Il ruolo chiave del Giappone per la nascita del comunismo.

La Russia è sempre stata condannata a lunghi periodi di isolamento a causa del suo enorme territorio, confinato geograficamente da un clima inclemente per buona parte dell’anno. Le rigide temperature invernali ne bloccano i porti limitando i commerci marittimi e le economie locali. Una limitazione importante che ha sempre condizionato la politica estera del grande impero fino ai giorni nostri, e causato guerre più o meno dichiarate continue negli ultimi tre secoli. Se vogliamo la politica marittima russa potrebbe essere giustificata da questa lotta continua all’isolamento naturale.

Un impero vasto che nel XVIII secolo raggiunse quasi 29 milioni di chilometri quadrati. In epoca zarista la sua economia era pesantemente legata all’agricoltura, con una bassa produttività industriale, per lo più accentrata nei grandi centri, ed una forte significativa di servitù della gleba, che si mantenne fino alla sua abolizione definitiva nel 1861. Sebbene l’economia col tempo seppe industrializzarsi, grazie alle visioni illuminate di alcuni zar, con l’aiuto di investimenti stranieri nelle ferrovie e nelle nascenti fabbriche, gli sbocchi al mare necessari per i commerci marittimi erano di fatto aperti tutto l’anno solo nel mar Nero. In gran parte i porti del Baltico e del Pacifico gelavano d’inverno ed i traffici commerciali erano quindi ostacolati dal generale inverno.

Da qui la necessità di affermarsi sul mare, con flotte adeguate supportate da basi navali per il loro rifornimento. Con lo zar Pietro il Grande la marina imperiale russa si evolse, costruendo unità navali di sempre maggiori dimensioni. Incominciò un gioco di espansione, non sempre pacifico, tra diplomazia e piccole o grandi guerre, localizzate nelle regioni costiere dell’Impero, per cercare di rompere il suo isolamento dorato ed affermare la sua ragione di esistere come potenza europea.

A partire dal 1848, nel mondo, il capitalismo ebbe un’enorme ruolo in qualità di occasione che gli ebrei, grandi risparmiatori, seppero cogliere per raggiungere illustri posizioni di successo economico, suscitando non poca invidia, specie nelle classi aristocratiche domaninanti, inclusi gli Zar di Russia.

In quegli anni la maggior concentrazione di ebrei europei era nell’est dove le aspirazioni di un’esigua classe di intellettuali si scontrarono con oggettivi impedimenti interni dovuti all’arretratezza sociale, politica, culturale ma soprattutto della fortissima opposizione delle forze conservatrici e reazionarie, sia laiche che religiose.

Nel vastissimo impero russo all’inizio del XIX secolo la generale arretratezza impedì quindi al processo di emancipazione di decollare. La maggior parte degli ebrei dell’ex Polonia divenuti sudditi dell’autocrazia zarista nel 1795 non conobbe i fermenti illuministici e rimase prevalentemente sotto l’ortodossia rabbinica, costretti peraltro a risiedere nelle circoscritte aree geografiche ad ovest ed a sud dell’impero corrispondenti oggi alle aree geografiche della Bielorussia, Bessarabia, ed Ucraina, vivendo negli Shtetl, ovvero piccoli villaggi di case in legno dove c’era tra l’altro molta povertà.

Gli ebrei dai non ebrei si distinguevano per lingua, abiti, costumi di vita ed erano chiusi a differenza dei loro correligionari occidentali alle influenze culturali esterne, erano poco assimilabili al resto della popolazione con la quale avevano pochi contatti. Erano legati alla scrupolosa osservanza delle prescrizioni religiose e le loro organizzazioni comunitarie erano erano in parte autonome e gestite dal diritto rabbinico.

La politica ebraica degli Zar si espresse con leggi fortemente limitative per quanto concerneva la residenza e le attività economiche. A queste politiche si ispirò negli ultimi anni del suo regno lo Zar Alessandro I (1801-1825) nel tentativo di forzare gli ebrei ad assimilarsi alla popolazione russo-ortodossa. La politica zarista nei loro confronti era un’emanazione dell’antigiudaismo della chiesa ortodossa, identificando il buon suddito russo come cristiano ortodosso.

La pressione per la russificazione degli ebrei era motivata dalla paura di incorporare nella società una minoranza in rapida crescita demografica caratterizzata da una religione e da una cultura estranee, impropriamente avvertite come nocive e disgregatrici della struttura sociale russa.

L’ultrareazionario Nicola I (1825-1855) proseguì lungo la strada della costrizione per obbligarli insieme ad altre minoranze a integrarsi totalmente facendosi cristiani. Come il suo predecessore cercò di costringerli a rinunciare ai loro usi e costumi tradizionali e anche al semiautonomo governo delle comunità. Nel 1827 impose una delle misure più odiose e crudeli, la coscrizione obbligatoria per i bambini ebrei a dodici anni di età. Essi dovevano fare un servizio militare preparatorio di sei anni e successivamente restare sotto le armi per altri venticinque. Lo scopo era di sottrarre i bambini al controllo delle famiglie e costringerli ad abbandonare le tradizioni ebraiche e ad accettare quelle ortodosse. I superiori costringevano i piccoli circoscritti a mangiare carne di maiale e a fare i segno della croce. Molti giovani preferirono suicidarsi e parecchi di quelli che si convertirono rimasero nel loro intimo fedeli all’ebraismo.

Ovviamente questa situazione destava non poche preoccupazioni alle altre comunità ebraiche dislocate nel resto del mondo e si decise giustamente di intervenire qualora se ne fosse verificata l’opportuna occasione.

A coglierla, in particolare, fù Jacob Henry Schiff (Francoforte sul Meno, 10 gennaio 1847 New York, 25 settembre 1920) banchiere, imprenditore e filantropo tedesco naturalizzato statunitense, di origini ebraiche, che abbracciò la causa delle comunità oppresse decidendo di investire le proprie ricchezze in finanziamenti per il contrasto dei fenomeni antisemiti.

Nato in Germania, Schiff emigrò negli Stati Uniti d’America dopo la guerra di secessione americana ed entrò nella Kuhn Loeb & Co. Dalla sua base di Wall Street, fu il più importante leader ebreo dal 1880 al 1920, durante quella che in seguito fu nota come l'”era Schiff”, affrontando sia le questioni più importanti che i problemi quotidiani riguardanti gli ebrei, come la condizione degli ebrei russi sotto lo zar, l’antisemitismo americano e internazionale, la cura degli immigrati ebrei bisognosi e l’ascesa del sionismo.

Quella che forse è la più famosa operazione finanziaria di Schiff ebbe luogo durante la guerra russo-giapponese del 1904 e 1905.

Dopo aver incontrato a Parigi, nell’aprile 1904, il vice governatore della Banca del Giappone Takahashi Korekiyo, Schiff concesse all’Impero giapponese crediti per un ammontare di duecento milioni di dollari, attraverso la Kuhn, Loeb & Co.

Fu la prima grande emissione di titoli giapponesi a Wall Street e fornì circa la metà delle risorse necessarie allo sforzo bellico del Giappone. Schiff fece quest’operazione in parte perché credeva che l’oro non era importante quanto lo sforzo ed il desiderio di vincere una guerra di una nazione e in parte a causa dell’apparente stato di inferiorità del Giappone: all’epoca nessuna nazione europea era mai stata sconfitta da una nazione non europea in una guerra moderna su larga scala.

Fù così che grazie a Jacob Schiff la marina imperiale russa subì la sconfitta più grande di sempre

La più terribile sconfitta navale della storia russa avvenne nello stretto di Tsushima, tra il Giappone e la Penisola coreana, il 27-28 maggio del 1905. La Seconda flotta del Pacifico, composta da 38 navi da guerra, fu completamente annientata dalla flotta giapponese, che poteva contare su 89 unità in più. 

La spedizione era partita sotto una cattiva stella: per un errore marchiano all’inizio del lungo trasferimento delle navi dal Baltico al Pacifico, la Russia rischiò di entrare in guerra anche contro la Gran Bretagna!

Il boomerang della foga espansionistica globale

L’impero zarista, al fine di ottenere un porto nell’oceano Pacifico, libero dai ghiacci nei lunghi mesi invernali da destinare come punto di supporto militare e marittimo, individuò una base navale nella provincia di Liaotung, Port Arthur.

Tutto fu facilitato dalla fine della prima guerra sino-giapponese quando le nazioni europee si approfittarono della situazione spartendosi i brandelli dell’Impero cinese e, sotto richiesta della Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, intimarono al Giappone di lasciare libera la penisola di Liaodong in cambio di una compensazione di 5 milioni di sterline.

Naturalmente tutti ne ricevettero dei vantaggi e vi crearono basi militari e commerciali per i loro commerci. Tra di esse Hong Kong che la Gran Bretagna mantenne fino ai giorni nostri.

Il grande impero si concentrò su Port Arthur che fu presto raggiunto dalla ferrovia transiberiana, dopo essere stato “affittato” per 25 anni. Ma politicamente non fu così semplice. Sebbene il Giappone si offrì di riconoscere l’influenza russa sulla Manciuria in cambio del riconoscimento della Corea nella sfera di influenza giapponese, questo non piacque alla Russia.

Il Giappone, dopo aver esaurito tutte le armi diplomatiche, ormai indispettito dalla strafottenza russa decise quindi di entrare in guerra. Il primo obiettivo fu di mettere fuori combattimento la flotta russa del Pacifico, prendendo Port Arthur e invadendo via terra la Manciuria. Iniziò un confronto prudente tra le due potenze: da un lato la flotta nipponica, che si teneva lontana dai territori occupati dai Russi, e dall’altro i Russi arroccati all’interno delle loro basi.

L’uomo chiave del momento fu l’ammiraglio Togo Heihachiro che decise di impiegare le mine navali per bloccare i porti nemici. La tattica ebbe successo e la prima vittima fu la possente corazzata Petropavlovsk, ammiraglia della flotta russa, che affondò dopo aver urtato una mina, portando con sé il comandante dell’intera flotta Stepan Makarov.

A questo punto la marina zarista cercò di raggiungere la più sicura Vladivostok, ma venne intercettata e sbaragliata nella battaglia del Mar Giallo. Le poche unità superstiti tornarono a Port Arthur sotto il fuoco delle artiglierie di terra nipponiche.

Lo zar Nikolaj II fu convinto ad inviare l’intera Flotta del Baltico, cinquanta navi da guerra di base a Kronstadt, nei pressi di San Pietroburgo, per unirsi al resto della flotta del Pacifico ed ingaggiare in battaglia i Giapponesi.

Ancora una volta la limitazione geografica era un fattore pesante da pagare, in particolare quando le distanze erano tali da costringere gli equipaggi ad un viaggio di mesi.

Altro errore, voluto dall’ammiraglio Rožestvenskij, capo supremo della flotta imperiale russa, fu l’inserimento di obsolete corazzate che avrebbero dovuto ingaggiare la flotta giapponese in uno scontro d’altri tempi. La flotta russa dovette attraversare il mar Baltico, la Manica, circumnavigare l’Africa, attraversare lo stretto di Malacca per poi spingersi verso Nord Est per raggiungere il porto marittimo di Vladivostok. Un viaggio estenuante che indebolì la forza navale zarista prima del suo arrivo in zona di operazioni.

Questi movimenti non rimasero nascosti all’ammiraglio Togo che, avvisato dalle sue spie, ordinò alle sue forze navali di intercettare la flotta russa prima del loro arrivo a Vladivostok, ovvero in quegli stretti che necessariamente sarebbero stati attraversati dalla flotta di Nicolai II.

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Le rotte navali percorse dalle unità navali di rinforzo Russe partite da Krasnoyarsk e dirette in Manciuria

Come risultato della battaglia, 21 navi russe furono affondate, sette furono catturate, sei ripararono in porti neutrali, dove furono bloccate (solo poche riuscirono poi a fuggire).

A causa della catastrofe di Tsushima, l’Impero russo cessò di essere una superpotenza navale. Per decenni, la parola “Tsushima” divenne sinonimo di sconfitta totale, come “Caporetto” nella lingua italiana o “Bérézina” in francese.

Il conflitto del 1904-1905 dette solo amarezze all’Impero russo e destabilizzò il Paese, favorendo l’acuirsi delle tensioni rivoluzionarie

La ragione principale che portò giustamente Schiff alla concessione dell’ingente prestito al Giappone è da ricercare come una risposta, in nome del popolo ebraico, alla politica antisemita dell’Impero russo, in particolare per l’allora recente pogrom di Chișinău e Bessarabia.

Il prestito attrasse l’attenzione di tutto il mondo ed ebbe conseguenze di rilievo: il Giappone vinse la guerra, in gran parte grazie all’acquisto di munizioni reso possibile da prestito di Schiff. Alcuni leader giapponesi lo interpretarono come una dimostrazione del potere degli ebrei in tutto il mondo.

In aggiunta al suo famoso prestito al Giappone, Schiff finanziò molte altre nazioni, comprese quelle che sarebbero diventate gli Imperi centrali (Gran Bretagna, Francia, ed in successione alla caduta degli Zar anche la Russia).

Durante la prima guerra mondiale Schiff esortò il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson e altri statisti alleati a porre fine alla guerra il più rapidamente possibile, anche rinunciando alla vittoria: temeva per la vita della sua famiglia rimasta in Germania, ma anche per il futuro della sua terra d’adozione. Organizzò la concessione di crediti alla Francia e ad altre nazioni per scopi umanitari e si espresse contro la guerra sottomarina.

Schiff condusse una politica di finanziamenti alle nazioni che sostenevano la causa di contrasto all’antisemitismo, contribuendo con il finanziamento al Giappone ad una pesante sconfitta della flotta navale della Russia Imperiale che ebbe un eco devastante dal punto di vista psicologico sia sulla popolazione civile che sul morale dei militari. Il “gigante” russo infatti era stato schiacciato ed umiliato dal “nano” giapponese.

A seguito della poderosa sconfitta della Russia nella battaglia di Tsushima nel 1905, Schif ebbe ad intuire che l’impero zarista iniziava a scricchiolare e per le vie di Pietrogrado alcuni ideologi ebrei iniziavano a fare comizi e propaganda sulla rivoluzione. Dunque un’altra occasione si stava concretizzando ed andava sostenuta finanziariamente.

Abili oratori ebrei come Leon Trotsky vennero notati, incoraggiati e finanziati per le loro abilità critiche sulle ideologie della scuola della Sinistra Hegeliana rivitalizzata da Karl Marx, facendo sì che seppur per il tempo strettamente necessario alla rivoluzione, antisemitismo ed odio di classe si sovrapponessero in una sorta di entropia la cui energia venne canalizzata verso la rivoluzione del 1917.

Con la notevole eccezione di Lenin (Vladimir Ulyanov), la maggior parte dei principali comunisti che presero il controllo della Russia nel 1917-20 erano ebrei.

Leon Trotsky (Lev Bronstein) era a capo dell’Armata Rossa e, per un certo periodo, era il capo degli affari esteri sovietici.

Yakov Sverdlov (Solomon) era sia il segretario esecutivo del partito bolscevico sia – come presidente del Comitato esecutivo centrale – capo del governo sovietico.

Grigori Zinoviev (Radomyslsky) era a capo dell’Internazionale comunista (Comintern), l’agenzia centrale per diffondere la rivoluzione nei paesi stranieri.

Altri eminenti ebrei includevano il commissario di stampa Karl Radek (Sobelsohn), commissario per gli affari esteri Maxim Litvinov (Wallach), Lev Kamenev (Rosenfeld) e Moisei Uritsky.

Lo stesso Lenin era prevalentemente di origine russa e di Kalmuck, ma era anche ebreo di un quarto. Il nonno materno, Israel (Alexander) Blank, era un ebreo ucraino che fu successivamente battezzato nella Chiesa ortodossa russa.

Inesauribile internazionalista, Lenin considerava la lealtà etnica o culturale con disprezzo. Aveva poca considerazione per i suoi compatrioti. “Un russo intelligente”, ha osservato una volta, “è quasi sempre un ebreo o qualcuno con sangue ebraico nelle sue vene”.

Febbraio: una rivoluzione nella vita degli ebrei

La rivoluzione di febbraio trasformò la vita degli ebrei. Pochi giorni dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, tutte le restrizioni legali che riguardavano gli ebrei vennero abrogate. Più di 140 leggi, per un totale di qualche migliaio di pagine, vennero abolite da un giorno all’altro.

