Gli ingannevoli progressi globali

Anno bisesto, anno funesto…

… e triste quello che gli viene appresso

Se l’anno è bisestile, riempi il sacco al barile

Anno bisesto tutte le donne senza sesto

Anno che bisesta non si sposa e non s’innesta

Il 29 febbraio rimette le lancette al loro posto

Anno bisesto tutte le cose van di traverso

Anno bisestile, chi piange e chi stride

Anno biesto che passi presto

In realtà non c’è alcuna spiegazione scientifica che avvalori queste credenze, ma il semplice fatto che durante alcuni anni bisestili si siano verificate alcune catastrofi ed epidemie.

Andando indietro nel tempo si scopre che: in un anno bisestile, il 1908, il terremoto distrusse Messina; nel 1968 la terra tremò nel Belice; nel 1976 in Friuli e nel 1980 in Irpinia; nel 2004 lo tsunami devastò il sud-est asiatico. Per il 2012 i Maya avevano previsto addirittura la fine del mondo, evidentemente ci è andata bene. Tuttavia corre l’obbligo di segnalare che tantissime altre sciagure si sono verificate in anni che non erano invece bisestili, anche perchè secondo la cultura anglosassone l’anno bisestile porta invece bene.

Le ragioni di tale detto sono da ricercarsi in tempi molto remoti. I primi a pensare che l’anno bisestile fosse un anno funesto, furono gli antichi romani che diffusero questa credenza in tutte le zone dell’Impero.

Fu voluto da Giulio Cesare che chiese, su consiglio di Cleopatra, una consulenza all’ astronomo Sosigene di Alessandria. Questi invitò l’ imperatore ad inserire nel suo calendario un dì in più ogni quattro anni subito dopo il 24 febbraio che era il sexto die ante Calendas Martias, il sesto giorno prima delle calendi di marzo. Quel giorno diventò il bis sexto die (da qui il termine bisestile). Per gli antichi Romani febbraio era il mese dei riti dedicati ai defunti, quello in cui si svolgevano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare che celebravano la conclusione di un ciclo cosmico.

La contemporaneità bisestile del 2020, ci consegna un mondo molto popolato, intenso, veloce, e contrariamente a quanto accadeva in passato, molto più dominato dagli esseri umani.

La modernità di per sé, come l’etimologia della parola insegna, include un cambiamento e sin’ora  è stato sinonimo di progresso anche se paradossalmente nel mondo riscontriamo che le disuguaglianze e le povertà non sono sparite affatto, facendo emergere il conflitto della vita vissuta in piccola scala con decisioni di ampia scala, chiamate appunto “globali”.

Tuttavia le scelte operati all’ombra dell’insegna globale hanno ingannevolmente rappresentato un progresso per gli agglomerati urbani ed i macro territori ma al contempo aumentando il divario tra centro e periferie del mondo, sia nel senso “micro” che “macro”. Testimoni di un apparente progresso molto discutibile sotto il profilo della sostenibilità ambientale sono ad esempio i settori dell’energia, mobilità, rifiuti, circolarità delle informazioni che hanno intrapreso direzioni inattese e molto “poco controllabili”.

Non sempre però le invenzioni spacciate per “progresso” producono effetti concreti in tale direzione, anzi, in certi casi possono addirittura portare ad un vero e proprio “regresso” ovvero un danno non sempre riparabile.

Per ricorrere ad un aneddoto storico, il famoso spray insetticida DDT, santificato nel mondo per aver contribuito a debellare la malaria uccidendo gli insetti ebbe due effetti inaspettati ed incontrollabili: il primo, la nascita del primo movimento ambientalista nel 1962, a seguito della pubblicazione del libro Primavera silenziosa, che denunciava proprio il DDT come causa ostativa alla riproduzione degli uccelli ed il secondo, lo sviluppo del cancro sul corpo umano a seguito del contatto con lo Spray.

Quindi ciò che veniva inzialmente venduto come l’invenzione che doveva proteggere le persone dalla malaria, proteggere le coltivazioni e migliorare la resa agricola, in realtà uccise gli insetti, affamò gli uccelli e gli altri esseri animali della stessa catena alimentare mostrandosi letale anche per la salute degli esseri umani tanto da costringere le autorità internazionali a sancirne il bando dai mercati.

Ancora oggi nei paesi dell’Africa affetti dalla malaria il dibattito è acceso: morire di malaria oppure di cancro? Dove la malaria è endemica, il rischio di tumore dovuto al DDT può passare in secondo piano a fronte della riduzione dell’elevato tasso di mortalità dovuto alla malaria tanto che nel 2006, l’OMS si è spinta a dichiarare che se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe essere combinato alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria, trascurando del tutto il fatto della prossimità degli insetti con gli esseri umani, dettagli.

Una modella pubblicizza la sicurezza del DDT, 1948.

L’esempio del DDT ci mostra che pur nelle contraddizzioni di fondo di una realtà globale, oggi le persone costruiscono, innovano ed imbastiscono relazioni in modo da diventare tutti elementi di una catena globale, fino a ieri felicemente connessi tramite un’economia sempre più integrata.

Il termine “globale” acquisisce popolarità con la caduta del muro di Berlino e l’avvento dei primi telefoni cellulari e poi della rete internet.

Il mondo che sino ad allora veniva influenzato da persone e popolazioni, cominciò a creare una sorta di comunità globale che non si era mai registrata prima nella storia dell’umanità. L’ironia della sorte vuole che il risultato di tale processo, oggi, veda i personaggi e le cariche che dovrebbero scrivere la storia, rincorrere la popolarità proprio su quella rete social virtuale, trasformandosi così da timone di una società ad una mero inseguitore di principi espressi da agglomerati sociali virtuali, addestrati volutamente dal sistema scolastico in modo da non essere in grado di distinguere concretamente il concetto di interesse personale da quello di interesse nazionale.

La globalizzazione ha consentito la trasformazione del capitalismo in egemone facendo sì che nessun gruppo umano oggi possa vivere in modo indipendente dall’economia monetizzata modificando così le modalità ed i termini delle relazioni stesse.

I regimi di possesso o conduzione dei terreni agricoli sono stati sostituiti dalla proprietà privata e l’agricoltura di sussitenza che sosteneva numerosi ceti sociali sono stati soppiantati dal lavoro salariato, così come la televisione ha soppiantato le relazioni umane costituite un tempo dalla narrativa orale. La conseguenza delle politiche adottate dagli stati nazionali è stata proprio la fuga di quei ceti sono stati costretti a migrare nelle aree urbane alla ricerca di un impiego.

Siamo così giunti ad un regime ideologico attualmente egemone che incoraggia la mercificazione e la deregolarizzazione dei mercati che si muove sempre sotto la spinta del profitto ovviamente di gruppi che hanno assunto le caratteristiche di potenti organizzazioni parallelle di dimensioni pari a quelle degli stessi stati nazione.

Le questioni politiche inseguono le questioni economiche guardandosi bene dall’includere valori fondamentali come la giustizia sociale oppure il benessere duraturo dell’umanità.

Tale trasformazione ha comportato l’aumento dei consumi di energia, l’espansione urbana ed un’enorme crescita demografica causa primaria delle ondate migratorie, dell’incremento abnorme di produzione di rifiuti con ripercussioni dirette sull’ambiente. Tali esempi sono solo alcuni dei numerosi processi fuori controllo.

Queste contraddizioni invisibili agli occhi in un sistema che si regge in un sensibile equilibrio artificiale sono emerse ed esplose per la prima volta nella storia dell’umanità con l’avvento della pandemia. Abbiamo infatti assistito al blocco dei milioni di transiti giornalieri, aerei e terrestri, il blocco dei consumi e del consumismo trascinato dalla corda della paura alimentata dal virus, agli acquisti ritenuti essenziali, e così via… verso il blocco delle consuetudini globaliste stratificatesi negli anni a partire dalla caduta del muro di Berlino.

Ma non stupiamoci, non è la prima volta che questo accade.

Nella storia del genere umano le malattie infettive che talvolta si sono mostrate sotto forma di pandemia hanno avuto delle caratteristiche comuni, come la velocità di trasmissione e l’immunizzazione goduta da chi già era stato infettato dal virus. Nel caso del Covid19 così però non sembra essere.

Nel nostro percorso di storia abbiamo già vissuto pandemie epocali:

Febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio.

Morbo di Antonino, 165-180. Un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del Vicino Oriente, uccise cinque milioni di persone, pare che a Roma in quel periodo morissero 5.000 persone al giorno.

Morbo di Giustiniano, a partire dal 541; fu la prima pandemia nota di peste bubbonica. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10.000 vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale.

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150000 persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán; lo stesso morbo colpì violentemente il Peru nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo. Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza.

Un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana fu il tifo, chiamato anche “febbre da accampamento” o “febbre navale” perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3000 uomini in battaglia e 20000 per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18000 uomini in Italia; altre 30000 persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani. La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo; più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

L’ “influenza spagnola”, 1918-1919. Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia; Boston, nel Massachusetts; e Freetown in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 50 milioni di persone in 6 mesi Sparì dopo 18 mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione.

L’epidemia scoppiò a ridosso della Prima guerra mondiale e fu certamente favorita dalle condizioni umane e igieniche in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee. La caratteristica più sorprendente della pandemia fu il suo tasso di mortalità insolitamente alto tra le persone sane di età compresa tra 15 e 34 anni. Oggi si ritiene che fu diffusa dai soldati americani sbarcati in Europa dal 1917 per prendere parte alla Grande Guerra.

L’influenza spagnola fu chiamata così non perché veniva dalla Spagna, ma perché i primi a parlarne furono i giornali spagnoli. Infatti, la stampa degli altri Paesi, che era sottoposta alla censura di guerra, negò a lungo che fosse in corso una pandemia, sostenendo che il problema fosse confinato solamente alla Spagna.

Per evitare la personalizzazione delle pandemie l’OMS ha deciso di adottare delle sigle, proprio sull’esperienza della febbre spagnola. Infatti l’accostamento tra il luogo di scoperta della malattia ed il luogo georgrafico potrebbe rappresentare un deterrente per la comunicazione della scoperta. Insomma nessuno stato vorrebbe mai appendersi al petto la medaglia di un virus concedengoli il proprio nome e farsi additare come untore del mondo.

Il giorno 11 febbraio 2020 l’OMS ha dichiarato il nome ufficiale del nuovo coronavirus (Covid-19, che sta per Corona Virus Disease 2019). Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha affermato che «dare un nome alla malattia è importante per evitare che vengano utilizzati appellativi scorretti o stigmatizzanti».

Nel 2015 l’OMS ha stabilito delle precise linee guida da seguire nella scelta di un nome per una nuova malattia ritendendo fondamentale evitare riferimenti a luoghi, animali, individui o gruppi di persone, optando per un nome facilmente pronunciabile e che abbia una relazione con la malattia.

«Inserire un riferimento a Wuhan nel nome ufficiale avrebbe significato dare una connotazione negativa ai cittadini di Wuhan, che non sono altro che vittime dell’epidemia», ha spiegato alla rivista Time Wendy Parmet, professoressa di legge alla Northeastern University (USA) ed esperta di salute pubblica. In passato molte malattie racchiudevano nel nome riferimenti a persone, luoghi o animali: pensiamo alla sifilide, che nel XVI secolo in Italia veniva chiamata “mal francese”, e in Francia “mal di Napoli”; oppure la stessa Febbre Spagnola.

Nella lista di esempi da non seguire, evidentemente dopo lamentele o segnalazioni degli stati che vi hanno aderito, l’OMS ha inserito anche la MERS (Middle East Respiratory Sindrome, sindrome respiratoria mediorientale, nome con chiari riferimenti geografici), l’influenza suina (poi rinominata dalla stessa OMS “A/H1N1”, visto il crollo di vendite subìto dal mercato delle carni suine) o il morbo di Chagas, che prende il nome dal suo scopritore.

È importante ricordare che il nome assegnato dall’OMS, Covid-19, si riferisce alla malattia, non al virus. Quest’ultimo è stato invece definito SARS-CoV-2 (sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dalla Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus (in inglese International Committee on Taxonomy of Viruses, ICTV), responsabile della classificazione ufficiale dei virus di tutto il mondo.

L’ “influenza asiatica“, 1957-1958. Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70000 morti. Il ceppo era lo H2N2.

L’ “influenza di Hong Kong“, 1968-1969. Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34000 vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione.

La SARS, 2003. Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni.

L'”influenza A H1N1″, 2009. Attuale Pandemia del Virus H1N1 denominata originariamente Influenza Suina perché trasmessa da questo animale all’uomo.

