibbia non intende insegnare l’astronomia – «come vadia il cielo?» -, bensì che cosa deve credere ogni uomo per raggiungere la vita eterna – «come si vadia al cielo»-.

Alla fine di quell’anno si recò a Roma, dove ricevette, nonostante tutto, un’accoglienza lusinghiera e dove si incontrò con lo stesso Niccolò Caccini. Tuttavia non riuscì ad impedire che le tesi circa la stabilità del Sole e il moto della terra fossero censurate: il 24 febbraio 1616 una commissione di undici teologi rese operativa la dichiarazione di censura, con la conseguente ammonizione di Galileo e la messa all’Indice del libro di Copernico, donec corrigatur, ossia fino a quando la situazione non fosse chiarita.

L’ammonizione non cambiò la vita di Galileo, che continuò a godere la stima del Papa e di moltissimi cardinali. Lo stesso Roberto Bellarmino, sollecitato dal Pisano, scrisse una dichiarazione a tutela del suo onore, minacciato dai numerosi calunniatori che auspicavano provvedimenti più gravi. Nel 1623 salì al soglio pontificio, con il nome di Urbano VIII, Maffeo Barberini, molto favorevole a Galileo, il quale si affrettò a dedicargli Il Saggiatore, l’opera con cui intendeva confutare il gesuita Orazio Grassi nella disputa sulle comete: un’opera di notevole pregio letterario, ma al servizio di una causa errata, quale quella delle comete come fenomeno ottico di origine terrestre.

Dopo diversi tentativi di fare togliere l’ammonizione e dopo avere respinto qualunque offerta di riconciliazione con il gesuita, Galileo si dedicò completamente alla ricerca della prova conclusiva a sostegno del sistema copernicano. Lavorando intorno alla questione delle maree, credette di avere trovato in esse la prova che cercava.

Nel 1630 aveva terminato l’opera che raccoglieva questi studi e che voleva intitolare, appunto, Delle maree. Urbano VIII, disposto a permetterne la pubblicazione, consigliò di mutarne il titolo, in modo che apparisse evidente che la questione del movimento terrestre risultasse solo un’ipotesi e non un fatto reale, capace di produrre effetti reali come le maree: nacque così il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, opera di grande vigore polemico, ma debole proprio nel punto che ne avrebbe dovuto costituire il fondamento.

Incoraggiato dall’apertura del pontefice, con il beneplacito del Granduca di Toscana Galileo, che dal 1616 non aveva mai rinunciato a pronunciarsi in favore del movimento terrestre, si recò a Roma. Tuttavia, il tono polemico dell’opera e la evidente apologia del sistema copernicano, non più presentato solo come ipotesi, ritardarono il sospirato imprimatur. A mani vuote Galileo ritornò a Firenze, dove comunque il libro venne stampato dal Landini nell’estate del 1631. Nel marzo del 1632 due copie giunsero a Roma.

A questo punto la vicenda diventa nebulosa. È certo che Urbano VIII si contrariò per la pubblicazione dell’opera. Si sono avanzate, a tale proposito, diverse ipotesi: la più diffusa riguarda il fatto che il Papa potesse essere identificato, fra i personaggi del Dialogo, proprio in quel Simplicio le cui argomentazioni a difesa del sistema tolemaico e della fisica aristotelica cadono regolarmente nel ridicolo; altri sostengono che il Papa e i suoi collaboratori avessero intravisto, nella «nuova fisica» galileiana un attentato al dogma della transustanziazione delle specie eucaristiche (9).

Comunque sia, è certo che a Roma ebbero l’impressione di essere stati raggirati, senza avere avuto la possibilità di introdurre le modifiche suggerite dalla prudenza. Il 13 febbraio 1633 Galileo giunse nuovamente a Roma, chiamato dall’Inquisizione. Il 12 aprile venne sottoposto a un primo esame, che doveva accertare le modalità seguite per la stampa del Dialogo; cinque giorni dopo gli fu contestata la contravvenzione all’ammonimento del decreto del 1616, in quanto nell’opera era manifestata l’adesione al sistema copernicano; infine, il 22 giugno, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, Galileo pronunciò l’abiura famosa. Seguì la condanna, ma qui conviene dissipare un’altra serie di fosche leggende.