Per celebrare questo storico momento, fu convocata una sessione straordinaria del soviet di Pietrogrado. Era il 24 marzo 1917, vigilia della Pasqua ebraica. Il delegato ebreo che prese la parola nella riunione, immediatamente fece il paragone – così disse – tra la rivoluzione di febbraio e la liberazione dalla schiavitù degli ebrei in Egitto.

Tuttavia, l’emancipazione formale non fece scomparire la violenza antisemita. L’antisemitismo aveva radici profonde in Russia ma il nascente Partito Comunista seppe gestire il fenomeno perlopiù fomentato dalla parte di rivoluzionari anticasta che non avevano ottenuto posizioni rilevanti nella nuova struttura di governo.

Al congresso comunista parteciparono più di mille delegati, in rappresentanza di centinaia di soviet locali e di una ventina di milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, mentre arrivavano segnalazioni di ulteriori incidenti antisemiti, il congresso approvò la più autorevole risoluzione fino ad allora adottata sulla questione dell’antisemitismo.

Scritta dal bolscevico Evgenii Preobrajensky, il testo si intitolava “Sulla battaglia contro l’antisemitismo” e, quando Preobrajensky ebbe finito di leggerlo ad alta voce, un delegato ebreo si levò in piedi ed espresse la sua piena approvazione prima di aggiungere che, quantunque non fosse servita a riportare in vita gli ebrei uccisi nei pogrom del 1905, la risoluzione sarebbe servita a lenire alcune delle ferite che continuavano ad arrecare così tanto dolore alla comunità ebraica. Quindi, il testo venne approvato all’unanimità dal congresso.

In buona sostanza, la risoluzione riaffermava l’antica posizione socialdemocratica, secondo cui l’antisemitismo equivaleva alla controrivoluzione.

Conteneva, però, un’importante ammissione: «Il grande pericolo – spiegò il relatore Preobrajensky – era «la tendenza dell’antisemitismo a dissimularsi dietro slogan radicali». Questa convergenza tra politica rivoluzionaria e antisemitismo, continuava la risoluzione, ha rappresentato «una grande minaccia per la popolazione ebraica e per il movimento rivoluzionario tutto, poiché minaccia di affogare la liberazione del popolo nel sangue dei nostri fratelli e di gettare il disonore sull’intero movimento rivoluzionario».

L’aver ammesso che antisemitismo e politica rivoluzionaria potessero sovrapporsi squarciò il velo su un nuovo aspetto del movimento rivoluzionario russo, che fino ad allora tendeva a inquadrare l’antisemitismo come un tema appannaggio dell’estrema destra. Con l’approfondirsi del processo rivoluzionario, verso la metà e la fine del 1917, la presenza dell’antisemitismo in settori della classe operaia e del movimento rivoluzionario divenne un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.

La risposta dei soviet

Alla fine dell’estate, i soviet avevano iniziato un’ampia ed estesa campagna contro l’antisemitismo. Il soviet di Mosca, ad esempio, aveva organizzato in agosto e settembre conferenze e riunioni su questo tema nelle fabbriche. Nell’antica Zona di Insediamento i soviet locali furono determinanti nel prevenire lo scoppio di pogrom.

Verso la metà di agosto, a Chernigov, in Ucraina, le Centurie Nere accusarono gli ebrei di accaparrarsi il pane, scatenando così una serie di violenti disordini antiebraici, e fu fondamentale l’intervento di una delegazione del soviet di Kiev che organizzò una formazione di truppe locali per porre fine ai tumulti.

Per la direzione bolscevica le politiche rivoluzionarie non erano soltanto incompatibili con l’antisemitismo, ma erano diametralmente opposte. Come il principale quotidiano del partito, Pravda, avrebbe poi titolato in prima pagina nel 1918, «Essere contro gli ebrei significa essere a favore dello zar!».

Jacob Henry Schiff quindi dopo aver finanziato i nuovi movimenti rivoluzionari, abattuto nel 1917 il regime degli Zar, decise di aprire i rubinetti monetari anche alla Russia, finanziando di fatto i movimenti di rivolta comunisti e successivamente gli strateghi e gli ideologi dello stesso Partito Comunista Sovietico.

La prova che l’intuizione di Jacob Henry Schiff fù giusta è rinvenibile negli eventi che segnarono gli esiti della seconda guerra mondiale. Infatti grazie proprio all’operazione di finanziamento per la nascita del PCUS l’apporto successivo contro la Germania nazista nel corso della Seconda Guerra Mondiale fù determinante per la vittoria degli alleati. I morti della Russia nella seconda guerra mondiale furono 4 milioni circa.

L’incredibile paradosso Giapponese

Il paraddosso più marcato dei fatti storici riguardano il Giappone che a partire dal 1894 aveva conquistato praticamente quasi tutta l’Asia, e parte della Cina dove nel 1900 intervenne al fianco delle potenze europee contro la ribellione dei Boxer, sollevata in Cina da un grande numero di organizzazioni cinesi popolari, contro l’influenza straniera colonialista, così acquisendo ulteriore importanza internazionale: nel 1902 fu firmato un trattato con la Gran Bretagna e la successiva vittoria nella guerra contro la Russia zarista nel 1905 (grazie ai finanziamenti di Schiff) le consentì di occupare integralmente la Corea, poi annessa nel 1910, la metà dell’isola di Sachalin (sempre a danno dei Russi) e di porre le basi per una successiva penetrazione economico-militare in Cina.

Ovviamente l’occupazione e la contesa dei territori cinesi da parte del Giappone andò a confliggere con gli interessi delle potenze coloniali Inglesi, Francesi ed Americane, tensioni crescenti che ne causarono un inevitabile quanto naturale riposizionamento strategico al fianco della Germania e dell’Italia con la triplice intesa.

Ma gli incredibili meriti del Giappone per la distruzione del nazismo non terminano qui.

È noto, infatti, che il povero Churchill tempestava il Presidente americano ogni giorno di telegrammi e telefonate per pregarlo di intervenire al fianco degli alleati nel conflitto mondiale senza esito.

Il merito dell’ingresso degli USA nella seconda guerra mondiale è sempre dei Giapponesi che con il bombardamento a sopresa di Pearl Harbour nelle isole Hawaii risvegliarono il gigante che dormiva accendendo la miccia della guerra nel pacifico. L’ingresso degli USA nel secondo conflitto mondiale avrebbe poi segnato definitivamente gli esiti della guerra.

Tipici errori strategici di una miopia imperiale quanto isolana che tendeva a inconsapevolmente a sopravvalutarsi, come gli Zar fecero nella battaglia di Tsushima.

Altre Curiosità sugli effetti collaterali della Battaglia di Tsushima

Il Montenegro, alleato della Russia, rimase in guerra con il Giappone per oltre un secolo!

Per ringraziare la Russia per il suo sostegno politico ed economico di lunga data, il Principato del Montenegro dichiarò guerra al Giappone. Fu un gesto di natura più che altro simbolica, dal momento che nessuna unità militare montenegrina fu inviata in Estremo Oriente per combattere contro i giapponesi (a parte pochi volontari). 

Tuttavia, quando la Russia e il Giappone firmarono il trattato di pace nel 1905, il Montenegro fu snobbato, e quindi tecnicamente rimase in guerra.  Museo Meiji-mura

Dopo la Prima guerra mondiale il Paese perse la sua sovranità per quasi un secolo. Durante il suo breve periodo di “indipendenza” come stato fantoccio italiano, il Regno del Montenegro, durante la Seconda guerra mondiale, non fu riconosciuto dai giapponesi, e un trattato di pace non venne firmato.

Solo nel 2006, dopo che il Montenegro ha divorziato dalla Serbia ed è apparso nuovamente sulla mappa del mondo, i due Paesi hanno messo in ordine i loro rapporti. La “guerra” montenegrino-giapponese è ufficialmente finita dopo 101 anni. 

Un generale giapponese conquistò una roccaforte russa, ma, invece di sentirsi un eroe si suicidò

La terza armata giapponese, guidata dal generale Nogi Maresuke, assediò la fortezza russa di Port Arthur nella provincia cinese di Liaoning nel luglio 1904. La lunga difesa durò fino al 2 gennaio 1905 e costò ai giapponesi 56 mila morti, compresi due dei figli di Nogi.

Quando alla fine la fortezza si arrese, Maresuke fu proclamato eroe nazionale del Giappone. Tuttavia, lui vedeva questi eventi in una luce completamente diversa. 

Il generale riferì personalmente all’imperatore Meiji della presa della fortezza. Ma poi ruppe in pianto e chiese perdono per la perdita di tanti soldati giapponesi. 

Maresuke chiese al sovrano di permettergli di mettere fine alla sua vita con un suicidio rituale: il seppuku. Meiji si rifiutò di incolpare il generale e la richiesta fu rifiutata, finché l’imperatore restò in vita.

Nogi Maresuke tornò alla vita civile, diventando un mentore per il futuro imperatore Hirohito e costruendo ospedali per invalidi di guerra e memoriali per i caduti del conflitto.

Tuttavia, poco dopo la morte dell’Imperatore, Maresuke si considerò libero dal volere di quest’ultimo, e si suicidò assieme a sua moglie il 13 settembre 1912.

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Russia & Cina: storia di un’ alleanza a geometria variabile

“Potete farvi più amici in due mesi mostrando interesse per gli altri di quanti vi riesca di farne in due anni tentando di indurre gli altri ad interessarsi a voi”.

Su questa frase si costruisce tutto il rapporto dell’innaturale quanto curiosa alleanza moderna tra la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping, allenza è bene sottolinearlo fortemente voluta da Mr. Obama.

Due popoli e due culture completamente agli antipodi.

Prima di iniziare la riflessione, infatti, occorre ricordare preliminarmente che la Russia di fatto era parte integrante dell’Europa fino al crollo della dinastia degli Zar e che proprio la nobiltà Russa rappresentava un’icona di stile per i “follower” europei.

Lezioni di classe

Nelle stanze del vecchio palazzo d’inverno oggi Hermitage fortemente voluto dalla zarina Elisabetta di Russia, progettato da un italiano, Bartolomeo Rastrelli, giace la collezione d’arte più importante al mondo messa insieme da Caterina la grande, che di capricci se ne intendeva! Pezzi unici pagati fino all’ultimo centesimo, dettaglio non di poco conto, considerato che in Europa a quel tempo c’era la napoleonica usanza di invadere i paesi confinanti per appropriarsene.

Cina e Russia, nel corso della storia, si sono sempre diffidati vicendevolmente specie nel corso delle sporadiche alleanze avvenute casualmente nel corso della storia, come ad esempio quella di San Valentino del 1950.

Stalin e Mao, in quel momento erano entrambi in guerra con Washington e decisero di siglare un accordo di collaborazione unendo le forze sulla guerra di Corea. Non dimentichiamo però che solo pochi anni prima, nel corso della seconda guerra mondiale Mosca e Washington erano alleati contro i tedeschi mentre Washington e Pechino erano alleati contro i kamikaze giapponesi.

Altro curioso aneddoto che ci aiuta a comprendere i rapporti tra due terre a noi così lontane è dato dall’irritazione che provavano i russi quando si recavano presso la sede del Partito Comunista Cinese a Zhongnanhai nella Città Proibita dove nella sala dei congressi i compagni cinesi avevano installato una cartina geografica nella quale il territorio cinese veniva colorato per riempimento dalla trama della bandiera comunista cinese.

Fin qui niente di strano se non fosse che questa bandiera non rispettando i limiti geografici vigenti, sconfinava sul suolo russo ricoprendo proprio i territori contesi.

Un affronto insopportabile per i Russi, ai quali giravano vorticosamente le matriosche al solo pensiero che in quella sala, per giunta, si presentavano anche i leader di altre nazioni che notando lo sfoggio della superbia cinese operata per mezzo della cartina geografica della discordia, non potevano fare a meno come una pettegola dirimpettaia, al rientro, di telefonare a Mosca facendolo notare e gettando così vodka sulla fiamma.

Non sappiamo oggi se quella famosa cartina geografica sia ancora al suo posto ma notando le ambizioni imperialiste cinesi è probabile che ne abbiano fatta installare una più vistosa e dato che il PCC a causa della scarsità di regimi comunisti nel mondo non riceve più molte visite, non sappiamo neanche a chi chiederlo.

Le ambizioni della Cina sulla Russia hanno profonde radici storiche che ritroviamo nell’ Eurasianismo che subito dopo la seconda guerra mondiale si è trasformato in Neo Eurasianesimo.

Vessillo del Movimeno Eurasiatico

Trattasi di un’operazione di guerra psicologica che portò alla nascita di una scuola di pensiero, resa popolare in Russia durante gli anni della guerra fredda per poi manifestarsi fino ai giorni attuali con una certa predominanza.

L’ideologia alla base del movimento è la considerazione della Russia culturalmente più vicina all’Asia che all’Europa occidentale. La nascita della corrente può essere attribuita al supporto che le popolazioni del continente avevano ricevuto in determinate occasioni dai mongoli o più semplicemente sul fatto che circa il 23% del territorio russo appartiene all’Europa, mentre il 77% appartiene all’Asia.

Oggi il Partito Eurasiatico è gestito da Aleksandr Dugin, stravagante filosofo che i media occidentali attribuiscono erroneamente essere vicino al Presidente Putin. Ovviamente non sanno che Putin è solito convocare al Cremlino per confrontarsi tutti i filosofi che esaltino i valori della Patria. Per chi volesse approfondire su queste pagine avevamo già riportato la traduzione dell’intervista a Dugin.

Ma ritorniamo al patto di San Valentino del 1950 e vediamo com’è andato a finire l’accordo siglato dai due partiti comunisti in quel momento storico più potenti al mondo. L’alleanza di San Valentino introdusse nell’immaginario USA una minaccia al mondo libero della portata di un’ecatombe. L’opinione pubblica americane venne talmente traumatizzata che ancora oggi se ne percepiscono i residui.

Tuttavia i leader nordamericani non erano pienamente consapevoli (ora come allora) della fragilità dell’intesa tra PCC di Pechino ed PCUS di Mosca e di quanto sostanziale fosse il risentimento di Mao verso Stalin e poi Krushev. Tantomeno erano a conoscenza del fatto che nell’ottobre 1957 proprio Krushev aveva promesso un prototipo di ordigno atomico ai cinesi in cambio del riconoscimento della leadership sovietica del movimento comunista al termine del programma di aiuti alla Repubblica Poplare Cinese tra il 1959 ed il 1960. Ovviamente stavano mentendo entrambi.

Malgrado il doppio gioco di Mosca in accordo con gli americani per rallentare la Cina, quest’ultima proseguì il proprio programma nucleare ed il 16 ottobre del 1964 testò la sua prima bomba atomica (20 anni dopo la Russia e gli USA) mentre Krushev veniva estromesso dai compagni di partito.

Test atomico cinese del 16.10.1964
Gli USA chiamarono questo test “project 596”

Lo sviluppo nucleare cinese spinse Mosca e Washington nel 1963 a considerare un qualche tipo di intervento nel tentativo di arrestarlo, tanto che nel 1970 il Cremlino contemplò l’ipotesi di effettuare un attacco aereo mirato per distruggere gli impianti nucleari della Cina! Alla faccia dell’amicizia.

Quando Richard Nixon divenne presidente nel 1969, era palese che l’alleanza Sino-Russa era ormai stata svuotata di ogni suo significato. Un pò quello che è accaduto con l’alleanza tra il Partito Comunista Cinese ed il Partito Democratico Americano.

Cambiato il Presidente, il patto si è svuotato di significato. Ecco una delle differenze tra democrazia ed imperialismo: in uno la ruota gira nell’altro no. Notiamo che in Italia pur girando la ruota al governo troviamo sempre i Democratici e questo non ci rende affatto onore mettendoci così al pari della Cina. Per la gioia dei nostalgici di Togliattigrad.

Richard Nixon ed Henry Kissinger

Gli americani già molto spaventati, attraverso il voto chiesero la nomina di Richard Nixon il quale a sua volta spaventato dagli americani nominò Henry Kissinger consigliere alla Sicurezza Nazionale e successivamente Segretario di Stato che programmò abilmente una strategia volta a contrapporre la Russia alla Cina nel perseguimento dell’interesse nazionale americano. Non possiamo escludere che tale idea venne a Kissinger proprio perchè spaventato da Nixon.

Erano gli anni della trasgressione sociale e Kissinger con lavoro sopraffine inventò la diplomazia “triangolare” che venne completamente mandata in fumo da Jimmy Carter che non era esperto di triangoli ma lo era il fratello che lo fece involotariamente silurare grazie alle ammucchiate che faceva con Gheddafi. Onore a Francesco Pazienza.