Se avessimo imparato dalla storia, oggi non ci saremmo fatti cogliere impreparati, e visto che questa epidemia come abbiamo visto non è stata la prima e non sarà l’ultima, sarebbe bene adattare i nostri modelli sociali ad una capacità di resilienza in grado di contrastare le epidemie in maniera efficiente, senza tuttavia dover mettere in discussione le conquiste fino ad oggi raggiunte dai regimi democratici, semplicemente applicando dei criteri di efficienza sociale alle infrastrutture di stato già esistenti, valorizzando il rapporto essenziale pubblico – privato e quello delle istituzioni con il cittadino, consapevoli che le pandemie portano sempre e comunque a dei cambiamenti epocali all’interno dei quali vengono a crearsi degli spazi abilmente occupati sia dai concorrenti che dagli antagonisti del Paese colpito.

Telesio

È iniziata la battaglia per i virus-risarcimenti

Il Berman Law Group della Florida fa causa al governo cinese.

Uno studio legale ha intentato un’azione legale contro il regime cinese per aver causato la pandemia di COVID-19. La cronologia degli eventi di Wuhan somiglia molto a quanto accaduto in altri paesi, comprese le “cene sociali antivirus” copiate poi da altri partiti ideologicamente affini.

Il Berman Law Group, una società con sede in Florida, negli Stati Uniti, ha presentato la denuncia perché Pechino “sapeva che il coronavirus era pericoloso e in grado di provocare una pandemia”

Un noto studio legale in Florida, negli Stati Uniti, ha intentato un’azione legale contro il regime cinese guidato da Xi Jinping per averlo ritenuto responsabile della pandemia di coronavirus COVID-19 che sta causando il caos della popolazione mondiale. 

Pechino “sapeva che COVID-19 era pericoloso e in grado di provocare una pandemia, ma agiva lentamente, metteva proverbialmente la testa nella sabbia e la copriva per il proprio interesse economico”, afferma il documento presentato dallo studio legale The Berman. 

Il Berman Law Group ha annunciato di aver intentato una causa federale contro la Repubblica popolare cinese, la provincia di Hubei, la città di Wuhan e vari ministeri del governo cinese, per conto di residenti e compagnie negli Stati Uniti e nello stato della Florida”, afferma il comunicato stampa a cui Infobae ha avuto accesso. “La causa è stata intentata nel distretto meridionale della Florida e richiede miliardi di dollari di risarcimento danni per coloro che hanno subito lesioni personali, morte ingiusta, danni alla proprietà e altri danni a causa della omessa custodia da parte della Cina del virus letale.

L’avvocato dell’azienda Matthew Moore ha dichiarato: “Come abbiamo affermato nella nostra denuncia, i funzionari cinesi sapevano prima del 3 gennaio che il COVID-19 era stato trasmesso da uomo a uomo e che i pazienti avevano iniziato a morire pochi giorni dopo. Tuttavia, hanno continuato a dire alla gente di Wuhan e del mondo in generale che tutto andava bene, incluso tenere una cena pubblica a Wuhan per oltre 40.000 famiglie il 18 gennaio”.

L’epidemia era persino iniziata molto prima. A novembre, il virus stava già circolando nella popolosa città cinese senza che il regime facesse nulla per il contenimento. Al contrario, di fronte alle prime lamentele dei medici, Pechino ordinò la loro censura e degli arresti.

“era possibile contenere la diffusione del virus, tuttavia i funzionari cinesi hanno invece cercato di presentare una narrazione positiva sull’epidemia, nell’esclusivo interesse economico cinese”, ha continuato l’ex senatore dello stato della Florida Joseph Abruzzo, direttore delle relazioni governative della società. “Quando leggi l’aumento del numero di vittime e vedi l’arresto quasi completo della vita, non puoi attendere diciassette giorni critici prima di condividere la sequenza del genoma COVID-19 con altre nazioni, senza peraltro bloccare i voli internazionali e mandando a spasso il virus nel mondo”.

Da parte sua, Russell Berman, co-fondatore dell’azienda, ha affermato che la causa “è una denuncia ambiziosa contro una superpotenza mondiale. Ma, come abbiamo affermato, la Cina ha scatenato una pandemia in tutto il mondo e il danno si sta moltiplicando esponenzialmente ogni giorno qui negli Stati Uniti e in Florida. La nostra azienda non ha paura di affrontarli e ottenere la giustizia che merita. È il governo cinese che dovrebbe pagare i danni dello stimolo economico agli Stati Uniti, non il popolo americano”.

I numeri preoccupano, i nuovi casi di coronavirus negli Stati Uniti hanno superato quota 35.000 lunedì, rendendolo il terzo paese per numero di infezioni al mondo, dietro solo a Italia e Cina. Il bilancio delle vittime ha raggiunto 471, il sesto più alto al mondo. In totale, il numero di casi confermati è di 35.225, secondo il bilancio della Johns Hopkins University di lunedì. Un numero che inevitabilmente aumenterà nelle prossime ore, con l’aumentare della disponibilità di prove.

Intanto la pandemia ha già raggiunto 50 stati nell’Unione, i numeri continuano a salire e secondo le stime negli USA colpiranno circa 19 milioni di persone.

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1908-2020 la Russia al fianco dell’Italia

I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. La storia ci insegna a diffidare da chi critica per ingraziarsi un padrone in un momento di emergenza del Paese dove ogni singolo contributo può fare la differenza.

110 anni fa, alle ore 5:20:27, un terremoto di magnitudo 7.1 cancellava nell’arco di 40 secondi due città. Messina e Reggio Calabria venivano rase al suolo dal terremoto, alla furia cieca del sisma si aggiunse anche quella del maremoto, con onde altissime che portarono via edifici e persone che, inconsciamente, scampate al terremoto, pensarono di trovare la salvezza sulle spiagge. Il bilancio di quei drammatici minuti è senza precedenti nella storia: metà della popolazione di Messina morì sotto le macerie o ingoiata dal mare. Messina prima del terremoto contava 150.000 abitanti e, sebbene si tratti di una stima, si calcola che le vittime furono circa 100.000.

I primi a prestare soccorso a Messina non furono gli italiani, ma i marinai russi, la cui flotta navigava nelle acque vicino alla rada di Augusta. La squadra navale russa che contava due navi di linea e due incrociatori arrivò a Messina il 29 dicembre. I bastimenti erano carichi di provviste, medicinali, coperte, baracche, indumenti, utensili. Arrivati sullo Stretto i marinai i russi si mobilitarono per fronteggiare l’emergenza: i superstiti, che erano stati sorpresi dal terremoto nel sonno, avevano bisogno di ogni genere di prima necessità.

I feriti avevano bisogno di cure e medicinali. I russi soccorsero la popolazione colpita dal disastro, anche estrapolando i superstiti sotto le macerie. Si stima che da soli riuscirono ad estrarre dalle macerie circa 800 persone e, fin dal primo giorno, trasportarono i feriti negli ospedali facendo la spola con le città di Palermo, Siracusa e Napoli, prestando soccorso a più di 2.500 vittime del sisma.

Vittorio Emanuele con un ordine del giorno del 5 gennaio 1909, elogiava così il personale straniero e italiano:

“All’Esercito ed all’Armata,

Nella terribile sciagura che ha colpito una vasta plaga della nostra Italia, distruggendo due grandi città e numerosi paesi della Calabria e della Sicilia, una volta di più ho potuto personalmente constatare il nobile slancio dell’esercito e dell’armata, che accomunando i loro sforzi a quelli dei valorosi ufficiali ed equipaggi delle navi estere, compirono opera di sublime pietà strappando dalle rovinanti macerie, anche con atti di vero eroismo, gli infelici sepolti, curando i feriti, ricoverando e provvedendo all’assistenza ai superstiti.

Al recente ricordo del miserando spettacolo, che mi ha profondamente commosso, erompe dall’animo mio e vi perdura vivissimo il sentimento di ammirazione che rivolgo all’esercito ed all’armata. Il mio pensiero riconoscente corre pure spontaneamente agli ammiragli, agli ufficiali ed agli equipaggi delle navi russe, inglesi, germaniche e francesi che, mirabile esempio di solidarietà umana, recarono tanto generoso contributo di mente e di opera”. 

Messina ancor oggi ricorda l’eroico intervento degli angeli russi venuti dal mare: una fratellanza culturale nata dalle macerie del terremoto, testimoniata annualmente da cerimonie in memoria e da opere monumentali in omaggio all’esercito russo.

A 112 anni da quell’evento che richiamiamo alla memoria, il legame tra i due paesi splende ora come allora. 14 aerei di aiuti inviati da Mosca in soccorso della stremata sanità lombarda ormai al collasso.

Ironia della sorte, il Paese viene infettato da un virus reso onnipotente dalla globalizzazione salvo poi esser soccorsi da quei paesi che volutamente sono stati emarginati dal percorso di crescita globale per non consentirgli un equo sviluppo economico come appunto la Russia oppure Cuba. 

Proprio verso questi soccorritori sono piovute piogge di critiche dai giornaloni, tentando di sminuire il nobile gesto attraverso modalità manipolatorie che definire ignobili è un complimento. 

Ma come? Per anni ci avete bombardato con lo spauracchio del razzismo e della discriminazione, poi nel momento in cui si tendono le mani indipendentemente dal colore della pelle, delle bandiere, delle etnie e delle religioni partono delle operazioni di intossicazione ambientale critica tanto massicce che Goebbels sembra quasi un apprendista.

Tacciono le reti pubbliche e private, i media main stream ed i giornali di regime non dedicano una sola parola di ringraziamento al soccorso prestato da Mosca, in nome della più becera politica discriminatoria.  

All’interno dei 14 aerei militari, Mosca ha caricato “macchinari per la sanificazione dei trasporti e del territorio”, oltre che laboratori mobili, mascherine, tute protettive, tamponi e otto brigate di dottori specializzati per oltre cento unità di personale. A bordo anche 100 utilissimi ventilatori.

Ringraziamo dunque gli amici dell’UE che hanno negato il transito agli aiuti sanitari russi verso l’Italia, nonché tutti quelli sempre nell’ambito dell’Unione Europea continuano a sequestrare merci acquistate dall’Italia in transito alle dogane.

Abbiamo quindi assistito a chi per ragioni istituzionali ha potuto godere della prima fila in mascherina al teatro dell’aeroporto, sbracciandosi con i giornali per rivendicarne i meriti, salvo poi scoprire che la pressante richiesta, in realtà, sarebbe partita da Paolo Grimoldi a Leonid Slutsky.

Possiamo quindi davvero dire che il virus oltre a mettere alla prova la resilienza delle democrazie occidentali, ci stia mostrando le istituzioni e le persone per ciò che sono realmente. La cosa che subito risalta all’occhio è l’assenza di una stampa “libera” e di “capitani” in fuga, ben lontani dai luoghi in cui le navi stanno affondando.

Riflessione sulla Catena Globale

Come la globalizzazione incide sulla capacità democratica dei Paesi.

La classe politica della prima repubblica ha sempre cercato di mantenere una linea diplomatica neutra, tentando di anteporre almeno in facciata gli interessi italiani a quelli di parte, posta l’usanza di ciascun gruppo di coltivare e gustare i prodotti delle proprie politiche con il commensale preferito, sia per ragioni geopolitiche che economiche.

Il problema rilevante è stato infatti proprio questo: la geometria variabile delle alleanze strategiche in relazione al colore del governo in carica e l’assenza di una direttrice di lungo termine. Visti da lontano insomma sembriamo degli ubriachi che sbandano prima da un lato, poi dall’altro. Ovviamente questo barcamenarsi di certo non contribuisce ad ispirare fiducia nei partner, negli investitori, negli stessi cittadini. Aumenta così la sfiducia nel Paese, che significa praticamente l’eutanasia in un modello socio-economico basato sulla fiducia certificata da enti privati e sul differenziale di rendimento di titoli chiamato spread.

Dal secondo dopoguerra siamo stati molto più che vicini agli USA sotto lo sguardo imperterrito del sorvegliante Britannico che prontamente ci ha rimesso sui binari quando eravamo in procinto di smarrire la retta via atlantica, per poi prendere a braccetto l’Unione Sovietica, risultato? Gli anni di piombo, l’epoca stragista e le ripercussioni per la stabilità interna del Paese, per non dimenticare la vera amicizia “socialista” con tutto il mondo islamico. 

Dalla caduta del muro di Berlino e mani pulite però c’è stato un vuoto, talvolta incolmabile che i cinesi già a metà degli anni ’80 avevano intercettato e provveduto a pianificare di colmare, come preannunciato nel corso dei summit intergovernativi dell’epoca, ma che in pochi evidentemente avevano ritenuto attendibili. E’ chiaro gli occhi di tutti che il progetto cinese senza una compiacenza democratica USA non si sarebbe mai concretizzata.   

Oggi sappiamo che quelle previsioni erano fondate e ci ritroviamo a gestire un modello globale di scambio plasmato solo sulla leva dell’acceleratore che inevitabilmente prima o poi si sarebbe schiantato. I Cinesi infatti non hanno previsto un sistema di salvaguardia del loro modello di globalizzazione imposto al mondo intero attraverso un fine lavoro di tessitura ed ingenti capitali impiegati.

