È iniziata la battaglia per i virus-risarcimenti

Il Berman Law Group della Florida fa causa al governo cinese.

Uno studio legale ha intentato un’azione legale contro il regime cinese per aver causato la pandemia di COVID-19. La cronologia degli eventi di Wuhan somiglia molto a quanto accaduto in altri paesi, comprese le “cene sociali antivirus” copiate poi da altri partiti ideologicamente affini.

Il Berman Law Group, una società con sede in Florida, negli Stati Uniti, ha presentato la denuncia perché Pechino “sapeva che il coronavirus era pericoloso e in grado di provocare una pandemia”

Un noto studio legale in Florida, negli Stati Uniti, ha intentato un’azione legale contro il regime cinese guidato da Xi Jinping per averlo ritenuto responsabile della pandemia di coronavirus COVID-19 che sta causando il caos della popolazione mondiale. 

Pechino “sapeva che COVID-19 era pericoloso e in grado di provocare una pandemia, ma agiva lentamente, metteva proverbialmente la testa nella sabbia e la copriva per il proprio interesse economico”, afferma il documento presentato dallo studio legale The Berman. 

Il Berman Law Group ha annunciato di aver intentato una causa federale contro la Repubblica popolare cinese, la provincia di Hubei, la città di Wuhan e vari ministeri del governo cinese, per conto di residenti e compagnie negli Stati Uniti e nello stato della Florida”, afferma il comunicato stampa a cui Infobae ha avuto accesso. “La causa è stata intentata nel distretto meridionale della Florida e richiede miliardi di dollari di risarcimento danni per coloro che hanno subito lesioni personali, morte ingiusta, danni alla proprietà e altri danni a causa della omessa custodia da parte della Cina del virus letale.

L’avvocato dell’azienda Matthew Moore ha dichiarato: “Come abbiamo affermato nella nostra denuncia, i funzionari cinesi sapevano prima del 3 gennaio che il COVID-19 era stato trasmesso da uomo a uomo e che i pazienti avevano iniziato a morire pochi giorni dopo. Tuttavia, hanno continuato a dire alla gente di Wuhan e del mondo in generale che tutto andava bene, incluso tenere una cena pubblica a Wuhan per oltre 40.000 famiglie il 18 gennaio”.

L’epidemia era persino iniziata molto prima. A novembre, il virus stava già circolando nella popolosa città cinese senza che il regime facesse nulla per il contenimento. Al contrario, di fronte alle prime lamentele dei medici, Pechino ordinò la loro censura e degli arresti.

“era possibile contenere la diffusione del virus, tuttavia i funzionari cinesi hanno invece cercato di presentare una narrazione positiva sull’epidemia, nell’esclusivo interesse economico cinese”, ha continuato l’ex senatore dello stato della Florida Joseph Abruzzo, direttore delle relazioni governative della società. “Quando leggi l’aumento del numero di vittime e vedi l’arresto quasi completo della vita, non puoi attendere diciassette giorni critici prima di condividere la sequenza del genoma COVID-19 con altre nazioni, senza peraltro bloccare i voli internazionali e mandando a spasso il virus nel mondo”.

Da parte sua, Russell Berman, co-fondatore dell’azienda, ha affermato che la causa “è una denuncia ambiziosa contro una superpotenza mondiale. Ma, come abbiamo affermato, la Cina ha scatenato una pandemia in tutto il mondo e il danno si sta moltiplicando esponenzialmente ogni giorno qui negli Stati Uniti e in Florida. La nostra azienda non ha paura di affrontarli e ottenere la giustizia che merita. È il governo cinese che dovrebbe pagare i danni dello stimolo economico agli Stati Uniti, non il popolo americano”.

I numeri preoccupano, i nuovi casi di coronavirus negli Stati Uniti hanno superato quota 35.000 lunedì, rendendolo il terzo paese per numero di infezioni al mondo, dietro solo a Italia e Cina. Il bilancio delle vittime ha raggiunto 471, il sesto più alto al mondo. In totale, il numero di casi confermati è di 35.225, secondo il bilancio della Johns Hopkins University di lunedì. Un numero che inevitabilmente aumenterà nelle prossime ore, con l’aumentare della disponibilità di prove.

Intanto la pandemia ha già raggiunto 50 stati nell’Unione, i numeri continuano a salire e secondo le stime negli USA colpiranno circa 19 milioni di persone.

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1908-2020 la Russia al fianco dell’Italia

I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. La storia ci insegna a diffidare da chi critica per ingraziarsi un padrone in un momento di emergenza del Paese dove ogni singolo contributo può fare la differenza.

110 anni fa, alle ore 5:20:27, un terremoto di magnitudo 7.1 cancellava nell’arco di 40 secondi due città. Messina e Reggio Calabria venivano rase al suolo dal terremoto, alla furia cieca del sisma si aggiunse anche quella del maremoto, con onde altissime che portarono via edifici e persone che, inconsciamente, scampate al terremoto, pensarono di trovare la salvezza sulle spiagge. Il bilancio di quei drammatici minuti è senza precedenti nella storia: metà della popolazione di Messina morì sotto le macerie o ingoiata dal mare. Messina prima del terremoto contava 150.000 abitanti e, sebbene si tratti di una stima, si calcola che le vittime furono circa 100.000.

I primi a prestare soccorso a Messina non furono gli italiani, ma i marinai russi, la cui flotta navigava nelle acque vicino alla rada di Augusta. La squadra navale russa che contava due navi di linea e due incrociatori arrivò a Messina il 29 dicembre. I bastimenti erano carichi di provviste, medicinali, coperte, baracche, indumenti, utensili. Arrivati sullo Stretto i marinai i russi si mobilitarono per fronteggiare l’emergenza: i superstiti, che erano stati sorpresi dal terremoto nel sonno, avevano bisogno di ogni genere di prima necessità.

I feriti avevano bisogno di cure e medicinali. I russi soccorsero la popolazione colpita dal disastro, anche estrapolando i superstiti sotto le macerie. Si stima che da soli riuscirono ad estrarre dalle macerie circa 800 persone e, fin dal primo giorno, trasportarono i feriti negli ospedali facendo la spola con le città di Palermo, Siracusa e Napoli, prestando soccorso a più di 2.500 vittime del sisma.

Vittorio Emanuele con un ordine del giorno del 5 gennaio 1909, elogiava così il personale straniero e italiano:

“All’Esercito ed all’Armata,

Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente constatare il nobile slancio dell’esercito e dell’armata, che accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti.

Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione che rivolgo all’esercito ed all’armata. Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe, inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera”. 

Messina ancor oggi ricorda l’eroico intervento degli angeli russi venuti dal mare: una fratellanza culturale nata dalle macerie del terremoto, testimoniata annualmente da cerimonie in memoria e da opere monumentali in omaggio all’esercito russo.

A 112 anni da quell’evento che richiamiamo alla memoria, il legame tra i due paesi splende ora come allora. 14 aerei di aiuti inviati da Mosca in soccorso della stremata sanità lombarda ormai al collasso.

Ironia della sorte, il Paese viene infettato da un virus reso onnipotente dalla globalizzazione salvo poi esser soccorsi da quei paesi che volutamente sono stati emarginati dal percorso di crescita globale per non consentirgli un equo sviluppo economico come appunto la Russia oppure Cuba. 

Proprio verso questi soccorritori sono piovute piogge di critiche dai giornaloni, tentando di sminuire il nobile gesto attraverso modalità manipolatorie che definire ignobili è un complimento. 

Ma come? Per anni ci avete bombardato con lo spauracchio del razzismo e della discriminazione, poi nel momento in cui si tendono le mani indipendentemente dal colore della pelle, delle bandiere, delle etnie e delle religioni partono delle operazioni di intossicazione ambientale critica tanto massicce che Goebbels sembra quasi un apprendista.

Tacciono le reti pubbliche e private, i media main stream ed i giornali di regime non dedicano una sola parola di ringraziamento al soccorso prestato da Mosca, in nome della più becera politica discriminatoria.  

All’interno dei 14 aerei militari, Mosca ha caricato “macchinari per la sanificazione dei trasporti e del territorio”, oltre che laboratori mobili, mascherine, tute protettive, tamponi e otto brigate di dottori specializzati per oltre cento unità di personale. A bordo anche 100 utilissimi ventilatori.

Ringraziamo dunque gli amici dell’UE che hanno negato il transito agli aiuti sanitari russi verso l’Italia, nonché tutti quelli sempre nell’ambito dell’Unione Europea continuano a sequestrare merci acquistate dall’Italia in transito alle dogane.

Abbiamo quindi assistito a chi per ragioni istituzionali ha potuto godere della prima fila in mascherina al teatro dell’aeroporto, sbracciandosi con i giornali per rivendicarne i meriti, salvo poi scoprire che la pressante richiesta, in realtà, sarebbe partita da Paolo Grimoldi a Leonid Slutsky.

Possiamo quindi davvero dire che il virus oltre a mettere alla prova la resilienza delle democrazie occidentali, ci stia mostrando le istituzioni e le persone per ciò che sono realmente. La cosa che subito risalta all’occhio è l’assenza di una stampa “libera” e di “capitani” in fuga, ben lontani dai luoghi in cui le navi stanno affondando.

Riflessione sulla Catena Globale

Come la globalizzazione incide sulla capacità democratica dei Paesi.

La classe politica della prima repubblica ha sempre cercato di mantenere una linea diplomatica neutra, tentando di anteporre almeno in facciata gli interessi italiani a quelli di parte, posta l’usanza di ciascun gruppo di coltivare e gustare i prodotti delle proprie politiche con il commensale preferito, sia per ragioni geopolitiche che economiche.

Il problema rilevante è stato infatti proprio questo: la geometria variabile delle alleanze strategiche in relazione al colore del governo in carica e l’assenza di una direttrice di lungo termine. Visti da lontano insomma sembriamo degli ubriachi che sbandano prima da un lato, poi dall’altro. Ovviamente questo barcamenarsi di certo non contribuisce ad ispirare fiducia nei partner, negli investitori, negli stessi cittadini. Aumenta così la sfiducia nel Paese, che significa praticamente l’eutanasia in un modello socio-economico basato sulla fiducia certificata da enti privati e sul differenziale di rendimento di titoli chiamato spread.

Dal secondo dopoguerra siamo stati molto più che vicini agli USA sotto lo sguardo imperterrito del sorvegliante Britannico che prontamente ci ha rimesso sui binari quando eravamo in procinto di smarrire la retta via atlantica, per poi prendere a braccetto l’Unione Sovietica, risultato? Gli anni di piombo, l’epoca stragista e le ripercussioni per la stabilità interna del Paese, per non dimenticare la vera amicizia “socialista” con tutto il mondo islamico. 