Carter, sulla base di quanto osservato dal suo consigliere Brezinski, che oggi potremmo collocare nella corrente dei casalini, era un diplomatico che amava le cose “semplici” e nella sua semplicità, appunto, ritenne difficile la gestione della trattativa con Mosca, preferendo più comodo e confortevole tentare un accordo diretto con Pechino.

Questa scelta come abbiamo visto comporterà un terremoto geopolitico e numerose vittime, attuando nel mezzo del conflitto Indocinese il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese con capitale Pechino condannando praticamente all’esilio i nazionalisti cinesi che maledicendo Brezinski dovettero correre a trovare rifugio a Taiwan per non essere fucilati.

Tuttavia Brezinski oltre ad essere buontempone era anche molto fortunato. Tale manovra infatti incrinò talmente tanto i rapporti tra Russia e Cina che quando i primi invasero l’Afghanistan nel dicembre dello stesso anno la Repubblica Popolare Cinese si schierò… contro la Russia! Nuovamente alla faccia dell’amicizia.

A neutralizzare questo colpo di fortuna in successione ci pensò il patriota americano Michail Gorbachev, fino al massacro di piazza Tienamen nel 1989 quando la Repubblica Popolare Cinese venne isolata per poi riavvicinarsi nuovamente grazie all’operosità di una simpatica signora dell’Arkansas, alla quale, evidentemente, da ragazzina non avevano regalato una bambola ma un accendino infatti da grande si è dilettata ad appiccare focolai di guerra nel mondo per poi intervenire immediatamente come pompiera e subito dopo come esattrice, ovviamente sempre affiancata dal fido amico Joe Biden che però sembrava molto più interessato agli hobby da scrivania del marito Bill.

Insomma ad oggi la fisarmonica dei rapporti tra la Cina e la Russia ha smesso di suonare con l’elezione di Trump.

Oggi sentiamo parlare molto dell’amicizia e della leale collaborazione Sino-Russa. Ad ogni trattato che i due leader firmano parte la grancassa mediatica di regime. Per la Russia in realtà sono nient’altro che degli alert lanciati oltreoceano, del tipo “non vi dimenticate di noi” per la Cina invece sono delle vere e proprie minacce del tipo “non vi dimenticherete mai di noi”.

Il sorriso di Pechino

Le dimostrazioni di potere che Xi Jinping non dimentica mai di fare col sorriso, sono dimostrazioni che arrivano fino al Russiagate, boomerang dei democratici probabilmente orchestrato proprio su input di Pechino. Per chi pensa che il Russiagate, chiudendosi con l’assoluzione di Trump non abbia prodotto nessun risultato si sbaglia di grosso.

Pechino è stata così abile da utilizzare una relazione ormai esausta di un partito altrettanto esausto per compiere la profezia di Sun Tzu. Lo conferma il sorriso di Xi Jinping mentre stringe la mano a Vladimir Putin, e Putin che sorride a denti stretti perchè la mano che avrebbe voluto stringere era quella di Donald. Quel Donald compagno di bevute e di serate spassose al cremlino in perfetto stile berlusconiano, uno stile che in Russia è riservato ai veri amici.

Lo stile cinese è più vicino allo stile britannico, celandosi dietro la filosofia ed i falsi sorrisi. Insomma Xi Jinping non è godereccio come Silvio Berlusconi e forse non ama nemmeno la vodka e le belle donne, figurarsi se un russo possa minimamente pensare di ritenerlo un amico!

Fatto sta che i due sono lì, sorridono e firmano contratti di partnership proprio grazie al grande lavoro svolto dai Democratici americani.

Vladimir Putin e Xi Jinping

Il perno dell’equilibrio mondiale oggi è rappresentato dai meccanismi bilaterali di controllo sugli armamenti nucleari, in primo luogo il New Strategic Arms Reduction Treaty tra Russia e USA.

La Cina come al solito non ha sottoscritto accordi e sul nucleare viaggia in modalità autonoma così come ha scelto di fare ad esempio la Francia in Europa.

Una delle particolarità di Pechino che viene ormai accettata come un dogma in occidente è la repulsione alla sottoscrizione di qualsiasi accordo che possa vincolarli in qualche modo, viceversa però imponendo al mondo intero i loro contratti improntati al loro modello di globalizzazione.

I trattati sugli armamenti nucleari sono stati in grado di preservare la pace dal dopoguerra ad oggi ma si reggono su un equilibrio precario e su un principio molto semplice: ogni upgrade di tecnologia militare deve avvenire specularmente per entrambi gli schieramenti.

Non esistono altre opzioni. Questa usanza venne sancita proprio dai ragazzi di via Panisperna che riuscirono – nonostante la personale mancanza di simpatia per i comunisti – ad inviare Bruno Pontecorvo a Mosca tanto più che al suo rientro il povero Bruno per smaltire il viaggio decise di dedicarsi al “sogno americano” e pur non avendo intenzione di mettersi a fare il pasticcere, portò con sé la ricetta della bomba atomica fatta in casa che gli americani faranno poi assaggiare ai giapponesi su Hiroshima e Nagasaki dopo Pearl Harbour.

Ma quanto ci costa il fenomeno della “Cina autonoma”? A giudicare dalle pressanti richieste degli USA ai Paesi Nato di aumentare la spesa per gli armamenti per mantenere il passo con la folle corsa tecnologica cinese sicuramente tanto, circa 250 milioni di euro al giorno e la Russia che sta proprio nel mezzo deve cercare di non perdere i progressi ottenuti ovviamente maledicendo la Cina. Alla faccia dell’amicizia.

Non possiamo tuttavia prentendere la comprensione di fenomeni così complessi ai comitati di accoglienza cinesi a pratica di mare.

In perfetta linea di coerenza con l’unilateralismo sopra descritto, Pechino ha deciso di donare al mondo intero l’utilizzo del 5G che niente ha da invidiare in termini di potenza distruttiva ad una bomba atomica, della quale però stavolta conoscono soltanto loro la tecnologia di comando e di controllo. Un disastro.

Così alla richiesta americana di condividerne il controllo per bilanciare i poteri nello spirito dei trattati nucleari, i cinesi hanno risposto semplicemente alzando il dito medio e premendo sull’acceleratore delle Lobby politiche.

Quindi non meravigliamoci se succedono “cose strane” ultimamente.

Per par condicio ci siamo chiesti semplicemente quali sono le mire espansionistiche della Russia? Quali mercati ha penetrato, quali economie ha compromesso, quali regimi occidentali ha effettivamente manipolato? E siamo andati in fine a cercare il 5G russo scoprendo che non esiste.

Ma quali sono le reali intenzioni di Pechino nell’impiego di questa tecnologia?

Per capirlo prendiamo le dichiarazioni del portavoce ufficiale del ministero degli Esteri cinese Lu Kan rese ad un summit nel 2019 “la Cina ha sempre aderito alla difesa della sua strategia militare, e ha sempre attribuito grande importanza allo sviluppo della difesa per la collaborazione con altri paesi, tra cui ci sono gli USA, ci rendiamo conto che è utile ed è un beneficio la fiducia reciproca per promuovere le relazioni bilaterali e per la stabilità in tutto il mondo”.

Lu Kang ha sottolineato che la Cina e gli USA, come le grandi potenze, hanno una grande influenza nel mondo, e “se tra di loro si forzano ad avere una partnership, hanno la possibilità di ottenere un partner, ma se non sapranno sforzarsi, troveranno un avversario, e allora, senza dubbio, lo avranno“.

Ora cerchiamo di capire qual’è il concetto di Partnership per i Cinesi: il 5G non vogliono condividerlo, non sottoscrivono accordi per il controllo delle armi nuceari, esportano eageratamente più di quanto importano, utilizzano il disavanzo di valuta proveniente dall’export per effettuare massicci acquisti di titoli il debito pubblico degli stati “clienti” per poi ricattarli tramite manovre speculative, non hanno aderito ai protocolli di Kyoto contribuendo massicciamente all’inquinamento globale, effettuano Dumping Commerciale, sfruttano la manodopera in violazione dei diritti umani, non dispongono di un sistema democratico essendo un regime a partito unico, non hanno la benchè minima trasparenza bancaria, nom hanno una magistratura indipendente e così via, verso il sorriso di Pechino.

Sulle nostre tavole o nei nostri negozi abbiamo cercato prodotti russi ma ironia della sorte abbiamo trovato solo quelli cinesi.

Le nostre fabbriche hanno chiuso lasciando una marea di discoccupati delocalizzando in Russia… oppure in Cina? La risposta la conosciamo tutti. C’è da dire che un russo non comprerebbe mai un prodotto italiano fabbricato in russia perchè sarebbe palesemente un falso, cosa ben diversa di quanto accade in Cina dove i brand vengono sistematicamente clonati, industrializzati e distribuiti intossicando i mercati di mezzo mondo.

E’ il classico esempio di gurra commerciale adottato per la prima volta nell’era moderna da un signore la cui stabilità mentale è stata più volte messa in discussione e che decise di invadere la Polonia facendo poi acquistare ai cittadini prodotti spacciati per polacchi ma che in realtà erano fabbricati in Germania. Lo scenario concreto sopra rappresentato è causato in maggior parte dall’effetto delle sanzioni imposte alla Russia e dalle controsanzioni da quest’ultima adottate.

Cosa accadrebbe se l’UE decidesse di revocare le sanzioni alla Russia? Semplice, un risorgimento economico perchè le economie dei paesi della zona euro e quella Russa sono perfettamente complementari. Ciò che manca uno lo ha l’altro e si darebbe vita ad un processo di rinascita economica senza eguali nella storia d’Europa, persino più del commercio dei tulipani olandesi!

Ma se non possiamo aprire il mercato alla Russia perchè la complementarietà da parte loro sarebbe la fornitura di tecnologie hardware, software, e di armamenti, ci chiediamo per quale ragione tale facoltà sia stata lasciata concessa a Pechino che esegue ancora la pena capitale negli stadi da calcio come fosse un evento sportivo ed oggi brandisce il 5G come strumento di controllo globale.

La risposta si trova nel volere dei Democratici USA e del Deep State che non si è sono mai sganciati dalla mentalità della guerra fredda. L’intuizione dei cinesi è stata proprio questa: spingere e fomentare il conflitto USA-Russia per distogliere l’attenzione e realizzare il sacco americano. E ci sono riusciti.

La strategia cinese è stata quella di soffocare gli allarmi dell’intelligence americana sulle operazioni cinesi sul suolo americano con la russofobia.

La Cina ha il secondo budget militare dopo gli Stati Uniti, il più grande esercito, la terza aviazione del mondo e una marina di 300 navi tra cui almeno 60 sommergibili. Ma nel doppio mandato Obama nel mondo dei media e della politica americana tutto questo non conta.

L’FBI lanciò il grido d’allarme rimasto inascoltato definendo Pechino “la minaccia più ampia, più impegnativa e più significativa” nel settore controspionaggio.

Il direttore dell’Intelligence Nazionale al tempo di Obama, Dan Coats che denunciò ripetutamente i tentativi cinesi d’impadronirsi di secreti commerciali e scientifici, affermo che “è tempo di decidere se la Russia sia un vero avversario o un legittimo concorrente”. Le perplessità nei confronti di una politica che continua a privilegiare la paura del vecchio orso russo anziché guardare al nuovo nemico orientale non sono una novità.

L’equilibrio tra la Russia e la Cina è molto sottile ed è dettato solamente da condizioni di circostanza. L’ elemento che ben fa comprendere l’artificialità dell’alleanza quanto la sua fragilità è dato dal fatto che stiamo parlando di due stati profondamente nazionalisti che hanno entrambi la smania del predominio sul globo. Il nazionalismo è così tanto radicato nei due stati dal partito unico che antepongono il valore di Patria alla famiglia, agli affetti ed alla vita stessa.

In Russia un bambino nato nel primi giorni di marzo è stato chiamato dai genitori Covid. Alla domanda del giornalista sulla stravagante scelta, il padre ha risposto che il nome è stato assegnato in onore di un fenomeno che è stato in grado di sottomettere il mondo intero e di piegarlo alla sua volontà.

Figurarsi se il russi abbiano la benchè minima idea di piegarsi ai cinesi, da sempre da loro considerati un popolo dalle usanze strane, a prescindere dal rispetto per la Cina Imperiale.

Possono quindi due stati culturalmente impregnati di nazionalismo essere fedeli alleati? La risposta è senz’altro negativa, e la storia in questo ci è testimone. Se la Germania avesse vinto la seconda guerra mondiale in successione avrebbe provveduto a massacrare prima i giapponesi e poi gli italiani per azzerare ogni possbile forma di minaccia, per dirla in gergo tecnico.

Russia e Cina Continuano a spiarsi vicendevolmente in attesa del giorno in cui, approfittando di una debolezza sistemica degli Stati Uniti uno dei due possa avere il sopravvento. E’ chiaro che i Russi possono trarre un forte vantaggio dalle informazioni carpite ai cinesi.

Proprio per tale ragione la Russia, in chiave anticinese ha supportato la candidatura di Donald Trump.

Si gioiva al Cremlino per il disgelo, per la nascita di un nuovo interlocutore, The Donald, colui il quale è stato incaricato dalla provvidenza in patria al contenimento dello strapotere cinese facendolo rientrare nei confini geograficamente assegnati. Ci hanno pensato di democratici a tutelare gli interessi cinesi riavvicinandoli alla Russia perchè non c’è Cina senza Russia che possa vincere la partita globale.

Ma state tranquilli che la Russia ha ben compreso che l’obiettivo cinese successi o agli americani saranno proprio loro, così come è la Russia è consapevole del fatto di essre in grado di contenere militarmente gli Stati Uniti con i quali gli equilibri sono ben consolidati in un reciproco ricorrersi nella corsa agli armamenti dal 1945 e che sarebbe cosa ben diversa doversi trovare ad affrontare la bestia Cinese che utilizza armi non convenzionali come l’economia travestita da cavallo di troia per arrivare al controllo dell’establishment politico dei Paesi, piegandoli al suo servizio.

Si badi bene che l’impalcatura russa si regge sul sistema di foraggiamento agli oligarchi molti dei quali Kazaki che si stanno affrettando a riconvertire il proprio sistema economico basato solo sull’estrazione di materiale energetico e ben sanno anche loro che non potranno competere con la sopraffine opera di penetrazione cinese lenta ma costante spalleggiata dagli enormi flussi di denaro della Bank of China. I Kazaki diversamente dagli italiani guardano alle future generazioni e mai si sognerebbero di ipotecarlo per commercio.

In questi giorni alla casa bianca si stanno nominando i nuovi ispettori generali che avranno il compito di controllare l’esatto impiego dei fondi stanziati per la crisi da Sars-Cov2, mentre la Bank of China si avvale del controllo di organizzazioni molto poco convenzionali.

All’esplosione del fenomeno “Coronavirus” il sentimento anticinese sta dilagando in Russia che è stata tra le prime nazioni dell’oriente a chiudere ermeticamente i confini con la Cina. Il governo si è ben guardato dal “tentennare” e da esternare dichiarazioni di affetto.

Atteggiamento tipico da alleati? Proprio non si direbbe. I cinesi non hanno una religione perché il partito lo vieta, non hanno un’etica perché il partito lo vieta. Ciòche il partito non vietà è il desiderio di conquistare il Globo replicando il verbo da egli stesso promanato.

I rapporti geopolitici cinesi in chiave di approvvigionameto energetico

La Russia grazie alle sanzioni si è ritrovata costretta a rifornire numerosi segmenti di mercato sui quali ha carenza attraverso i corridoi commerciali cinesi e la Cina ha scoperto che senza la Russia non riesce a soddisfarre il fabbisogno energetico nazionale anche in considerazione delle problematiche in corso sul piano internazionale con l’Iran con il quale la Russia ha rimodulato i rapporti in modo da mantenere stabile il ben più importante rapporto con Israele.

Trump che ricordiamolo è stato eletto grazie al supporto di Israele sul territorio americano, come prima operazione geopolitica ha tentato il disgelo con la Russia. Perché?

Semplice perchè era stato concordato con Israele che mira a depotenziare la Cina in quanto è l’ultimo stato che tiene in vita la moribonda economia Iraniana e che per altro qualora riuscisse in qualche modo ad uscire dal coma, andrebbe ad invadere lo spazio petrolifero sui mercati anche della Russia, alla quale fanno ben comodo le stringenti sanzioni economiche iraniane.

Non dobbiamo dimenticare tra l’altro il gesto di galanteria operato dalla Russia nei confronti degli americani sulla partita della Corea del Nord, ritirandosi e consigliando al leader supremo di eseguire lo storico incontro al 38° parallelo.

