Putin afferma di considerare Israele un paese di “lingua russa”


Israele ospita quasi 2 milioni di migranti dagli ex stati sovietici, afferma il leader russo, quindi i paesi condividono una “famiglia comune”

La Russia considera Israele una nazione di lingua russa, ha detto il presidente Vladimir Putin durante un discorso a Mosca in occasione di un evento organizzato dall’appello israeliano unito, un’organizzazione sionista responsabile della raccolta fondi.

“I cittadini di Russia e Israele sono collegati da legami di famiglia, parentela e amicizia. Questa è una vera rete, una famiglia comune, dico senza esagerare. Israele ha quasi 2 milioni di cittadini di lingua russa. Consideriamo Israele uno stato di lingua russa “, ha detto.

Putin ha anche detto che avrebbe viaggiato in Israele a gennaio su invito del presidente Reuven Rivlin per partecipare a eventi dedicati al 75 ° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz e alla Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto.

“Certo, approfitterò sicuramente di questo invito”, ha detto Putin.

Una vecchia visita di Putin in Israele

Il commercio tra Israele e Russia è aumentato del 9% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ha aggiunto.

La Russia mantiene stretti legami con alcuni paesi di lingua russa, offrendo loro vantaggi commerciali e sostegno politico. Ha anche dimostrato un alto livello di intervento, a volte considerato anche potenzialmente “ostile”, certo sempre in funzione della tutela degli interessi russi, ovviamente.

Sotto Putin, la Russia ha approfondito e migliorati i rapporti con l’Iran, nonostante le tensioni e le richieste da parte di quel paese di distruggere Israele e i presunti tentativi di sviluppare armi nucleari e di altro tipo nel contesto del conflitto dell’Iran con Israele. La Russia sostiene anche il presidente siriano Bashar Assad e Hezbollah, ed è una delle poche potenze principali al mondo con relazioni ufficiali con i funzionari di Hamas.

Questo significa che la politica estera attuata da Putin è riuscita ad acquisire un ruolo centrale per la moderazione del dialogo con una serie di Paesi diplomaticamente “isolati”. Dunque, un intervento russo in caso di escalation dei conflitti in essere potrebbe essere determinante. Fare politica estera significa essere “utili” per i propri partner al fine di acquisire centralità e conseguente considerazione nell’ambito delle relazioni internazionali e conseguenti protocolli d’intesa, riuscendo a rendersi “indispensabili” anche in conseguenza delle trame tessute e dalla qualità del “materiale” utilizzato.

Quale ruolo di “utilità” saprà ritagliarsi l’Italia nel nuovo scacchiere diplomatico utilizzando la bussola neo-vaticana? Sicuramente un peso maggiore che potrebbe in teoria contribuire ad un riposizionamento in ambito internazionale, ammesso che si sappiano cogliere le opportunità in transito. Altro interrogativo che bisogna porsi è quale contropartita sarà richiesta al Paese ed in quale “valuta” bisognerà rimborsare le agevolazioni che verranno. Staremo a vedere.

La compagnia di Gesù in prospettiva geopolitica

In tempi di storia globale, la vicenda umana e politica della Compagnia di Gesù ci ricorda come la chiesa romana abbia segnato la modernità occidentale. Ordine per eccellenza del cattolicesimo, i gesuiti rappresentano lo strumento più duttile di Roma per governare la transizione da un mondo considerato finito ad un mondo all’insegna delle scoperte geografiche, della neo-globalizzazione, facendo emergere la volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici, di attraversare le frontiere per riorientarle. “Ad maiorem dei gloriam” incarna fulgidamente la propensione militante che ancora oggi fa della Compagnia lo strumento più efficace per essere schierata in quelle aree dove maggiore è la richiesta di uomini duttili e fedeli capaci di adattarsi alle condizioni esterne e, progressivamente piegare ogni resistenza.

La storia della Compagnia di Gesù, alle sue origini è orientata non da presupposti teologici ma da una questione di politica e spazi. Ed in base a ciò che l’Ordine privilegiato della Chiesa cattolica fondato nel 1540 ha modellato sulle proprie forme l’intera modernità religiosa.