Viviamo ormai in un mondo sempre più potente ma sempre più fragile. Più aumenta la capacità dell’interscambio e della comunicazione globale più il sistema diventa fragile ed attaccabile. Attaccabile da chi? Semplice, dalle causalità, dagli eventi imprevisti, inattesi, non programmati. Non volendo siamo entrati in un vortice di casualità storica che mina le nostre quotidiane e pianificate esistenze.

La questione dei rischi globali impatta direttamente sull’economia degli stati, delle imprese e sul funzionamento dei sistemi delle grandi infrastrutture, presentando costi esorbitanti per i governi, le imprese, i cittadini. La globalizzazione economico-finanziaria insieme all’applicazione delle nuove tecnologie ha di fatto reso più attaccabili le economie nazionali, alterando il corretto funzionamento dei mercati borsistici. 

Forse è giunto il momento di fermarci a riflettere e comprendere realmente se ricorrano i presupposti per la sostenibilità del sistema della globalizzazione cinese in assenza di consolidati meccanismi di salvaguardia.

Degli esempi virtuosi molto recenti sono rappresentati dalla valorizzazione della Golden Power, e l’introduzione del Kill Switch per la rete, operabile dal Presidente del Consiglio: in caso di pericolo o minaccia in entrambi i casi si possono bloccare le cd. “scalate ostili” ossia acquisizioni di infrastrutture ed aziende strategiche per l’interesse nazionale o addirittura bloccare istantaneamente tutta la rete internet del Paese con un semplice “click”.

Perché dunque non prevedere dei meccanismi di blocco istantaneo anche per la circolazione delle persone e delle merci? Perché non predisporre una leva di emergenza tramite la quale ci si possa temporaneamente proteggere dalle minacce esterne? Resta ancora oggi un mistero cosa sia successo nall’arco di tempo intercorso dal 31 gennaio, data di dichiarazione dell’emergenza nazionale fino all’adozione di misure reali. E ancora, perché non sono stati sospesi i mercati azionari subito sprofondati a livelli di negatività mai visti nella storia?

Non è ammissibile che per una semplice abitudine alimentare “sbagliata” di un paese ubicato su un altro versante del globo si possa paralizzare l’attività produttiva di centinaia di altre nazioni.

Siamo stati noi infatti a stanare il virus dalla foresta, portarlo in un mercato, metterlo a contatto con l’uomo e metterlo sugli aerei in direzione “mondo”.

Abbiamo avuto così la prova che siamo talmente dipendenti da terzi che non siamo più in grado nemmeno di provvedere al fabbisogno interno di domanda nel settore sanitario ed elettromedicale, questo significa che “gli altri” possano decidere se lasciarci vivere, sopravvivere o perire. 

Cosa ci ha portato quindi davvero la globalizzazione di matrice cinese? Semplice, una perdita di autonomia.  

Abbiamo perso autonomia, ergo abbiamo perso capacità democratica.

Si parla di globalizzazione di matrice cinese non per deformazione trumpiana ma semplicemente perché non tutte le globalizzazioni sono uguali: c’è quella americana che impone l’ingresso delle industrie nazionali tramite la prevaricazione militare, quella canadese che si basa su rapporti di compensazione per tipologia di attività produttiva, quella tedesca che si impone sulla qualità dei prodotti come quella italiana del resto, infine quella cinese che si impone con il dumping salariale, la clonazione dei prodotti, l’elusione dei sistemi di previdenza, il mancato rispetto ambientale etc etc.

Infine per tutti quelli che sono ancora oggi incerti sulla scelta dei partner strategici, occorre preliminarmente osservare che nessun partner si occupa di beneficenza e chiaramente ciascuno cercherà di ottenere il massimo profitto ricorrendo a qualsiasi espediente. 

Sono i popoli a votare i governi che una volta eletti utilizzando la forza d’intelligence, militare ed economica si impongono alla guida delle politiche globali. 

Con quale partner, quindi, scegliereste di accompagnarvi?

Quello con cui i cittadini che si esprimono tramite libere elezioni sono armati fino ai denti per costituzione, ovvero sono in grado di difendersi e rappresentare un deterrente ad una dittatura imperiale, oppure ad un popolo soppresso da un esercito che agisce per contro di una nomenklatura di un partito unico? A voi la risposta.

Analisi della fiducia nello stato democratico

Peter Andrews è un giornalista e scrittore scientifico irlandese, con base a Londra, laureato in Genetica all’Università di Glasgow.

Un suo recente studio ha prodotto uno shock per i politici in carriera e le élite liberali, rivelando che l’insoddisfazione per la democrazia è in aumento costante da decenni, e specialmente nei paesi sviluppati si sta avvicinando ad un massimo globale di tutti i tempi.
I leader mondiali adorano suonare il clacson della democrazia. Per prendere solo tre esempi recenti, Angela Merkel, Justin Trudeau e persino Barack Obama hanno tutti tenuto lunghissimi monologhi sulla grandezza della democrazie dei rispettivi Paesi. Tutto molto bello, se solo le persone fossero d’accordo con quanto espresso dai questi leader.

Ma secondo una ricerca pubblicata dal Bennett Institute for Public Policy, un think tank con sede presso l’Università di Cambridge, le persone non sono d’accordo. I risultati sono stati rilevati ponendo ai cittadini una semplice domanda; se fossero soddisfatti o insoddisfatti della democrazia nei loro paesi. Sono stati analizzati sondaggi condotti tra il 1973 e il 2020.

Protesta dei Yellow Vest a Parigi

Il quesito è stato posto ad oltre 4 milioni di persone. Combinando tutte queste fonti è stato possibile delineare le mutevoli percezioni della democrazia negli ultimi 25 anni in tutto il mondo e negli ultimi 50 anni nell’Europa occidentale, esprimendo un dato inequivocabile: ovunque nel mondo guardi, troverai la democrazia in uno stato di malessere.

Complessivamente, dalla metà degli anni ’90, il numero di persone che si dichiarano “insoddisfatte” della democrazia è aumentato di quasi 10 punti percentuali dal 47,9% al 57,5%. La cifra più alta rilevata dallo studio è il 2019, definito appunto l’anno con il più alto livello di malcontento democratico registrato.

Nei paesi in via di sviluppo circa la metà delle persone non è soddisfatta della democrazia nei propri paesi, una cifra enorme. Gli autori ritengono che i paesi più poveri abbiano ricevuto un’iniezione di positività dalle loro democrazie nuove di zecca, ma quando le persone vedono i loro paesi incapaci di tutelare i diritti fondamentali che si sgretolano il dato cresce. Si parla di sicurezza, sanità, istruzione, occupazione etc.

Il declino è particolarmente accentuato nei paesi sviluppati (definiti in questo studio come Europa, Nord America, Estremo Oriente e Australasia). Qui, la percentuale di persone insoddisfatte della democrazia nel loro paese è aumentata da un terzo alla metà negli ultimi 25 anni, con un aumento medio di circa 17 punti percentuali. Ironia della sorte, e non a caso, la fiducia nella democrazia ha raggiunto il picco nel 2005, proprio prima dell’inizio della recessione economica globale.

Proteste di Hong Kong

Tuttavia è stato rilevato che ci sono alcune aree del globo in cui la fiducia nella democrazia è stabile o addirittura va migliorando. “L’ isola della contentezza” come l’hanno soprannominata gli autori della ricerca, comprende Svizzera, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi e Lussemburgo. Qui, meno di un quarto delle persone è insoddisfatto della democrazia. Ma meno del 2% della cittadinanza democratica del mondo vive in queste oasi, e molte delle loro soddisfazioni probabilmente hanno a che fare con l’essere tra i paesi più ricchi e stabili del mondo.

In tutto questo, come sta andando la più grande democrazia del mondo? Non così bene. In una sola generazione in America, oltre un terzo della popolazione divenne insoddisfatto della democrazia, con un sorprendente 34 punti percentuali. Resta da vedere come andrà a finire, ma cosa farebbe l’impeachment del presidente Trump alla percezione della democrazia? Potrebbe essere il colpo finale a una struttura politica già fragile?

Dall’altra parte dell’oceano nel Regno Unito, la Brexit ha assolutamente rafforzato la fiducia nella democrazia. Il dato era andato costantemente avanti dagli anni ’70, nonostante alcune oscillazioni nell’era Blair dopo la guerra in Iraq e dopo uno scandalo relativo le spese dei parlamentari.

Fiume umano in Cile, proteste di Santiago

Uno degli autori della ricerca, il dott. Roberto Foa, ha affermato che “L’ascesa del populismo potrebbe essere meno una causa e più un sintomo di malessere democratico“. Ha anche aggiunto “Se la fiducia nella democrazia sta scivolando, è perché si è visto che le istituzioni democratiche non riescono ad affrontare alcune delle principali crisi della nostra era , dalle crisi economiche alla minaccia del riscaldamento globale. Per ripristinare la legittimità democratica, questo deve cambiare.

Il dottor Foa ha ragione: questo non è un problema di percezioni, è la reazione di un pubblico febbrile che è stato per anni indotto a fare valutazioni sulla base di notizie false governato da una politica demagogica. La gente pensa che la democrazia non funzioni perché è democrazia, una cosa bella, utile ma che non produce effetti apprezzabili. Se un normale cittadino volesse formare la propria opinione politica informandosi mediante i media mainstream in occidente penserebbe che se non fosse per questi fastidiosi populisti come Trump, Orban e Boris Johnson, la democrazia andrebbe a gonfie vele.

Ciò che questo studio mostra oltre ogni dubbio è che le persone ovunque, in tutti i continenti, stanno diventando sempre più deluse dal sistema in cui vivono. Gli viene detto che, avendo un’elezione ogni pochi anni, possono decidere in quale tipo di società vogliono vivere, ma di fatto poi si rendono conto che non è così. Sentono che c’è qualcosa che non va: ogni ciclo elettorale vede tracciati gli stessi candidati preconfezionati, avendo dibattiti finti tra loro nonostante abbiano politiche sostanzialmente identiche sulle questioni che contano di più.

Nel sottobosco il malcontento si polarizza e non è dato sapere alla luce dell’imprevedibilità degli eventi contemporanei dove questo possa condurre la salute della democrazia. Volendo fare ricorso all’analogia storica che in questo frangente ha valenza quasi matematica, le soluzioni non sono mai state poco traumatiche.

Curiosità sulle origini temporali delle celebrazioni

Il termine Epifania, dal greco epifàneia, che vuol dire “manifestazione”, si riferisce al primo manifestarsi dell’umanità e divinità di Gesù Cristo ai Magi, venuti dall’Oriente.

Anche l’Epifania ha radici antiche e spesso si rifà a culti pagani, antecedenti la nascita di Cristo. Nell’antichità, 12 notti dopo il solstizio d’inverno, veniva celebrata la morte e rinascita di Madre Natura, identificata dai Romani in Diana, dea della fertilità o da altri in Satia o Abundia.

Romolo

Si credeva che creature femminili, guidate da tale dea, volassero sopra i campi, appena seminati, per propiziare i futuri raccolti.

Il tempo che precede il solstizio d’inverno e le feste ad esso collegate, dal Natale al Capodanno, è un periodo di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che sta morendo e il nuovo che deve “risorgere”.

La Chiesa ha trasformato questo periodo con la liturgia dell’Avvento, che consta di quattro domeniche, simboli dei 4.000 anni mitici di attesa del Messia dopo la Caduta originale. Il carattere dell’Avvento è duplice: di penitenza, che si esprime con il carattere violaceo delle paramenta, la proibizione dei fiori sull’altare e del suono dell’organo, la soppressione del Gloria in excelsis e del Te Deum; e di un santo “entusiasmo”, di un intenso desiderio della venuta del Messia, espresso nei numerosi Alleluia. Ma la liturgia cristiana non è se non un velo sovrapposto a una sequenza di riti che ancor oggi riaffiorano, pur stravolti, nell’ambito delle feste natalizie e di fine d’anno.

Per orientarci meglio in questi meandri, dove convivono residui mitici e rituali di epoche diverse, occorre cominciare dal calendario. Il dodicesimo mese dell’anno, in cui si situa il periodo pre-solstiziale, si chiama dicembre, dal latino december, che deriva a sua volta da decem, dieci. Questa contraddizione si spiega ricostruendo la storia del calendario romano che prima della riforma di Numa Pompilio – secondo la narrazione tradizionale – constava di dieci mesi.