Kim Jong Un e Donald Trump

Il rapporto della Russia con la Cina è rinchiuso in questa storia sopra descritta.

Le esercitazioni militari e tutta la propaganda, compresa la de-dollarizzazione.

Figurarsi se qualcuno si sognerebbe mai di acquistare un immobile in una moneta chiamata Renminbi (moneta del popolo) che viene emessa dalla Banca del Popolo della Cina la cui unità monetaria si chiama yuan che si suddivide in jiao e fen, dove uno yuan si divide in 10 jiao Yuan. Meglio investire in ceci toscani.

La Cina è instabile sotto molteplici punti di vista e l’episiodio del “coronavirus” ne è la prova. Qualsiasi stato potrebbe barare sul debito pubblico avendo i bilanci segretati fino al livello del piccolo comune.

Le proiezioni dei potenziali conflitti

L’incertezza e la precarietà della relazione di alleanza sono anche aggravate dall’assenza di fondamenta ideologiche, sufficienti a cementare durevolmente la convergenza della “strana coppia” in contrapposizione agli USA.

I potenziali conflitti esistenti tra Russia e Cina in Asia centrale sono dovuti al fatto che l’intera area si trova al centro del progetto cinese delle vie della seta, mentre la Russia ha interesse a realizzare e ad approfondire un’Unione Economica Eurasiatica.

L’obiettivo dei due progetti è infatti differente e conflittuale: la Cina intende creare nell’area dell’Asia centrale un corridoio logistico-infrastrutturale che la connetta all’Occidente, verso i mercati europei e mediterranei, mentre la Russia intende creare con l’Unione Economica Eurasiatica, uno spazio economico e un mercato comune sui territori dell’ex URSS, al fine di stimolare gli scambi, favorire la mobilità delle persone e ripristinare parte delle relazioni che si erano lacerate dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

L’altro motivo di potenziale conflitto di medio-lungo periodo tra la Russia e la Cina è il problema demografico, che spinge Pechino a considerare l’espansione esterna verso la Siberia, come la soluzione più logica della sovrappopolazione cinese, ma che dai russi viene vista come l’incarnazione della ‘minaccia gialla’ il ritorno della maledizione cartina geografica della discordia.

L’emigrazione verso la Siberia è accompagnata dal convincimento, diffuso in Cina, che i lavoratori sinora emigrati debbano essere protetti nel loro diritti e interessi, convincimento che, dal punto di vista della Russia, starebbe ad indicare che le autorità cinesi, non solo si limitano a incentivare l’emigrazione, ma che intendono organizzarla, guidarla e proteggerla.

L’intenzione della Cina di proteggerla, infatti, potrebbe divenire tale da rendere inevitabile l’aggressione militare che al pari delle guerra commerciale con gli Stati Uniti rappresentano elementi non prevedibili portatori di incertezza nei futuri rapporti tra Russia e Cina.

Ma ciò che rende particolarmente incerta la relazione di alleanza tra Russia e Cina è l’inconciliabilità dei loro interessi nel breve periodo, a causa della diversità delle condizioni economiche in cui versano. La Russia ha bisogno di vendere materie prime (in particolare energetiche) ed armi, al fine di alimentare la propria economia; tuttavia, il vero problema di Mosca, al di là delle sanzioni, è costituito dalla necessità di diversificare la propria economia (rimasta in gran parte ferma al periodo sovietico), troppo dipendente dalla rendita delle risorse naturali e dall’esportazione di armi.

Le sanzioni hanno indubbiamente peggiorato la situazione interna della Russia, intimorendo gli investitori occidentali ma questo non significa che, in sostituzione di questi ultimi, sia pronta ad intervenire la Cina.

Se nel 2018 la grande potenza asiatica ha rappresentato il principale acquirente delle esportazioni russe di petrolio e di gas, essa non ha la possibilità di espandere ulteriormente le importazioni energetiche dalla potenza confinante, a causa dei limiti dettati dalle carenze infrastrutturali esistenti fra i due Paesi e su questo stanno reciprocamente collaborando.

Nel 2017, il Celeste Impero ha esportato un volume di merci il cui valore è stato pari al 20% del PIL, mentre gli USA hanno rappresentato il suo principale mercato di assorbimento, acquistando circa il 19% delle sue merci.

La Russia fino a tre anni fa ha acquistato solo il 2% delle esportazioni totali della Cina, non può quindi costituire una valida alternativa ai mercati, soprattutto occidentali, che rappresentano la via sicura per il consolidamento e l’espansione del sistema produttivo cinese.

Inoltre, sempre nel breve periodo, vi è un altro potenziale motivo di inconciliabilità degli interessi russi con quelli cinesi. Come è già stato messo in evidenza, una delle due voci delle esportazione della Russia è quella delle armi in svariati Paesi del mondo.

Questo tipo di esportazioni non può, prima o poi, non collidere con l’interesse della Cina a continuare a realizzare il proprio progetto delle vie della seta, finalizzato ad allargare il mercato di collocamento dei propri prodotti manifatturieri, in condizioni di pace e stabilità politica in tutta l’area del mondo; un obiettivo che le esportazioni russe di armi rendono, se non impossibile, fortemente improbabili.

In conclusione, per tutti questi motivi di medio-lungo e di breve periodo possiamo considerare una “mera illusione”, la possibilità che la relazione di alleanza tra Russia e Cina sia destinata ad approfondirsi e a consolidarsi semplicemente perchè hanno visioni differenti del sistema mondo.

C’è da segnalare però un elemento critico. La Russia è una potenza oppressa a differenza della Cina che trova sempre le porte aperte alle sue merci ed ai suoi servizi, quindi mentre la prima vorrebbe cambiare il sistema la seconda vorrebbe semplicemente infiltrarlo, operando un mero “passaggio di quote” erodendo tranche di mercato USA.

Tutto questo ha una validità fino a quando il 5G non entrerà con prepotenza nella vita di tutti i cittadini del mondo e qualora i cinesi decidano di condividerlo con i russi o molto più probabilmente i russi riusciranno ad appropriarsene saggiamente quando la rete globale sarà ormai estesa.

Telesio2

5G e Cybercomunismo: radici e proiezioni sul predominio globale

La tecnologia 5G ed il pensiero unico totalitario del Comunismo oggi incarnato nel PCC di Pechino presentano diverse analogie comuni, sembra infatti che tale tecnologia sia stata creata ad immagine e somiglianza di una visione ideologica imperialistica.

La soppressione della libera manifestazione del pensiero ed i radicali sistemi di controllo e repressione del popolo sono sempre stati delle note specialità dell’ideologia comunista. Lo aveva ben compreso George Orwell che aveva semplicemente proiettato quell’ideologia politica al tempo della società digitale, creando una visione, la cui infrastruttura tecnologica oggi si può osservare cristallizzata nel 5G.

Link al video YouTube di approfondimento.

Lo stesso Whatsapp è stato inventato proprio sull’esperienza del comunismo da un ragazzo di Kiev, Jan Koum che in un’intervista a Forbes racconta “Non avevi bisogno di leggere 1984 di Orwell perché lo stavi vivendo».

Il concetto di monopolio della verità e relativo condizionamento delle facoltà mentali in Russia veniva attuato dalla Pravda, che significa Verità, l’unica ammessa dal Partito. La Pravda – ironia della sorte – venne ideata da Lev Trockij come voce libera da contrapporre alla censura degli Zar. Nessun popolano avrebbe mai potuto immaginare che di fatto sarebbe diventata peggio.

Il tema della Pravda oggi è di grande attualità grazie all’istituzione ed al monopolio del Fact-Checking, ovvero portali web di organizzazioni non governative o società private che stabiliscono in maniera gratuita e praticamente netta, il vero dal falso. Una sorta di setta religiosa della verità che stipendia degli operatori per tale mansione.

Il PCUS di Mosca ha avuto l’onere di finanziare e di formare il PCI Italiano al quale ha trasmesso anche i sistemi di controllo sociale, formazione e gestione del potere che ancora oggi sono egregiamente esercitati dai quadri dirigenti del Club Politico che ha inglobato il disciolto PCI e la DC, attraverso la “gestione” sopraffine del settore dell’informazione.

La Pravda in Italia si basa sui “portatori di interessi” ovvero multinazionali, gruppi o famiglie che detengono l’azionariato delle società della galassia dei media e della carta stampata, che legano il fenomeno ideologico al fenomeno economico, facendo rete con i movimenti ed i partiti politici.

Mentre in Italia la Pravda è di gruppi finanziari privati, in Cina è ancora del Partito Comunista Cinese.

Con la disfatta del PCUS sovietico il PCI italiano, non vedendo più un rublo arrivare è dovuto andare alla ricerca del nuovo finanziatore che nell’era del capitalismo non poteva che non essere privato. “The future is private” dice spesso Mark Zuckerberg.

Le Multinazionali che foraggiano la politica, per la precisione sono stati paralleli dotati di propri servizi informativi, propri giornali, proprie reti televisive, proprie banche, proprie braccia operative denominate contraddittoriamente ONG.

Le multinazionali non possono sopravvivere senza entrare in simbiosi con la politica le cui scelte si ripercuotono istantaneamente sugli introiti delle stesse.

L’inganno del nome

Il nome potrebbe trarre in inganno, la quinta generazione delle telecomunicazioni (5G) non è un’evoluzione della quarta (4G) ma si tratta di uno strumento completamente diverso e rivoluzionario.

Riuscirà infatti a trasformare ogni singolo dispositivo il un piccolo ripetitore che dialogherà autonomamente facendo anche da ponte con tutti gli altri ad una velocità duecento volte superiore a quella attuale.

In pratica tutto ciò che contiene una scheda elettronica sarà connesso alla rete 5G: elettrodomestici, smartwatch, automobili, caldaie, frigoriferi, sistemi di sicurezza, server di qualsiasi tipo e così via che diverranno così un sistema di ricetrasmettitori che copriranno ogni angolo di terra abitata dall’uomo.

Quindi la prima analogia tra 5G e PCC è l’interconnessione e l’interattività, ovvero la capacità di ricevere e trasmettere dati ed informazioni ad altri sulla base di esigenze autonome, un pò come avviene tra gli esseri umani. Cosa che con il 4G non era possibile fare perché il “dialogo” avveniva solo tra dispositivo e ripetitore ed al massimo con i dispositivi raggiungibili dal Wi-fi o dal Bluetooth.

La seconda analogia è individuabile nella coscienza. Ovvero dalla proiezione futura dell’utilizzo della tecnologia su scala globale in coerenza con i processi storici che hanno portato alla formazione del pensiero unico di Pechino.

Parliamo del processo di globalizzazione interno subito dalla Cina, oggi unico al mondo nel suo genere. Una sorta di regime totalitario naturalizzato per ragioni storiche. Vediamo perché.

L’eccezione cinese

Gli USA sono un melting pot unificato da poco e che contiene centinaia di lingue e gruppi etnici e la Russia un tempo nulla più che uno staterello slavo attorno a Mosca, passò agli Urali solo nel 1582 inglobando da quella data fino al XIX secolo decine di popoli non slavi, molti dei quali mantengono ancora oggi cultura e tradizioni. L’India, l’Indonesia ed il Brasile sono creazioni (o ri-creazioni nel caso dell’India) politiche recenti che ospitano ripettivamente 850, 670 e 210 lingue.

La grande eccezione è rappresentata dalla Cina, la nazione più popolosa al mondo che oggi appare monolitica dal punto di vista politico, culturale e linguistico. Era già unita nel 221 a.C. ed è rimasta tale per quasi tutti i secoli successivi. Dalla prima apparizione della scrittura, in Cina si è sempre usato un solo sistema, mentre in Europa si sono visti decine di alfabeti. Su un totale di un miliardo e cinquecento milioni di cinesi, più di 800 milioni parlano il mandarino, la lingua che ha di gran lunga il maggior numero di parlanti al mondo, altri trecento milioni utilizzano idiomi così simili tra di loro e al mandarino che la comprensione reciproca è del tipo di quella tra spagnolo ed italiano.

Non solo, la Cina non è un crogiolo di etnie e culture, ma la stessa domanda “come la Cina divenne cinese” sembra assurda; la Cina lo è sempre stata, quasi dall’inizio della sua storia scritta. I cinesi del nord e quelli del sud sono profondamente diversi, molto più della differenza che potrebbe intercorrere ad esempio tra svedesi ed italiani, così come le marcate differenze climatiche.

La quasi unità linguistica della Cina è inaspettata se confrontata alla disomogeneità di altre parti del mondo in cui l’uomo si è insediato da meno tempo. La Nuova Guinea che è grande un decimo della Cina è stata abitata per soli quarantamila anni ed ospita un migliaio di lingue diverse in decine di gruppi dalle differenze assai più marcate di quelle presenti tra le otto famiglie cinesi.

L’Europa occidentale nei 6/8mila anni dall’arrivo degli indoeuropei ha fatto in tempo a trovarsi con una quarantina di lingue tra cui possono esistere differenze notevoli, come tra inglese, finlandese e russo.

La Cina è abitata da almeno cinquemila anni: che cosa è successo alle decina di migliaia di lingue che devono essere sorte sul territorio in tutto questo tempo? La risposta è che la Cina era un coacervo di etnie ma al contrario di molte altre regioni è stata unificata assai presto.

Questo processo di “sinificazione” comportò la drastica omogenizzazione di una vasta area e la ripopolazione del sud est asiatico, ed ebbe importanti ripercussioni sul Giappone, la Corea e forse anche l’India.

Ecco perché la globalizzazione è un expertise cinese e tale resterà.

Gli errori del passato

La storia della Cina è la chiave per comprendere la ratio imperialista del presente che si ripercuote inevitabilmente anche nella concezione e nello sfruttamento delle innovazioni tecnologiche, le origini di questo ardente desiderio di imporsi a livello globale.

Indubbiamente se avesse voluto utilizzare la mentalità britannica, la Cina intorno al 1400 avrebbe potuto conquistare il mondo in un soffio. Ma la storia è fatta di occasioni mancate dovute a visioni limitate del tempo.

Proprio su quelle mancanze e su quelle limitazioni la nomenklatura comunista cinese nell’era contemporanea ha inteso riparare agli errori del passato, progettando l’assalto al globo, in rigoroso silenzio e senza sparare un colpo, utilizzando il vantaggio tecnologico. E non è l’unico stato al mondo impegnato su questo fronte.

Per comprendere di cosa stiamo parlando, vale qui la pena di ricordare la storia dell’imperatore Zhu Di che aveva scelto come nome imperiale “Yongle” che significava gioia durevole e che ordinò la più grande spedizione marittima mai realizzata nel passato, che sarebbe rimasta ineguagliata anche nel futuro.

In soli tre anni riuscì a varare 1.500 giunche molte delle quali giganti di oltre 150 metri fuori tutto, al limite della possibilità cantieristica in legno.

Erano circa nove volte più lunghe delle Caravelle con le quali Colombo circa novant’anni più tardi avrebbe attraversato l’Atlantico. Gli equipaggi numeravano 27.800 uomini, si pensi che l’Armada de Molucca con cui Magellano circumnavigò per primo il globo oltre un secolo dopo (1519-1522) constava di cinque navi e 260 uomini. (ne tornarono a casa solo 18, su una sola nave, la Vittoria).

Ebbene lo scopo della missione non era la conquista militare perché i cinesi considerandosi culturalmente superiori a tutto il mondo, abitanti in un impero allora quasi vuoto nella sua vastità, non erano interessati a stabilire colonie fra i popoli arretrati. Lo scopo era esclusivamente di inaugurare relazioni commerciali e diplomatiche con i “barbari” e condurre ricerche geografico-scientifiche.

Ma i cinesi al tempo arrivarono fino al Mozambico instaurando un traffico di merci impressionante, ovunque ricorressero le condizioni per installare empori di merci cinesi, dalle porcellane alle seterie da scambiare con le spezie e le altre materie prime tropicali. Una rete commerciale che l’imperatore puntava a rendere permanente.

Tutti sappiamo che se ci fosse stato il partito comunista al posto dell’imperatore le cose sarebbero andare diversamente, lo stiamo vedendo con le diverse installazioni militari cinesi nei luoghi strategici come ad esempio è avvenuto a Gibuti piuttosto che sulle isole artificiali nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale ed Orientale che di certo non servono per preservare le relazioni commerciali.

Per non parlare del tentativo di far introdurre nel sistema legislativo di Hong Kong una norma volta all’ottenimento da parte di Pechino dell’estradizione per i cittadini dell’Isola, troppo spesso portatori di un pensiero dissidente da quello del regime di Pechino.