Galileo Galilei al cospetto del Tribunale dell’Inquisizione

Nascita di un mito

Si favoleggia molto, infatti, intorno al processo e alla relativa condanna. Anche in questo caso la storia vera si discosta notevolmente da quanto è sedimentato nell’immaginario collettivo. Sebbene il clima fosse di generale freddezza – certamente distante da quello trionfale del 1611, al tempo delle osservazioni col cannocchiale; e certamente distante anche da quello tollerante del 1616, durante il primo processo -, il trattamento riservato a Galileo in questa occasione fu estremamente favorevole. Gli fu ingiunto di presentarsi a Roma non più tardi dell’ottobre 1632, ma, in considerazione dell’età, egli poté ritardare il viaggio fino al febbraio dell’anno successivo. Durante il processo non fu relegato in carcere, ma abitò in una sorta di foresteria nel palazzo del Sant’Uffizio.

Anche le motivazioni della condanna devono essere comprese correttamente. Come ha osservato Pier Carlo Landucci, il verdetto non ebbe alcuna pretesa di «infallibilità», limitandosi al «puro quadro pragmatistico e disciplinare» e fu improntato ad una «equilibrata giustificazione» dottrinale (10). Secondo le parole della sentenza, infatti, Galileo fu condannato per avere «tenuto» una dottrina «contraria alla Scrittura», non di averla soltanto ipotizzata e considerata sul solo piano matematico: in tal caso sarebbe stata permessa.

Nella parte finale della sentenza emerge la vera questione di principio: si condanna di «sostenere e difendere come probabile un’opinione… per definizione contrastante con la Sacra Scrittura». Ora, la nozione di probabilità implica un certo grado di possibilità, e ciò innalza l’ipotesi su un piano di realtà che, qualora l’ipotesi contrasti con la Sacra Scrittura, non può essere tollerata. Naturalmente non bisogna dimenticare il contesto teologico più volte richiamato, secondo cui il senso letterale della Scrittura prevaleva legittimamente in mancanza di prove contrarie.

Per quanto riguarda i punti della condanna, il rigore letterale della sentenza fu alquanto mitigato nei fatti, Oltre all’abiura formale della dottrina copernicana, la sentenza prevedeva un periodo di carcere a discrezione del Sant’Uffizio e l’obbligo di recitare per tre anni, una volta alla settimana, i salmi penitenziali.

Avvenne che la prigionia consistette in un soggiorno di cinque mesi nella villa del Granduca di Toscana, a Trinità dei Monti, seguito da una permanenza nell’«abitazione del mio più caro amico che avessi in Siena – racconta lo stesso Galileo al padre olivetano Vincenzo Renieri – monsignor arcivescovo Piccolominì, della cui gentilissima conversazione io godetti con tanta quiete e soddisfazione dell’animo mio che quivi ripigliai i miei studi trovai e dimostrai gran parte delle conclusioni meccaniche sopra la resistenza dei solidi con altre speculazioni e dopo circa cinque mesi; cessata la pestilenza della mia patria, verso il principio di dicembre di quest’anno 1633, da sua santità mi è stata permutata la strettezza di quella casa, nella libertà della campagna, da me tanto gradita, onde me ne tornai alla villa di Bellosguardo e dopo in Arcetri, dove tutt’ora mi trovo a respirare quest’aria salubre, vicino alla mia cara patria Firenze». Quanto ai salmi penitenziali, incaricò di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Maria Celeste, suora carmelitana.