Dalla caduta del muro di Berlino e mani pulite però c’è stato un vuoto, talvolta incolmabile che i cinesi già a metà degli anni ’80 avevano intercettato e provveduto a pianificare di colmare, come preannunciato nel corso dei summit intergovernativi dell’epoca, ma che in pochi evidentemente avevano ritenuto attendibili. E’ chiaro gli occhi di tutti che il progetto cinese senza una compiacenza democratica USA non si sarebbe mai concretizzata.   

Oggi sappiamo che quelle previsioni erano fondate e ci ritroviamo a gestire un modello globale di scambio plasmato solo sulla leva dell’acceleratore che inevitabilmente prima o poi si sarebbe schiantato. I Cinesi infatti non hanno previsto un sistema di salvaguardia del loro modello di globalizzazione imposto al mondo intero attraverso un fine lavoro di tessitura ed ingenti capitali impiegati.

Viviamo ormai in un mondo sempre più potente ma sempre più fragile. Più aumenta la capacità dell’interscambio e della comunicazione globale più il sistema diventa fragile ed attaccabile. Attaccabile da chi? Semplice, dalle causalità, dagli eventi imprevisti, inattesi, non programmati. Non volendo siamo entrati in un vortice di casualità storica che mina le nostre quotidiane e pianificate esistenze.

La questione dei rischi globali impatta direttamente sull’economia degli stati, delle imprese e sul funzionamento dei sistemi delle grandi infrastrutture, presentando costi esorbitanti per i governi, le imprese, i cittadini. La globalizzazione economico-finanziaria insieme all’applicazione delle nuove tecnologie ha di fatto reso più attaccabili le economie nazionali, alterando il corretto funzionamento dei mercati borsistici. 

Forse è giunto il momento di fermarci a riflettere e comprendere realmente se ricorrano i presupposti per la sostenibilità del sistema della globalizzazione cinese in assenza di consolidati meccanismi di salvaguardia.

Degli esempi virtuosi molto recenti sono rappresentati dalla valorizzazione della Golden Power, e l’introduzione del Kill Switch per la rete, operabile dal Presidente del Consiglio: in caso di pericolo o minaccia in entrambi i casi si possono bloccare le cd. “scalate ostili” ossia acquisizioni di infrastrutture ed aziende strategiche per l’interesse nazionale o addirittura bloccare istantaneamente tutta la rete internet del Paese con un semplice “click”.

Perché dunque non prevedere dei meccanismi di blocco istantaneo anche per la circolazione delle persone e delle merci? Perché non predisporre una leva di emergenza tramite la quale ci si possa temporaneamente proteggere dalle minacce esterne? Resta ancora oggi un mistero cosa sia successo nall’arco di tempo intercorso dal 31 gennaio, data di dichiarazione dell’emergenza nazionale fino all’adozione di misure reali. E ancora, perché non sono stati sospesi i mercati azionari subito sprofondati a livelli di negatività mai visti nella storia?

Non è ammissibile che per una semplice abitudine alimentare “sbagliata” di un paese ubicato su un altro versante del globo si possa paralizzare l’attività produttiva di centinaia di altre nazioni.

Siamo stati noi infatti a stanare il virus dalla foresta, portarlo in un mercato, metterlo a contatto con l’uomo e metterlo sugli aerei in direzione “mondo”.

Abbiamo avuto così la prova che siamo talmente dipendenti da terzi che non siamo più in grado nemmeno di provvedere al fabbisogno interno di domanda nel settore sanitario ed elettromedicale, questo significa che “gli altri” possano decidere se lasciarci vivere, sopravvivere o perire. 

Cosa ci ha portato quindi davvero la globalizzazione di matrice cinese? Semplice, una perdita di autonomia.  

Abbiamo perso autonomia, ergo abbiamo perso capacità democratica.

Si parla di globalizzazione di matrice cinese non per deformazione trumpiana ma semplicemente perché non tutte le globalizzazioni sono uguali: c’è quella americana che impone l’ingresso delle industrie nazionali tramite la prevaricazione militare, quella canadese che si basa su rapporti di compensazione per tipologia di attività produttiva, quella tedesca che si impone sulla qualità dei prodotti come quella italiana del resto, infine quella cinese che si impone con il dumping salariale, la clonazione dei prodotti, l’elusione dei sistemi di previdenza, il mancato rispetto ambientale etc etc.

Infine per tutti quelli che sono ancora oggi incerti sulla scelta dei partner strategici, occorre preliminarmente osservare che nessun partner si occupa di beneficenza e chiaramente ciascuno cercherà di ottenere il massimo profitto ricorrendo a qualsiasi espediente. 

Sono i popoli a votare i governi che una volta eletti utilizzando la forza d’intelligence, militare ed economica si impongono alla guida delle politiche globali. 

Con quale partner, quindi, scegliereste di accompagnarvi?

Quello in cui i cittadini che lo votano sono armati fino ai denti per costituzione, ovvero sono in grado di difendersi e rappresentare un deterrente ad una dittatura imperiale, oppure ad un popolo soppresso da un esercito che agisce per contro di una nomenklatura? A voi la risposta.

Analisi della fiducia nello stato democratico

Peter Andrews è un giornalista e scrittore scientifico irlandese, con base a Londra, laureato in Genetica all’Università di Glasgow.

Un suo recente studio ha prodotto uno shock per i politici in carriera e le élite liberali, rivelando che l’insoddisfazione per la democrazia è in aumento costante da decenni, e specialmente nei paesi sviluppati si sta avvicinando ad un massimo globale di tutti i tempi.
I leader mondiali adorano suonare il clacson della democrazia. Per prendere solo tre esempi recenti, Angela Merkel, Justin Trudeau e persino Barack Obama hanno tutti tenuto lunghissimi monologhi sulla grandezza della democrazie dei rispettivi Paesi. Tutto molto bello, se solo le persone fossero d’accordo con quanto espresso dai questi leader.

Ma secondo una ricerca pubblicata dal Bennett Institute for Public Policy, un think tank con sede presso l’Università di Cambridge, le persone non sono d’accordo. I risultati sono stati rilevati ponendo ai cittadini una semplice domanda; se fossero soddisfatti o insoddisfatti della democrazia nei loro paesi. Sono stati analizzati sondaggi condotti tra il 1973 e il 2020.

Protesta dei Yellow Vest a Parigi

Il quesito è stato posto ad oltre 4 milioni di persone. Combinando tutte queste fonti è stato possibile delineare le mutevoli percezioni della democrazia negli ultimi 25 anni in tutto il mondo e negli ultimi 50 anni nell’Europa occidentale, esprimendo un dato inequivocabile: ovunque nel mondo guardi, troverai la democrazia in uno stato di malessere.

Complessivamente, dalla metà degli anni ’90, il numero di persone che si dichiarano “insoddisfatte” della democrazia è aumentato di quasi 10 punti percentuali dal 47,9% al 57,5%. La cifra più alta rilevata dallo studio è il 2019, definito appunto l’anno con il più alto livello di malcontento democratico registrato.

Nei paesi in via di sviluppo circa la metà delle persone non è soddisfatta della democrazia nei propri paesi, una cifra enorme. Gli autori ritengono che i paesi più poveri abbiano ricevuto un’iniezione di positività dalle loro democrazie nuove di zecca, ma quando le persone vedono i loro paesi incapaci di tutelare i diritti fondamentali che si sgretolano il dato cresce. Si parla di sicurezza, sanità, istruzione, occupazione etc.

Il declino è particolarmente accentuato nei paesi sviluppati (definiti in questo studio come Europa, Nord America, Estremo Oriente e Australasia). Qui, la percentuale di persone insoddisfatte della democrazia nel loro paese è aumentata da un terzo alla metà negli ultimi 25 anni, con un aumento medio di circa 17 punti percentuali. Ironia della sorte, e non a caso, la fiducia nella democrazia ha raggiunto il picco nel 2005, proprio prima dell’inizio della recessione economica globale.

Proteste di Hong Kong

Tuttavia è stato rilevato che ci sono alcune aree del globo in cui la fiducia nella democrazia è stabile o addirittura va migliorando. “L’ isola della contentezza” come l’hanno soprannominata gli autori della ricerca, comprende Svizzera, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi e Lussemburgo. Qui, meno di un quarto delle persone è insoddisfatto della democrazia. Ma meno del 2% della cittadinanza democratica del mondo vive in queste oasi, e molte delle loro soddisfazioni probabilmente hanno a che fare con l’essere tra i paesi più ricchi e stabili del mondo.

In tutto questo, come sta andando la più grande democrazia del mondo? Non così bene. In una sola generazione in America, oltre un terzo della popolazione divenne insoddisfatto della democrazia, con un sorprendente 34 punti percentuali. Resta da vedere come andrà a finire, ma cosa farebbe l’impeachment del presidente Trump alla percezione della democrazia? Potrebbe essere il colpo finale a una struttura politica già fragile?

Dall’altra parte dell’oceano nel Regno Unito, la Brexit ha assolutamente rafforzato la fiducia nella democrazia. Il dato era andato costantemente avanti dagli anni ’70, nonostante alcune oscillazioni nell’era Blair dopo la guerra in Iraq e dopo uno scandalo relativo le spese dei parlamentari.

Fiume umano in Cile, proteste di Santiago

Uno degli autori della ricerca, il dott. Roberto Foa, ha affermato che “L’ascesa del populismo potrebbe essere meno una causa e più un sintomo di malessere democratico“. Ha anche aggiunto “Se la fiducia nella democrazia sta scivolando, è perché si è visto che le istituzioni democratiche non riescono ad affrontare alcune delle principali crisi della nostra era , dalle crisi economiche alla minaccia del riscaldamento globale. Per ripristinare la legittimità democratica, questo deve cambiare.

Il dottor Foa ha ragione: questo non è un problema di percezioni, è la reazione di un pubblico febbrile che è stato per anni indotto a fare valutazioni sulla base di notizie false governato da una politica demagogica. La gente pensa che la democrazia non funzioni perché è democrazia, una cosa bella, utile ma che non produce effetti apprezzabili. Se un normale cittadino volesse formare la propria opinione politica informandosi mediante i media mainstream in occidente penserebbe che se non fosse per questi fastidiosi populisti come Trump, Orban e Boris Johnson, la democrazia andrebbe a gonfie vele.

Ciò che questo studio mostra oltre ogni dubbio è che le persone ovunque, in tutti i continenti, stanno diventando sempre più deluse dal sistema in cui vivono. Gli viene detto che, avendo un’elezione ogni pochi anni, possono decidere in quale tipo di società vogliono vivere, ma di fatto poi si rendono conto che non è così. Sentono che c’è qualcosa che non va: ogni ciclo elettorale vede tracciati gli stessi candidati preconfezionati, avendo dibattiti finti tra loro nonostante abbiano politiche sostanzialmente identiche sulle questioni che contano di più.

Nel sottobosco il malcontento si polarizza e non è dato sapere alla luce dell’imprevedibilità degli eventi contemporanei dove questo possa condurre la salute della democrazia. Volendo fare ricorso all’analogia storica che in questo frangente ha valenza quasi matematica, le soluzioni non sono mai state poco traumatiche.