Che lingua parla il 5G?

Il 5G parla una lingua comprensibile solo ai Cinesi che ne detengono i codici sorgente, i brevetti i segreti industriali e di condividerlo con il resto del mondo non ci pensano lontanamente. Infatti al di là di qualche proclamo non sono andati.

Quindi immaginate di ascoltare una persona che vi sta parlando ma non esiste a voi un modo conosciuto per tradurre le sue parole, viceversa lui è in grado di carpire ogni vostro singolo gesto.

E’ possibile sapere un cittadino all’opposto del globo se si trovi in piedi o seduto, se stia dormendo… dove si trovi, di cosa stia parlando, se parli male di Pechino ad esempio e così tutto il contenuto delle proprie conversazioni che di fatto contengono il proprio pensiero, le proprie abitudini, le proprie propensioni.

Tutti questi dati una volta contestualizzati sono in grado mediante l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale di elaborare modelli di analisi predittiva.

Stiamo parlando della possibilità di sapere ciò che accadrà, prima che accadrà. Ciò sarà reso possibile anche grazie agli elaboratori quantistici che molto probabilmente sono già in esercizio a Pechino.

Di fatto il 5G così come è impostato, renderà possibile – ai cinesi che ne controllano la tecnologia – di prevenire l’esito di consultazioni elettorali, l’esito delle vendite di un determinato prodotto, il colore dell’autovettura che il soggetto x oppure la massa di soggetti x di quella città andrà ad acquistare e così via.

In pratica il 5G è l’ipoteca sul futuro del mondo democratico nelle mani di una nazione che di democratico non ha praticamente nulla.

Il problema dello sbilanciamento di potere

Ci troviamo innanzi ad un classico esempio di sbilanciamento di poteri che si ripercuote a livello globale, innestando dei fenomeni di frenetica corsa per il riequilibrio che impiega qualsiasi strumento e qualsiasi arma – convenzionale e non – che le menti più raffinate, deputate a tale incombenza arrivino ad elaborare.

Il Presidente Cinese, di fatto è l’unico a possedere la chiave di accensione e spegnimento di questa tecnologia, il segreto industriale la capacità di imporre in che modo gestire l’enorme flusso dati che transiterà sull’infrastruttura tecnologia di Pechino.

Come andrà a finire la partita sul 5G?

In molti oggi hanno dato vita a strane correlazioni tra il 5G ed il Sars-Cov2.

Ovviamente la tecnologia del 5G con il virus Sars-Cov2 come causa scatenante non c’entra assolutamente niente, tuttavia possiamo però prendere in considerazione ed analizzare il fenomeno come causa-effetto.

Stiamo parlando di come i danni causati dalla pandemia andranno ad influire sulla radicalizzazione della tecnologia.

Anzitutto, bisogna porre molta attenzione sull’utilizzo del termine “complottismo” e sulla genesi di questo aggettivo.

Il termine nella sua accezione moderna venne ripreso dal brillante J. Edgar Hoover come arma potente ideologica per mettere a tacere l’opinione pubblica in quanto voci sempre più insistenti lo additavano come possibile mandante dell’assassinio di J.F. Kennedy.

Che gli americani non siano fessi lo abbiamo appurato osservando i filmati delle lunghe file per l’acquisto di armi da fuoco alla notizia che il Sars-Cov2 avrebbe di lì a poco invaso gli USA.

Al secondo emendamento la Costituzione Americana recita “essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere infranto“. Quindi i padri costituenti hanno voluto garantire ai cittadini il diritto al possesso di armi per prevenire un Golpe.

Nessuna forza di polizia o esercito potrebbe fronteggiare 327,2 milioni di cittadini armati.

Gli stessi dubbi che hanno quindi assalito gli americani sull’arrivo del virus, devono aver assalito all’epoca i cittadini americani che si chiedevano come avrebbe mai potuto un uomo solo sebbene ex militare e con problemi psichici piantare un proiettile nel petto dell’uomo più protetto al mondo, per poi essere a sua volta ucciso sotto la custodia della stessa FBI.

In realtà il termine viene da lontano. Il primo a parlarne fù Charles Beard, i cui scritti più noti mettevano fortemente l’accento sul ruolo nefasto delle varie cospirazioni attraverso le quali l’élite ha influenzato la politica statunitense, a profitto di qualcuno e a spese dei più, con degli esempi che, partendo dalla più antica storia degli Stati Uniti giungono fino alla partecipazione alla Prima Guerrra Mondiale.

Evidentemente i ricercatori non hanno mai sostenuto che tutti i più importanti avvenimenti storici avessero delle cause nascoste, ma ammettevano che per qualcuno di essi fosse così, e cercare di indagare su questa possibilità veniva considerato un impegno accademico perfettamente onorevole.

Successivamente Karl Popper, ha presentato obiezioni ampie e molto teoriche alla stessa possibilità che cospirazioni di alto livello possano verificarsi, affermando che sarebbe difficile metterle in opera, tenuto conto della fallibilità degli agenti umani; quel che può sembrare un complotto, è in realtà da attribuirsi all’opera di attori individuali che perseguono obiettivi personali. Più importante ancora, Popper considerava le « credenze complottiste » una malattia sociale estremamente pericolosa, un fattore imprescindibile nell’affermazione del nazismo e di altre ideologie totalitarie mortali.

Strauss, uno dei fondatori del pensiero neo-conservatore moderno, era altrettanto severo nei suoi attacchi contro le analisi complottiste, ma per ragioni opposte. Nel suo modo di vedere le cose, le cospirazioni delle élite sono assolutamente necessarie e vantaggiose, una difesa sociale fondamentale contro l’anarchia o il totalitarismo, ma la loro efficacia dipende evidentemente dalla possibilità di tenerle nascoste agli occhi indiscreti delle masse ignoranti.

Il suo problema, con le « teorie del complotto », non era che fossero necessariamente false, ma piuttosto che potevano essere veritiere e, di conseguenza, la loro diffusione potenzialmente disturbava il buon funzionamento della società.

Dunque, per autodifesa, le élite hanno bisogno di sopprimere attivamente o, almeno, ostacolare le ricerche non autorizzate sulle presunte cospirazioni.

Così, grazie alla combinazione del pensiero di Popper e di Strauss, la tendenza statunitense tradizionale a considerare le cospirazioni delle élite come un fatto reale ma nefasto della nostra società è stata progressivamente stigmatizzata come paranoica o politicamente pericolosa, dando base alla sua esclusione dal discorso rispettabile.

Ora ricordiamo tutti le scene convulse di quei giorni alla fine del 2019 in cui si assiteva allo sfondamento delle porte degli appartamenti dei medici e degli arresti dei medici di Wuhan che su WeChat nell’interesse dello stesso stato cinese ed in aderenza al giuramento prestato si erano permessi di parlare di un pandemia in atto.

Li Wenliang il medico eroe venne arrestato, insieme a sette colleghi, all’inizio del contagio per aver diffuso “voci false”, quando le autorità locali sminuivano il virus. Poi riabilitato dalla Corte suprema poco prima che morisse proprio di Covid19. A Pechino è già un eroe nazionale, simbolo della lotta contro i silenzi del governo.

Teniamo bene in mente questo nome e questa figura perché passata la tempesta sarà il catalizzatore delle proteste che andranno a creare non pochi problemi al regime di Pechino. E’ stato creato un martire e tutti sappiamo quali sono le conseguenze. In Italia ne abbiamo avuti innumerevoli esempi con le vittime delle organizzazioni mafiose.

Per stemperare il clima teso che si era venuto a creare per gli arresti dei medici, i dirigenti locali del Partito Comunista – successivamente inviati in “missione” nei campi di riso dal Presidente per la gestione fallimentare del fenomeno – organizzarono le famose cene sociali di Wuhan alle quali a parteciparono migliaia di persone, circa quarantamila, così contribuendo all’esplosione dei contagi.

Questa operazione di propaganda ebbe un tale riverbero che l’iniziativa venne persino clonata negli altri Paesi del mondo dove alcuni esponenti dei partiti ideologicamente affini a Pechino hanno ben pensato di emulare le cene sociali in risposta alle proposte di bloccare in via precauzionale le vie della seta cinese.

La parabola tecnologica

Il primo attacco al 5G a dire il vero un pò fiacco venne dalle ONG ambientaliste sostenendo che fosse cancerogeno ma di fatto la mazzata finale gli sarà data dal Sars-Cov2.

Il 5G utilizza le stesse frequenze del digitale terrestre quindi la salute c’entra marginalmente tranne che per il fatto che ogni telefono diventerà un ponte radio e che il 5G sarà messo nei tombini e nei muri.

Il 5G come innovazione tecnologica e come portata per il cambiamento che comporterà negli equilibri geopolitici può essere paragonato alla scoperta della bomba atomica, dove gli italiani è bene ricordarlo giocarono un ruolo primario con i ragazzi di Via Panisperna, che proprio un virtù del bilanciamento dei poteri fecero una puntata Mosca e poi a Washington.

Come abbiamo detto sopra, il codice sorgente di questa tecnologia ad oggi è posseduto solo dai cinesi che non vogliono condividerlo con nessuno questo significa che di fatto, la “bomba atomica” del caso è nelle mani di un solo uomo che ne detta le condizioni.

Immaginate se i ragazzi di via Panisperna non avessero avuto l’accortezza di recarsi in visita preventiva a Mosca, la Russia come la conosciamo oggi probabilmente non esisterebbe. Oppure se si fossero recati prima a Tokyo: l’Enola Gay non sarebbe mai decollato, così come oggi Kim Yong Un detto “ciccio” senza possedere l’atomica probabilmente si ritroverebbe a giocare a carte in quale sotterraneo di massima sicurezza del Colorado. Gheddafi aderì al programma di denuclearizzazione e per ringraziarlo è stato fatto esplodere dai missili dei caccia francesi con tutta la tua casa e chi vi abitava.

Subito dopo il virus, l’odio verso i cinesi e le tecnologie cinesi è salito su Twitter del 900%, causandone l’isolamento dal punto di vista internazionale.

La Cina subirà delle cause penali internazionali di miliardi e miliardi di dollari per aver occultato il virus nei primi due mesi di contagi, cosa per altro vietata dal protocollo OMS che è stato sottoscritto dalla stessa Cina che addirittura fece arrestare i medici.

Tutti questi fattori combinati, formeranno una miscela corrosiva che porterà la Cina all’angolo delle trattative rendendola “ragionevole”, facendola scendere a compromessi per la condivisione della tecnologia con il resto del mondo.

Non ci sono altre possibilità. Internamente la pscicopolizia cinese sta facendo arresti a tutta forza ma ormai il risentimento verso il PCC è stato accesso e non si sa quanto tempo ci metterà a placarsi, tenuto conto che viene anche alimentato dall’esterno sul modello Hong Kong.

Lo stesso Commonwealth oggi lancia pesanti accuse dalle colonne del Guardian all’indirizzo di Pechino, e gli inglesi che di colonizzazione tecnologica se ne intendono non possono permettere che programmi costati miliardi di dollari come Echelon e la Five Eyes, diventino di colpo obsoleti.

La stessa Five Eyes non accetterà mai una colonizzazione “passiva” operata a mezzo informatico, basti pensare che il Regno Unito, capofila dei progetti per non subirla è persino uscita dalla UE.

In pratica gli scenari che si vanno delineando per Pechino sono essenzialmente i seguenti:

  • una lentissima diffusione del 5G, in attesa di una tecnologia alternativa occidentale (ostacolata anche dal fatto che molti dispositivi tipo l’iPhone 12 non la integreranno);
  • la leva ecologica ovvero il brevetto di una tecnologia alternativa meno dannosa per l’ambiente e per la salute umana
  • la condivisione del 5G con il resto del mondo entrando come player alla parti con le altre potenze occidentali.

Marco Polo Hub

Trump vs Deep State: la resistenza dell’ultimo Patriota

Prosegue l’impressionante lotta del Presidente Trump contro le cavallette Dem che controllano il Deep State e favoriscono le politiche globaliste cinesi. Molti round della battaglia sono stati vinti dai Democratici che sono riusciti ad allontanare nuovamente un ricongiungimento USA – Russia in chiave anticinese. Ma la guerra non è perduta.

Hillary Clinton, Xi Jinping, Joe Biden

Il Presidente viene inoltre attaccato su Twitter da David Rothschild, che lo invita a subire in silenzio le politiche monetarie della FED perché ogniqualvolta il Presidente lancia qualche comunicato i mercati iniziano a ballare.

David è il rampollo della nota famiglia di banchieri pro-global ed ultra liberali e detengono il controllo della Federal Reserve Bank che non è una banca del governo federale degli Stati Uniti, ma un consorzio privato di banche dominato da sempre dalla dinastia Rothschild.

La Fed fondamentalmente come la BCE dirige la politica monetaria del dollaro ed ha il potere di battere moneta che poi viene prestata agli USA, ricavandone interessi sul prestito.

Il presidente Trump ha deciso di licenziare l’ispettore generale della comunità dell’intelligence le cui azioni hanno di fatto comportato la procedura di impeachment conclusasi in una bolla di sapone.

La notizia è arrivata contemporaneamente all’annuncio da parte del Presidente di nominare un supervisore indipendente per i $ 500 miliardi alle aziende per la crisi pandemica ed ha informato il Congresso di voler procedere con le nomine di altri ispettore generali, incluso uno che avrebbe suggerito al Presidente un sistema efficace per controllare come saranno spesi i $ 2 trilioni in aiuti al coronavirus.

L’ondata di annunci è arrivata a tarda notte mentre l’attenzione del mondo è concentrata sulla di coronavirus, mettendo in luce la guerra di potere sugli ispettori generali alla casa bianca e dei funzionari indipendenti la cui missione è sradicare rifiuti, frodi e abusi all’interno il governo.

La scelta di Trump di licenziare l’ispettore generale della comunità dell’intelligence, Michael K. Atkinson, è motivata dalla perdita di fiducia, secondo quanto ha scritto in una lettera ai leader dei due comitati dell’intelligence congressuale senza fornire ulteriori spiegazioni.

Come nel caso di altre posizioni in cui io, in qualità di presidente, ho il potere di nomina, con e con il consiglio e il consenso del Senato, è fondamentale che io abbia la massima fiducia nei nominati che fungono da ispettori generali, “Ha scritto Trump. “non è più il caso di questo ispettore generale.

Il presidente ha discusso a lungo del suo desiderio di licenziare diversi ispettori generali e ha parlato con gli aiutanti del suo desiderio di estromettere il signor Atkinson dallo scorso autunno, dichiarando sleale l’ispettore generale perché ha cercato di condividere informazioni con il Congresso sugli sforzi del presidente per spingere l’Ucraina a fornirgli vantaggi politici personali.

Il destino del signor Atkinson è stato segnato dopo la fine del processo con l’accusa di impeachment, ha detto un funzionario dell’amministrazione Trump, che ha chiesto di restare anonimo.

Secondo la legge che ha creato la posizione dell’ispettore generale per la comunità dei servizi segreti, il presidente può rimuovere quella persona solo un mese dopo aver informato le comunità dei servizi segreti delle sue intenzioni e delle sue motivazioni.

Per evitargli di prestare servizio per un altro mese, la Casa Bianca ha comunicato ad Atkinson che sarebbe stato messo in congedo amministrativo, secondo e secondo gli esperti in materia, la mossa elude efficacemente la protezione di 30 giorni mettendolo immediatamente alla porta.

Il funzionario amministrativo che ha collaborato per la stesura di questo articolo e che ha chiesto di rimanere anonimo ha descritto la mossa come parte di una strategia più ampia volta a fare pulizia nella comunità dell’intelligence. Di recente il Presidente ha nominato Richard Grenell, l’ambasciatore in Germania noto per il suo conservatorismo combattivo, come direttore ad interim dell’intelligence nazionale, una posizione in cui i presidenti in genere cercano per consuetudine di prediligere funzionari apolitici. Altra nomina importante è stata quella di John Ratcliffe del Texas, per assumere l’incarico in modo permanente.

L’espulsione di Atkinson è arrivata in contemporanea alla nomina di altri cinque ispettori generali, incluso Brian D. Miller, già collaboratore del signor Trump alla Casa Bianca.

Miller ha lavorato come ispettore generale per l’amministrazione dei servizi generali, ma negli ultimi anni ha svolto un ruolo più politico. Tra le altre cose, ha aiutato a rispondere alle richieste di supervisione per i documenti della Casa Bianca durante il processo di impeachment di Mr. Trump. La sua nomina richiede la conferma del congresso.