L’anno cominciava a marzo e terminava a dicembre (oggi ancora, settembre, ottobre e novembre ricordano l’antico calendario). «Sei mesi», riferisce Macrobio «aprile, giugno, sestile, settembre, novembre e dicembre, erano di 30 giorni; quattro; marzo, maggio, quintile e ottobre, di 31»

Numa Pompilio

L’anno sarebbe stato dunque di 304 giorni. Come fossero ordinati gli altri giorni dell’anno solare, non lo sappiamo con certezza. Sappiamo tuttavia dalla tradizione, che Numa riformò il calendario aggiungendo i mesi di gennaio e di febbraio e facendo così un anno lunare di 355 giorni, cominciante sempre da marzo. Ma per uniformarlo a quello solare si dovevano intercalare 22-23 giorni, che venivano collocati dopo il 23 febbraio: i cinque giorni tolti a questo mese venivano aggiunti all’altro, detto “intercalare”, che era di 27 o 28 giorni.

Gaio Giulio Cesare

Il calendario di Numa durò lino al 46 d.C., quando Giulio Cesare lo riformò con la collaborazione dell’astronomo Soligene di Alessandria, formando un anno solare di 365 giorni e 6 ore (più il giorno dell’anno bisestile per recuperare ogni 4 anni le 6 ore eccedenti) e facendolo cominciare il 1 gennaio. Si sa che nemmeno la riforma giuliana riuscì ad accordare perfettamente il calendario all’anno solare, sicché fu necessaria un’ulteriore riforma – quella gregoriana del 1582 – per eliminare l’eccedenza di 11 minuti e 9 secondi sul corso del sole. E nemmeno quella fu perfetta perché è rimasta un’eccedenza di 24 secondi sull’anno tropico che fra 3.500 anni formerà lo spazio di un giorno.

Ma torniamo all’antico calendario romuleo di dieci mesi: secondo alcuni studiosi, era l’eco di quello dei popoli di lingua indo-europea. Rifletteva il ciclo dell’anno nelle regioni intorno al polo artico da dove provenivano, secondo la tradizione, gli indoeuropei: dieci mesi di luce cui seguiva la lunga notte polare. «Quando il popolo ario», osserva il Tilak, «migrò più a sud dall’antica patria, fu obbligato a mutare calendario per adattarsi alla nuova patria, aggiungendo due nuovi mesi al vecchio anno. Ma le tracce dell’antico calendario non furono del tutto cancellate e abbiamo molte prove dalla tradizione e dai sacrifici, per poter sostenere che l’anno di dieci mesi, seguito da una notte di due mesi fosse bene conosciuto al tempo degli indo-europei»

La notte artica cominciava in realtà verso la fine di novembre, e quindi dicembre non corrisponde esattamente al decimo mese degli indo-europei. Vi corrisponde tuttavia in un altro senso, perché le notti più lunghe dell’anno sono quelle intorno al solstizio, che cade appunto il 21 dicembre quando il sole, toccato il punto più basso, comincia la sua “rinascita” sull’orizzonte.

Nel periodo pre-solstiziale, si celebravano a Roma i Saturnalia, la festa in onore del dio Saturno: dapprima il 17 dicembre, poi per sette giorni fino al 24 dicembre, cioè alla vigilia del Natalis Solis, del Natale del Sole, festa solstiziale perché anticamente i Romani, come narra l’Imperatore Giuliano, «stabilirono questa festa non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti.

Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

I Saturnalia erano la ricorrenza più festosa dell’anno. Gli schiavi erano temporaneamente liberi di far quel che credevano, venivano scambiati doni, specialmente candele di cera e piccole immagini o bambole di terracotta, dette sigillaria. Si eleggeva anche una specie di re di burla, Saturnalicius princeps. Poi, intorno al secolo IV gran parte di quelle celebrazioni vennero trasferite al capodanno. Quel clima festoso, su cui regnava Saturno, celebrava la notte “artica”, la notte solstiziale, il momento di passaggio e di rinnovamento annuale in cui si ristabiliscono simbolicamente le condizioni anteriori all’inizio: perciò i riti e le usanze di rovesciamento, “osserva Brelich”, e di “sospensione dell’ordine”, anche ove cronologicamente posteriori, si innestano coerentemente sul corpo più antico della festa».

D’altronde il passaggio tra l’anno vecchio e il nuovo, è analogo a quello tra due cicli cosmici: è simbolicamente un passaggio sulle acque, reintegrazione del mondo nella sua origine informale. E non casualmente nell’alchimia Saturno rappresenta l’opera in nero.

Un mito induista narra che Vishnu in forma di pesce apparve – alla fine del ciclo che ha preceduto il nostro – a Satyavrata, il futuro Manu o Legislatore, annunciandogli che il mondo stava per essere distrutto dalle acque. Poi gli ordinò di costruire l’arca nella quale si dovevano rinchiudere i germi del mondo futuro; e infine guidò l’arca, con Satyavrata a bordo, sulle acque durante il cataclisma. René Guénon ha osservato, non sappiamo con quale fondamento, che Satyavrata ha la stessa radice di Saturno. Sicché il mito induista potrebbe confermare questa funzione del Dio.

Da tale punto di vista è facile spiegare la confusione rituale dei giorni natalizi che segna appunto il rimescolamento, il passaggio, la notte da cui dovrà sorgere la nuova alba. Questa confusione, tipica di ogni “capodanno” (e anche il Carnevale, erede per tanti aspetti dei Saturnalia, è un “capodanno”) giunse nel medioevo persino all’interno delle chiese con le Feste dei Folli, l’Episcopello e l’Asinaria Festa, che si svolgevano fra il Natale e il primo dell’anno, nei giorni in cui era stata spostata la festa romana a partire dal secolo IV.

Si eleggeva persino un Episcopus puerorum o innocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti) cantando un ritornello significativo, dove affiora la funzione saturnalizia che ristabilisce le condizioni anteriori all’inizio della storia umana: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles (depose i potenti dal seggio ed esaltò gli umili)».

Ma Saturno non è soltanto il Dio che presiede al rinnovamento dell’anno, che attraversa “le acque”. È anche il Dio che approda alla nuova riva felice, che regna sull’età dell’oro. Non è soltanto il Dio che spegne il passato e accende il futuro, è il Dio del regno senza ombre e senza conflitti.

Secondo la tradizione romana, Giano, il Creatore e Iniziatore per eccellenza, il Tempo Infinito che genera tutti gli dèi, accolse Saturno, giunto nel Lazio, associandolo nel regno che fu un periodo di pace e di tranquilla operosità, l’Età dell’Oro. Dopo quel lungo regno, amministrato in concordia con Giano, Saturno «improvvisamente scomparve».

Certo, le due funzioni di Saturno sembrano quasi il frutto di una giustapposizione mitica di cui non abbiamo tuttavia riscontro. Né ci aiutano gli scrittori dell’epoca, che anzi avvolgono il Dio in un velo di mistero, come ad esempio Macrobio che faceva dire a uno dei suoi personaggi nei Saturnali: «Infatti nelle stesse sacre cerimonie non è concesso di illustrare le origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità: se poi qualcuno le consegue, gli è ordinato di contenerle protette nella coscienza».

Giorgio de Santillana e Herta von Dechend ne danno un’interpretazione che lo collega esclusivamente all’età dell’oro: «Era Yama in India, Yina Xsaeta nell’Avesta antico-iranico (nome che in persiano è diventato Jamshid), Saeturnus e poi Saturnus in latino. Saturno o Kronos era noto sotto molti nomi come il Sovrano dell’Età dell’Oro… Era il Signore della Giustizia e delle Misure».

Questo Saturno-Kronos, in cui è difficile distinguere gli apporti greci da quelli specificamente etrusco-laziali, venne detronizzato da Zeus che lo gettò dal carro, esiliandolo in un’isola desertica ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire: vive in una specie di vita-nella-morte, avvolto in lini funerari fino a quando non verrà il tempo destinato al suo risveglio, ed egli allora rinascerà a noi come bambino; rinascita che coinciderà con l’inizio del nuovo ciclo.

Questo mito è simbolicamente analogo a un rito che si svolgeva ogni anno a Roma durante la festa del Dio.

Macrobio narra che i legami in cui veniva serrata la statua di Saturno nel tempio ai piedi del Campidoglio, venivano sciolti il giorno della sua festa, quasi potessero ritornare, sia pur per breve durata «quelle condizioni la cui apparente contraddittorietà ci aveva sinora stupito», commenta Renato Del Ponte: «da una parte la notte e la confusione dell’indeterminato, dall’altra la gioia e il lucore di una lontana età di pienezza». E soggiunge: «Lo scioglimento del Dio sta semplicemente a significare, secondo le leggi della magia simpatica, lo scatenamento della sua forza (benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all’inizio), nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità».

Per questo motivo i giorni “solstiziali” fino a Capodanno sono vissuti, spesso inconsapevolmente, nell’apparente contraddizione fra euforia, confusione e desiderio di rinnovamento, fra mortificazione, penitenza (l’Avvento) e attesa di una palingenesi. Saturno, Dio contraddittorio, regna su queste contraddizioni solstiziali, ma regna anche con un ambiguo sorriso, quello di Colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico. Egli infatti è il Dio che chiude un ciclo e ne apre uno nuovo, che ritira simbolicamente i dadi dalla tavola e li rigetta formando nuove combinazioni.

Non si è parlato a caso di dadi: non è soltanto una metafora, perché il gioco d’azzardo era strettamente connesso con il dio, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia. Con il tempo, dopo tante modifiche e aggiunte, il gioco d’azzardo è stato introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento privato. Ma all’origine era sacro.

Come ha osservato Margarethe Riemschneider nel saggio sui Saturnalia, l’enigmatico dio non è soltanto Colui che regna sulla notte solstiziale, non soltanto Colui che regna sull’Età dell’Oro, ma anche il Giocoliere supremo che possiede la chiave del Gioco Cosmico, ovvero di ogni ciclo: «Egli regola l’Ordine Universale con le mosse del suo bastone scettro», commenta Del Ponte.

Molti di noi hanno giocato alla tombola nei giorni natalizi: ebbene, questo gioco non è se non il ricordo sbiadito del Grande Gioco del dio e parallelamente del gioco-oracolo con il quale anticamente, e non soltanto a Roma, si cercava di capire la nostra collocazione nel cosmo.

La sovrapposizione del Natale cristiano alle antiche usanze cristiane ha reso meno riconoscibili queste altre usanze che pure, come quella della tombola, continuano a sussistere. Margarethe Riemschneider le ha studiate nel saggio che si è già citato. Ma persino i comportamenti più banali, come ad esempio l’usanza di sbarazzarsi degli oggetti inservibili nella notte di San Silvestro, o la confusione euforica delle ore che precedono il Capodanno sono un segno che certi archetipi sono radicati nella psiche e non soggetti all’usura del tempo. D’altronde non si dice anche “Anno nuovo, vita nuova”? Pare un detto banale, eppure si ricollega perfettamente ai giorni su cui regna.

L’Unione Europea non è viva ma esiste.

Questa smania di unire tutto e tutti, governi, valute, popoli, (la sequenza non è casuale) sono fattori scatenanti di migrazioni economiche. L’immagine in evidenza dell’articolo è la bandiera dei confederati americani che “vagamente” oltre a ricordare quella europea ci ricorda pure la strategia utilizzata per mettere insieme al tempo i disuniti Stati di America.

Ma diciamocela tutta, chi è il folle così felice di abbandonare la propria casa ed i propri affetti alla ricerca di una dignitosa sopravvivenza? La felicità infatti non è per chi subisce questi fenomeni bensì per chi li attua e ne trae beneficio incrociando l’utilità di un’esistenza dignitosa con un interesse politico. Bene se questo è l’effetto, la causa è data proprio dalle politiche economiche attuate – un tempo dai singoli stati – oggi regolamentate ed imposte dall’ Unione (che resta e resterà tale solo di nome fino a quando la Francia non cesserà di osservare gli Stati membri come colonie e la Germania non cesserà il proprio rigoroso egoismo economico).

Ma davvero sono convinti a Bruxelles che la semplice sopravvivenza può essere considerata alla stregua di un traguardo da raggiungere?

Dipende, specialmente se la tua esistenza viene data per scontata oppure inizia ad essere messa in dubbio. Tuttavia prima di continuare la nostra riflessione, occorre porsi la domanda della discordia, fondamentale sul rapporto intercorrente tra i trattati europei tipicamente sovranazionali e la nostra carta costituzionale tipicamente sovrana: l’euro è sostanzialmente compatibile con la nostra costituzione?

Eppure gli anni fino al 2010 sono stati un crescente successo per l’unione monetaria europea rispetto al decennio precedente. Da cosa è scaturita la battuta d’arresto? Forse la politica internazionale attuata dalla strana per non meglio dire “lucifera” coppia Obama/Clinton non ha sortito gli effetti desiderati? Partendo dal golpe tecnocratico operato sul governo italiano nel 2011 fino alle bombe sganciate sulla Libia, alla guerra in Siria, nello Yemen, al colpo di stato in Ucraina… e lo strascico di decine di migliaia di morti alle spalle.