L’Unione Europea non è viva ma esiste.

Questa smania di unire tutto e tutti, governi, valute, popoli, (la sequenza non è casuale) sono fattori scatenanti di migrazioni economiche. L’immagine in evidenza dell’articolo è la bandiera dei confederati americani che “vagamente” oltre a ricordare quella europea ci ricorda pure la strategia utilizzata per mettere insieme al tempo i disuniti Stati di America.

Ma diciamocela tutta, chi è il folle così felice di abbandonare la propria casa ed i propri affetti alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza? La felicità infatti non è per chi subisce questi fenomeni bensì per chi li attua e ne trae beneficio incrociando l’utilità di un’esistenza dignitosa con un interesse politico. Bene se questo è l’effetto, la causa è data proprio dalle politiche economiche attuate – un tempo dai singoli stati – oggi regolamentate ed imposte dall’ Unione (che resta e resterà tale solo di nome fino a quando la Francia non cesserà di osservare gli Stati membri come colonie e la Germania non cesserà il proprio rigoroso egoismo economico).

Ma davvero sono convinti a Bruxelles che la semplice sopravvivenza può essere considerata alla stregua di un traguardo da raggiungere?

Dipende, specialmente se la tua esistenza viene data per scontata oppure inizia ad essere messa in dubbio. Tuttavia prima di continuare la nostra riflessione, occorre porsi la domanda della discordia, fondamentale sul rapporto intercorrente tra i trattati europei tipicamente sovranazionali e la nostra carta costituzionale tipicamente sovrana: l’euro è sostanzialmente compatibile con la nostra costituzione?

Eppure gli anni fino al 2010 sono stati un crescente successo per l’unione monetaria europea rispetto al decennio precedente. Da cosa è scaturita la battuta d’arresto? Forse la politica internazionale attuata dalla strana per non meglio dire “lucifera” coppia Obama/Clinton non ha sortito gli effetti desiderati? Partendo dal golpe tecnocratico operato sul governo italiano nel 2011 fino alle bombe sganciate sulla Libia, alla guerra in Siria, nello Yemen, al colpo di stato in Ucraina… e lo strascico di decine di migliaia di morti alle spalle.

Per chi non lo avesse ancora capito si è trattato di un passaggio epocale in Italia dove sono state letteralmente disintegrate delle forze rappresentative dell’espressione popolare di un tempo che vantavano un solido asse con la Libia anche grazie al rapporto privilegiato dei rispettivi leader politici che comprendeva anche la Russia, rispetto ai quali è sopravvissuta solo quest’ultima naturalmente perché non bombardabile e non commissariabile (la Russia è la prima potenza nucleare al mondo) tanto per comprendere a cosa servono le armi di distruzione di massa, ovvero a non farsi bombardare (chiedete a Kim Jong Un oppure ad Israele).

Non solo, l’ultimo governo Berlusconi “casualmente” è stato anche l’ultimo ad avere un sottosegretario di stato in asse con il Presidente del Consiglio per conto del quale gestiva l’Autorità Delegata, come fa notare giustamente Antonio Funiciello nel suo libro “il metodo Machiavelli”. Dopodiché le prassi istituzionale dettata dal Colle (per conto di chi?) è stata cambiata. Catricalà non era il braccio destro di Monti, Patroni Griffi non era il braccio destro di Enrico Letta, Graziano del Rio e Claudio De Vincenti non lo erano di Matteo Renzi. Maria Elena Boschi non lo era di Paolo Gentiloni.

Annotando le date è tuttavia probabile presumere che la miccia della depressione sia stata accesa proprio dalle complicazioni scaturite sul piano internazionale. E’ da constatare come l’Europa sia arrivata in un vicolo cieco: non può allargasi verso est, sono vietati infatti rapporti economici con la Russia che rappresenta 1/3 del globo per estensione territoriale e con la tecnologia cinese attualmente prima al mondo, con i Paesi più ricchi del medio oriente come il Qatar, quelli con potenziale di sviluppo maggiore come l’Iran, il Venezuela, Cuba, etc.

Insomma l’Unione oltre ad avere rilevantissimi problemi di politica interna dovuti alle scorrettezze istituzionali dove la Francia potrebbe tenere lectio magistralis, possiamo notare come il barcone europeo sia completamente ingessato nei rapporti di politica estera. In un contesto del genere, i Paesi dotati di maggiore libertà di movimento riusciranno a sovrastare l’Europa in pochissimo tempo (parliamo di Turchia, Serbia, dei Sauditi, Egitto… etc.).

La crisi del debito sovrano dell’eurozona ha causato un enorme cambiamento nella politica europea. I leader sono stati costretti non solo a farlo rattoppare in un clima di emergenza istituzionale diventando così impopolari, attuando riforme molto poco gradite nel nome dell’ austerità tedesca che oggi deve assumersi tutte le responsabilità delle politiche discriminatorie a riguardo.

L’incompletezza dell’unione monetaria è diventato un problema sul tavolo all’ordine del giorno.

Si è giunti infatti in sede istituzionale alla comprensione della necessità di condividere gli strumenti necessari per stabilizzare la crisi in atto, sia contro gli shock macroeconomici che verso le fughe di capitali. Anche se uno dei problemi principali dell’Unione resta oggi la migrazione “interna” dei capitali non essendo stato armonizzato il sistema fiscale dei Paesi membri.

Il 2019 avrebbe dovuto essere un anno di progresso, un passo in avanti verso la speranza, invece tutto è stato mosso in direzione della “sopravvivenza”. L’anno si è chiuso inoltre con una definitiva sentenza di penalità verso l’Unione, ovvero la certezza di un’imminente Brexit portata avanti da Boris Johnson che stranamente e comicamente tutti i sondaggi davano in perdita.

Un trattato aggiornato sul Meccanismo Europeo di Stabilità era pronto già dall’estate – precisamente giugno – concepito come un sistema di salvataggio sovra-fondo. Anche sull’unione bancaria i rispettivi ministri pensavano di riuscire a chiudere una roadmap da approvare nel corso dell’eurogruppo di dicembre chiusa poi con il solito nulla di fatto.

Una spinta maggiore in tal senso (e non a caso) è stata compiuta dai tedeschi, con il ministro delle finanze Olaf Scholz che si è battuto per l’accettazione dell’assicurazione sui depositi in chiave di messa in sicurezza dell’unione bancaria. Ci chiediamo perché tutta questa preoccupazione per i tedeschi verso i sistemi di salvataggio bancario? Non sarà mica a causa di tutta la polvere di derivati che hanno messo sotto i tappeti?

Comunque a dicembre, tutto è sembrato crollare. Il trattato MES non è stato finalizzato ed i tentativi di fissare una scadenza per il completamento unione bancaria nel nuovo Mandato quinquennale della Commissione europea sono stati accantonati. 

Una semplice visione del fenomeno sarebbe comprensibile se avessero tuttavia voluto ammettere che i governi europei non hanno mai accettato di rendere la loro unione adatta allo scopo. 

Ciò che balza all’occhio dei colloqui sull’eurozona nel 2019 non è tanto il fatto che non siano stati all’altezza delle aspettative, bensì quanto siano riusciti ad avvicinarsi ad un concreto balzo in avanti. E’ stato intavolato un serio discorso sul futuro dell’Unione e questo secondo gli addetti ai lavori sarebbe stato un vero e proprio punto di svolta per due importanti ragioni:  

Innanzitutto, chiarisce quanti compromessi siano effettivamente emersi attraverso anni di discussioni tra funzionari. Ad esempio, non esiste un fronte comune sul MES o sull’unione bancaria da parte della “nuova lega” dei paesi del nord. Il ragionamento compiuto con il quale è stata portata a termine la programmazione è stato molto chiaro: il nuovo MES dovrà essere un meccanismo più efficiente per concordare la ristrutturazione del debito con i creditori in una crisi accompagnando con un solido e completo sostegno il Fondo di risoluzione unico istituito per gestire le banche sistemiche fallite.

Nell’unione bancaria, ora è universalmente ammesso che l’accordo finale dovrà ricomprendere un accordo paneuropeo di assicurazione dei depositi, in cambio di un trattamento più severo dei crediti deteriorati delle banche e di una gestione più coerente delle banche insolventi. 

Una delle affermazioni più importanti tra quelle sostenute da Scholz è stata quella di dire ad alta voce all’interno del ministero delle finanze tedesco quale sia stata realmente l’intesa comune portata avanti all’interno dei negoziati in tutta la zona euro. 

Questo ha portato ad affermare il secondo punto: ovvero la necessità di giocare “a carte scoperte” ovvero affermando apertamente le cose al fine di procedere spediti verso un ulteriore progresso.

Un pieno successo l’unione bancaria può essere solo raggiunto se tutti i paesi procedono insieme comprendendo i vantaggi che questo sistema comporta. Si parla come al solito solo dei vantaggi, trascurando anche gli aspetti negativi che potrebbero scaturire da lacci e lacciuoli con i quali si vanno a legare gli stati sottoscrittori, perdendo completamente ogni forma di autonomia decisionale qualora uno di questi si ritroverebbe nelle condizioni di richiedere l’accesso al MES, spontaneamente oppure perché vittime di un attacco speculativo, mediante l’utilizzo di crisi sistemiche indotte, facilmente proponibili in un sistema finanziariamente interconnesso come quello europeo.

Non è forse questa una delle prioritarie logiche prerogative di matrice Hegeliane del meticcio governo unico mondiale? La creazione di un problema e la proposizione di una risoluzione, in cui la seconda sortisce degli effetti molto più devastanti rispetto alla prima andando a completare il quadro strategico delineato in partenza. 

Dunque se l’obiettivo finale è la cessione di sovranità totale degli stati membri della UE, appare evidente che la sottoscrizione dell’accordo rappresenti il passo finale per commissariare in maniera completa e radicale il Paese, ovviamente partendo dai più deboli che nel sistema della UE sono gli stati fortemente indebitati. Non a caso le parole deboli e debito hanno la stessa radice. Quindi, escludendo la Grecia che ha già dato (eccome se ha dato!) chi sarebbe il prossimo candidato naturale? A voi la risposta. 

Quest’ultimo punto rappresenta – non a caso – proprio il focus delle critiche rivolte dall’Italia attraverso le forze conservatrici che tendono per natura ad essere più razionali nei momenti in cui si propende a cedere – come in questo caso – in maniera gratuita ingenti somme di denaro dei tartassati italiani accompagnate dal diritto riconosciuto agli organismi delle UE di gestire il patrimonio pubblico in caso di una crisi sistemica, commissariando di fatto nuovamente il potere legislativo, così come accadde nel 2011, in contemporanea con i missili sulla Libia. Il risultato di questa strategia è la creazione di governi estremamente condizionati, impauriti dalla potenza di fuoco della finanza internazionale, assoggettati ad ideologie deleterie per lo stato sociale che mirano a muovere la ricchezza dal basso verso l’alto, garantendo le sottoscrizioni del debito pubblico con rovinose ripercussioni sullo stato sociale dei paesi membri.  