E’ lo stesso fondatore della Compagnia, Ignazio di Loyola a chiarire il punto nella sua autobiografia, poi servita da guida e testimonianza di pratica militare a tutti i gesuiti. L’episodio è noto: giovane e ardimentoso guerriero, ferito nell’assedio di Pamplona, si converte al cattolicesimo e, insieme ad alcuni sodali incontrati lungo il cammino di perfezionamento religioso, decide di applicarsi alla grandezza della causa cattolica, impegnadosi nella cura degli umili ed in opere di misericordia come forma di redenzione.

Il progetto tuttavia era un altro: il vero obiettivo era di recarsi a Gerusalemme e ritrovare nella città celeste occupata dagli ottomani la pienezza della propria fede. Sull’asse temporale, ci troviamo subito dopo la frattura provocata da Lutero nel 1517 che senz’altro ha contribuito ad influire sul pensiero di Ignazio di Loyola.

Il cammino di Ignazio e dei primi gesuiti fra Spagna, Francia, ed Italia è un percorso di alleanza fra le grandi potenze cristiane, con l’obiettivo di arrivare a Gerusalemme e liberarla; non è un caso che il racconto si soffermi poi sul loro soggiorno a Venezia, all’epoca anch’essa grande potenza grazie al controllo delle reti commerciali nel Mediterraneo.

Il sapere accumulato dallo Spagnolo è quello espresso dalle massime autorità della controriforma cattolica, in lotta fra loro per l’egemonia europea, ma abbastanza coese nella difesa della propria identità in un sistema già multipolare dal punto di vista religioso. La liberazione di Gerusalemme dalla presenza ottomana era il cuore pulsante di quel grande disegno universalista di restaurazione della cristianità che l’Europa cattolica sognava da sempre e che aveva trovato nelle crociate il motore di sviluppo.

Il nuovo “pensiero” gesuita sempre ben mascherato dal reale fine perseguito oggi è innestato su un principio di “crociate ideologiche” contro ogni corrente di pensiero isolazionista che andrebbe ad impattare negativamente su uno dei capisaldi della chiesa ovvero la mondialità, alias globalismo.

Tuttavia la politica aggressiva del grande impero ottomano di Solimano il Magnifico, aveva costretto le potenze cristiane ad un ridimensionamento del progetto, in attesa di tempi migliori. L’occupazione di Rodi nel 1522 da parte dei Turchi rappresentà un serio ostacolo alla libertà di navigazione per la terrasanta che colpì lo stesso Loyola dovendo rimandare l’approdo.

Giunto finalmente a Gerusalemme, espresse al Padre Giuliano la volontà di rimanere nella città per dedicarsi alla “cura delle anime”, incontrandone il fermo rifiuto per mancanza delle sufficienti garanzie per l’apostolato libero. Vigevano infatti rigide regole nella Città Santa, infrante le quali si andava incontro alla riduzione in schiavitù ed il conseguente pagamento di ingenti somme di denaro.

Nessuno può dire cosa sarebbe diventata la Comagnia di Gesù se Ignazio da Loyola avesse proseguito la propria missione in Terrasanta, né se i Gesuiti sarebbero evoluti in un corpo organizzato. Quel che è certo è che la Compagnia che nacque interiorizzò il metodo della frontiera e ne fece il valore su cui fondare il proprio discernimento; un esercizio di militanza missionaria che divenne il compito principale dei figli del fondatore dell’Ordine.

La volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici e di attraversare le frontiere per riorientarle “ad maiorem Dei gloriam” avrebbe costituito la causa principale degli attriti con gli altri ordini religiosi e con la Chiesa stessa.

Il primo a sperimentarlo fù lo stesso Ignazio di Loyola che, subito dopo il ritorno in Italia, attraversando senza curarsene la Lombardia allora divisa tra truppe Francesi e Spagnole, finì con l’essere accusato da entrambe le parti di intelligenza col nemico.

Non stupisce pertanto che sia proprio lui a testimoniare quanto l’equilibrio politico e le modalità di interazioni delle nazioni fossero ininfluenti di fronte all’unica vera missione affidata agli uomini della volontà divina e dalla sua proiezione sulle due bandiere, centro vitale degli esercizi spirituali con cui il fondatore della Compagnia di Gesù dava una regola al nuovo Ordine:

Il primo preambolo è la storia e qui sarà come Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera, e Lucifero al contrario sotto la sua. Il secondo preambolo: la composizione visiva del luogo; qui sarà il vedere un grande campo militare in tutta quella regione di Gerusalemme, dove il supremo capitano generale dei buoni è Cristo nostro Signore; altro campo nella regione di Babilonia, dove il condottiero dei nemici è Lucifero”

La traduzione sul piano dell’immanenza della simbologia teologica di Ignazio è il duello, vale a dire la modalità del combattimento nella sua natura più elementare cui von Clausewitz avrebbe poi ridotto la guerra. Lo speciale quarto voto di fedeltà assoluta al pontefice, in aggiunta a quelli di castità, povertà, e obbedienza è la peculiarità della Compagnia rispetto agli altri ordini, rappresenta questa mobilitazione permanente di obbedienza dei Gesuiti.