Per chi non lo avesse ancora capito si è trattato di un passaggio epocale in Italia dove sono state letteralmente disintegrate delle forze rappresentative dell’espressione popolare di un tempo che vantavano un solido asse con la Libia anche grazie al rapporto privilegiato dei rispettivi leader politici che comprendeva anche la Russia, rispetto ai quali è sopravvissuta solo quest’ultima naturalmente perché non bombardabile e non commissariabile (la Russia è la prima potenza nucleare al mondo) tanto per comprendere a cosa servono le armi di distruzione di massa, ovvero a non farsi bombardare (chiedete a Kim Jong Un oppure ad Israele).

Non solo, l’ultimo governo Berlusconi “casualmente” è stato anche l’ultimo ad avere un sottosegretario di stato in asse con il Presidente del Consiglio per conto del quale gestiva l’Autorità Delegata, come fa notare giustamente Antonio Funiciello nel suo libro “il metodo Machiavelli”. Dopodiché le prassi istituzionale dettata dal Colle (per conto di chi?) è stata cambiata. Catricalà non era il braccio destro di Monti, Patroni Griffi non era il braccio destro di Enrico Letta, Graziano del Rio e Claudio De Vincenti non lo erano di Matteo Renzi. Maria Elena Boschi non lo era di Paolo Gentiloni.

Annotando le date è tuttavia probabile presumere che la miccia della depressione sia stata accesa proprio dalle complicazioni scaturite sul piano internazionale. E’ da constatare come l’Europa sia arrivata in un vicolo cieco: non può allargasi verso est, sono vietati infatti rapporti economici con la Russia che rappresenta 1/3 del globo per estensione territoriale e con la tecnologia cinese attualmente prima al mondo, con i Paesi più ricchi del medio oriente come il Qatar, quelli con potenziale di sviluppo maggiore come l’Iran, il Venezuela, Cuba, etc.

Insomma l’Unione oltre ad avere rilevantissimi problemi di politica interna dovuti alle scorrettezze istituzionali dove la Francia potrebbe tenere lectio magistralis, possiamo notare come il barcone europeo sia completamente ingessato nei rapporti di politica estera. In un contesto del genere, i Paesi dotati di maggiore libertà di movimento riusciranno a sovrastare l’Europa in pochissimo tempo (parliamo di Turchia, Serbia, dei Sauditi, Egitto… etc.).

La crisi del debito sovrano dell’eurozona ha causato un enorme cambiamento nella politica europea. I leader sono stati costretti non solo a farlo rattoppare in un clima di emergenza istituzionale diventando così impopolari, attuando riforme molto poco gradite nel nome dell’ austerità tedesca che oggi deve assumersi tutte le responsabilità delle politiche discriminatorie a riguardo.

L’incompletezza dell’unione monetaria è diventato un problema sul tavolo all’ordine del giorno.

Si è giunti infatti in sede istituzionale alla comprensione della necessità di condividere gli strumenti necessari per stabilizzare la crisi in atto, sia contro gli shock macroeconomici che verso le fughe di capitali. Anche se uno dei problemi principali dell’Unione resta oggi la migrazione “interna” dei capitali non essendo stato armonizzato il sistema fiscale dei Paesi membri.

Il 2019 avrebbe dovuto essere un anno di progresso, un passo in avanti verso la speranza, invece tutto è stato mosso in direzione della “sopravvivenza”. L’anno si è chiuso inoltre con una definitiva sentenza di penalità verso l’Unione, ovvero la certezza di un’imminente Brexit portata avanti da Boris Johnson che stranamente e comicamente tutti i sondaggi davano in perdita.

Un trattato aggiornato sul Meccanismo Europeo di Stabilità era pronto già dall’estate – precisamente giugno – concepito come un sistema di salvataggio sovra-fondo. Anche sull’unione bancaria i rispettivi ministri pensavano di riuscire a chiudere una roadmap da approvare nel corso dell’eurogruppo di dicembre chiusa poi con il solito nulla di fatto.

Una spinta maggiore in tal senso (e non a caso) è stata compiuta dai tedeschi, con il ministro delle finanze Olaf Scholz che si è battuto per l’accettazione dell’assicurazione sui depositi in chiave di messa in sicurezza dell’unione bancaria. Ci chiediamo perché tutta questa preoccupazione per i tedeschi verso i sistemi di salvataggio bancario? Non sarà mica a causa di tutta la polvere di derivati che hanno messo sotto i tappeti?

Comunque a dicembre, tutto è sembrato crollare. Il trattato MES non è stato finalizzato ed i tentativi di fissare una scadenza per il completamento unione bancaria nel nuovo Mandato quinquennale della Commissione europea sono stati accantonati. 

Una semplice visione del fenomeno sarebbe comprensibile se avessero tuttavia voluto ammettere che i governi europei non hanno mai accettato di rendere la loro unione adatta allo scopo. 

Ciò che balza all’occhio dei colloqui sull’eurozona nel 2019 non è tanto il fatto che non siano stati all’altezza delle aspettative, bensì quanto siano riusciti ad avvicinarsi ad un concreto balzo in avanti. E’ stato intavolato un serio discorso sul futuro dell’Unione e questo secondo gli addetti ai lavori sarebbe stato un vero e proprio punto di svolta per due importanti ragioni:  

Innanzitutto, chiarisce quanti compromessi siano effettivamente emersi attraverso anni di discussioni tra funzionari. Ad esempio, non esiste un fronte comune sul MES o sull’unione bancaria da parte della “nuova lega” dei paesi del nord. Il ragionamento compiuto con il quale è stata portata a termine la programmazione è stato molto chiaro: il nuovo MES dovrà essere un meccanismo più efficiente per concordare la ristrutturazione del debito con i creditori in una crisi accompagnando con un solido e completo sostegno il Fondo di risoluzione unico istituito per gestire le banche sistemiche fallite.

Nell’unione bancaria, ora è universalmente ammesso che l’accordo finale dovrà ricomprendere un accordo paneuropeo di assicurazione dei depositi, in cambio di un trattamento più severo dei crediti deteriorati delle banche e di una gestione più coerente delle banche insolventi. 

Una delle affermazioni più importanti tra quelle sostenute da Scholz è stata quella di dire ad alta voce all’interno del ministero delle finanze tedesco quale sia stata realmente l’intesa comune portata avanti all’interno dei negoziati in tutta la zona euro. 

Questo ha portato ad affermare il secondo punto: ovvero la necessità di giocare “a carte scoperte” ovvero affermando apertamente le cose al fine di procedere spediti verso un ulteriore progresso.

Un pieno successo l’unione bancaria può essere solo raggiunto se tutti i paesi procedono insieme comprendendo i vantaggi che questo sistema comporta. Si parla come al solito solo dei vantaggi, trascurando anche gli aspetti negativi che potrebbero scaturire da lacci e lacciuoli con i quali si vanno a legare gli stati sottoscrittori, perdendo completamente ogni forma di autonomia decisionale qualora uno di questi si ritroverebbe nelle condizioni di richiedere l’accesso al MES, spontaneamente oppure perché vittime di un attacco speculativo, mediante l’utilizzo di crisi sistemiche indotte, facilmente proponibili in un sistema finanziariamente interconnesso come quello europeo.

Non è forse questa una delle prioritarie logiche prerogative di matrice Hegeliane del meticcio governo unico mondiale? La creazione di un problema e la proposizione di una risoluzione, in cui la seconda sortisce degli effetti molto più devastanti rispetto alla prima andando a completare il quadro strategico delineato in partenza. 

Dunque se l’obiettivo finale è la cessione di sovranità totale degli stati membri della UE, appare evidente che la sottoscrizione dell’accordo rappresenti il passo finale per commissariare in maniera completa e radicale il Paese, ovviamente partendo dai più deboli che nel sistema della UE sono gli stati fortemente indebitati. Non a caso le parole deboli e debito hanno la stessa radice. Quindi, escludendo la Grecia che ha già dato (eccome se ha dato!) chi sarebbe il prossimo candidato naturale? A voi la risposta. 

Quest’ultimo punto rappresenta – non a caso – proprio il focus delle critiche rivolte dall’Italia attraverso le forze conservatrici che tendono per natura ad essere più razionali nei momenti in cui si propende a cedere – come in questo caso – in maniera gratuita ingenti somme di denaro dei tartassati italiani accompagnate dal diritto riconosciuto agli organismi delle UE di gestire il patrimonio pubblico in caso di una crisi sistemica, commissariando di fatto nuovamente il potere legislativo, così come accadde nel 2011, in contemporanea con i missili sulla Libia. Il risultato di questa strategia è la creazione di governi estremamente condizionati, impauriti dalla potenza di fuoco della finanza internazionale, assoggettati ad ideologie deleterie per lo stato sociale che mirano a muovere la ricchezza dal basso verso l’alto, garantendo le sottoscrizioni del debito pubblico con rovinose ripercussioni sullo stato sociale dei paesi membri.  

Dunque grazie ai partiti conservatori, il dibattito sulla futura forma dell’unione monetaria è stato sdoganato e reso pubblico, portato all’attenzione dei media, tanto più che l’approvazione del trattato è stata rimandata al 2020, forse con la speranza che gli animi si raffreddino e che l’attenzione possa andare scemando, rifilando la solita “polpetta” agli italiani.

Gli addetti al settore mormorano di cenni di apertura rispetto alla possibile conclusione di grandi affari proprio grazie all’unione bancaria. Infatti la ratio suggerisce che una volta portato a compimento il MES, le banche italiane saranno scoraggiate dall’acquistare troppo debito nazionale (contrariamente a quello che sta accadendo adesso) invertendo il trend e riportando la detenzione del debito pubblico nelle mani delle banche e degli squali/speculatori della zona euro che al contrario in caso di accesso al MES da parte del Belpaese riuscirebbero a conseguire notevoli profitti.

La grande domanda che sorge spontanea è come i leader italiani prepareranno i loro elettori per i compromessi a venire. Meno noto, ma altrettanto importante è un processo politico interno simile che si svolge in Germania. Gli scettici sottolineano in gran parte che i partner della coalizione di Scholz, i democratici cristiani, non hanno appoggiato la sua iniziativa.

Ma anche questo è qualcosa che viene naturalmente dopo, non prima, che i piani vengano messi sul tavolo. Le democrazie operano sul pubblico scontrandosi con non poche resistenze. Il modo in cui ciò procede in Germania ora in parte dipende dalle risposte degli altri paesi che Scholz sarà in grado di suscitare.

Naturalmente non vi è alcuna garanzia che la politica consentirà un compromesso. Ma ci sono incentivi per andare avanti. I leader dei grandi paesi trovano politicamente difficile “tornare più volte ai vertici senza nulla da dimostrare”, afferma un funzionario di alto livello coinvolto nei colloqui. “Siamo ancora in gioco”, conclude un altro.

Soprattutto, sarebbe un errore confondere la stasi sulla superficie con la vera immobilità sottostante. La metafora più comune utilizzata a Bruxelles sarebbe quella utilizzata per definire l’euro come un edificio la cui costruzione deve essere ancora terminata.

Visto l’arco di tempo molto esteso lungo il quel l’euro non si è mai evoluto in maniera armonica, sorge spontaneo a questo punto chiedere se il vero obiettivo dell’Euro sia davvero quello dell’Unione, o non sia soltanto uno strumento mascherato per trasferire la ricchezza da un sistema Paese ad un altro, cosa che effettivamente è accaduta e sta ancora accadendo.

Forse la metafora migliore da utilizzare sarebbe quella geologica: 

In politica, le pressioni possono accumularsi lentamente prima di provocare rapidi cambiamenti. Ascolta attentamente e puoi sentire il suono scricchiolante delle placche tettoniche della zona euro tese l’una contro l’altra. Quando tali tensioni vengono allentate, possono causare la distruzione, ma attenzione, possono anche spostare le montagne e rimodellare i continenti.

L’architettura gotica nell’immaginario collettivo

Nell’immaginario collettivo architettura gotica è soprattutto quella che ci ha condotto alle maestose cattedrali, ricche di guglie e pinnacoli, arditi archi rampanti e contrafforti, gocciolatoi mostruosi che sporgono, invadenti, dalle superfici decorate; quella della ampie vetrate coloratissime dagli archi acuti, vertiginosamente alti, che conferiscono un senso di smarrimento e di esaltante ebrezza.

Ed in effetti, nessun altra manifestazione architettonica è più esplicita del gotico nel mostrare l’arditezza della tecnica, il virtuosismo costruttivo.

Nell’architettura gotica si ha una spazialità dinamica che si sviluppa in una ascensionale verticalità delle forme, spinte fino all’inverosimile. Tale propensione si assocerà ad una volontà di tensione dell’anima a Dio e ciò costituirà la base del significato simbolico delle cattedrali gotiche, sospese tra spiritualità ed eresia, tra il cielo e la più terrena delle megalomanie: la sfida alla forza di gravità.