Dunque grazie ai partiti conservatori, il dibattito sulla futura forma dell’unione monetaria è stato sdoganato e reso pubblico, portato all’attenzione dei media, tanto più che l’approvazione del trattato è stata rimandata al 2020, forse con la speranza che gli animi si raffreddino e che l’attenzione possa andare scemando, rifilando la solita “polpetta” agli italiani.

Gli addetti al settore mormorano di cenni di apertura rispetto alla possibile conclusione di grandi affari proprio grazie all’unione bancaria. Infatti la ratio suggerisce che una volta portato a compimento il MES, le banche italiane saranno scoraggiate dall’acquistare troppo debito nazionale (contrariamente a quello che sta accadendo adesso) invertendo il trend e riportando la detenzione del debito pubblico nelle mani delle banche e degli squali/speculatori della zona euro che al contrario in caso di accesso al MES da parte del Belpaese riuscirebbero a conseguire notevoli profitti.

La grande domanda che sorge spontanea è come i leader italiani prepareranno i loro elettori per i compromessi a venire. Meno noto, ma altrettanto importante è un processo politico interno simile che si svolge in Germania. Gli scettici sottolineano in gran parte che i partner della coalizione di Scholz, i democratici cristiani, non hanno appoggiato la sua iniziativa.

Ma anche questo è qualcosa che viene naturalmente dopo, non prima, che i piani vengano messi sul tavolo. Le democrazie operano sul pubblico scontrandosi con non poche resistenze. Il modo in cui ciò procede in Germania ora in parte dipende dalle risposte degli altri paesi che Scholz sarà in grado di suscitare.

Naturalmente non vi è alcuna garanzia che la politica consentirà un compromesso. Ma ci sono incentivi per andare avanti. I leader dei grandi paesi trovano politicamente difficile “tornare più volte ai vertici senza nulla da dimostrare”, afferma un funzionario di alto livello coinvolto nei colloqui. “Siamo ancora in gioco”, conclude un altro.

Soprattutto, sarebbe un errore confondere la stasi sulla superficie con la vera immobilità sottostante. La metafora più comune utilizzata a Bruxelles sarebbe quella utilizzata per definire l’euro come un edificio la cui costruzione deve essere ancora terminata.

Visto l’arco di tempo molto esteso lungo il quel l’euro non si è mai evoluto in maniera armonica, sorge spontaneo a questo punto chiedere se il vero obiettivo dell’Euro sia davvero quello dell’Unione, o non sia soltanto uno strumento mascherato per trasferire la ricchezza da un sistema Paese ad un altro, cosa che effettivamente è accaduta e sta ancora accadendo.

Forse la metafora migliore da utilizzare sarebbe quella geologica: 

In politica, le pressioni possono accumularsi lentamente prima di provocare rapidi cambiamenti. Ascolta attentamente e puoi sentire il suono scricchiolante delle placche tettoniche della zona euro tese l’una contro l’altra. Quando tali tensioni vengono allentate, possono causare la distruzione, ma attenzione, possono anche spostare le montagne e rimodellare i continenti.

La chiesa è una vittima del globalismo?

Usciamo per un attimo dalle mappe concettuali fornite dal sistema del pensiero unico che randella il dissenziente e l’ideologicamente diverso, fregiandosi al contempo del titolo di autorità democratica:

quando abbiamo abbracciato la causa unionista europea firmando i trattati era davvero così scontato che la novella Unione Europea lasciasse alla porta il cristianesimo, rinnegando le proprie radici storiche?

E’ un caso che il popolo anglosassone sia stato il primo nella storia a versare l’Obolo al Papa cd. <<Denarius Sancti Petri>> prima ancora che nel 1871 Pio IX lo istituisse con l’enciclica Saepe Venerabiles, ed il primo a tentare di fatto ad uscire dalla UE?

Come mai non è stata sollevata nessuna battaglia ideologica oppure non è stata adottata nessuna levata di scudi dalla classe democristiana europea? Dov’erano i cd. uomini cerniera Stato Chiesa? E perché la chiesa in quel momento era così distratta da riuscire a restarne fuori?

L’unione europea va oltre il semplice progetto politico, è lo strumento tramite il quale le elite aristocratiche che detengono il potere finanziario hanno ripreso pienamente il controllo del denaro del popolo, al netto degli errori del passato, utilizzando scudi ideologici e leve psicologiche, coinvolgendo la società, i mass media, la giustizia, l’economica, la valuta, l’etica, con un sistema di norme al quale viene riconosciuta la posizione di sovranazionale, di valore superiore alla carta costituzionale, insomma in un solo colpo tutti gli aspetti della vita dei 513 milioni di cittadini europei. E che colpo!

Appare evidente che la chiesa sia stata inconsapevolmente utilizzata nella battaglia per la nascita del globalismo contro il mondo bipolare e subito dopo scaricata dalle potenze mondiali non appena è stato smantellato il muro di Berlino, il cui abbattimento, vede oggi scendere in piazza festosi e chiassosi i seguaci del globalismo democratico per l’anniversario della caduta salvo poi ritornare nella stessa piazza a manifestare per la chiusura della Whirpool o dell’Ilva dovuta proprio alla sleale concorrenza (dumping) consentito dal globalismo attuato mediante la caduta dello stesso muro.

Restano però silenti di fronte alla crescente complessità di un mondo totalmente fuori dai vecchi schemi, limitandosi a replicare e rimarcare l’equivalenza storica che il globalismo rappresenti la democrazia ed il sovranismo la dittatura tralasciando il notevole fatto che non tutti i globalisti erano e sono dei democratici (Cina compresa) anzi, la propaganda globalista è spinta oggi proprio dai regimi dittatoriali che trascinano il dibattito pubblico verso argomentazioni sterili ed improduttive. Ovviamente non parliamo di soggetti che amano l’Italia.

Notiamo quindi che al fine di rivendicare una legittimazione ad esistere ab origine entro un sistema costituzionale ed evitare imbarazzanti esami di coscienza con il passato, il globalismo democratico utilizza tutta la potenza di fuoco dei media di proprietà dei consociati per tenere ferma nelle menti dei seguaci l’equivalenza sopra rappresentata, senza la quale evaporerebbero istantaneamente in una società liquida come quella attuale.

Il risultato è che portatori sani della propaganda globalista tendono a rifiutare qualsiasi critica, idea diversa, oppure tesi che ne possa mettere in discussione l’esistenza stessa per paura che ne vengano meno le cause che ne legittimano l’esistenza.

La chiesa è uscita ormai dalla vita delle famiglie europee, cedendo il passo ai valori del globalismo ecologico-democratico, dove l’uomo non necessità più di valori spirituali ma soltanto di uno smartphone per veicolare il messaggio delle multinazionali che lo manipolano per il massimo profitto.

E’ da notare come il globalismo nato da interessi industriali americani abbia poi contaminato la finanza ritornando più forte di prima con l’industria informatica nell’era del digitale, fungendo da trampolino per i cinesi che si sono affermati all’avanguardia in questo settore e per un altro player anomalo, la propaganda islamica.

Cos’hanno in comune queste due realtà e perché sono così avvantaggiate dal globalismo?

La risposta è molto semplice: il globalismo premia i sistemi a “catena corta” ovvero i regimi non democratici dove le decisioni vengono assunte ed attuate in tempi ristrettissimi, non dovendo essere sottoposti a lunghi ed estenuanti passaggi parlamentari. E’ chiaro quindi che in una società liquida ad altro coefficiente di volatilità come quella contemporanea i regimi democratici sono destinati a sopperire proprio come i dinosauri perché troppo lenti e troppo grandi per vincere le sfide dei velocissimi ed aggressivi competitor che vogliono puntano al massimo profitto dallo sfruttamento dei Paesi antagonisti.

Ecco perché il Regno Unito si è tirato fuori dalla competizione, puntando al benessere mediante la conversione del commonwealth da colonia industriale a colonia finanziaria, attraendo nella City i capitali mondiali garantendo anonimato sicurezza e zero tasse. E’ da notare una strana coincidenza, ovvero che i maggiori flussi verso la City proviene dalle nazioni che hanno adottato sistemi repressivi fiscali e limiti all’utilizzo del contante come l’Italia oppure da Paesi nei quali l’ordine democratico viene ritenuto messo a rischio da pericoli sociali o politici come ad esempio Hong Kong o Città del Vaticano dove Bergoglio sta perseguitando i possessori dei conti correnti facendoli fuggire verso lidi migliori e facendo arrivare quasi al fallimento la città santa.

La crisi della democrazia in chiave industriale era già stata ampiamente prevista nel 1973 dal “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale” Prefazione di Giovanni Agnelli Introduzione di Zbigniew Brzezinski (link).

Ritornando al ruolo della chiesa che è stata completamente estromessa dal progetto europeo, è impressionante l’analisi del dato che nei Paesi africani dove è presente la chiesa il livello di conflitti ed atrocità e drasticamente minore e la qualità della vita degli abitanti è nettamente superiore.

Però siccome il progetto unitario europeo ha tenuto alla porta la chiesa, questo significa che non si impegnerà mai ad impiegarla come alleata in un progetto di risanamento del continente africano, a danno proprio dei più bisognosi. Altro danno collaterale del globalismo ecologico-democratico.

I trattati europei hanno seppellito l’illuminismo proprio come la chiesa perché ritenuti di intralcio all’impostazione del nuovo mondo ecologicamente globalizzato, per la serie: ignoranti ma ideologizzati sull’ecologismo che è sempre meglio del socialismo.

Ammettere la sopraggiunta radicale ambiguità del progresso vuol dire accettare il fatto che ormai in occidente l’illuminismo è finito e siamo in fase di decadenza. E’ finito non solo quanto promessa di emancipazione dell’uomo o in quanto possibile orizzonte dell’intera umanità ma è finito altresì l’illuminismo come effettivo fronte di battaglia dentro di noi e dentro le nostre società tra ragione e superstizione, tra libertà ed asservimento.

L’illuminismo ha riportato grandi vittorie proprio sul suo avversario più aspro: sul cattolicesimo obbligato da tempo ad accettare la libertà di coscienza, i diritti dell’uomo, la piena laicità delle istituzioni secolari. Cattolicesimo che forse proprio per questo si mostra consapevole – come indicano le richieste di perdono da parte del papa – della necessità di aprire se stesso ai tanti ripensamenti che i tempi chiedono, condizione indispensabile, questa per riuscire ad ascoltare anche la voce di nuove profezie.

Come risponde a tutto ciò la cultura laico globalista italiana? Semplice, con la paura di rompere il suo piccolo tabù illuministico-antireligioso e assumendo le vesti di un distratto svagato osservatore di fronte alle pure clamorose falsificazioni storiche dei signori della Convenzione Europea. La cultura globalista risponde mostrandosi apparentemente indifferente di fronte ai grandi problemi del nostro passato e della nostra identità di ciò che siamo e che è augurabile vogliamo continuare ad essere. Dando quasi a credere che di passato alla fine gliene interessa davvero soltanto uno: il suo e basta.