Trump ha anche nominato un alto funzionario della politica doganale e di protezione delle frontiere, Jason Abend, come ispettore generale del Dipartimento della Difesa.

Trump ha anche nominato tre attuali e ex funzionari del Dipartimento di Giustizia come nuovi ispettori generali presso la C.I.A., il Dipartimento dell’Istruzione e l’autorità della Tennessee Valley.

Il presidente lavora da settimane sull’eliminazione dei funzionari dell’amministrazione percepiti come sleali.

A febbraio, dopo che il Senato controllato dai repubblicani ha assolto il sig. Trump dalle accuse di aver abusato del suo potere e ostacolato il Congresso, il presidente ha estromesso altri funzionari dell’amministrazione che hanno collaborato all’inchiesta sull’impeachment fornendo testimonianze, tra cui Gordon D. Sondland, l’ambasciatore presso l’Unione Europea, e il tenente colonnello Alexander S. Vindman, aiutante del Consiglio di sicurezza nazionale.

La Casa Bianca ha fatto uscire il colonnello Vindman con le guardie di sicurezza, insieme un altro ufficiale dell’esercito che ha anche lavorato nello staff del Consiglio di sicurezza nazionale ma non ha avuto alcun ruolo nell’indagine sull’impeachment, ma sembra essere il fratello del colonnello Vindman.

Atkinson era stato nominato dallo stesso Trump e confermato all’unanimità dal Senato. Già questo avrebbe dovuto insospettire. Il cambio di atteggiamento di Atkinson nei confronti del Presidente e la sua smania di mettere in luce le azioni di quest’ultimo nei confronti dell’Ucraina non sono giustificabili escludendo ipotesi manipolative su quest’ultimo.

I panel Democratici di controllo dell’intelligence ovviamente hanno criticato le azioni di Trump, ovviamente vorrebbero che il Presidente si circondi di elementi infedeli ed inaffidabili a sostegno del giogo Dem.

Il rappresentante Adam B. Schiff, democratico della California e il presidente della House Intelligence Committee, che era il principale responsabile della messa in stato di impeachment, ha chiamato i licenziati “morti della notte” sparando nel mezzo di un’emergenza nazionale “l’ennesimo tentativo palese del presidente di attentare all’indipendenza della comunità dell’intelligence e di porre in essere ritorsioni contro coloro che hanno il coraggio di esporre illeciti presidenziali “. Ma l’intelligence non dovrebbe essere al servizio dell’interesse nazionale e del Presidente? Secondo i Democratici invece il suo impiego ideale sarebbe contro il Presidente.

Il senatore Mark Warner della Virginia, democratico di spicco della Commissione Intelligence del Senato ha dichiarato: “Il lavoro della comunità dell’intelligence non ha mai riguardato la lealtà verso un singolo individuo; si tratta di proteggerci tutti da coloro che desiderano fare del male al nostro paese. Dovremmo essere tutti profondamente turbati dai continui tentativi di politicizzare le agenzie di intelligence della nazione“. Curioso il fatto che la comunità d’intelligence nel corso dei due mandati Democratici sotto Obama Clinton non abbia mai proferito parola sullo smantellamento dell’economia USA ad opera di Pechino e non abbia mai avuto alcun contrasto con quella corrente politica.

Il 12 agosto, il sig. Atkinson ha ricevuto una denuncia da parte di un funzionario della comunità dell’intelligence che sosteneva che il sig. Trump stava abusando dei suoi poteri sulla politica estera per fare pressioni sull’Ucraina per annunciare indagini che gli avrebbero potuto portare benefici politici personali, anche tramite agli aiuti militari promessi a Kiev.

Secondo una legge federale sugli informatori, se l’ispettore generale della comunità dell’intelligence stabilisce che tale denuncia presenta un profilo di “preoccupazione urgente”, l’Ufficio del direttore dell’intelligence nazionale “deve” rivelarla al Congresso. In una lettera del 26 agosto al direttore di allora, Joseph Maguire, Atkinson dichiarò che la denuncia “sembra credibile” e soddisfaceva tale standard.

L’amministrazione Trump ha comunque rifiutato di inviare le informazioni ai legislatori, ma in seguito ha invertito la rotta sotto pressione politica. Era verosimile che gli autori della stessa denuncia stavano anche esercitando pressioni dall’esterno per la comunicazione al Congresso. Il tentativo iniziale di nascondere ciò che il signor Atkinson stava cercando di dire ai legislatori ha aumentato drasticamente l’attenzione sul comportamento del sig. Trump nei confronti dell’Ucraina, avviando così il procedimento di impeachment.

Il signor Atkinson ha anche protetto l’identità del denunciante, riferendo in una missiva al signor Maguire che il nome del funzionario dell’intelligence gli era noto ma non aveva intenzione di rivelarlo, come la legge gli consente di fare. Alcuni alleati del presidente hanno ripetutamente tentato di rivelare pubblicamente il nome dell’informatore mentre l’inchiesta sull’impeachment procedeva.

Durante l’inchiesta, il sig. Atkinson ha testimoniato davanti al comitato di intelligence della Camera in una sessione a porte chiuse su ciò che sapeva, anche se altri funzionari dell’amministrazione hanno rifiutato di collaborare.

Il signor Trump ha comunicato ai legislatori nella sua ultima missiva che avrebbe successivamente presentato un candidato in sostituzione del signor Atkinson che presenti i requisiti di piena fiducia e qualifiche appropriate. Un funzionario dell’intelligence ha affermato che Thomas A. Monheim, il consigliere generale della National Geospatial-Intelligence Agency, fungerà da ispettore generale.

Su Twitter, Andrew P. Bakaj, un avvocato che ha rappresentato l’informatore, ha rapidamente etichettato il licenziamento come “ritorsione”.

La tensione causata dalla pressione del Deep State sul Presidente si ripercuote sul sistema nervoso della Casa Bianca rappresentante dagli ispettori generali. La sedia di Atkinson scotta, tanto che il suo predecessore Charles McCullogh affermò che aveva pochi oggetti personali nel suo ufficio perché temeva di poter essere licenziato in qualsiasi momento.

non è un lavoro per i deboli di cuore – è un lavoro pericolosi per chiunque non sia un vero esperto“, ha dichiarato McCullough.

Fonte

Il ruolo decisivo del pepe per la nascita delle crociate

Quando l’esercito dei Goti guidato da Alarico saccheggiò Roma nell’estate del 410 A.C., Gerolamo che poi divenne santo scrisse “si è spenta la luce più viva del mondo, se può perire Roma, cos’altro ci resta di sicuro?”. Una visione contrapposta invece era data da quegli autori cristiani che videro nella fine dell’Impero Romano un tempestivo intervento divino per salvare l’umanità dal paganesimo.  Recentemente uno storico economico inglese, evidentemente sensibilizzato dal gravoso sistema di tassazione prevalente oggi nel Regno Unito ha interpretato la caduta di Roma come un provvidente evento liberatorio per milioni di europei gravati ormai da tributi insostenibili. Cosa che peraltro sta accadendo con l’Unione Europea…

Sulle cause della caduta dell’Impero Romano vi sono innumerevoli tesi ricorrenti.

Per alcuni il declino dell’agricoltura ed il diffondersi del latifondo, la caduta della fertilità piuttosto che l’affermarsi dello stato burocratico-assistenziale, per un sociologo americano invece la reale causa sarebbe ascritta all’avvelenamento da piombo della classe aristocratica romana.

In realtà non è stato un singolo elemento a decretare il passaggio epocale bensì l’insieme degli elementi che hanno concorso al risultato finale. Nell’Europa contemporanea e più marcatamente in Italia sono presenti tutti gli elementi tipici del declino che contribuirono alla fine del tempo degli imperatori. La bassa natalità, l’eccesso di burocrazia, il trasferimento del potere da quello esecutivo a quello giudiziario alienando il potere legislativo al parlamento, non ci siamo fatti mancare nulla, persino l’avvelenamento da piombo dell’antica roma oggi è riconducibile al Sars-CoV2.

Ponendo in serie tutti questi elementi come una sorta di mega addizione, il risultato finale renderà comprensibile l’imminente declassamento del rating italiano ed i mal di pancia dei mercati finanziari. Tuttavia nessuna risposta valida è arrivata sul versante del PIL che dall’introduzione dell’euro in Italia è crollato vertiginosamente.

L’ultimo baluardo delle PMI italiane era il famoso “assegno trasferibile” che consentiva di scambiare beni e servizi senza mettere mano al portafoglio, costituendo una sorta di credito virutale che dopo vari passaggi e qualche mese veniva incassato, lasciandosi alle spalle gli utili generati dalle merci che nel frattempo erano già state rivendute comprensive del relativo guadagno. Evidentemente il fatto di non doversi obbligatoriamente indebitare con le banche per operare nel settore del commercio ha fatto irritare qualche burocrate che prontamente è stato ascoltato dal governicchio di turno arrivando a decretare sanzioni fino al 40% dell’importo dell’assegno stesso in caso di emissione di assegno privo della dicitura “non trasferibile” ma per carità!

Ciò che potrebbe essere stupefacente è la correlazione al tempo di Roma tra l’avvelenamento da Piombo e l’infertilità, ove il metallo pesante si era reso responsabile di aver falciato le nascite a causa delle proprietà chimiche caratterizzanti, ove il piombo contemporaneo pare proprio essere la crisi economica galoppante dall’introduzione della moneta unica e che ha causato il crollo della fiducia, delle aspettative, delle condizioni sociali che si ripercuotono inevitabilmente sul tasso di natalità.

Fino e ieri si viveva solo nell’epoca della guerra economica che stavamo peraltro perdendo, oggi ci troviamo invece a combattere oltre che la guerra economica, quella biologica del nuovo coronavirus, quella finanziaria degli attacchi speculativi alle aziende nazionali, quella informatica agli ospedali e centri di ricerca.

Quindi il quantitative easing santificato dal mondo bancario – che per giunta ancora ci deve spiegare che fine ha fatto fare a quel mare di liquidità – non si è rivelato una terapia per una pronta guarigione ma un semplice “cerotto” di scarsa qualità e per giunta molto costoso! E’ noto infatti sin dal primo anno di ragioneria (perchè non serve una laurea per capirlo) che aumentando la quantità di moneta circolante i prezzi lievitano, e se gli stipendi non lievitano contemporaneamente si riduce la capacità di acquisto ergo ci siamo impoveriti ulteriormente.

Lungi dal criticare il bazooka di Draghi però ci chiediamo perché i contratti di lavoro sono bloccati al costo della vita di 20 anni or sono? La risposta a tale domanda forse potremmo trovarla negli occhi luccicanti dei Democratici che scrutano con invidia la manodopera a basso costo di Pechino buttando al secchio tutti i diritti conquistati dalla classe operaia italiana dal 1945 ad oggi.

Anche perché ci sarebbe da notare che in Italia pur non avendo un partito unico come in Cina, stranamente ci ritroviamo al governo sempre le stesse persone. Illusioni di democrazia le chiamano in un sistema concepito dagli “alleati” per essere facilmente governabile anche dall’esterno.

Così ci siamo ritrovati da Craxi in poi ad avere governi dove cambiava tutto per non cambiare nulla, compresa la sistematica svendita degli asset di Stato.

Nell’antica roma, ad ogni cambio d’imperatore veniva istituito un nuovo conio e man mano si ritiravano quelle riportanti le vecchie effige, si attivavano gli scalpellini che provvedevano a riscrivere le famose pietre miliari. Nell’antico egitto i faraoni addirittura decretavano una nuova lingua, ordinando la distruzione di tutti i manoscritti riportanti il predecessore. Ebbene costui non erano cretini, bensì utilizzavano degli strumenti ideati per il controllo del potere. Chissà cosa potrebbero pensare di noi queste antiche civilità vedendoci parlare in inglese, oppure utilizzare una moneta che non ci appartiene e sulla quale non abbiamo nessun controllo. Ma riprendiamo la narrazione dell’illustre Carlo M. Cipolla, cercando di trarne qualche insegnamento:

Dunque arrivò il tempo in cui Romani non furono più in grado di contenere i barbari e lo sconquasso che seguì fù profondo e generale. Rufino confessava amaramente “come si può aver l’animo di scrivere? Si è circondati di armi nemiche e d’attorno non si vedono che città e campi devastati”. In effetti le attività intellettuali contemporanee sono marcatamente limitate. Queste condizioni dettero vita al cd. Medioevo, i cui primi secoli vennero definiti “secoli bui” ma è proprio nel buio che accadono cose strane.

Filippo di Vitry, segretario di Filippo VI spiego la cosa così: “per sfuggire alle calamità incombenti la gente si divise in tre parti. Una si incaricò di pregare il Signore Domineddio. La seconda si dedicò al commercio e all’agricoltura. Ed infine, per proteggere le due suddette parti da ingiustizie e da aggressioni, furono creati i Baroni”. In realtà Filippo di Vitry commise un’epocale svista in questa ricostruzione, ove i Baroni tutti gli interessi avevano, tranne che quello di proteggere le altre due parti sociali da ingiustizie. Anzi, non perdevano occasioni per concludere affari molto convenienti per proprie finanze. Avendo ben inteso che più si menavano le mani e più si guadagnava, decisero di aggiungere violenza su violenza, ruberia su ruberia. Curiosamente notiamo che oggi per tentare di risolvere i problemi di liquidità che attanagliano il Paese ci si affida ai baroni europei, con quali risultati presto lo vedermo.

Non vennero risparmiate al tempo nemmeno le comunità scandinave che ora come allora non si sentivano chiamate in causa dai devastanti eventi. Le donne assunsero un ruolo di “formidabili vichinghe” che non si fecero mai sottomettere dagli uomini. Non fa meraviglia quindi che i mariti optassero per lunghi soggiorni all’estero con la scusa di espandere i territori al fine di allontanare i gravosi “problemi domestici”. Per comprendere la frustrazione dei vichinghi maschi, basti pensare che venne ideata una spedizione di circa duecento uomini verso la Francia al fine di cercare del vino.

IL PEPE: CAUSA SCATENANTE DELLE CROCIATE

La caduta di Roma determinò un forte rallentamento delle vie di commercio con la conseguente carestia del pepe, spezia ricercatissima al tempo. Infine l’avanzata musulmana del VII e VIII secolo dell’era cristiana diede il colpo finale alle già traballanti relazioni commerciali tra Est ed Ovest.

Il Pepe è risaputo essere un formidabile afrodisiaco. Privati del pepe gli europei riuscirono quindi a stento a controbilanciare le perdite di vite umane causate dai costanti conflitti causati dai baroni, dagli scandinavi, dai pirati arabi e dagli invasori ungheresi. La popolazione diminuì e le città si spopolarono, proprio come oggi accade nelle periferie italiane. Persa ogni speranza in una vita migliore in questo mondo, la gente pose sempre di più le proprie speranze nell’al di là e l’idea di ricompense in cielo l’aiutò a sopportare la mancanza di pepe su questa terra.

Si saranno accorti a Santa Marta che i “popolani” oggi hanno bisogno di fede, speranza, prospettive di vita, aggrappandosi ai capisaldi cristiani?

E’ un dato di fatto che la povertà aumenta le speranze di una vita migliore nell’al di là. Più poveri più fede verrebbe sa pensare. Le difficoltà economiche e la quarantena stanno restituendo un ruolo primario all’istituto della famiglia e della casa, elementi messi al centro di dubbi, ipotesi di ristrutturazioni e di profonde critiche proprio dalla chiesa contemporanea che è parsa inseguire ideali liberal democratici di matrice anglosassone, di quegli stessi ideologi partiti dall’Arkansas con il business dei voli commerciali dall’Afghanistan e che frequentavano la villa del fù Epstein che ormai adesso chissà, si troverà seduto nell’aldilà con un Sindona sorseggiando una tisana (non un caffè) raccontandosi delle loro amicizie “comuni” nel corso della vita, con quali sorprese!

Dunque lo spartiacque del nuovo millennio è stato rappresentato dalle imprese compiute da due “ignoti” personaggi: il Vescovo di Brema e Pietro l’Eremita i quali, preso atto della violenza che li circondava decisero di canalizzare quest’ultima verso l’esterno, evitando che gli europei continuassero a macellarsi con gli altri europei. Decisione alla quale forse un giorno giungeranno anche le popolazioni islamiche.

Così il vescovo tuonò nel 1108: “gli slavi sono gente abominevole, e la loro terra abbonda di miele, grano e selvaggina. Giovani cavalieri, volgete ad oriente”. Così, dando libero sfogo alle teste calde tedesche, alla ricerca delle delizie culinarie appena descritte, nacque oltre il fiume Elba lo Stato Prussiano.