Tale tendenza, nasce e si sviluppa in Nord Europa, prevalentemente, nei secoli XIII e XIV. Il gotico vuole stupire, convincere e inibire ed è l’espressione del potere religioso dell’epoca. Il termine, gotico, venne coniato nel 1500 in riferimento a “barbaro”. Si acquisisce quindi in periodo rinascimentale – e in senso dispregiativo – come appellativo per quelle architetture realizzate con principi privi di criteri di sintesi tra le parti. 

L’edificio gotico era considerato infatti piuttosto frutto di somma delle parti, e rispondeva a dei criteri, definibili dall’uomo rinascimentale, appunto come barbari. Tutta l’architettura gotica, era pertanto considerata espressione di un linguaggio poco raffinato e incurante dei fondamentali concetti di proporzionalità degli edifici, e risultava essere generatrice di organismi in genere poco armonici.

I caratteri generali del gotico d’oltralpe mostrano archi a sesto acuto e i pilastri esterni – detti contrafforti-, resi più forti per contrastare le spinte eccessive; sulla loro sommità si ergono archi rampanti, atti a sostenere la spinta laterale dell’arco a sesto acuto. 

L’arco rampante, diviene anche un elemento decorativo ricorrente dell’esterno delle cattedrali gotiche, come del resto i tipici elementi architettonici a cono, o piramide molto acuta, chiamati guglie o pinnacoli, posti sui contrafforti. Guglie e pinnacoli trovano posto anche lungo gli archi rampanti e sugli spioventi del tetto. Le volte a costoloni e il sistema degli archi rampanti, permise una progressiva riduzione delle masse murarie che non dovevano più assolvere al ruolo di struttura portante.

Nelle cattedrali gotiche, il tiburio, posto all’incrocio fra navate e transetto, assume forma di torre, che spesso termina con una guglia acuminata.
A volte, anche altre due torri svettano al di sopra le navate laterali. Un rosone molto ampio, è posto sopra l’imponente ingresso della navata centrale. Essendo infatti riusciti i costruttori gotici a realizzare adeguati pilastri sempre più sottili, liberano ampie superfici, da destinare alle vetrate istoriate dai colori che si accendono alla luce. Pare che la luce che filtra illuminando le immagini sacre ne denunci una origine divina, contribuendo in modo significativo all’indottrinamento dei fedeli.

Nella Sainte-Chapelle di Parigi, viene completato il programma di dissoluzione delle pareti operata dal gotico, sostituite da vetrate colorate; La Sainte-Chapelle è un capolavoro voluto da Luigi IX, San Luigi, nel 1248. Anche se già alcune costruzioni normanne già al fine del XII secolo avevano anticipato alcuni elementi dell’architettura gotica, l’edificio che generalmente si ritiene abbia dato il via al linguaggio costruttivo gotico, fu la cattedrale di Saint-Denis, iniziata intorno al 1130; L’Abate Suger, nel 1140-44 fece sostituire lo stretto coro con una costruzione più ariosa, mossa e luminosa. Lo spazio del coro viene così valorizzato divenendo elemento centrale.

Esso presenta un doppio deambulatorio, dove si aprono le nicchie delle cappelle collegate tra loro. I costoloni assumeranno una funzione portante. I pilastri portanti sono circondati da piccole semicolonne atte a distribuire e assorbire le spinte trasmesse dai costoloni delle volte. La cosa interessante è che il coro di Saint-Denis per la prima volta generava un ambiente non più suddiviso in sezioni in sé compiute, ma sintetizzate in uno spazio unitario. Questo grazie anche ad alcuni accorgimenti come, la mancata evidenziazione della crociera a la parziale riduzione del transetto, e il fatto di aver prolungato le navate laterali, nei deambulatori del coro.

In seguito, nella metà del XIII sec. Notre-Dame a Parigi, rappresenterà uno dei più noti esempi di cattedrale gotica; iniziata nel 1163, per la prima volta adotta il sistema aperto dei contrafforti, con degli archi rampanti spettacolari. Il gotico, successivamente, dalla Francia si diffonderà in Europa con particolare riferimento all’Inghilterra e alla Germania. E’ ai monaci Cistercensi che si deve l’introduzione dei nuovi caratteri compositivi in Italia; le numerose chiese abbaziali da loro proposte, si orienteranno in una ricerca di verticalità sia nelle strutture che negli spazi interni.

Mentre però le cattedrali d’Oltralpe saranno caratterizzate da una esagerata verticalità, in Italia, lo slancio verticale sarà piuttosto contenuto. Questo fattore è giustificabile attraverso due principali motivi: le condizioni ambientali e la tradizione. Per ciò che riguarda le diverse condizioni ambientali, l’Italia sicuramente, rispetto alle località più a Nord, possedeva una maggiore luminosità e alle Cattedrali non occorreva spingersi troppo in alto per catturare la luce…. Le finestre delle cattedrali gotiche in Italia saranno più piccole e non avremo mai quelle grandi vetrate tipiche delle chiese francesi o inglesi.

Ci si doveva scontrare, del resto, con una tradizione costruttiva, quella romana, che aveva difficoltà ad aderire al gusto gotico, così estraneo e lontano dalle tradizioni costruttive locali. L’architettura romanica, amava esprimersi attraverso i volumi compatti, e voleva dare un senso di pesantezza e stabilità. Per questo il gotico italiano sarà un gotico di compromesso tra le forme tipicamente nordiche e quelle derivanti dalla propria tradizione. L’apparato decorativo esterno, come i pinnacoli, le guglie e i complicatissimi trafori di marmo, qui non attecchiranno. Avremo un arco acuto poco ardito, e non si vedranno torri sulle navate laterali e sul tiburio, né archi rampanti. Esempi di architettura gotica si avranno a Siena che nel corso del XIV secolo ebbe scambi culturali con la Francia, e Venezia per i contatti culturali avuti in area tedesca. Il gotico contribuirà anche a cambiare l’aspetto delle città.

Il periodo storico condurrà ad una sempre più spiccata separazione tra l’attività politica, quella religiosa e quella commerciale, di conseguenza anche gli edifici preposti a tali ruoli si caratterizzeranno e, nel tessuto cittadino si ricalcherà per loro uno spazio ben preciso.

Nei centri urbani, la piazza comincia ad assumere un ruolo centrale nella vita della città: qui, spesso accanto alla cattedrale è situato anche il palazzo sede del potere politico. Per questi ed altri motivi, committente delle opere architettoniche non è più solo la Chiesa ma, con l’affermazione nel 1300 della borghesia cittadina, anche cittadini borghesi più ricchi ambiranno a costruire opere pubbliche volte a segnare il nuovo volto della città.

È il tempo delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri, ognuna delle quali ha un proprio statuto e gonfalone; esse danno il via alle edificazioni di chiese per dedicarle al proprio Santo protettore. Per eseguire i progetti, furono organizzati dei veri e propri cantieri, costituiti dalle associazioni degli artigiani che prendevano parte alla costruzione delle cattedrali. Tutto ciò avveniva sotto il controllo di un capocantiere, che in questo periodo cominciò ad identificarsi con la persona dell’architetto. Mentre nell’Italia del Nord imperverseranno ancora le forme gotiche, a Firenze si innesterà il processo di rinnovamento avviato da Giotto, attraverso un certo recupero della tradizione classica. Firenze diventa pertanto il centro di un rinnovato fervore culturale che getterà le basi del Rinascimento.

Telesio 3

Storia delle colonie giovanili in Unione Sovietica

La scuola è finita l’ultimo giorno di maggio. Adesso Mikhail, 11 anni, aspetta trepidante l’inizio della sua avventura estiva: tre settimane nel campo dei Pionieri. Ha sperato fino all’ultimo di essere accettato ad Artek, la colonia più ambita, ma il suo è rimasto un sogno: come la maggior parte dei compagni di scuola, è finito invece nei boschi vicino a casa, in riva al fiume. Ma in fondo è meglio così: sa già che laggiù lo aspettano bagni, canzoni intorno al fuoco e gli stessi vecchi amici dell’anno scorso.

Nella vecchia Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche i bambini come Mikhail passavano le estati in questo modo fin dall’inizio degli anni Venti: furono organizzati allora i primi campi estivi dei Pionieri (in russo, Pionerskij lager) e la tradizione rimase pressoché immutata per i successivi settant’anni. Ma come funzionavano questi ritrovi? Chi poteva andarci? E perché vennero creati? Per dirla con le parole degli educatori del tempo, l’obiettivo era “rendere i giovani una generazione di comunisti […] salvare i bambini dall’influenza dannosa della famiglia […] nazionalizzarli. Dai primi giorni delle loro piccole vite, devono trovare se stessi sotto l’influenza benefica delle scuole comuniste. […] Obbligare la madre a dare il proprio bambino allo Stato sovietico, questo è il nostro obiettivo”.

Un obiettivo raggiunto su più fronti, indottrinando i più giovani a scuola, nelle letture e nelle organizzazioni di massa. Inquadrati fra gli Ottobrini (il primo grado della carriera dei piccoli comunisti sovietici) e i Pionieri (i ragazzi tra i 9 e i 14 anni), i bambini prendevano parte alle attività controllate dal Komsomol, l’Unione comunista della gioventù, la struttura giovanile del Partito, culla di “eroi” come il celebratissimo quattordicenne Pavel Morozov, che non aveva esitato a denunciare suo padre alle autorità per “attività controrivoluzionarie”.

D’altronde, pronunciando il giuramento, ogni Pioniere prometteva “di amare la mia Patria, di vivere, studiare e lottare come ci insegnò il grande Lenin e come ci insegna il Partito comunista, di rispettare sempre le leggi dei Pionieri dell’Unione Sovietica”. Insomma: di lottare contro i nemici del socialismo, fossero anche i propri genitori. «Il Pioniere doveva rispettare delle regole, doveva avere un comportamento esemplare, proprio come nei libri e nei film che ci appassionavano tanto», ricorda Vasile Ernu, scrittore rumeno di origini sovietiche ed ex-pioniere classe 1971, nel suo Nato in Urss (Edizione Hacca). «Anche quando, arrivata l’estate, andavamo tutti in vacanza nei campi dei Pionieri».

Ben più di una semplice avventura lontano da casa, quelle colonie furono uno dei mezzi con cui il partito inculcò  nelle menti dei futuri cittadini i principi dello stile di vita collettivo e l’ideologia politica della nuova società nata dalle rovine del regime zarista (abbattuto nel 1917 dalla Rivoluzione).

A finanziare i poutevki, cioè i biglietti di viaggio che i lavoratori ricevevano per i propri figli, ci pensavano i sindacati. Con quelli, l’immancabile cravatta rossa dei Pionieri legata al collo e un bagaglio di avventurose speranze, i bambini partivano.

I campi estivi sorgevano in luoghi pittoreschi, al mare o in montagna, vicino a un lago o a un bosco: all’inizio assomigliavano molto a spartani accampamenti scout, ma a partire dal 1925 cominciarono a trasformarsi in piccoli villaggi vacanze con baracche di legno, guide ed educatori professionali.

Fra tutti, uno in particolare divenne il sogno proibito di ogni piccolo sovietico: Artek, in Crimea, sulle rive del Mar Nero. Il permesso per andarci era il premio più alto che un bambino potesse ricevere dallo Stato. Considerato il fiore all’occhiello dell’Organizzazione dei Pionieri, era destinato ai suoi membri modello: frequentarlo significava usare l’ascensore nella scalata alle posizioni più alte dell’amministrazione sovietica. E infatti, per entrarci, oltre ai voti eccellenti, erano necessarie soprattutto le raccomandazioni, in barba ai tanto decantati ideali di eguaglianza. Alla propaganda però interessava raccontare, come si legge nella Grande Enciclopedia Sovietica, che “le migliaia di Pionieri di cui ogni giorno Artek è piena sono un vivido esempio di sollecitudine paterna del Partito comunista verso il popolo sovietico e personalmente di I. V. Stalin ai figli della madrepatria”.

E, ad Artek come altrove, questa paterna preoccupazione si esprimeva in una organizzazione quasi militare della giornata dei piccoli ospiti, guardati a vista dai pionervožatye, i “capi Pionieri”. In fondo quella vacanza era una cosa seria e andava affrontata con il cipiglio dei futuri combattenti. «Gli spostamenti avvenivano in maniera organizzata, per gruppi e in fila indiana. Ci muovevamo quasi sempre a passo di marcia, cantando in coro o sciorinando qualche intermezzo cantato. Avevamo un intero repertorio che conoscevamo a menadito, e che in russo rimava alla perfezione», ricorda Ernu. I bagni e la loro lunga fila di rubinetti attaccati al muro erano all’aperto.