Ad Arcetri lo scienziato chiuse la sua vita terrena l’8 gennaio 1644 non prima di avere completato i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti locali, l’opera con cui ritornò alla sua vera vocazione di fisico-matematico e che meritatamente lo colloca tra quei «giganti» che, come amava dire Isaac Newton, «mi hanno portato sulle loro spalle». Ma nessuna tortura, nessuna tetra galera, nessuna umiliazione o vessazione caratterizzò gli anni successivi alla condanna, che, anzi, furono densi di attività e di relazioni, anche quando, ormai al termine, fu colpito dalla totale cecità.

I temi della «leggenda nera» galileiana nacquero in epoca illuministica e, paradossalmente, proprio nel momento in cui la Chiesa cattolica attenuava sia gli effetti giuridici dei provvedimenti del 1616 e del 1633, sia la diffidenza verso il sistema copernicano. Si trattò di un attacco ideologico, di un’operazione di intenzionale disinformazione, il cui obiettivo era quello di dimostrare l’incompatibilità del sistema cattolico con le ragioni della libertà di ricerca nei vari campi del sapere.

Le critiche alla Chiesa in relazione al caso, che da allora divenne tale, iniziarono nei paesi protestanti, in concomitanza con la pubblicazione delle prime storie sulla Inquisizione, come la traduzione inglese dell’Historia Inquisitionis del 1692, pubblicata a Londra nel 1731 ed utilizzata per suscitare l’odio contro Roma al tempo della seconda ribellione scozzese: i cardinali che si opposero a Galileo vi sono descritti come nemici del vero sapere e della vera scienza.

I philosophes francesi del XVIII secolo si ispirarono invece alle opere di Fontenelle e di Pierre Bayle, in cui veniva ripreso l’eliocentrismo e si ribadiva l’opposizione tra ragione e fede. Su questa linea, Voltaire, nel suo Dizionario filosofico, dirà che «Ogni inquisitore dovrebbe arrossire fino in fondo all’anima solo alla vista di una sfera di Copernico».

In Italia, sul finire del ‘700, Giovanni Targioni Tozzetti e Girolamo Tiraboschi ripresero il tema dell’oscurantismo clericale, attribuendo i guai di Galileo ai «Regolari» e agli «Ecclesiastici», responsabili anche dell’offuscamento della memoria dello scienziato.

In realtà la Chiesa cattolica, attraverso le Congregazioni romane, aveva adottato diverse misure a favore di Galileo.

Nel 1734 il Sant’Uffizio ne riabilitava la memoria autorizzando l’erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze. È utile ricordare che tale concessione avvenne durante il pontificato di Clemente XII, il primo Papa che condannò la Massoneria e che affidò all’architetto fiorentino Alessandro Galilei, pronipote dello scienziato, la costruzione delle facciate di San Giovanni in Laterano e di San Giovanni dei Fiorentini.

Un secondo gesto di disponibilità fu compiuto da Benedetto XIV il quale, nel 1757 tolse dall’Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già tacitamente aveva fatto Papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616. Benedetto XIV aveva peraltro dimostrato il suo interesse per le scienze fin da quando era arcivescovo di Bologna, dove istituì un museo e una cattedra di anatomia.

Salito al soglio pontificio, riformò l’Accademia dei Lincei, istituì cattedre di chimica e di matematica all’Università della Sapienza, prescrisse che i teologi incaricati di esaminare opere controverse fossero affiancati da esperti nelle scienze profane e tenne rapporti con un newtoniano come Pierre L.M. de Maupertuis, cui si deve la formulazione del principio di minima azione.

La definitiva autorizzazione all’insegnamento del moto della Terra e dell’immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell’inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822, anche se già da molto tempo la teoria copernicana, ormai diventata newtoniana, veniva insegnata in tutte le università cattoliche dell’Europa, sia pure come ipotesi, per rispetto ai decreti della Chiesa.