Pietro l’eremita era francese. Come scrisse Guglielmo di Tiro “Pietro nacque nella diocesi di Amiens nel Regno di Francia. Era minuto e di salute malferma, ma aveva un grandissimo cuore”. Secondo Guilberto di Nogent, Pietro “mangiava pochissimo pane e, viveva di solo pesce e vino”. Non aveva quindi problemi di colesterolo. Ciò che nessuno racconta tuttavia, è che Pietro aveva un debole per i cibi pepati.

Se consumava solo pesce e vino lo faceva perché era un povero eremita e non un ricco abate e quindi non poteva permettersi di acquistare il pepe trafugato in Occidente dai contrabbandieri e rivenduto a carissimo prezzo.  Solo nel suo eremo circondato dai grandi silenziosi alberi della cupa foresta, Pietro soffriva in silenzio e pregava costantemente la Divina Provvidenza per un po’ di pepe da aggiungere ai suoi semplici pasti.

Ma la divina provvidenza sapeva che anche una piccolissima dose di pepe avrebbe compromesso la vita spirituale di Pietro e pertanto al posto del pepe gli mandava pioggia, neve e fulmini. Solo nel suo eremo, frustrato dai continui insuccessi delle sue preghiere, Pietro elaboro gradualmente un grande disegno: promuovere una crociata che avrebbe liberato la Terra Santa dall’oppressione musulmana e che nello stesso tempo avrebbe riaperto le vie di comunicazione con l’Oriente e pertanto reso nuovamente possibile il rifornimento regolare di pepe all’Europa. Con un colpo solo si potevano ottenere l’assicurazione di un dolce futuro premio in Cielo e il premio pepato sulla terra.

Quanto al successo dell’impresa non vi potevano essere dubbi: come avrebbe potuto messer Domineddio, che pure conosceva l’aspirazione recondita di Pietro, negare il proprio aiuto ad un’impresa che avrebbe annientato i musulmani e liberato la Terra Santa?

E’ incredibile come un’idea possa trasformare un uomo. Pietro l’Eremita, il silenzioso, solitario Pietro, abbandonò i grandi e silenziosi alberi della cupa foresta e peregrinò di capanna in capanna, da villaggio a villaggio, da castello a castello, infiammando animi e cuori con un linguaggio irresistibile. “Era un grande oratore scrisse” Guglielmo di Tiro con ammirazione.

In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta. Il francese Reutbeuf riferisce che dopo una notte di abbondanti libagioni, i baroni erano pieni di fervore per la Crociata, e segnavano ad alta voce prodezze in battaglia ed atti di gloria.

Le condizioni economiche e sociali del tempo facilitarono il progetto di Pietro. La Chiesa ufficiale aveva sempre rimproverato ai baroni la loro condotta violenta e sanguinaria. Ora Pietro forniva a costoro la possibilità di dar legnate al prossimo meritandosi gli elogi invece che i rimbrotti della Chiesa. I giovani virgulti della nobiltà privati dei diritti di successione secondo la ferrea legislazione feudale, videro nel piano di Pietro la possibilità di conquistare possedimenti in Oriente, e, nel contempo, acquisire meriti agli occhi dell’Onnipotente. E la gente comune intravvide la possibilità di cambiar vita: farla finita con il proprio miserabile stato e partecipare al saccheggio dei tesori orientali con il beneplacito e la benedizione del Signore.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, le strade e le vie di comunicazione caddero in rovina a vantaggio dell’utilizzo delle vie d’acqua dove i pirati musulmani erano in netto vantaggio per esperienza e capacità. Fù così che la maggioranza dei crociati scelse la via di terra, almeno fino a Genova o Venezia.

Il viaggio era lungo ed i crociati erano consapevoli che per quanto infervorati dal vino e dalle parole di Pietro l’eremita sarebbe loro occorso molto tempo per sconfiggere gli infedeli e che non avrebbero rivisto la propria terra e la propria moglie per anni e anni a venire.

Tralasciando la Scandinavia, si può affermare con assoluta certezza che l’Europa nel Medioevo era dominio incontrastato dell’uomo, signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa. A parole dichiaravano di accettare la supremazia del maschio. 

Diceva però un proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Quasi tutti i crociati erano analfabeti, ma conoscevano bene i proverbi. Nacque così in quel contesto socio culturale l’idea della cintura di castità. Un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e per la metallurgia europea. E questo fu solo il primo di un’intera serie di sviluppi spettacolari.

I musulmani furono sconfitti. Pietro poté soddisfare la sua gran voglia di pepe e dimenticò i grandi alberi silenziosi della cupa foresta. I crociati trovarono in oriente cose interessanti e dimenticarono allegramente la loro terra e le loro mogli con la cintura. Come scrisse un cronista dell’epoca, Fulcher di Chartres.

Noi che eravamo occidentali siamo diventati orientali. Abbiamo già scordato il nostro paese natale. C’è chi già possiede una casa, una famiglia e dei servitori come se li avesse ricevuti dal padre o per diritto ereditario. C’è chi ha per moglie non una conterranea bensì una siriana, un’armena o financo una saracena battezzata. Ogni giorno ci raggiungono i nostri parenti ed amici dopo aver liberamente lasciato tutti i loro averi in occidente. Da poveri laggiù, il Signore qui li ha resi ricchi. Le loro poche monete sono divenute tantissime e tutte d’oro. Perché dunque, tornare in occidente?

In questa incredibile faccenda in cui furono stranamente coinvolti messer Domineddio, il pepe, le monete d’oro, gli eremiti, i signorotti feudali e le donne saracene, i soli a non perdere la testa furono gli Italiani. Tra costoro, i Veneziani, ai tempi tristi delle invasioni germaniche si erano rifugiati su alcune isolette in mezzo alle paludi e su quelle isole come ebbe a notare un osservatore del X Secolo, “illa gens non arat, non seminat, non vindemiat” Quella gente non ara, non semina e non vendemmia – per vivere dovevano dunque darsi al commercio.

Uno storico americano scrisse alcuni anni or sono che “l’avidità veneziana per i profitti derivati dal commercio e ottenuti con ogni mezzo poteva paragonarsi solo alla mancanza di scrupoli che caratterizzava i genovesi”. Un economista anglosassone altrettanto censorio scrisse “gli ingenui crociati si trovarono avviluppati in una rete di interessi commerciali di cui capivano poco o nulla. Durante le prime tre crociate i Veneziani che avevano fornito loro le navi, li imbrogliarono spudoratamente alla stessa maniera che un mercante senza scrupoli imbroglia al mercato lo scemo del villaggio”.

Il fatto è che gli Italiani avevano intuito l’enorme potenziale commerciale insito nell’occupazione cristiana della Terra Santa. Pietro non era il solo europeo che bramasse il pepe.

Di Pietri in Occidente ve n’erano decine di migliaia e gli Italiani – pur non avendo seguito corsi di ricerca di mercato – si impadronirono del commercio traendone profitti monopolistici notevoli. L’avessero fatto gli Olandesi, i Tedeschi, gli Inglesi, sarebbero stati additati nei manuali di storia quali ammirevoli esempi di etica protestante ed encomiabili campioni di proto-capitalismo. Trattandosi solo di Italiani, furono definiti esempi deplorevoli di avidità e di “assenza di scrupoli commerciali”. Comunque sia tanto si adoperarono e mercatanti italiani che il commercio del pepe entrò in una fase secolare di eccezionale espansione. Ad Alessandria d’Egitto un’intera via, anzi un intero quartiere venne destinato al commercio del pepe ed in Occidente, dopo secoli di mancanza quasi totale, il pepe riapparve in quantità sempre crescenti sui mercati e sulle mense.

Da luogo triste qual era, l’Europa occidentale si trasformò in una terra traboccante di vitalità, energia ed ottimismo. L’aumento del consumo del pepe incrementò l’esuberanza degli uomini che con tante belle donne d’attorno chiuse nelle loro cinture di castità, provarono un improvviso grande interesse per la lavorazione del ferro; molti si trasformarono in fabbri e quasi tutti si diedero a produrre chiavi. Questo fatto ebbe due importanti conseguenze:

  1. La crescente frequenza del cognome Smith (fabbro) in Inghilterra, Schmidt in Germania, Ferrari, Ferrero o Fabbri in Italia, Favre, Fevbre, Lefevre in Francia;
  2. Lo sviluppo della metallurgia europea che entrò definitivamente in fase di decollo e di “self sustained growt”

Il pepe aveva un’importante qualità, la non deperibilità. Era inoltre un bene estremamente liquido poiché nessuno con la testa sulle spalle lo avrebbe rifiutato. Poteva servire pertanto non solo come fonte di energia bensì anche come mezzo di scambio.

Venendo il pepe usato sovente come una moneta i mercanti divennero anche banchieri e praticarono l’usura sia con i poveri che con i signorotti spendaccioni. In cuor loro sapevano benissimo che vendendo armi al Saladino, pepe afrodisiaco agli Europei e praticando l’usura su larga scala si mettevano in pessima luce appo messer Domineddio. Fu così che per mettersi a posto la coscienza, destinarono somme cospicue ad atti di carità ed a donazioni alla Chiesa.

I mercanti italiani detenevano il primato delle competenze nella contabilità e nell’amministrazione aziendale e di conseguenza tennero nota precisa e meticolosa di queste somme in conti speciali intitolati nei libri mastri come “conto messere Domineddio”.

Vescovi ed Abati che ricevettero le donazioni dei mercanti ne spesero una buona parte per costruire o ricostruire le chiese, le cattedrali e monasteri. Inoltre Vescovi ed Abati che per secoli avevano cumulato immensi tesori sottoponendo l’economia europea ad una pesantissima pressione deflazionistica, ora che il pepe era disponibile sul mercato, aprirono i loro forzieri e misero in circolazione fortune ragguardevoli gonfiando la domanda globale effettiva. La grande quantità di denaro speso per costruire le cattedrali fruttò lavoro e denaro ai muratori che, a loro volta, spesero il denaro guadagnato per acquistare pane ed indumenti dando così lavoro ai fornai ed ai sarti. In questo modo il moltiplicatore sostenne e moltiplicò lo sviluppo dell’economia europea.

La popolazione ovviamente crebbe; tuttavia a causa:

  1. Dell’espansione del commercio del pepe
  2. Degli effetti a monte ed a valle di detta espansione
  3. Degli effetti del moltiplicatore e dell’acceleratore

il tasso di crescita del reddito superò quello della popolazione, il reddito pro-capite aumentò e sino alla fine del XIII secolo l’Occidente riuscì ad evitare di cadere nella trappola malthusiana.

Il racconto dell’illustre Carlo M. Cipolla sopra riportato, è un celebre esempio di una società in declino che ha vissuto la transizione dall’Impero Romano al Medioevo. Ciò che occorre oggi ritrovare per ripartire è proprio quel “pepe” che null’altro è che l’entusiasmo e la voglia di ricostruire un sistema paese, rimboccandosi le maniche e riponendo soprattuto il timone nelle mani di persone competenti e preparate che conoscano la vita e le dinamiche relazionali intercontinentali, proprio come Pietro l’eremita, che utilizzava la mente e che aveva bene intuito il potere della riflessione.

L’Italia ha bisogno oggi non solo di un Pietro ma anche di tante persone che si possano a lui ispirare, che vengano fornite degli strumenti utili alla ricostruzione del benessere sociale e della perduta serenità, rivalutando opportunamente il concetto di interesse sociale e nazionale, visto che come è noto nei momenti di difficoltà si può contare solo su sé stessi.

Pietro l’eremita infatti non si recò a Bruxelles oppure a Berlino per intraprendere la sua grandiosa iniziativa. Se lo avesse fatto è lecito dubitare che i risultato non sarebbero stati gli stessi, quasi sicuramente.

Putin afferma di considerare Israele un paese di “lingua russa”


Israele ospita quasi 2 milioni di migranti dagli ex stati sovietici, afferma il leader russo, quindi i paesi condividono una “famiglia comune”

La Russia considera Israele una nazione di lingua russa, ha detto il presidente Vladimir Putin durante un discorso a Mosca in occasione di un evento organizzato dall’appello israeliano unito, un’organizzazione sionista responsabile della raccolta fondi.

“I cittadini di Russia e Israele sono collegati da legami di famiglia, parentela e amicizia. Questa è una vera rete, una famiglia comune, dico senza esagerare. Israele ha quasi 2 milioni di cittadini di lingua russa. Consideriamo Israele uno stato di lingua russa “, ha detto.

Putin ha anche detto che avrebbe viaggiato in Israele a gennaio su invito del presidente Reuven Rivlin per partecipare a eventi dedicati al 75 ° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz e alla Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto.

“Certo, approfitterò sicuramente di questo invito”, ha detto Putin.

Una vecchia visita di Putin in Israele

Il commercio tra Israele e Russia è aumentato del 9% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ha aggiunto.

La Russia mantiene stretti legami con alcuni paesi di lingua russa, offrendo loro vantaggi commerciali e sostegno politico. Ha anche dimostrato un alto livello di intervento, a volte considerato anche potenzialmente “ostile”, certo sempre in funzione della tutela degli interessi russi, ovviamente.

Sotto Putin, la Russia ha approfondito e migliorati i rapporti con l’Iran, nonostante le tensioni e le richieste da parte di quel paese di distruggere Israele e i presunti tentativi di sviluppare armi nucleari e di altro tipo nel contesto del conflitto dell’Iran con Israele. La Russia sostiene anche il presidente siriano Bashar Assad e Hezbollah, ed è una delle poche potenze principali al mondo con relazioni ufficiali con i funzionari di Hamas.

Questo significa che la politica estera attuata da Putin è riuscita ad acquisire un ruolo centrale per la moderazione del dialogo con una serie di Paesi diplomaticamente “isolati”. Dunque, un intervento russo in caso di escalation dei conflitti in essere potrebbe essere determinante. Fare politica estera significa essere “utili” per i propri partner al fine di acquisire centralità e conseguente considerazione nell’ambito delle relazioni internazionali e conseguenti protocolli d’intesa, riuscendo a rendersi “indispensabili” anche in conseguenza delle trame tessute e dalla qualità del “materiale” utilizzato.

Quale ruolo di “utilità” saprà ritagliarsi l’Italia nel nuovo scacchiere diplomatico utilizzando la bussola neo-vaticana? Sicuramente un peso maggiore che potrebbe in teoria contribuire ad un riposizionamento in ambito internazionale, ammesso che si sappiano cogliere le opportunità in transito. Altro interrogativo che bisogna porsi è quale contropartita sarà richiesta al Paese ed in quale “valuta” bisognerà rimborsare le agevolazioni che verranno. Staremo a vedere.

La compagnia di Gesù in prospettiva geopolitica

In tempi di storia globale, la vicenda umana e politica della Compagnia di Gesù ci ricorda come la chiesa romana abbia segnato la modernità occidentale. Ordine per eccellenza del cattolicesimo, i gesuiti rappresentano lo strumento più duttile di Roma per governare la transizione da un mondo considerato finito ad un mondo all’insegna delle scoperte geografiche, della neo-globalizzazione, facendo emergere la volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici, di attraversare le frontiere per riorientarle. “Ad maiorem dei gloriam” incarna fulgidamente la propensione militante che ancora oggi fa della Compagnia lo strumento più efficace per essere schierata in quelle aree dove maggiore è la richiesta di uomini duttili e fedeli capaci di adattarsi alle condizioni esterne e, progressivamente piegare ogni resistenza.

La storia della Compagnia di Gesù, alle sue origini è orientata non da presupposti teologici ma da una questione di politica e spazi. Ed in base a ciò che l’Ordine privilegiato della Chiesa cattolica fondato nel 1540 ha modellato sulle proprie forme l’intera modernità religiosa.

E’ lo stesso fondatore della Compagnia, Ignazio di Loyola a chiarire il punto nella sua autobiografia, poi servita da guida e testimonianza di pratica militare a tutti i gesuiti. L’episodio è noto: giovane e ardimentoso guerriero, ferito nell’assedio di Pamplona, si converte al cattolicesimo e, insieme ad alcuni sodali incontrati lungo il cammino di perfezionamento religioso, decide di applicarsi alla grandezza della causa cattolica, impegnadosi nella cura degli umili ed in opere di misericordia come forma di redenzione.

Il progetto tuttavia era un altro: il vero obiettivo era di recarsi a Gerusalemme e ritrovare nella città celeste occupata dagli ottomani la pienezza della propria fede. Sull’asse temporale, ci troviamo subito dopo la frattura provocata da Lutero nel 1517 che senz’altro ha contribuito ad influire sul pensiero di Ignazio di Loyola.