Una volta che si erano lavati la faccia e i denti, i ragazzini erano pronti per il “rinvigorimento mattutino” (leggi: gli esercizi di ginnastica). Poi facevano colazione. Si trattava del primo di quattro pasti giornalieri che prevedevano, oltre a pranzo e cena, anche il poldnik, la merenda servita dopo il riposino forzato del pomeriggio. I menu erano all’insegna del mangiar sano, per questo i Pionieri si dividevano di nascosto, come fossero un tesoro, le caramelle ricevute per posta dai genitori.

La colonia di Artek era il sogno di ogni piccolo sovietico, ma per entrarci, oltre a voti eccellenti, ci volevano le raccomandazioni.

Le più ambite erano le gomme da masticare: procurarsi i chewing-gum in Unione Sovietica era difficilissimo e chi poteva li faceva arrivare dall’estero. I pochi fortunati le masticavano per ore e le riciclavano più volte, mettendole nello zucchero o nella marmellata perché riprendessero un po’ di sapore. Tutti gli altri, invece, si arrangiavano con il catrame. Molto più semplice da trovare, per strada o sui tetti, era duro solo all’inizio: poi si trasformava in una copia perfetta della bubblegum, da masticare durante le attività all’aria aperta.

Oltre a giocare, intagliare il legno, gareggiare in competizioni sportive, fare bagni ed escursioni, a volte i Pionieri venivano spediti anche a dare una mano ai contadini nei vicini kolchoz, le fattorie collettive. Eppure il lavoro non bastava a fiaccare i giovani sovietici: quando, alle 21, scattava il “rito dello spegnimento”, nei dormitori (i palata) si scatenava la guerra fra i sessi. I ragazzi nascondevano le scarpe delle ragazzine o lanciavano rane nei loro dormitori; le femminucce incollavano le scarpe dei maschietti al pavimento o mettevano un secchio d’acqua sulla porta d’entrata del dormitorio, per punire chiunque si fosse azzardato a far capolino. «Se poi eri il primo ad addormentarti, probabilmente ti saresti svegliato con il dentifricio spalmato sul petto e sulla faccia.  Vi assicuro che brucia parecchio e, per di più, tutti i compagni ridono di te», conclude Ernu.

La permanenza al campo si chiudeva con la cosiddetta “notte di Nettuno”, una serata dedicata a un ballo in maschera e agli scherzi. Così, per decenni, si sono salutate generazioni di Mikhail. Fino al 1991, quando il crollo del blocco sovietico segnò, tra le altre cose, anche la fine dell’Organizzazione dei Pionieri e di molti dei loro campi estivi. Di quei luoghi, ora, non restano che gli edifici abbandonati, rovine divorate dalla natura di un’epoca che non c’è più.

Giovani Pionieri si preparano a combattere l’invasione nazista

“La fotografia sembra inquietante ora” ma “il pericolo e l’instabilità permeavano ogni momento della loro vita”. L’immagine era “intesa a creare sicurezza”.

“I giovani pionieri erano effettivamente una versione sovietica del movimento scout di Baden-Powell, quindi c’erano temi prepotenti di prontezza e sopravvivenza che affiancano tutti i dogmi politici e le attività fisiche”, scrive Darmon Richter, che gestisce The Bohemian Blog. “Immagino che una foto come questa mostrasse quanto fossero preparati e preparati in modo efficiente questi giovani.”

I giovani pionieri potevano frequentare i campi durante le vacanze estive e invernali, nonché visitare i centri di comunità per bambini locali noti come palazzi dei giovani pionieri, tutti sponsorizzati dal governo.

Il movimento venne anche impiegato durante la seconda guerra mondiale – conosciuta dai sovietici come la Grande Guerra Patriottica – dove migliaia di giovani pionieri morirono in resistenza alla Germania nazista.

Viktor Bulla, il fotografo e cineasta russo dietro questa istantanea, è stato molto attivo nel creare un record della Rivoluzione d’Ottobre sin dalle sue origini. Mentre la sua fotografia non sarebbe probabilmente considerata propaganda, afferma, Bulla fu accusato di spionaggio e venne dichiarato nemico del popolo, nel 1938 o nel 1939, quindi poco dopo che questa foto fu scattata.

Sebbene il movimento dei Giovani Pionieri sponsorizzato a livello nazionale non esista più, simili organizzazioni pioniere esistono ancora in oltre 20 paesi, tra cui Bielorussia, Messico e Corea del Nord. Per un breve periodo, i Giovani Pionieri si sono persino formati come organizzazioni del Partito Comunista per bambini in America.

Ma forse il movimento vedrà ancora un risveglio in Russia: proprio l’anno scorso, diversi membri del parlamento del paese hanno detto al presidente Vladimir Putin di creare un nuovo movimento giovanile sponsorizzato dallo stato con una serie di fasi simili, dai giovani e dagli scolari ai adolescenti e giovani adulti.

Le colonie in Italia

Da luoghi di cura a luoghi di educazione, le colonie, in Italia, nacquero in epoca fascista dall’evoluzione degli “ospizi marini” che nell’Ottocento garantivano gratuitamente ai bambini poveri, malati di tubercolosi, i benefici del mare e del sole. Durante tutto il primo dopoguerra, oltre 4mila colonie marine dalle forme futuristiche accolsero centinaia di migliaia di ragazzini tra i 6 e i 13 anni, tutti iscritti alla Gioventù Italiana del Littorio.

L’ammissione alle colonie era riservata ai figli delle famiglie bisognose o numerose, agli orfani dei caduti, ai figli degli italiani residenti in altri Paesi europei e nelle colonie italiane, ai figli dei mutilati e degli invalidi di guerra.

Estate fascista. Lo scopo di quei soggiorni nel Ventennio? Formare l’identità fascista nei più giovani. Grandi camerate, uniforme uguale per tutti, regole da rispettare: l’organizzazione era rigorosamente di tipo militare, perché l’educazione dei giovani fascisti doveva essere “severa e inflessibile”. Un rigore che le colonie persero soltanto nel secondo dopoguerra.

Albert Einstein, il lato umano

Spunti per un ritratto

Mentre si trovava in California, nel gennaio del 1931, ospite del Caltech di Pasadena, Einstein ebbe occasione di incontrare Charlie Chaplin, che lo invitò alla prima mondiale del suo ultimo film, Luci della città.  La sera dello spettacolo, scesi dalla limousine sulla quale avevano viaggiato insieme, i due uomini si avviarono insieme verso l’entrata del Los AngelesTheater, entrambi in frac, Einstein più alto di una spanna di Chaplin, tra due ali di folla che applaudiva freneticamente. «Che significa tutto questo?» domandò Einstein. E Chaplin, di rimando: «Niente». Molta civetteria, certo, in questo scambio di battute (il che già di per sé la potrebbe dire lunga sul carattere dei due, ma forse anche un pizzico di autoironia).

Il più celebre scienziato della sua epoca e il popolare divo del cinema dovevano ben sapere che la folla che li acclamava non riconosceva in loro due individui in carne e ossa, quanto piuttosto due personaggi, due maschere potremmo quasi dire, ciascuna caratterizzata da tratti distintivi inconfondibili: Charlot, con bombetta, canna, baffetti (anche se quella sera il viso di Chaplin era perfettamente glabro) e la tipica camminata caracollante, e lo scienziato che ha attinto alle verità ultime dell’universo, con la chioma scarmigliata (anche se quella sera la capigliatura di Einstein era accuratamente pettinata) e lo sguardo che sprizza maliziosa intelligenza. Se l’innescarsi di un simile meccanismo – l’assurgere allo stato di icona – non stupisce più di tanto nel caso di una star dello spettacolo come Chaplin, risulta invece assai sorprendente per quel che riguarda Einstein, il creatore di una arcana teoria scientifica incomprensibile ai più.

Contrariamente a una leggenda ancora largamente diffusa, l’affermazione scientifica di Einstein avvenne piuttosto velocemente e, nonostante la radicale novità di molte sue idee, non incontrò particolari opposizioni da parte dell’establishment accademico.

Nel 1905, ad appena ventisei anni, portò a termine ben cinque scritti fondamentali: la sua tesi di dottorato sulla determinazione delle dimensioni molecolari, l’articolo sul moto browniano (Il moto delle particelle in sospensione nei fluidi in quiete, come previsto dalla teoria cinetico-molecolare del calore), il celebre articolo Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, che segna la nascita della teoria della relatività ristretta, la breve ma importante nota in cui si dimostra che l’inerzia di un corpo dipende dal suo «contenuto di energia», infine il lavoro – il solo che Einstein stesso definì «rivoluzionario» – sull’ipotesi quantistica della radiazione luminosa {Su un punto di vista euristico relativo alla produzione e trasformazione della luce). 

Sebbene il giovane autore non ricoprisse allora alcun incarico accademico (lavorava come impiegato presso l’Ufficio brevetti svizzero, a Berna), i quattro articoli furono tutti pubblicati sulla prestigiosa rivista tedesca «Annalen der Physik». La carriera accademica di Einstein, dopo questo esordio straordinario, procedette spedita, così come rapidamente si affermò la sua reputazione di fisico brillante ed eclettico. Nell’ottobre del 1909 prese servizio come professore associato all’Università di Zurigo, pochi mesi dopo aver ricevuto la prima laurea honoris causa dall’Università di Ginevra; nel 1911 fu nominato professore ordinario all’Università Karl-Ferdinand di Praga e l’anno succesivo all’ETH di Zurigo.

In una lettera di raccomandazione alle autorità accademiche dell’ETH il grande Henri Poincaré aveva avuto per lui parole di elogio: «Il signor Einstein è una delle menti più originali che io abbia conosciuto; nonostante la giovane età, occupa già un posto di grande prestigio tra i più eminenti studiosi della nostra epoca». Questo giudizio di Poincaré trova conferma nel fatto che l’anno precedente, il 1910, Einstein era stato proposto come candidato al premio Nobel per la fisica: con l’eccezione del 1911 e del 1915, il suo nome sarà incluso nella lista dei papabili per tutti gli anni successivi, fino al 1922, quando gli verrà assegnato il premio per il 1921.

Nella tarda primavera del 1913, due eminenti scienziati tedeschi, il fisico chimico Walther Nernst e il fisico Max Planck si recarono a Zurigo per convincere Einstein a trasferirsi a Berlino. L’offerta è molto vantaggiosa, appositamente concepita per attirare nella capitale della scienza europea l’astro nascente della fisica teorica: una cattedra all’Università di Berlino senza obbligo di insegnamento, la nomina a membro della Preußische Akademie der Wissenschaften, un lauto stipendio finanziato ad hoc e in più la direzione di un istituto di fisica che sarebbe stato fondato sotto gli auspici della Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft. Arrivato a Berlino nell’aprile del 1914, Einstein vi resterà fino al dicembre del 1932, quando sarà costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti, accettando un posto di professore all’Insitute for Advanced Studies di Princeton.

Gli anni tragici della prima guerra mondiale furono per Einstein un periodo estremamente prolifico (scrisse circa cinquanta articoli scientifici e un libro). In particolare, lavorò con strenua ostinazione alla formulazione della relatività generale, una nuova teoria della gravitazione fondata sulla geometrizzazione dello spazio-tempo che occupava i suoi pensieri almeno dal 1907.

Nel 1916 concluse la stesura dell’articolo I fondamenti della teoria della relatività generale, in cui deduceva le equazioni del campo gravitazionale (le stesse equazioni erano state ottenute un anno prima da David Hilbert) e pubblicò il volume Relatività. Esposizione divulgativa, volto a presentare le proprie idee a lettori sprovvisti di «familiarità con l’apparato matematico della fisica teorica», che sarà destinato a diventare uno dei grandi classici della scienza del Novecento.

La relatività generale, secondo calcoli effettuati dallo stesso Einstein già nel 1915, prevede che i raggi di luce provenienti dalle stelle che passano radenti al bordo del Sole durante un’eclisse totale subiscano una deflessione di ampiezza pari a 1,74″, un valore all’incirca doppio di quello derivato dalla teoria di Newton. Nel 1919 il Royal Observatory di Greenwich inviò due spedizioni scientifiche – una a Sobral in Brasile, l’altra, guidata da Arthur Eddington, all’Isola del Principe nel Golfo di Guinea – per sottoporre a verifica sperimentale questa previsione in concomitanza con l’eclisse totale di Sole prevista per il 29 maggio di quell’anno.

Le misurazioni che Eddington presentò alla riunione congiunta della Royal Society e della Royal Astronomical Society del 6 novembre mostrano che «la luce viene deflessa in accordo con la legge di gravitazione di Einstein».