Al netto del connaturale orientamento devozionale, la missione si caratterizza, fin dal suo esordio, come vero e proprio strumento della politica gesuitica e vaticana nel mondo. Inutile dire che l’obiettivo di ogni missione fosse la conversione, il duello con la volontà del nemico e la sua sconfitta:

Il fine della Compagnia è non solo attendere con la grazia di Dio, alla salvezza e perfezione delle anime proprie, ma, con questa stessa grazia, procurare con tutte le forze di essere di aiuto alla salvezza e alla perfezione delle anime del prossimo

Il vincolo contratto nella Compagnia è superare se stessi proiettandosi attraverso il nome di Gesù in una prospettiva salvifica globale, e, dopo aver scelto, essere scelti dal Signore a diffondere la sua sacra dottrina fra persone d’ogni condizione e stato. E’ questo il vero segreto della potenza dei gesuiti, la convinzione di costruire un corpo scelto, partecipe delle scelte divine e suoi depositari che li spinge a vivere e sacrificarsi nella sua vigna nell’attesa della liberazione eterna.

La pratica missionaria tramite il potere pastorale così concepito è in grado di governare gli uomini garantendo loro la salvezza ultima e, al contempo operando quelle pratiche di divisione necessarie alla oggettivazione dei fedeli e al loro controllo, dall’altro assicurandosi il dominio nel campo pedagogico-educativo, nella produzione di sapere e nei meccanismi di controllo della sua riproducibilità, nel tentativo di arginare la generalizzazione.

Un ruolo importante fu anche il sostegno alla causa della Compagnia da parte delle autorità statali che avevano intuito la funzione ordinatrice e di compattamento sociale della parola gesuitica all’interno di una ricomposta struttura del cattolicesimo volto a controllare ogni forma di deviazione teologica e vigile rispetto ad ogni usurpazione di principi e sollevazione di popoli.

LA TERRITORIALIZZAZIONE DEVOZIONALE

L’anelito missionario fu uno straordinario vettore di propaganda dell’Ordine per favorire le vocazioni e piegare i nuovi soldati di Cristo alla strategia politica del Generale; dall’altra il coinvolgimento delle popolazioni da evangelizzare fu assicurato dalla capacità di adattamento messa in campo dai Gesuiti stessi. Quali compiti spettassero sono ormai noti: ci si avvia verso quella che è stata chiamata la “territorializzazione devozionale”, una forma raffinata di colonizzazione in cui la missione era la costruzione di uno spazio destinato ad una precisa e codificata interiorizzazione di ruoli e di regole, in cui il linguaggio, i gesti, l’oratoria e l’opera del missionario fornivano la cifra di una nuova socialità comunitaria fondata sul confessionale, come luogo di conoscenza prima e di controllo poi.

Analizzata con le catagorie del novecento, l’apostolato diviene un passaggio essenziale per la costruzione di una società particolarmente confessante che solo mediante le missioni può diffondersi sul territorio.

Nasce qui il paradosso per cui i missionari che svolgevano una missione supplettiva della politica, piegando ogni remoto ancolo del mondo ai valori europei, iniziavano ad assumere sempre più le fattezze di santi che affontavano la popolazione indomita et micidiale. Confraternite, congregazioni ed uso devoto dei santi permettevano ai gesuiti di consolidare un processo di acculturazione di sicura utilità per le popolazioni altrimenti abbandonate a se stesse. Al contempo veicolavano in maniera sussidiaria lealtà vero l’autorità dello Stato che progressivamente si era affermato.

Di fatto l’allargamento dei confini della cristianità coincide con l’espansione delle missioni gesuitiche; Germania, India, Cina, Giappone, America meridionale, Medio Oriente, Africa, dove i gesuiti giunsero dopo la metà del 500.