Un esempio? Bergoglio si sta esibendo per consacrare sacerdoti anche se sposati ma con comprovata fede cattolica e grande disponibilità verso la Chiesa e il prossimo, ma solo in Amazzonia. Il Papa quindi immagina che lì solamente esistano uomini con le caratteristiche da lui indicate, forse immaginando che in tutte le altre parti del mondo non ci siano uomini sposati altrettanto degni del sacerdozio.

Putin afferma di considerare Israele un paese di “lingua russa”


Israele ospita quasi 2 milioni di migranti dagli ex stati sovietici, afferma il leader russo, quindi i paesi condividono una “famiglia comune”

La Russia considera Israele una nazione di lingua russa, ha detto il presidente Vladimir Putin durante un discorso a Mosca in occasione di un evento organizzato dall’appello israeliano unito, un’organizzazione sionista responsabile della raccolta fondi.

“I cittadini di Russia e Israele sono collegati da legami di famiglia, parentela e amicizia. Questa è una vera rete, una famiglia comune, dico senza esagerare. Israele ha quasi 2 milioni di cittadini di lingua russa. Consideriamo Israele uno stato di lingua russa “, ha detto.

Putin ha anche detto che avrebbe viaggiato in Israele a gennaio su invito del presidente Reuven Rivlin per partecipare a eventi dedicati al 75 ° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz e alla Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto.

“Certo, approfitterò sicuramente di questo invito”, ha detto Putin.

Una vecchia visita di Putin in Israele

Il commercio tra Israele e Russia è aumentato del 9% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ha aggiunto.

La Russia mantiene stretti legami con alcuni paesi di lingua russa, offrendo loro vantaggi commerciali e sostegno politico. Ha anche dimostrato un alto livello di intervento, a volte considerato anche potenzialmente “ostile”, certo sempre in funzione della tutela degli interessi russi, ovviamente.

Sotto Putin, la Russia ha approfondito e migliorati i rapporti con l’Iran, nonostante le tensioni e le richieste da parte di quel paese di distruggere Israele e i presunti tentativi di sviluppare armi nucleari e di altro tipo nel contesto del conflitto dell’Iran con Israele. La Russia sostiene anche il presidente siriano Bashar Assad e Hezbollah, ed è una delle poche potenze principali al mondo con relazioni ufficiali con i funzionari di Hamas.

Questo significa che la politica estera attuata da Putin è riuscita ad acquisire un ruolo centrale per la moderazione del dialogo con una serie di Paesi diplomaticamente “isolati”. Dunque, un intervento russo in caso di escalation dei conflitti in essere potrebbe essere determinante. Fare politica estera significa essere “utili” per i propri partner al fine di acquisire centralità e conseguente considerazione nell’ambito delle relazioni internazionali e conseguenti protocolli d’intesa, riuscendo a rendersi “indispensabili” anche in conseguenza delle trame tessute e dalla qualità del “materiale” utilizzato.

Quale ruolo di “utilità” saprà ritagliarsi l’Italia nel nuovo scacchiere diplomatico utilizzando la bussola neo-vaticana? Sicuramente un peso maggiore che potrebbe in teoria contribuire ad un riposizionamento in ambito internazionale, ammesso che si sappiano cogliere le opportunità in transito. Altro interrogativo che bisogna porsi è quale contropartita sarà richiesta al Paese ed in quale “valuta” bisognerà rimborsare le agevolazioni che verranno. Staremo a vedere.

Perché i media occidentali dipingono Dugin come “un filosofo pericoloso”?

“Non voglio distruggere o annientare l’Europa”

A. Dugin.

Aleksandr Dugin, ideologo delle teorie sul populismo che viaggiano attraverso l’Europa e la Russia, parla di geopolitica, cospirazioni e … di un incontro finora sconosciuto con George Soros

(cos’è il populismo)

Molti si chiederanno chi sia Aleksandr Dugin, e perché è un filosofo molto temuto, e, soprattutto, perché nell’immagine sopra riportata sta per sparare una razzo anticarro. Se avrete la costanza di arrivare alla fine di questo articolo lo capirete.  

Dugin è un filosofo russo di 57 anni avvolto in una barba dostoevskiana, afferma di essere un ideologo geopolitico molto influente nel suo paese che difende il ritorno di una Russia imperiale attraverso l’eurasianismo. E’ un autore riconosciuto tra le correnti di pensiero ultra-occidentali e funge da “portavoce” per il Cremlino di Putin.

La sua tesi principale è che le grandi ideologie (liberalismo, comunismo e fascismo) sono superate da una nuova chiamata populismo integrale delineata nella sua “Quarta teoria politica” (Ed: Fides) pubblicata originariamente nel 2012. Nel maggio 2018, quando il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno raggiunto un accordo con il governo in Italia, alcuni analisti che avevano affermato per anni la fine la fine al sistema liberale si sono dovuti rivolgere a Dugin, ovviamente dandogli ragione! 

Non è più una questione di destra o di sinistra, ma del popolo contro le “élite globaliste” che hanno una potenza finanziaria al pari dei singoli stati, in grado di manipolare le democrazie utilizzando raffinate tecniche psicologiche, e quando queste non arrivano a produrre gli effetti desiderati, attivano la rete di lobby, congregazioni, sette e carbonerie elitarie, definite “corpi intermedi”.

Un anno dopo, il governo populista è volato in mille pezzi. Le ragioni sono diverse, ma ce n’è una che coinvolge la Russia, anche se in modo circostanziato: il presunto finanziamento alla Lega di Matteo Salvini. 

In questa intervista telefonica di oltre 80 minuti, Dugin parla delle notizie italiane, della Catalogna, di Trump e Putin … e, naturalmente, di Soros.

DOMANDA. “Lei è il cervello di Putin”, “il Rasputin di Putin”, “Il nemico numero uno dell’Occidente” … Cosa c’è veramente in tutti questi titoli? Chi è Aleksandr Dugin?

RISPOSTA. Sono tutte caricature, montaggi ad arte. Sono un nemico dell’egemonia liberale occidentale semplicemente perché critico le loro tesi. Difendo la multipolarità e il pluralismo delle civiltà. Non so se c’è una verità… ma non è certo la verità del liberalismo. Ci sono molte cose in comune tra la mia filosofia e la politica strategica di Putin. I miei libri sono ben noti in Russia e i russi concordano con le mie idee. Non stiamo cercando di difendere solo l’identità russa contro l’Occidente, nel mio pensiero si rifiuta il nazionalismo in quanto rappresenta una forma di ideologia del capitalismo egoista. Dobbiamo difendere tutte le civiltà, tutti i popoli, piccoli o grandi, in modo che possano conservare la propria identità. Questo è il motivo per il quale sono ritenuto pericoloso per l’Occidente e le sue élite globaliste. Bisogna dare valore al singolo individuo alle singole comunità rispettando le radici storiche e le tradizioni. Purtroppo la classe dirigente occidentale muove i suoi passi in direzione opposta.

D. Quale pensa sia il principale errore del liberalismo occidentale?

R. Non ho trovato interessante alcun valore del liberalismo. Tutti i suoi principi sono falsi! Sono bugie basate sul razzismo intellettuale e culturale perché vogliono imporre i valori di una parte dell’umanità su tutti … senza chiedere!

Prima di continuare con l’intervista, dobbiamo comprendere la complessità di questo personaggio oscuro e affascinante allo stesso tempo. 

Lo scrittore francese Emmanuel Carrère, nella sua biografia su Limonov, descrisse così Dugin: “È […] fascista, solo che non è un giovane goffo e malaticcio, ma un orco. È grande, barbuto, peloso, cammina con il passi leggeri di una ballerina e ha un modo curioso di bilanciarsi su una gamba sola […]. Parla quindici lingue, ha letto tutto, ha una risata sincera ed è una montagna di conoscenza e fascino. ” I tuoi insegnanti? Fascisti e comunisti allo stesso modo. “Lenin, Mussolini, Hitler, Leni Riefenstahl, Mayakovsky, Julius Evola, Jung, Mishima, Wagner, Lao Tzu, Che Guevara […] e Guy Debord”.

Aleksandr Dugin (Mosca, 1962) era un saggista marginale fino alla fine degli anni ’90 che teorizzava sul misticismo. Cresciuto in un’Unione Sovietica che detestava, abbracciò il fascismo come una forma di ribellione. Ha fondato il Partito nazionale bolscevico con Limonov. È fallito rumorosamente. La sua fortuna arrivò nel 1997, quando divenne famoso per la pubblicazione “The Foundations of Geopolitics: Russia’s Geopolitical Future”, un “bestseller” in cui presentava i concetti della sua teoria geopolitica: l’eurasianismo.

Recuperando l’orgoglio nazionale dopo la fine dell’ “homo sovieticus”, Dugin divenne uno dei teorici preferiti dell’esercito e di alcuni politici. Nel 2008, egli stesso ha fatto finta che Putin stesse somigliando “sempre più a Dugin, implementando il programma che ho costruito tutta la mia vita”. Alcune riviste internazionali, come Foreign Affairs, hanno descritto questo mantra in un articolo del 2014 intitolato “Putin’s Brain”.

Ma gli analisti che conoscono la traiettoria di Dugin respingono che nessuno è Rasputin: “Dugin non è né un consigliere né il capo filosofo del presidente Putin”, spiega Nicolás de Pedro, Senior Fellow presso l’Institute for Statecraft di Londra e autore di un profilo Dugin.

Tuttavia, Dugin è abbastanza influente e attivo in altre aree: “Sebbene il suo peso politico in Russia sia certamente limitato, la sua influenza intellettuale non è trascurabile. Le sue divagazioni esoteriche possono generare beffe o incomprensioni, ma il suo pensiero geopolitico si è diffuso molto, in particolare in alcuni campi militari “, sottolinea.

P. Dugin, passiamo al motivo principale di questa intervista: l’Italia. Quando la coalizione tra il Movimento a 5 stelle e la Lega si è formata l’anno scorso, hai detto che era “l’inizio della grande rivoluzione populista che avrebbe cambiato il mondo”. Ora Salvini viene affondato e il centro-sinistra ritorna al governo. Sembra che la tua tesi sia fallita, giusto?

A. Sin dall’inizio era chiaro che era un passo troppo radicale. Era un simbolo di qualcosa che verrà dopo, una visione dell’inevitabile futuro. Il fatto dell’esistenza stessa di questo governo è già stato un grande evento. Un governo di populisti di destra e di sinistra è possibile! Nonostante, naturalmente, le pressioni liberali, la cui strategia è quella di unificare la sinistra e il diritto liberali per formare il centro in cui si trova il vero potere. Il populismo è la risposta organica al liberalismo, non la risposta ideologica. Cioè, il populismo è spontaneo. Il governo Lega-M5S ha chiarito che il dominio delle élite liberali è finito. Come una specie di premonizione.