Per quanto riguarda le prove del moto annuale della Terra attorno al Sole, il primo fenomeno che deponeva seriamente in suo favore fu l’aberrazione della luce, rilevato dall’astronomo inglese James Bradley nel 1725: egli collegò gli sfasamenti osservati durante passaggi successivi della stella Draconis nel campo del telescopio con il moto della Terra lungo la sua orbita e con il fatto che la velocità di propagazione della luce è finita.

Si trattava di un effetto che tuttavia «copriva» ancora la misura della parallasse stellare, ritenuta, a ragione, la prova cruciale del moto di rivoluzione: bisognò attendere fino al 1837, quando il tedesco Wilhelm F. Bassel determinò in 0,30″ lo spostamento apparente della stella 61 Cygni, attribuendolo allo spostamento reale della Terra lungo la sua orbita.

Il moto diurno del pianeta fu dimostrato ancora più tardi, nel 1851, quando il francese Leon Foucault mise in evidenza lo spostamento del piano di oscillazione di un grandioso pendolo sospeso alla cupola del Pantheon di Parigi: poiché il piano di oscillazione di un pendolo libero di muoversi non muta, l’astronomo concluse che la rotazione osservata era da attribuirsi in realtà a quella, in direzione opposta, della Terra intorno al proprio asse.

Va ricordato, infine, che la Chiesa non rimase estranea allo straordinario sviluppo dell’astronomia – e della scienza – dei secoli XVIII e XIX. Per citare solo un esempio, quell’Osservatorio Pontificio Vaticano, fondato nel 1579 da Gregorio XIII e che fu uno dei luoghi della vicenda galileiana, operò attivamente anche nei secoli successivi e raggiunse una grande notorietà internazionale alla metà dell’800, quando padre Angelo Secchi, introducendo l’analisi spettroscopica nello studio della luce stellare, iniziò una classificazione delle stelle in base al tipo spettrale.

Il 14 marzo 1891 Leone XIII, con il motu proprio «Ut mysticam», decretò la trasformazione dell’antico Osservatorio nell’attuale Specola Vaticana. Affidata ancora ad astronomi gesuiti, la Specola ha partecipato fin dalla sua nascita ai programmi internazionali di realizzazione di carte fotografiche del cielo. Per questo lavoro fu necessario costruire un particolare telescopio, ancora oggi utilizzato per la fotografia dei campi stellari. Attualmente la Specola Vaticana rappresenta ufficialmente la Santa Sede in seno all’Unione Astronomica Internazionale e i suoi programmi di ricerca si sono dilatati allo studio della astrofisica e della cosmologia. Da oltre dieci anni è attivo a Tucson, in Arizona, un centro di ricerche che dipende direttamente dalla Specola.

Ultimo atto: dal creato a Dio creatore

Il 10 novembre 1979, in occasione delle celebrazioni del primo centenario della nascita di Albert Einstein, Giovanni Paolo II, di fronte ai membri della Pontificia Accademia delle Scienza, esprimeva l’auspicio «che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione [approfondissero] l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, [rimuovessero] le differenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa collaborazione tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo. A questo compito», aggiungeva il Santo Padre, «che potrà onorare la verità della fede e della scienza, e dischiudere le porte a future collaborazioni, io assicuro tutto il mio appoggio» (11).

Il 3 luglio 1981 veniva istituita una Commissione Pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana dei secoli Sedicesimo e Diciassettesimo nella quale il caso Galileo si inserisce. La Commissione era articolata in quattro gruppi di lavoro, presieduti dal cardinale Carlo Maria Martini, per i problemi esegetici; dal cardinale Paul Poupard per la sezione culturale; dal professor Carlos Chagas e dal padre George Coyne per le questioni scientifiche ed epistemologiche; da monsignor Michele Maccarrone per le questioni storiche e giuridiche. Il padre Enrico di Rovasenda svolgeva le funzioni di segretario.