La Compagnia vide una battuta d’arresto con Clemente XIV che nel 1773 ne decdretò il depotenziamento, per riprendersi successivamente nel 1814 avviando una sorta di restaurazione. La connaturale funzione di stabilizzazione politica parallela all’operato dei gesuiti venne messa in rilievo anche da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere.

Altri momenti storici di depotenziamento della Compagnia di Gesù dovuta a contesti internazionali non in linea con la spinta globalizzatrice cardine del pensiero gesuita si sono avuti sotto il pontificato di Paolo VI e successivamente Giovanni Paolo II (per ovvie ragioni geopolitiche – lotta al comunismo).

LA CONTEMPORANEITA’ DI FRANCESCO

Nel messaggio per la giornata missionaria del 2013 dopo aver ribadito la centralità del Concilio Vaticano II e la funzione sociale della testimonianza missionaria della propria fede, Bergoglio ha esaltato la preoccupazione geopolitica della chiesa e ricordato che lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di ogni comunità ecclesiale. La sfida di Francesco sembra essere gesuiticamente all’altezza dei tempi.

La globalizzazione ha annullato le frontiere e reso complessa la mappatura religiosa del pianeta; al missionario quindi è richiesta la capacità di discernimento politico nella tradizionale divisione geografica. Se prioritaria rimane la richiesta di coversione dei popoli ancora senza Dio, la nuova evangelizzazione si rivolge non più solo all’esterno dei bastioni del cattolicesimo ma anche al suo interno, alla ricerca di quanti nello spazio delle comunità cristiane predicano altre fedi o la completa estraneità ad esse. Naturalmente per evitare conflittualità religiose all’interno delle moderne società complesse Francesco ha specificato che le missioni non devono fare proseliti ma testimoniare la gioia dell’appartenenza alla comunità di Cristo.

Un messaggio molto diverso da quello lanciato da Giovanni Paolo II nel 1990 con l’enciclica Redemptoris missio. Dunque con Francesco non si esaurisce la funzione di imporre la chiesa nel mondo ma si rende il messaggio suadente con la testimonianza della gioia di chi la pratica, calibrando la geopolitica vaticana su una forma originale dell’agire comunicativo.

Il concetto viene rimarcato nel 2015 La missione non è proselitismo o mera strategia, la missione fa parte della grammatica della fede, è qualcosa di imprescindibile per chi si pone in ascolto della voce dello Spirito che sussurra vieni e vai. Chi segue Cristo non può che diventare missionario.

Il 15 maggio 2016 per la prima volta Bergoglio pronuncia delle parole diverse riguardo il compito dei missionari: non forza per attuare un progetto ma cura per renderlo praticabile. Essi di prendono cura di coloro che si muovono alla periferia della fede propagando il nome di Dio in maniera gratuita senza attendere risposte. Si tratta di un’apertura grandiosa che si richiama alla presenza femminile nell’attività missionaria, del tutto inedita nello scenario cattolico.

Sono queste le nuove coordinate della geopolitica gesuitica e vaticana e al futuro spetterà dire se più o meno efficaci. Recentemente al termine di una visita nella provincia gesuitica del Vietnam, il generale della Compagnia Adolfo Nicolas ha detto che l’incarnazione vietnamita dell’Evangelo e della spiritualità ignaziana sono il fulcro del nuovo spirito missionario della Compagnia. L’incarnazione vietnamita serve a dire che l’unicità del messaggio si declinava nelle coordinate geopolitiche delle singole comunità ecclesiali nazionali. In qualche misura, ancora oggi esiste una Compagnia che insegue il mond e vuole dominarlo ad maiorem Dei gloriam.

Il canale di Kra e le ambizioni espansionistiche cinesi

La cina vuole costruire un canale in Thailandia, attraverso l’Istmo di Kra, che collega il pacifico all’oceano indiano, in modo da aggirare lo stretto di Melacca; arteria giugulare degli approvvigionamenti energetici e del commercio cinese. Un progetto dalle implicazioni geopolitiche ed economiche enormi per tutti i Paesi della regione

Sin dal diciottesimo secolo il progetto per la costruzione di un canale che collegasse il Golfo del Siam ed il Mare delle Andamane è stato più volte evocato, ricorda un diplomatico occidentale che ha trascorso buona parte della sua carriera nel Sudest asiatico. Tuttavia tale progetto è stato rimandato innumerevoli volte dai governi thailandesi per mancanza di fondi. Anche se per molti esperti la sua fattibilità economica rimane discutibile, il progetto ha alla fine trovato un deciso sostenitore con l’entrata in scena della Cina, che si propone d’integrare il Canale di Kra alla Nuova Via della Seta.