D. Ma ora il Partito Democratico è al governo e Salvini è fuori.

R. Sì, hanno vinto perché i liberali hanno tutto il potere in Europa e negli Stati Uniti. Ma ogni volta ricevono più colpi. Ogni giorno sono più deboli. L’esempio italiano mostra che possiamo raggiungere l’unione dei populisti e trascendere politicamente questa divisione tra destra e sinistra populista, che è lo strumento del dominio liberale. Le élite liberali manipolano e governano grazie a questa divisione. I populisti saranno sempre vittime di alleanze con i liberali, come accadrà in Italia. M5S perderà con il PD. L’unica possibilità di tornare alla democrazia organica e vera è il ritorno al populismo integrale.

D. Se applicassimo la sua strategia della Quarta Teoria politica in Spagna, ci sarebbe un’unione tra Vox e Podemos, qualcosa che farebbe ridere uno spagnolo. In Catalogna, sinistra e destra si sono unite.

R. Sì, è improbabile che Vox e Podemos si uniscano. È anche improbabile che unisca il Fronte Nazionale in Francia con Melénchon. Ciò che è accaduto in Catalogna o in Italia è molto raro, ma sono piccoli esempi che dimostrano la necessità di unirsi contro i liberali. La strategia del centro liberale è quella di esagerare le divergenze storiche tra la destra e la sinistra populista per impedire loro di unirsi. Dobbiamo trascendere queste differenze. Perché? Perché i liberali fuggono dall’identità del popolo e dalla giustizia sociale.

La sinistra populista deve rispondere a una semplice domanda: chi è il suo principale nemico? Le identità che difendono il popolo o il capitalista che è il nemico mortale dei lavoratori? La violenza capitalista costruisce la sua gerarchia basata sul potere del denaro. E la stessa domanda per i populisti di destra. Chi odiano di più, i lavoratori o i capitalisti che distruggono l’identità dell’uomo e della famiglia? La modernità porta alla perdita del senso del sacro e del mistico. Questa miscela di idee si materializza in grandi pensatori come Constanzo Preve o Diego Fusaro, che condividono che questa gerarchia di nemici è essenziale. Il nemico numero uno sono i capitalisti liberali.

D. E in quella gerarchia, Donald Trump è per te un nemico dell’umanità o un alleato?

R. La sua sfida al sistema globale è molto positiva, sebbene il suo liberalismo sia negativo. Trump non è stato in grado di attuare la sua strategia. Per me è più importante che, nonostante tutta la propaganda e la demonizzazione dei globalisti, ci siano elettori di Trump. Rappresenta il supporto per la multipolarità. Trump pronuncia parole aggressive, ma in pratica è pacifico. Nessuna guerra è iniziata. Obama ha iniziato nuove guerre imperialiste. Naturalmente Trump non è l’ideale. Ma è importante che almeno spinga il populismo di destra perché è un supporto per la nostra visione. Le élite liberali non possono più governare il mondo come prima e Trump è uno dei grandi cambiamenti ideologici che lo dimostrano.

D. Come valuti la politica estera di Putin?

R. Putin è in una posizione intermedia tra il realismo politico moderno e l’Eurasianismo. Il realista è colui che mette la sovranità dello stato al di sopra di qualsiasi valore, non ha nulla a che fare con il globalismo. D’altra parte, c’è un eurasianismo che si collega alla teoria del mondo multipolare e che ho teorizzato già da diverso tempo. Anche l’eurasianismo influenza notevolmente la politica di Putin, sebbene a volte sia pragmatica. Putin non si comporta mai come un globalista convinto. Putin è più vicino a Trump. Penso che Putin sia metà Trump, metà Dugin.

A differenza di altri pensatori, Dugin si distingue per essere un intellettuale d’azione. 

Combina le sue farraginose teorie geopolitiche con fatti di azione. In un’intervista nell’agosto 2008, Dugin ha affermato che la Georgia stava perpetrando un genocidio nell’Ossezia del Sud e che la Russia avrebbe dovuto rispondere con forza. In una protesta due giorni dopo alle porte del ministro della Difesa, diversi attivisti del movimento eurasiatico (da lui fondato) hanno gridato: “Carri armati a Tbilisi! Gloria alla Russia! Gloria all’impero!” Dugin andò in Ossezia del Sud prima dello scoppio della guerra e fu fotografato con una granata anticarro.

Nel 2014 Dugin è tornato alla carica, difendendo apertamente il genocidio contro gli ucraini. Dopo la Rivoluzione Euromaidan, scrisse sulle reti: “Dovremmo liberare l’Ucraina da questi idioti. Il genocidio di questi cretini è inevitabile e obbligatorio! Non posso credere che siano ucraini. Gli ucraini sono meravigliosi slavi. E questa è una razza di bastardi che sono usciti dalle fogne”. 

Nello stesso anno, fu espulso dalla sua posizione di professore a Mosca dopo aver detto: “uccidere, uccidere e uccidere i responsabili delle atrocità in Ucraina”.

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Aleksandr Dugin, con un Kaláshnikov nell’Ossezia del Sud nel 2008. (Per gentile concessione di A. Dugin)

Ma Dugin non è un “cane sciolto” e, sebbene critichi di tanto in tanto Putin, la Russia approfitta della sua lunga lista di ultras in tutto il mondo: “Il Cremlino mostra una tendenza crescente a delegare alcune politiche o interventi in modo informale e non istituzionale. Il valore aggiunto di Dugin agli occhi del Cremlino è la sua capacità di consolidare reti dal Kazakistan all’Argentina, attraverso Turchia, Grecia, Germania, Italia, Ungheria o Spagna”, spiega De Pedro, usando come esempio l’infiltrazione di attivisti vicini a Dugin nel decennio precedente la guerra in Ucraina.

“Le ragioni del Cremlino per operare in questo modo sono diverse. A volte questi attori fungono da moltiplicatori di forza e, quasi sempre, offrono al Cremlino un’opzione di” plausibile negazione “(ciò che è noto in inglese come” plausibile negabilità ” ‘) Vale a dire, il Cremlino può trarre vantaggio da ciò che Dugin e altri offrono e, se necessario, negare qualsiasi responsabilità al di fuori (interferenza) o verso l’interno (perdite nelle fila degli appaltatori russi, per esempio). “

***

D. Cosa pensi delle manifestazioni in Russia contro Putin? Macron ha ricordato a Putin che, a differenza della Russia, i giubbotti gialli che si lamentano possono essere presentati alle elezioni.

A. Le proteste in Russia sono fortemente esagerate dalla stampa occidentale. Sì, ci sono proteste, ma sono liberali. La vera ragione delle proteste è … il liberalismo del governo. È un paradosso Putin a volte è troppo liberale e fa molti errori. Il suo governo non è eurasianista. Come tutti i liberali, è anti-popolo e la sua motivazione principale non è il suo benessere. Allo stesso tempo, i liberali manipolano queste proteste. Ma non penso che ciò rappresenti un vero pericolo.

D. Non vedremo una rivoluzione in Russia nei prossimi anni?

R. No, certo che no. Questo è fuori da ogni possibilità.

D. Pensi che Putin stia ottenendo la finlandizzazione (la Finlandia era neutrale durante la guerra fredda) dell’Europa contro gli Stati Uniti?

R. Putin ha sempre desiderato avere l’Europa come polo indipendente degli Stati Uniti e della Russia. Putin, in un certo senso, è europeo. La sua posizione è la mia posizione: io sono europeo, adoro i valori della cultura, dell’arte, della filosofia europea … ma voglio l’Europa tradizionale. Europa eterna Putin è radicalmente contrario all’Atlanticismo degli Stati Uniti. Non vogliamo distruggere l’Europa, vogliamo ricostruirla.

D. L’approccio della Russia all’Europa è un successo di Macron o Putin?

L’invito di Macron e Trump alla Russia di tornare al G7 è il simbolo della vittoria di Putin. L’Occidente finalmente accetta una Russia sovrana. Che il resto dei leader del G7 respinga il ritorno della Russia significa che l’Occidente è diviso. E tutto questo è il grande successo di Putin. Mostra che l’egemonia occidentale, come Macron ha riconosciuto, è finita.

D. Hai scritto un libro sulle cospirazioni che non è tradotto in spagnolo. Di cosa si trattava?

R. Quel libro non ha studiato l’esistenza di cospirazioni reali o immaginarie, ma la coscienza delle persone che credono nelle cospirazioni. In un mondo sempre più complesso, emergono teorie semplicistiche che aiutano a capirlo. È comune vedere che l’estrema sinistra o l’estrema destra guidano le teorie della cospirazione, ma inizia anche ad essere molto comune tra i liberali. Vedono ovunque le evocazioni di Putin, le trame e la mano nera del Cremlino nelle elezioni negli Stati Uniti, i giubbotti gialli in Francia, gli eventi in Catalogna… tutto è una grande cospirazione nell’universo liberale. È una semplificazione ideologica motivata dai processi più complessi che la coscienza abituale non può o… non vuole! interpretare bene.

D. Parlando di cospirazioni, dirigi molti dei tuoi attacchi contro un uomo: George Soros, il leader del “globalismo”. Se avessi Soros di fronte a te, cosa vorresti chiedere?

R. Conosco Soros personalmente…

D. Davvero?

R. All’inizio degli anni ’90, Soros venne a Mosca per presentare il libro di Karl Popper “La società aperta e i suoi nemici”. Ho partecipato alla conferenza. C’era rabbia perché ho detto alcune cose: la prima, che l’idea liberale dell’identità individuale dell’uomo è totalmente opposta all’antropologia russa. Il secondo, che tutte le sue idee sono false. Almeno per i russi. E infine, che le sue fondamenta sarebbero state bandite prima o poi. A Soros piaceva quest’ultimo… ed è divertente, perché alcuni anni fa la Russia ha vietato la Fondazione Soros e Putin ha recentemente promesso di arrestare Soros. Poi un giorno mi ha invitato nella sua università a Budapest per parlare.

D. E cosa ha detto Soros?

R. Che in Russia le rivoluzioni e le riforme iniziano con i liberali davanti e finiscono con persone come questa, signor Dugin.

D. Perché pensi che tutte le idee di Soros siano false?

R. Perché le civiltà che non la pensano come loro sono giudicate come… i nemici della società aperta! È un atteggiamento di razzismo ideologico. I nemici sono sempre vittime dell’apartheid. Ero un dissidente anticomunista perché odiavo il totalitarismo. Voglio che sia chiaro: sono nemico della società aperta, sono nemico del neoliberalismo, odio il neoliberalismo e combatto contro di esso. Questo sembra abbastanza per perseguitarmi. Sono sotto sanzioni americane.