Dopo oltre dieci anni di lavori e a trecentocinquant’anni dalla morte dello scienziato pisano, il 31 ottobre 1992 la Commissione chiudeva solennemente il decennio di studi galileiani durante la Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze. Sarebbe errato interpretare l’iniziativa pontificia come la tardiva «riabilitazione» di Galileo da parte della Chiesa, come puntualmente hanno fatto i mass media ignorando il reale contenuto sia del discorso con cui il cardinale Paul Poupard ha presentato i risultati delle ricerche, sia della replica conclusiva di Giovanni Paolo II. Infatti, se una riabilitazione vi è stata, si è trattato della riabilitazione della verità storica intorno a tutta la vicenda.

Secondo il cardinale Paul Poupard il fatto che Galileo «ebbe molto a soffrire» e che, quindi, «[…] Bisogna riconoscere [. ..] con lealtà, come ha chiesto Vostra Santità» i torti da lui subiti, non impedisce di considerare che fu in «una congiuntura storico-culturale, ben lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo, incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria, credettero a torto che l’adozione della rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente provata, fosse tale da fare vacillare la tradizione cattolica, e che era loro dovere proibirne l’insegnamento».

Si è trattato, di un «errore soggettivo di giudizio» e non di una cieca avversione alla scienza o di una chiusura acritica alla novità: «Le qualifiche filosofiche e teologiche abusivamente attribuite alle teorie nuove per allora sulla centralità del Sole e la mobilità della Terra furono conseguenza di una situazione di transizione nell’ambito delle conoscenze astronomiche, e di una confusione esegetica riguardo alla cosmologia».

La conclusione, per il cardinale, non può che essere «ancora una volta»quella dimostrata dalla «rilettura dei documenti d’archivio» e cioè che «tutti gli attori di un processo, senza eccezioni, hanno diritto al beneficio della buona fede, in assenza di documenti processuali contrari».

Se, dunque, il «beneficio della buona fede» deve considerarsi la chiusura «storica» del caso, quella «culturale» – cioè quella sui valori in gioco nella vicenda galileiana – è stata delineata da Giovanni Paolo II. Il Santo Padre ricorda innanzitutto l’importanza della filosofia, «che è ricerca del senso globale dei dati dell’esperienza, e dunque ugualmente dei fenomeni raccolti ed analizzati dalle scienze», per l’uomo di scienza, il cui ricorso sempre più frequente a concetti metascientifici necessita di uno sforzo costante di chiarificazione, onde «evitare di procedere a delle estrapolazioni indebite che leghino le scoperte strettamente scientifiche a una visione del mondo o a delle affermazioni ideologiche o filosofiche che non ne sono affatto dei corollari».

In secondo luogo il Santo Padre ricorda quanto possa diventare «grande il rischio di giungere ad una “cultura frantumata” che sarebbe di fatto la negazione della vera cultura» qualora la altissima specializzazione delle ricerche, cui pure «sono dovuti i successi che constatiamo», non fosse «equilibrata da una riflessione attenta a notare l’articolazione dei saperi».

Si tratta di due richiami di valore generale, ma non può sfuggire la loro puntualità a fronte di una tendenza della scienza moderna a egemonizzare gli ambiti propri della ricerca filosofica e teologica e a screditare ogni approccio al reale che non ricade sotto il suo metodo di indagine: per esempio molti dei testi divulgativi di fisica moderna o «nuova fisica» -, i cui autori sono spesso premi Nobel o insigni docenti universitari, affrontano problemi come la creazione, il tempo, la coscienza con il piglio aggressivo di chi, finalmente, ha trovato la strada giusta per risolvere questioni che secoli di filosofia e di teologia hanno lasciato irrisolte.

Venendo alla vicenda galileiana, Giovanni Paolo II ripete che «i problemi soggiacenti a quel caso toccano la natura delle scienze come quella del messaggio della fede»; quindi che non si deve «escludere che ci si trovi un giorno davanti ad una situazione analoga, che richiederà agli uni e agli altri una coscienza consapevole del campo e dei limiti delle rispettive competenze».