Il cammino di Ignazio e dei primi gesuiti fra Spagna, Francia, ed Italia è un percorso di alleanza fra le grandi potenze cristiane, con l’obiettivo di arrivare a Gerusalemme e liberarla; non è un caso che il racconto si soffermi poi sul loro soggiorno a Venezia, all’epoca anch’essa grande potenza grazie al controllo delle reti commerciali nel Mediterraneo.

Il sapere accumulato dallo Spagnolo è quello espresso dalle massime autorità della controriforma cattolica, in lotta fra loro per l’egemonia europea, ma abbastanza coese nella difesa della propria identità in un sistema già multipolare dal punto di vista religioso. La liberazione di Gerusalemme dalla presenza ottomana era il cuore pulsante di quel grande disegno universalista di restaurazione della cristianità che l’Europa cattolica sognava da sempre e che aveva trovato nelle crociate il motore di sviluppo.

Il nuovo “pensiero” gesuita sempre ben mascherato dal reale fine perseguito oggi è innestato su un principio di “crociate ideologiche” contro ogni corrente di pensiero isolazionista che andrebbe ad impattare negativamente su uno dei capisaldi della chiesa ovvero la mondialità, alias globalismo.

Tuttavia la politica aggressiva del grande impero ottomano di Solimano il Magnifico, aveva costretto le potenze cristiane ad un ridimensionamento del progetto, in attesa di tempi migliori. L’occupazione di Rodi nel 1522 da parte dei Turchi rappresentà un serio ostacolo alla libertà di navigazione per la terrasanta che colpì lo stesso Loyola dovendo rimandare l’approdo.

Giunto finalmente a Gerusalemme, espresse al Padre Giuliano la volontà di rimanere nella città per dedicarsi alla “cura delle anime”, incontrandone il fermo rifiuto per mancanza delle sufficienti garanzie per l’apostolato libero. Vigevano infatti rigide regole nella Città Santa, infrante le quali si andava incontro alla riduzione in schiavitù ed il conseguente pagamento di ingenti somme di denaro.

Nessuno può dire cosa sarebbe diventata la Comagnia di Gesù se Ignazio da Loyola avesse proseguito la propria missione in Terrasanta, né se i Gesuiti sarebbero evoluti in un corpo organizzato. Quel che è certo è che la Compagnia che nacque interiorizzò il metodo della frontiera e ne fece il valore su cui fondare il proprio discernimento; un esercizio di militanza missionaria che divenne il compito principale dei figli del fondatore dell’Ordine.

La volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici e di attraversare le frontiere per riorientarle “ad maiorem Dei gloriam” avrebbe costituito la causa principale degli attriti con gli altri ordini religiosi e con la Chiesa stessa.

Il primo a sperimentarlo fù lo stesso Ignazio di Loyola che, subito dopo il ritorno in Italia, attraversando senza curarsene la Lombardia allora divisa tra truppe Francesi e Spagnole, finì con l’essere accusato da entrambe le parti di intelligenza col nemico.

Non stupisce pertanto che sia proprio lui a testimoniare quanto l’equilibrio politico e le modalità di interazioni delle nazioni fossero ininfluenti di fronte all’unica vera missione affidata agli uomini della volontà divina e dalla sua proiezione sulle due bandiere, centro vitale degli esercizi spirituali con cui il fondatore della Compagnia di Gesù dava una regola al nuovo Ordine:

Il primo preambolo è la storia e qui sarà come Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera, e Lucifero al contrario sotto la sua. Il secondo preambolo: la composizione visiva del luogo; qui sarà il vedere un grande campo militare in tutta quella regione di Gerusalemme, dove il supremo capitano generale dei buoni è Cristo nostro Signore; altro campo nella regione di Babilonia, dove il condottiero dei nemici è Lucifero”

La traduzione sul piano dell’immanenza della simbologia teologica di Ignazio è il duello, vale a dire la modalità del combattimento nella sua natura più elementare cui von Clausewitz avrebbe poi ridotto la guerra. Lo speciale quarto voto di fedeltà assoluta al pontefice, in aggiunta a quelli di castità, povertà, e obbedienza è la peculiarità della Compagnia rispetto agli altri ordini, rappresenta questa mobilitazione permanente di obbedienza dei Gesuiti.

Al netto del connaturale orientamento devozionale, la missione si caratterizza, fin dal suo esordio, come vero e proprio strumento della politica gesuitica e vaticana nel mondo. Inutile dire che l’obiettivo di ogni missione fosse la conversione, il duello con la volontà del nemico e la sua sconfitta:

Il fine della Compagnia è non solo attendere con la grazia di Dio, alla salvezza e perfezione delle anime proprie, ma, con questa stessa grazia, procurare con tutte le forze di essere di aiuto alla salvezza e alla perfezione delle anime del prossimo

Il vincolo contratto nella Compagnia è superare se stessi proiettandosi attraverso il nome di Gesù in una prospettiva salvifica globale, e, dopo aver scelto, essere scelti dal Signore a diffondere la sua sacra dottrina fra persone d’ogni condizione e stato. E’ questo il vero segreto della potenza dei gesuiti, la convinzione di costruire un corpo scelto, partecipe delle scelte divine e suoi depositari che li spinge a vivere e sacrificarsi nella sua vigna nell’attesa della liberazione eterna.

La pratica missionaria tramite il potere pastorale così concepito è in grado di governare gli uomini garantendo loro la salvezza ultima e, al contempo operando quelle pratiche di divisione necessarie alla oggettivazione dei fedeli e al loro controllo, dall’altro assicurandosi il dominio nel campo pedagogico-educativo, nella produzione di sapere e nei meccanismi di controllo della sua riproducibilità, nel tentativo di arginare la generalizzazione.

Un ruolo importante fu anche il sostegno alla causa della Compagnia da parte delle autorità statali che avevano intuito la funzione ordinatrice e di compattamento sociale della parola gesuitica all’interno di una ricomposta struttura del cattolicesimo volto a controllare ogni forma di deviazione teologica e vigile rispetto ad ogni usurpazione di principi e sollevazione di popoli.

LA TERRITORIALIZZAZIONE DEVOZIONALE

L’anelito missionario fu uno straordinario vettore di propaganda dell’Ordine per favorire le vocazioni e piegare i nuovi soldati di Cristo alla strategia politica del Generale; dall’altra il coinvolgimento delle popolazioni da evangelizzare fu assicurato dalla capacità di adattamento messa in campo dai Gesuiti stessi. Quali compiti spettassero sono ormai noti: ci si avvia verso quella che è stata chiamata la “territorializzazione devozionale”, una forma raffinata di colonizzazione in cui la missione era la costruzione di uno spazio destinato ad una precisa e codificata interiorizzazione di ruoli e di regole, in cui il linguaggio, i gesti, l’oratoria e l’opera del missionario fornivano la cifra di una nuova socialità comunitaria fondata sul confessionale, come luogo di conoscenza prima e di controllo poi.

Analizzata con le catagorie del novecento, l’apostolato diviene un passaggio essenziale per la costruzione di una società particolarmente confessante che solo mediante le missioni può diffondersi sul territorio.

Nasce qui il paradosso per cui i missionari che svolgevano una missione supplettiva della politica, piegando ogni remoto ancolo del mondo ai valori europei, iniziavano ad assumere sempre più le fattezze di santi che affontavano la popolazione indomita et micidiale. Confraternite, congregazioni ed uso devoto dei santi permettevano ai gesuiti di consolidare un processo di acculturazione di sicura utilità per le popolazioni altrimenti abbandonate a se stesse. Al contempo veicolavano in maniera sussidiaria lealtà vero l’autorità dello Stato che progressivamente si era affermato.

Di fatto l’allargamento dei confini della cristianità coincide con l’espansione delle missioni gesuitiche; Germania, India, Cina, Giappone, America meridionale, Medio Oriente, Africa, dove i gesuiti giunsero dopo la metà del 500.

La Compagnia vide una battuta d’arresto con Clemente XIV che nel 1773 ne decdretò il depotenziamento, per riprendersi successivamente nel 1814 avviando una sorta di restaurazione. La connaturale funzione di stabilizzazione politica parallela all’operato dei gesuiti venne messa in rilievo anche da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere.

Altri momenti storici di depotenziamento della Compagnia di Gesù dovuta a contesti internazionali non in linea con la spinta globalizzatrice cardine del pensiero gesuita si sono avuti sotto il pontificato di Paolo VI e successivamente Giovanni Paolo II (per ovvie ragioni geopolitiche – lotta al comunismo).

LA CONTEMPORANEITA’ DI FRANCESCO

Nel messaggio per la giornata missionaria del 2013 dopo aver ribadito la centralità del Concilio Vaticano II e la funzione sociale della testimonianza missionaria della propria fede, Bergoglio ha esaltato la preoccupazione geopolitica della chiesa e ricordato che lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di ogni comunità ecclesiale. La sfida di Francesco sembra essere gesuiticamente all’altezza dei tempi.

La globalizzazione ha annullato le frontiere e reso complessa la mappatura religiosa del pianeta; al missionario quindi è richiesta la capacità di discernimento politico nella tradizionale divisione geografica. Se prioritaria rimane la richiesta di coversione dei popoli ancora senza Dio, la nuova evangelizzazione si rivolge non più solo all’esterno dei bastioni del cattolicesimo ma anche al suo interno, alla ricerca di quanti nello spazio delle comunità cristiane predicano altre fedi o la completa estraneità ad esse. Naturalmente per evitare conflittualità religiose all’interno delle moderne società complesse Francesco ha specificato che le missioni non devono fare proseliti ma testimoniare la gioia dell’appartenenza alla comunità di Cristo.

Un messaggio molto diverso da quello lanciato da Giovanni Paolo II nel 1990 con l’enciclica Redemptoris missio. Dunque con Francesco non si esaurisce la funzione di imporre la chiesa nel mondo ma si rende il messaggio suadente con la testimonianza della gioia di chi la pratica, calibrando la geopolitica vaticana su una forma originale dell’agire comunicativo.

Il concetto viene rimarcato nel 2015 La missione non è proselitismo o mera strategia, la missione fa parte della grammatica della fede, è qualcosa di imprescindibile per chi si pone in ascolto della voce dello Spirito che sussurra vieni e vai. Chi segue Cristo non può che diventare missionario.

Il 15 maggio 2016 per la prima volta Bergoglio pronuncia delle parole diverse riguardo il compito dei missionari: non forza per attuare un progetto ma cura per renderlo praticabile. Essi di prendono cura di coloro che si muovono alla periferia della fede propagando il nome di Dio in maniera gratuita senza attendere risposte. Si tratta di un’apertura grandiosa che si richiama alla presenza femminile nell’attività missionaria, del tutto inedita nello scenario cattolico.

Sono queste le nuove coordinate della geopolitica gesuitica e vaticana e al futuro spetterà dire se più o meno efficaci. Recentemente al termine di una visita nella provincia gesuitica del Vietnam, il generale della Compagnia Adolfo Nicolas ha detto che l’incarnazione vietnamita dell’Evangelo e della spiritualità ignaziana sono il fulcro del nuovo spirito missionario della Compagnia. L’incarnazione vietnamita serve a dire che l’unicità del messaggio si declinava nelle coordinate geopolitiche delle singole comunità ecclesiali nazionali. In qualche misura, ancora oggi esiste una Compagnia che insegue il mond e vuole dominarlo ad maiorem Dei gloriam.

Il canale di Kra e le ambizioni espansionistiche cinesi

La cina vuole costruire un canale in Thailandia, attraverso l’Istmo di Kra, che collega il pacifico all’oceano indiano, in modo da aggirare lo stretto di Melacca; arteria giugulare degli approvvigionamenti energetici e del commercio cinese. Un progetto dalle implicazioni geopolitiche ed economiche enormi per tutti i Paesi della regione

Sin dal diciottesimo secolo il progetto per la costruzione di un canale che collegasse il Golfo del Siam ed il Mare delle Andamane è stato più volte evocato, ricorda un diplomatico occidentale che ha trascorso buona parte della sua carriera nel Sudest asiatico. Tuttavia tale progetto è stato rimandato innumerevoli volte dai governi thailandesi per mancanza di fondi. Anche se per molti esperti la sua fattibilità economica rimane discutibile, il progetto ha alla fine trovato un deciso sostenitore con l’entrata in scena della Cina, che si propone d’integrare il Canale di Kra alla Nuova Via della Seta.

Il sempre più importante traffico marittimo cinese metterebbe così da parte lo Stretto di Malacca, un imbuto che si stringe fino ad una sessantina di chilometri vicino a Singapore e che ha solo pochi chilometri utilizzabili dalle grandi petroliere per via della scarsa profondità dei fondali. Tanto più che quello stretto raggiungerà la saturazione, secondo le stime, nel 2024 quando oltre 140.000 navi cercheranno di passare attraverso questa via di mare, oppure dovranno optare per vie alternative più lunghe, che passano attraverso gli Stretti di Sunda e Lombok, molto più a sud, tra le isole dell’Indonesia, allungando da 4 a 7 giorni i tempi di navigazione.

Come tutti sanno la Nuova Via della Seta /BRI mira a collegare più facilmente la Cina all’Europa mediante la costruzione di una rete di infrastrutture per il trasporto finanziata da Pechino. La cosiddetta BRI ha un aspetto terrestre, la SIlk Road Economic Belt, ed uno marittimo, la 21st Century Marittime Silk Road. Questa iniziativa rientra nella strategia a termine ideata dalla Cina non solo per potenziare la propria influenza e capacità di penetrazione commerciale nei Paesi attraversati dalla BRI, ma anche per garantirsi una sicurezza energetica, quindi economica e strategica mediante l’apertura di nuove rotte di transito, controllate da Pechino, per le sue importazioni di idrocarburi.

Una questione strategica di enorme rilevanza considerato che la maggior parte del traffico marittimo da e verso i porti cinesi transita oggi da Stretti controllati dalla US Navy. L’apertura di nuove rotte deve quindi permettere alla Cina di ridurre sensibilmente le minacce alla propria economia in caso di blocco o chiusure degli stretti, e in primis quello di Malacca.

Oggi oltre i 3/4 degli approvvigionamenti cinesi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa transitano infatti dallo Stretto di Malacca, considerato come la “life line” marittima della Cina in quanto rappresenta la via d’accesso più breve per i propri porti. Il maggior timore dei dirigenti cinesi è che, in caso di crisi, lo Stretto venga bloccato da Paesi ostili. Malacca costituisce il punto più vulnerabile ed il maggior fattore di criticità della Strategia di Pechino. Una vulnerabilità che già a suo tempo l’ex presidente Hu Jintao aveva definito come il dilemma di Malacca. Due soluzioni, non incompatibili o addirittura complementari sono state prese in considerazione dai dirigenti cinesi per risolvere il problema: incrementare la potenza e le capacitò della Marina per proteggere le rotte marittime; rendere più sicura quella verso l’Oceano Indiano in modo da ridurre la dipendenza nei confronti del collo di bottiglia, o strozzatura rappresentato dallo Stretto di Malacca. E’ in quest’ottica che Pechino ha proposto a Bangkok di finanziare e fornire mano d’opera per costruire un canale con il quale “tagliare” l’istmo di Kra.

Un progetto dal costo di 28 miliardi di dollari in 10 anni per un canale largo 400 metri e profondo 25.

Comunque sia, il progetto del canale di Kra, in linea con la ben nota strategia della “collana o filo di perle” e quella dei 2 oceani descritta dai teorici di Pechino, costituirebbe un cardine della nuova Via della Seta marittima per una Cina ansiosa di consolidare la sua ritrovata centralità geopolitica, portando un grande sviluppo economico nell’area, ma allo stesso tempo emarginando pure alcuni porti della penisola malese come come Port Klang e, soprattutto, Singapore. La Città-Stato potrebbe perdere infatti fino al 50% dell’attuale traffico marittimo se il progetto dovesse essere realizzato. Per Bangkok invece il canale sarebbe fondamentale per dare stimolo economico alla crescita del Paese. Anche lo Sri Lanka vede di buon occhio il progetto che permetterebbe all’isola situata a prossimità delle rotte tra Asia ed Europa di far valere la propria posizione geostrategica.

Se il progetto del canale di Kra si dovesse concretizzare, lo Sri Lanka potrebbe diventare una seconda Singapore, mentre la Thailandia il nuovo punto di gravità geostrategico dell’Asia sudorientale. Tutto sempre sotto il controllo del grande fratello di Pechino.