D. Non puoi viaggiare negli Stati Uniti?

R. No, no. Sono sanzioni contro di me solo per le mie opinioni. Per le mie idee! Sono l’unico tra tutti i russi al mondo ad essere sanzionato per le mie idee. Sebbene sembri una contraddizione del liberalismo, è la sua vera natura.
D. Qualche giorno fa, diversi media (Buzzfeed, Bellingcat e The Insider) hanno pubblicato un’indagine in cui affermavano che eri collegato al presunto finanziamento illegale della Lega Matteo Salvini con denaro russo in petrolio. Che cosa hai da dire?

D. Sono accuse senza alcuna prova. Non ci sono fatti

A luglio, BuzzFeed ha pubblicato esclusivamente un audio registrato in un hotel a Mosca nel 2018 in cui un consulente Salvini, Gianluca Savoini, ha discusso con diversi russi un piano per deviare milioni di dollari dal petrolio russo alla Lega. Questa registrazione destabilizzò la coalizione tra Liga e M5S. È stato un terremoto per l’Italia. Nessuno sapeva chi fossero i russi della registrazione, fino a pochi giorni fa, attraverso un’indagine congiunta di diversi media, hanno scoperto l’identità di due di loro. E uno era Andrey Yuryevich Kharchenko, che Dugin ha insegnato alla sua tesi di dottorato. L’argomento? 137 pagine sulle qualità distruttive della globalizzazione, smartphone e selfie.

Aleksandr Dugin con Savoini e, probabilmente, Kharchenko, un giorno prima dell’audio che rivela il possibile finanziamento illegale della Lega Salvini con denaro russo.

Secondo l’indagine giornalistica, Kharchenko è un lavoratore del gruppo di estrema destra di Dugin, il Movimento eurasiatico, e viaggia con Dugin negli ultimi anni. Questi viaggi includono “una visita nel 2016 in Crimea per ospitare una delegazione turca con un consigliere del presidente Erdogan. Ha anche viaggiato lo stesso mese con Dugin ad Ankara, utilizzando un passaporto che viene generalmente dato a dipendenti statali o statali” .

Sebbene Dugin non abbia partecipato all’incontro in cui sono stati registrati quegli incriminanti audio, il giorno prima è stato fotografato a Mosca con Savoini e, con molta probabilità, con Kharchenko (l’uomo che è sulla schiena), uno degli uomini che il giorno successivo Negozerei come avrebbero trasferito i soldi russi.


D. E le foto? Li hai appena incontrati, vero? Come amici Kharchenko è l’uomo che è sulla schiena in questa fotografia?

R. Non mi interessa questo argomento. Ho amici nella Lega e conosco Salvini personalmente. Concordo sullo sviluppo delle relazioni tra la Lega Salvini e il Cremlino, ma non mi occupo in alcun modo degli aspetti economici. Ideologicamente, politicamente, culturalmente … Favorisco il sostegno della Lega e del governo con Five Stars, in quanto sono a favore del populismo europeo. Sono sotto pressione. Ho amici che sono politici europei, ma nessuno è un criminale o un dittatore. Non voglio vietare il liberalismo, non voglio vietare nulla, non voglio distruggere o annientare l’Europa.

D. Ma bandirebbe la Fondazione Soros.

R. Bandirebbe la Fondazione Soros per la sua azione totalitaria. È una setta criminale. Questa fondazione ha sostenuto finanziariamente azioni criminali e ha partecipato a rivolte sovversive in Russia. Non sono il solo a pensare che l’ideologia di Soros sia un totalitarismo ideologico. Dobbiamo combattere contro il liberalismo perché vuole imporre valori con la forza.

La compagnia di Gesù in prospettiva geopolitica

In tempi di storia globale, la vicenda umana e politica della Compagnia di Gesù ci ricorda come la chiesa romana abbia segnato la modernità occidentale. Ordine per eccellenza del cattolicesimo, i gesuiti rappresentano lo strumento più duttile di Roma per governare la transizione da un mondo considerato finito ad un mondo all’insegna delle scoperte geografiche, della neo-globalizzazione, facendo emergere la volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici, di attraversare le frontiere per riorientarle. “Ad maiorem dei gloriam” incarna fulgidamente la propensione militante che ancora oggi fa della Compagnia lo strumento più efficace per essere schierata in quelle aree dove maggiore è la richiesta di uomini duttili e fedeli capaci di adattarsi alle condizioni esterne e, progressivamente piegare ogni resistenza.

La storia della Compagnia di Gesù, alle sue origini è orientata non da presupposti teologici ma da una questione di politica e spazi. Ed in base a ciò che l’Ordine privilegiato della Chiesa cattolica fondato nel 1540 ha modellato sulle proprie forme l’intera modernità religiosa.

E’ lo stesso fondatore della Compagnia, Ignazio di Loyola a chiarire il punto nella sua autobiografia, poi servita da guida e testimonianza di pratica militare a tutti i gesuiti. L’episodio è noto: giovane e ardimentoso guerriero, ferito nell’assedio di Pamplona, si converte al cattolicesimo e, insieme ad alcuni sodali incontrati lungo il cammino di perfezionamento religioso, decide di applicarsi alla grandezza della causa cattolica, impegnadosi nella cura degli umili ed in opere di misericordia come forma di redenzione.

Il progetto tuttavia era un altro: il vero obiettivo era di recarsi a Gerusalemme e ritrovare nella città celeste occupata dagli ottomani la pienezza della propria fede. Sull’asse temporale, ci troviamo subito dopo la frattura provocata da Lutero nel 1517 che senz’altro ha contribuito ad influire sul pensiero di Ignazio di Loyola.

Il cammino di Ignazio e dei primi gesuiti fra Spagna, Francia, ed Italia è un percorso di alleanza fra le grandi potenze cristiane, con l’obiettivo di arrivare a Gerusalemme e liberarla; non è un caso che il racconto si soffermi poi sul loro soggiorno a Venezia, all’epoca anch’essa grande potenza grazie al controllo delle reti commerciali nel Mediterraneo.

Il sapere accumulato dallo Spagnolo è quello espresso dalle massime autorità della controriforma cattolica, in lotta fra loro per l’egemonia europea, ma abbastanza coese nella difesa della propria identità in un sistema già multipolare dal punto di vista religioso. La liberazione di Gerusalemme dalla presenza ottomana era il cuore pulsante di quel grande disegno universalista di restaurazione della cristianità che l’Europa cattolica sognava da sempre e che aveva trovato nelle crociate il motore di sviluppo.

Il nuovo “pensiero” gesuita sempre ben mascherato dal reale fine perseguito oggi è innestato su un principio di “crociate ideologiche” contro ogni corrente di pensiero isolazionista che andrebbe ad impattare negativamente su uno dei capisaldi della chiesa ovvero la mondialità, alias globalismo.

Tuttavia la politica aggressiva del grande impero ottomano di Solimano il Magnifico, aveva costretto le potenze cristiane ad un ridimensionamento del progetto, in attesa di tempi migliori. L’occupazione di Rodi nel 1522 da parte dei Turchi rappresentà un serio ostacolo alla libertà di navigazione per la terrasanta che colpì lo stesso Loyola dovendo rimandare l’approdo.

Giunto finalmente a Gerusalemme, espresse al Padre Giuliano la volontà di rimanere nella città per dedicarsi alla “cura delle anime”, incontrandone il fermo rifiuto per mancanza delle sufficienti garanzie per l’apostolato libero. Vigevano infatti rigide regole nella Città Santa, infrante le quali si andava incontro alla riduzione in schiavitù ed il conseguente pagamento di ingenti somme di denaro.

Nessuno può dire cosa sarebbe diventata la Comagnia di Gesù se Ignazio da Loyola avesse proseguito la propria missione in Terrasanta, né se i Gesuiti sarebbero evoluti in un corpo organizzato. Quel che è certo è che la Compagnia che nacque interiorizzò il metodo della frontiera e ne fece il valore su cui fondare il proprio discernimento; un esercizio di militanza missionaria che divenne il compito principale dei figli del fondatore dell’Ordine.

La volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici e di attraversare le frontiere per riorientarle “ad maiorem Dei gloriam” avrebbe costituito la causa principale degli attriti con gli altri ordini religiosi e con la Chiesa stessa.

Il primo a sperimentarlo fù lo stesso Ignazio di Loyola che, subito dopo il ritorno in Italia, attraversando senza curarsene la Lombardia allora divisa tra truppe Francesi e Spagnole, finì con l’essere accusato da entrambe le parti di intelligenza col nemico.

Non stupisce pertanto che sia proprio lui a testimoniare quanto l’equilibrio politico e le modalità di interazioni delle nazioni fossero ininfluenti di fronte all’unica vera missione affidata agli uomini della volontà divina e dalla sua proiezione sulle due bandiere, centro vitale degli esercizi spirituali con cui il fondatore della Compagnia di Gesù dava una regola al nuovo Ordine:

Il primo preambolo è la storia e qui sarà come Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera, e Lucifero al contrario sotto la sua. Il secondo preambolo: la composizione visiva del luogo; qui sarà il vedere un grande campo militare in tutta quella regione di Gerusalemme, dove il supremo capitano generale dei buoni è Cristo nostro Signore; altro campo nella regione di Babilonia, dove il condottiero dei nemici è Lucifero”

La traduzione sul piano dell’immanenza della simbologia teologica di Ignazio è il duello, vale a dire la modalità del combattimento nella sua natura più elementare cui von Clausewitz avrebbe poi ridotto la guerra. Lo speciale quarto voto di fedeltà assoluta al pontefice, in aggiunta a quelli di castità, povertà, e obbedienza è la peculiarità della Compagnia rispetto agli altri ordini, rappresenta questa mobilitazione permanente di obbedienza dei Gesuiti.

Al netto del connaturale orientamento devozionale, la missione si caratterizza, fin dal suo esordio, come vero e proprio strumento della politica gesuitica e vaticana nel mondo. Inutile dire che l’obiettivo di ogni missione fosse la conversione, il duello con la volontà del nemico e la sua sconfitta:

Il fine della Compagnia è non solo attendere con la grazia di Dio, alla salvezza e perfezione delle anime proprie, ma, con questa stessa grazia, procurare con tutte le forze di essere di aiuto alla salvezza e alla perfezione delle anime del prossimo

Il vincolo contratto nella Compagnia è superare se stessi proiettandosi attraverso il nome di Gesù in una prospettiva salvifica globale, e, dopo aver scelto, essere scelti dal Signore a diffondere la sua sacra dottrina fra persone d’ogni condizione e stato. E’ questo il vero segreto della potenza dei gesuiti, la convinzione di costruire un corpo scelto, partecipe delle scelte divine e suoi depositari che li spinge a vivere e sacrificarsi nella sua vigna nell’attesa della liberazione eterna.

La pratica missionaria tramite il potere pastorale così concepito è in grado di governare gli uomini garantendo loro la salvezza ultima e, al contempo operando quelle pratiche di divisione necessarie alla oggettivazione dei fedeli e al loro controllo, dall’altro assicurandosi il dominio nel campo pedagogico-educativo, nella produzione di sapere e nei meccanismi di controllo della sua riproducibilità, nel tentativo di arginare la generalizzazione.