Anche in questo caso il richiamo è preciso, e se costituisce una doverosa messa in guardia da eventuali ingerenze filosofico-teologiche nelle questioni scientifiche, descrive pure l’ipotesi opposta, ovvero la pretesa della scienza di fornire il senso globale dei dati dell’esperienza, di rispondere non solo al «come» dei fenomeni, ma anche al «perché» del loro esistere.

D’altra parte questa mancata «distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che essa generalmente richiama», dice Giovanni Paolo II, fu proprio l’errore che accomunò i sostenitori del sistema tolemaico e Galileo: i primi ritenendo che bastassero i passi scritturali a provare la loro cosmologia, il secondo, in paradossale contraddizione il metodo sperimentale di cui fu sostenitore, ostinandosi a presentare come vera la propria, benché in assenza di prove conclusive.

Alla fine ebbe ragione Galileo, ma sì può veramente parlare di una vittoria della scienza sperimentale? Oggi, dopo la teoria della relatività, dopo le galassie, dopo le stelle di neutroni e i buchi neri, la polemica, almeno sul piano strettamente scientifico appare stemperata e lontana e, in questo senso, il Pontefice ricorda che «spesso, al di là di due visioni parziali e contrastanti, esiste una visione più larga che entrambe le include e le supera».

Ma le ultime riflessioni che la vicenda galileiana suggerisce riguardano, per Giovanni Paolo II, il senso finale dell’impresa scientifica, «che concerne quanto c’è di più profondo nell’essere umano allorché, trascendendo il mondo e se stesso, egli si rivolge a Colui che è il Creatore di ogni cosa».

Al di là delle legittime esigenze di autonomia – che il caso Galileo ha contribuito a definire -, l’autentica necessità di chi si impegna nella ricerca scientifica continuerà ad essere, allora come oggi, l’intima consapevolezza «che il mondo non è un caos, ma un “cosmos”, ossia che c’è un ordine e delle leggi naturali che si lasciano apprendere e pensare, e che hanno pertanto una certa affinità con lo spirito […] Questa intelligibilità, attestata dalle prodigiose scoperte delle scienze e delle tecniche, rinvia in definitiva al Pensiero trascendente e originario di cui ogni cosa porta l’impronta».

(1) Stanley L. Jaki, Il Salvatore della scienza, Libreria Editrice Vaticana, CdV 1992, pp. 5-6.

(2) Per una informazione non conformista sulla Inquisizione, soprattutto quella spagnola, cfr. Jean Dumont, L’Église au rìsque de l’histoire, Criterion, Limoges Cedex 1984, pp. 343-413.

(3) Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, Einaudi, Torino 1957 e 1969.

(4) Cfr. William A. Wallace, Galileo e i professori del Collegio Romano alla fine del secolo XVI, in Mons. Paul Poupard (a cura di), Galileo Galileo. 350 anni di storia (1633-83). Studi e ricerche, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1984, pp. 76-97.

(5) Cfr. il Supplemento a «L’Osservatore Romano», 7 novembre 1992, pp. 5-7. Nel seguito, salvo diversa indicazione, le citazioni di Giovanni Paolo II e del card. Paul Poupard sono tratte da questo documento. I corsivi sono nel testo.

(6) Edizione Nazionale delle opere di Galileo Galilei, tomo XII, pp. 171-172.

(7) Epistula 143, n. 7, PL 33, col 588.

(8) Leonis XIII Pont Max. Acta, vol. XIII, 1894, p. 361.

(9) Renato Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino 1983.

(10) Cfr. Pier Carlo Landucci, Nuovi studi storici sulla vicenda di Galileo, in Cultura & Libri, settembre-ottobre 1984, pp. 215-231.

(11) Cfr. «L’Osservatore Romano», 12-13 novembre 1979, p. 2.