Il sempre più importante traffico marittimo cinese metterebbe così da parte lo Stretto di Malacca, un imbuto che si stringe fino ad una sessantina di chilometri vicino a Singapore e che ha solo pochi chilometri utilizzabili dalle grandi petroliere per via della scarsa profondità dei fondali. Tanto più che quello stretto raggiungerà la saturazione, secondo le stime, nel 2024 quando oltre 140.000 navi cercheranno di passare attraverso questa via di mare, oppure dovranno optare per vie alternative più lunghe, che passano attraverso gli Stretti di Sunda e Lombok, molto più a sud, tra le isole dell’Indonesia, allungando da 4 a 7 giorni i tempi di navigazione.

Come tutti sanno la Nuova Via della Seta /BRI mira a collegare più facilmente la Cina all’Europa mediante la costruzione di una rete di infrastrutture per il trasporto finanziata da Pechino. La cosiddetta BRI ha un aspetto terrestre, la SIlk Road Economic Belt, ed uno marittimo, la 21st Century Marittime Silk Road. Questa iniziativa rientra nella strategia a termine ideata dalla Cina non solo per potenziare la propria influenza e capacità di penetrazione commerciale nei Paesi attraversati dalla BRI, ma anche per garantirsi una sicurezza energetica, quindi economica e strategica mediante l’apertura di nuove rotte di transito, controllate da Pechino, per le sue importazioni di idrocarburi.

Una questione strategica di enorme rilevanza considerato che la maggior parte del traffico marittimo da e verso i porti cinesi transita oggi da Stretti controllati dalla US Navy. L’apertura di nuove rotte deve quindi permettere alla Cina di ridurre sensibilmente le minacce alla propria economia in caso di blocco o chiusure degli stretti, e in primis quello di Malacca.

Oggi oltre i 3/4 degli approvvigionamenti cinesi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa transitano infatti dallo Stretto di Malacca, considerato come la “life line” marittima della Cina in quanto rappresenta la via d’accesso più breve per i propri porti. Il maggior timore dei dirigenti cinesi è che, in caso di crisi, lo Stretto venga bloccato da Paesi ostili. Malacca costituisce il punto più vulnerabile ed il maggior fattore di criticità della Strategia di Pechino. Una vulnerabilità che già a suo tempo l’ex presidente Hu Jintao aveva definito come il dilemma di Malacca. Due soluzioni, non incompatibili o addirittura complementari sono state prese in considerazione dai dirigenti cinesi per risolvere il problema: incrementare la potenza e le capacitò della Marina per proteggere le rotte marittime; rendere più sicura quella verso l’Oceano Indiano in modo da ridurre la dipendenza nei confronti del collo di bottiglia, o strozzatura rappresentato dallo Stretto di Malacca. E’ in quest’ottica che Pechino ha proposto a Bangkok di finanziare e fornire mano d’opera per costruire un canale con il quale “tagliare” l’istmo di Kra.

Un progetto dal costo di 28 miliardi di dollari in 10 anni per un canale largo 400 metri e profondo 25.

Comunque sia, il progetto del canale di Kra, in linea con la ben nota strategia della “collana o filo di perle” e quella dei 2 oceani descritta dai teorici di Pechino, costituirebbe un cardine della nuova Via della Seta marittima per una Cina ansiosa di consolidare la sua ritrovata centralità geopolitica, portando un grande sviluppo economico nell’area, ma allo stesso tempo emarginando pure alcuni porti della penisola malese come come Port Klang e, soprattutto, Singapore. La Città-Stato potrebbe perdere infatti fino al 50% dell’attuale traffico marittimo se il progetto dovesse essere realizzato. Per Bangkok invece il canale sarebbe fondamentale per dare stimolo economico alla crescita del Paese. Anche lo Sri Lanka vede di buon occhio il progetto che permetterebbe all’isola situata a prossimità delle rotte tra Asia ed Europa di far valere la propria posizione geostrategica.

Se il progetto del canale di Kra si dovesse concretizzare, lo Sri Lanka potrebbe diventare una seconda Singapore, mentre la Thailandia il nuovo punto di gravità geostrategico dell’Asia sudorientale. Tutto sempre sotto il controllo del grande fratello di Pechino.