Un ruolo importante fu anche il sostegno alla causa della Compagnia da parte delle autorità statali che avevano intuito la funzione ordinatrice e di compattamento sociale della parola gesuitica all’interno di una ricomposta struttura del cattolicesimo volto a controllare ogni forma di deviazione teologica e vigile rispetto ad ogni usurpazione di principi e sollevazione di popoli.

LA TERRITORIALIZZAZIONE DEVOZIONALE

L’anelito missionario fu uno straordinario vettore di propaganda dell’Ordine per favorire le vocazioni e piegare i nuovi soldati di Cristo alla strategia politica del Generale; dall’altra il coinvolgimento delle popolazioni da evangelizzare fu assicurato dalla capacità di adattamento messa in campo dai Gesuiti stessi. Quali compiti spettassero sono ormai noti: ci si avvia verso quella che è stata chiamata la “territorializzazione devozionale”, una forma raffinata di colonizzazione in cui la missione era la costruzione di uno spazio destinato ad una precisa e codificata interiorizzazione di ruoli e di regole, in cui il linguaggio, i gesti, l’oratoria e l’opera del missionario fornivano la cifra di una nuova socialità comunitaria fondata sul confessionale, come luogo di conoscenza prima e di controllo poi.

Analizzata con le catagorie del novecento, l’apostolato diviene un passaggio essenziale per la costruzione di una società particolarmente confessante che solo mediante le missioni può diffondersi sul territorio.

Nasce qui il paradosso per cui i missionari che svolgevano una missione supplettiva della politica, piegando ogni remoto ancolo del mondo ai valori europei, iniziavano ad assumere sempre più le fattezze di santi che affontavano la popolazione indomita et micidiale. Confraternite, congregazioni ed uso devoto dei santi permettevano ai gesuiti di consolidare un processo di acculturazione di sicura utilità per le popolazioni altrimenti abbandonate a se stesse. Al contempo veicolavano in maniera sussidiaria lealtà vero l’autorità dello Stato che progressivamente si era affermato.

Di fatto l’allargamento dei confini della cristianità coincide con l’espansione delle missioni gesuitiche; Germania, India, Cina, Giappone, America meridionale, Medio Oriente, Africa, dove i gesuiti giunsero dopo la metà del 500.

La Compagnia vide una battuta d’arresto con Clemente XIV che nel 1773 ne decdretò il depotenziamento, per riprendersi successivamente nel 1814 avviando una sorta di restaurazione. La connaturale funzione di stabilizzazione politica parallela all’operato dei gesuiti venne messa in rilievo anche da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere.

Altri momenti storici di depotenziamento della Compagnia di Gesù dovuta a contesti internazionali non in linea con la spinta globalizzatrice cardine del pensiero gesuita si sono avuti sotto il pontificato di Paolo VI e successivamente Giovanni Paolo II (per ovvie ragioni geopolitiche – lotta al comunismo).

LA CONTEMPORANEITA’ DI FRANCESCO

Nel messaggio per la giornata missionaria del 2013 dopo aver ribadito la centralità del Concilio Vaticano II e la funzione sociale della testimonianza missionaria della propria fede, Bergoglio ha esaltato la preoccupazione geopolitica della chiesa e ricordato che lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di ogni comunità ecclesiale. La sfida di Francesco sembra essere gesuiticamente all’altezza dei tempi.

La globalizzazione ha annullato le frontiere e reso complessa la mappatura religiosa del pianeta; al missionario quindi è richiesta la capacità di discernimento politico nella tradizionale divisione geografica. Se prioritaria rimane la richiesta di coversione dei popoli ancora senza Dio, la nuova evangelizzazione si rivolge non più solo all’esterno dei bastioni del cattolicesimo ma anche al suo interno, alla ricerca di quanti nello spazio delle comunità cristiane predicano altre fedi o la completa estraneità ad esse. Naturalmente per evitare conflittualità religiose all’interno delle moderne società complesse Francesco ha specificato che le missioni non devono fare proseliti ma testimoniare la gioia dell’appartenenza alla comunità di Cristo.

Un messaggio molto diverso da quello lanciato da Giovanni Paolo II nel 1990 con l’enciclica Redemptoris missio. Dunque con Francesco non si esaurisce la funzione di imporre la chiesa nel mondo ma si rende il messaggio suadente con la testimonianza della gioia di chi la pratica, calibrando la geopolitica vaticana su una forma originale dell’agire comunicativo.

Il concetto viene rimarcato nel 2015 La missione non è proselitismo o mera strategia, la missione fa parte della grammatica della fede, è qualcosa di imprescindibile per chi si pone in ascolto della voce dello Spirito che sussurra vieni e vai. Chi segue Cristo non può che diventare missionario.

Il 15 maggio 2016 per la prima volta Bergoglio pronuncia delle parole diverse riguardo il compito dei missionari: non forza per attuare un progetto ma cura per renderlo praticabile. Essi di prendono cura di coloro che si muovono alla periferia della fede propagando il nome di Dio in maniera gratuita senza attendere risposte. Si tratta di un’apertura grandiosa che si richiama alla presenza femminile nell’attività missionaria, del tutto inedita nello scenario cattolico.

Sono queste le nuove coordinate della geopolitica gesuitica e vaticana e al futuro spetterà dire se più o meno efficaci. Recentemente al termine di una visita nella provincia gesuitica del Vietnam, il generale della Compagnia Adolfo Nicolas ha detto che l’incarnazione vietnamita dell’Evangelo e della spiritualità ignaziana sono il fulcro del nuovo spirito missionario della Compagnia. L’incarnazione vietnamita serve a dire che l’unicità del messaggio si declinava nelle coordinate geopolitiche delle singole comunità ecclesiali nazionali. In qualche misura, ancora oggi esiste una Compagnia che insegue il mond e vuole dominarlo ad maiorem Dei gloriam.

Il canale di Kra e le ambizioni espansionistiche cinesi

La cina vuole costruire un canale in Thailandia, attraverso l’Istmo di Kra, che collega il pacifico all’oceano indiano, in modo da aggirare lo stretto di Melacca; arteria giugulare degli approvvigionamenti energetici e del commercio cinese. Un progetto dalle implicazioni geopolitiche ed economiche enormi per tutti i Paesi della regione

Sin dal diciottesimo secolo il progetto per la costruzione di un canale che collegasse il Golfo del Siam ed il Mare delle Andamane è stato più volte evocato, ricorda un diplomatico occidentale che ha trascorso buona parte della sua carriera nel Sudest asiatico. Tuttavia tale progetto è stato rimandato innumerevoli volte dai governi thailandesi per mancanza di fondi. Anche se per molti esperti la sua fattibilità economica rimane discutibile, il progetto ha alla fine trovato un deciso sostenitore con l’entrata in scena della Cina, che si propone d’integrare il Canale di Kra alla Nuova Via della Seta.

Il sempre più importante traffico marittimo cinese metterebbe così da parte lo Stretto di Malacca, un imbuto che si stringe fino ad una sessantina di chilometri vicino a Singapore e che ha solo pochi chilometri utilizzabili dalle grandi petroliere per via della scarsa profondità dei fondali. Tanto più che quello stretto raggiungerà la saturazione, secondo le stime, nel 2024 quando oltre 140.000 navi cercheranno di passare attraverso questa via di mare, oppure dovranno optare per vie alternative più lunghe, che passano attraverso gli Stretti di Sunda e Lombok, molto più a sud, tra le isole dell’Indonesia, allungando da 4 a 7 giorni i tempi di navigazione.

Come tutti sanno la Nuova Via della Seta /BRI mira a collegare più facilmente la Cina all’Europa mediante la costruzione di una rete di infrastrutture per il trasporto finanziata da Pechino. La cosiddetta BRI ha un aspetto terrestre, la SIlk Road Economic Belt, ed uno marittimo, la 21st Century Marittime Silk Road. Questa iniziativa rientra nella strategia a termine ideata dalla Cina non solo per potenziare la propria influenza e capacità di penetrazione commerciale nei Paesi attraversati dalla BRI, ma anche per garantirsi una sicurezza energetica, quindi economica e strategica mediante l’apertura di nuove rotte di transito, controllate da Pechino, per le sue importazioni di idrocarburi.

Una questione strategica di enorme rilevanza considerato che la maggior parte del traffico marittimo da e verso i porti cinesi transita oggi da Stretti controllati dalla US Navy. L’apertura di nuove rotte deve quindi permettere alla Cina di ridurre sensibilmente le minacce alla propria economia in caso di blocco o chiusure degli stretti, e in primis quello di Malacca.

Oggi oltre i 3/4 degli approvvigionamenti cinesi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa transitano infatti dallo Stretto di Malacca, considerato come la “life line” marittima della Cina in quanto rappresenta la via d’accesso più breve per i propri porti. Il maggior timore dei dirigenti cinesi è che, in caso di crisi, lo Stretto venga bloccato da Paesi ostili. Malacca costituisce il punto più vulnerabile ed il maggior fattore di criticità della Strategia di Pechino. Una vulnerabilità che già a suo tempo l’ex presidente Hu Jintao aveva definito come il dilemma di Malacca. Due soluzioni, non incompatibili o addirittura complementari sono state prese in considerazione dai dirigenti cinesi per risolvere il problema: incrementare la potenza e le capacitò della Marina per proteggere le rotte marittime; rendere più sicura quella verso l’Oceano Indiano in modo da ridurre la dipendenza nei confronti del collo di bottiglia, o strozzatura rappresentato dallo Stretto di Malacca. E’ in quest’ottica che Pechino ha proposto a Bangkok di finanziare e fornire mano d’opera per costruire un canale con il quale “tagliare” l’istmo di Kra.

Un progetto dal costo di 28 miliardi di dollari in 10 anni per un canale largo 400 metri e profondo 25.

Comunque sia, il progetto del canale di Kra, in linea con la ben nota strategia della “collana o filo di perle” e quella dei 2 oceani descritta dai teorici di Pechino, costituirebbe un cardine della nuova Via della Seta marittima per una Cina ansiosa di consolidare la sua ritrovata centralità geopolitica, portando un grande sviluppo economico nell’area, ma allo stesso tempo emarginando pure alcuni porti della penisola malese come come Port Klang e, soprattutto, Singapore. La Città-Stato potrebbe perdere infatti fino al 50% dell’attuale traffico marittimo se il progetto dovesse essere realizzato. Per Bangkok invece il canale sarebbe fondamentale per dare stimolo economico alla crescita del Paese. Anche lo Sri Lanka vede di buon occhio il progetto che permetterebbe all’isola situata a prossimità delle rotte tra Asia ed Europa di far valere la propria posizione geostrategica.

Se il progetto del canale di Kra si dovesse concretizzare, lo Sri Lanka potrebbe diventare una seconda Singapore, mentre la Thailandia il nuovo punto di gravità geostrategico dell’Asia sudorientale. Tutto sempre sotto il controllo del grande fratello di Pechino.