Fino al 6 novembre 1919 Einstein era soltanto un insigne professore dell’Università di Berlino che godeva di una considerevole reputazione negli ambienti della fisica teorica. Da quel giorno in avanti diventò un mito della scienza, non semplicemente celebrato per le sue scoperte, ma a tutti gli effetti «canonizzato», per usare la significativa espressione del suo più autorevole biografo (anzi, agiografo), Abraham Pais. Il 7 novembre il «Times» di Londra, nelle pagine interne, titolava su due colonne

Rivoluzione nella scienza Nuova teoria dell’universo Le idee di Newton rovesciate. Il 9 novembre il «New York Times» riportava la notizia con un articolo su sei colonne (Storte le luci in cielo) e nei giorni successivi riprendeva varie volte l’argomento con toni sempre più sensazionalistici («[…] dubbi persino sull’affidabilità della tavola pitagorica», «questi signori saranno forse grandi astronomi, ma come logici fanno pena»).

Per quanto riguarda la stampa tedesca, il 14 dicembre la rivista «Berliner Illustrirte Zeitung» dedicò la copertina al «nuovo gigante della storia del mondo», Albert Einstein. La fotografia che lo ritrae pensoso, la mano destra a sorreggere il mento, il volto ancora giovane ma già segnato dalle fatiche del lavoro intellettuale, fissa un cliché, una figura iconica che sarà replicata, con varianti non essenziali, centinaia di volte. A partire dal 1920 Einstein iniziò a scrivere articoli divulgativi, a rilasciare interviste, a tenere conferenze un po’ ovunque nel mondo, e la sua popolarità aumentò rapidamente di anno in anno.

Durante la sua prima visita negli Stati Uniti, nella primavera del 1921, fu ricevuto dal presidente Harding e accolto in trionfo a New York, a Chicago, a Boston; l’anno seguente a Parigi, ricorda André Weil, «si rese necessario istituire un sistema di tessere di ingresso» tanto numeroso era il pubblico desideroso di assistere alle sue conferenze al Collège de France; all’arrivo di Einstein a Tokyo, nel gennaio del 1923, la polizia fu impotente ad arginare la folla. Echi della fama di Einstein si diffusero anche nel milieu degli artisti e degli intellettuali. St. Franci Einstein of the Daffodils si intitola, ad esempio, una poesia di William Carlos Williams composta in occasione del viaggio americano, mentre tra il 1919 e il 1921 l’architetto espressionista Erich Mendelsohn realizzò la torre Einstein nell’osservatorio dell’Istituto astrofisico di Potsdam.

Per quanto sensazionali, le scoperte scientifiche di Einstein non sono sufficienti a rendere conto del mito che si creò attorno alla sua persona.

Certo, l’aura di mistero che fin dall’inizio circondò la relatività – sulla cui insondabile difficoltà ai giornalisti piacque sempre insistere – ne favorì, solo in apparenza paradossalmente, la presa sul pubblico.

In un’intervista del 1921 rilasciata a giornale olandese Einstein provò a spiegare l’entusiasmo delle folle per le sue teorie in questi termini: «Sono sicuro che è il mistero del non-comprendere che li attira […]». D’altra parte, secondo il modello di epidemiologia delle idee elaborato da un antropologo quale Dan Sperber, proprio le idee dotate di maggior contenuto controintuitivo, quelle cioè che infrangono schemi mentali fortemente consolidati, produrrebbero quel fenomeno di «contagio» che ne assicura una rapida diffusione.

E quale idea è più controintuitiva del negare esistenza separata al tempo e allo spazio? Altri fattori, tuttavia, devono essere invocati per spiegare la «canonizzazione» di Einstein. Occorre dunque ricordare che durante la prima guerra mondiale Einstein aveva assunto una posizione decisamente critica nei confronti del nazionalismo esasperato che sembrava dilagare in tutti gli strati della società civile ed aveva espresso, se pur con qualche ambiguità e non ancora pubblicamente, convinzioni pacifiste.

In particolare, nel 1914 sottoscrisse un manifesto intitolato Appello agli intellettuali che costituiva una netta e dura risposta al famigerato Aufruf an die Kulturwelt firmato da 93 intellettuali tedeschi, che tanto profondamente aveva indignato l’opinione pubblica europea. Anche senza giungere al punto di vedere in Einstein un redivivo Mosè «latore del messaggio di un nuovo ordine dell’universo» (come vorrebbe Pais), è chiaro che, al termine di un conflitto così sanguinoso, egli incarnasse alla perfezione l’ideale, da molti agognato, di un uomo di cultura alieno da sentimenti nazionalistici, super partes, sinceramente fiducioso che la scienza potesse aiutare la cooperazione umana. Negli anni successivi, il pacifismo dichiarato di Einstein, il suo presentarsi non come tedesco ma come apolide, l’impegno nella Società delle Nazioni, le dichiarazioni sulla questione ebraica (pur controverse), e anche, per contrasto, i beceri attacchi nazisti contro le sue teorie e la sua persona, lo consacrarono come ultimo baluardo della tolleranza e della libertà di pensiero. Il mito di Einstein nacque come il mito di una speranza.

Il lato umano 

Albert Einstein fu non soltanto il più grande scienziato del suo tempo, ma anche il più famoso. Fu inoltre un uomo che rispondeva puntualmente alle lettere che riceveva.

Einstein dedicò una parte importante della sua vita alla ricerca della pace.

All’argomento è stato dedicato un intero volume, Einstein on Peace; quindi, per quanto riguarda questa attività dello scienziato, rimandiamo il lettore a quest’opera, che tratta l’argomento così diffusamente da non lasciare nulla d’inedito. 

L’ordine di presentazione degli scritti non è casuale, è infatti paragonabile all’accavallarsi dei ricordi di una vita movimentata che si succedono nella memoria in modo alquanto imprevedibile, ripercorrendo con una logica loro propria con salti avanti e indietro gli anni passati. Il libro comprende diverse sequenze che vengono segnalate al lettore con uno spazio più ampio di quelli che separano un aneddoto da quello successivo. Benché ciascun aneddoto abbia un suo valore intrinseco, il libro nel suo insieme ha anche una sua unità, proponendo un percorso in apparenza frammentario il cui traguardo sarà nelle nostre intenzioni una comprensione più approfondita di Einstein uomo. 

Durante l’estate del 1952 Carl Seelig, uno dei primi biografi di Einstein, scrisse  allo scienziato chiedendogli di fornirgli alcuni dati relativi alla sua prima laurea honoris causa. Nella sua risposta, Einstein accennò ad avvenimenti che risalivano al 1909, il periodo in cui egli lavorava ancora nell’Ufficio brevetti di Berna, benché quattro anni prima avesse elaborato la sua teoria speciale della relatività. Nell’estate del 1909 l’università di Ginevra conferì più di cento lauree honoris causa in occasione del 350° anniversario della sua fondazione da parte di Calvino; segue il resoconto di Einstein sull’accaduto:

Un giorno ricevetti all’Ufficio brevetti di Berna una grande busta dalla quale estrassi un foglio dall’aspetto ufficiale. Recava in eleganti caratteri(mi pare che fosse addirittura in latino) un messaggio che mi parve impersonale e di scarso interesse. Finì subito nel cestino. Più tardi appresiche si trattava dell’invito alle celebrazioni in memoria di Calvino e dell’avviso che avrei ricevuto la laurea honoris causa dall’università di Ginevra.

Evidentemente la gente dell’università interpretò nel senso giusto il mio silenzio e quindi si rivolse al mio amico e allievo Lucien Chavan, ginevrino di origine e allora residente a Berna. Mi convinse ad andare a Ginevra, spiegandomi che praticamente non era possibile rifiutare l’invito però non mi diede ulteriori chiarimenti.

Nel giorno fissato mi recai quindi a Ginevra e la sera, nel ristorante dell’albergo dove alloggiavamo, incontrammo alcuni professori di Zurigo…

Ognuno raccontò per quale motivo era stato convocato. Dato che io non dicevo parola, mi rivolsero la stessa domanda e dovetti confessare allora che non ne avevo la minima idea. Gli altri erano invece perfettamente informati e mi svelarono il segreto. Il giorno seguente dovevo far parte del corteo accademico. Ma avevo portato soltanto il mio abito di tutti i giorni e il solito cappello di paglia. La mia proposta di non partecipare alle celebrazioni venne categoricamente respinta e i festeggiamenti finirono per essere molto divertenti per quanto riguarda la mia presenza.

1) In realtà il testo, stampato in corsivo, era in lingua francese.

2) Il documento aveva un vistoso errore di stampa, forse rilevato da Einstein del tutto inconsciamente, che può aver provocato il suo gesto di rifiuto: la laurea era intestata a «Monsieur Tinstein» invece di «Monsieur Einstein».

La celebrazione si concluse con il banchetto più prelibato che abbia mai visto in vita mia. Dissi a un patrizio ginevrino seduto accanto a me: «Sa quel che avrebbe fatto Calvino se fosse ancora qui insieme a noi?» Il mio interlocutore mi rispose di no, e io proseguii: «Avrebbe eretto una grande pira e ci avrebbe fatto bruciare tutti quanti per la nostra peccaminosa ghiottoneria». Il signore non aprì più bocca e questo è tutto quel che ricordo di quella memorabile occasione.

Verso la fine del 1936 la Società scientifica di Berna inviò a Einstein un diploma che gli era stato appena conferito. La sua risposta del 4 gennaio da Princeton:

Non potete immaginare quanto mi ha fatto e mi fa piacere che la Società scientifica di Berna si sia ricordata di me in modo così cortese. Mi è giunto come un messaggio dai tempi ormai lontani della mia giovinezza. Le nostre riunioni serali, tanto stimolanti e vivaci, mi tornano ancora una volta alla mente e soprattutto gli straordinari commenti che il Professor Sahli [Salis?], l’internista, faceva sulle conferenze. Ho fatto subito incorniciare il documento ed è l’unico di tanti riconoscimenti che è appeso nel mio studio. È un ricordo dei tempi di Berna e degli amici che avevo allora.

Vi chiedo di esprimere ai membri della Società i miei cordiali ringraziamenti e la mia riconoscenza per la cortesia che mi hanno dimostrato.

Qui bisogna aggiungere qualche precisazione. Quando arrivò il documento Einstein disse: «Questo lo farò   incorniciare e lo appenderò in studio, perché quei signori deridevano sempre me e le mie teorie». Ricevette molti altri premi ma non li incorniciò mai, né li appese alle pareti dello studio. Li nascondeva invece in un angolino che chiamava «l’angolo del vanto» («Protzenecke»).

A Berlino nel 1915, durante la prima guerra mondiale, Einstein portò a termine il suo grande capolavoro, la teoria generale della relatività. Non era soltanto una generalizzazione della sua teoria speciale della relatività, era effettivamente una nuova teoria della gravitazione. Fra l’altro, preannunziava la scoperta della flessione gravitazionale dei raggi della luce, fenomeno confermato in seguito dagli scienziati britannici e in particolare da Arthur Eddington, durante l’eclisse del 1919. Quando la conferma fu resa nota, la fama di Einstein assunse all’improvviso dimensioni internazionali. Egli non riuscì mai a capacitarsene. Quel Natale, scrivendo all’amico Heinrich Zangger a Zurigo, affermò:

Con la fama divento sempre più stupido, un fenomeno molto comune d’altronde. C’è una tale sproporzione tra quello che uno è e quello che gli altri pensano che egli sia, o almeno quello che dicono di pensare che sia!

Ma bisogna prendere tutto con buonumore.

Einstein conobbe una fama duratura e ricevette un’enorme quantità di lettere diogni sorta. Per esempio, una ragazzina di Washington, D.C., gli scrisse il 3 gennaio 1943 comunicandogli, fra l’altro, che era leggermente al di sotto della media in matematica e quindi si trovava costretta a studiarla di più di molte sue compagne.

Rispondendo in inglese da Princeton il 7 gennaio 1943, Einstein la consolò: Non preoccuparti delle difficoltà che incontri in matematica; ti posso assicurare che le mie sono ancora più grosse.

Nel 1895, dopo un anno in cui non frequentò alcuna scuola, il giovane Einstein si iscrisse alla Scuola cantonale svizzera dell’Argau, nella città di Aarau. Il 7 novembre 1896 fece recapitare il seguente curriculum alle autorità dell’Argau:

Sono nato il 14 marzo 1879 nella città di Ulm e all’età di un anno mi trasferii a Monaco di Baviera, dove rimasi fino all’inverno 1894-95. A Monaco frequentai la scuola elementare e la scuola secondaria Luitpold, escluso il settimo anno. Poi fino all’autunno dello scorso anno vissi a Milano, dove continuai a studiare per conto mio. Da allora frequento la Scuola cantonale svizzera ad Aarau e ora mi presento all’esame di maturità. Intendo in seguito studiare matematica e fisica presso la sesta sezione dell’Istituto politecnico federale. Molti anni dopo, Einstein, ormai famoso, ebbe l’occasione di redigere un altro curriculum che presenta alcuni aspetti significativi.

L’Accademia tedesca delle scienze Kaiser Leopold, della quale fu membro Goethe, fu fondata nel 1652 con sede nella città di Halle. Il 17 marzo 1932, in onore del centenario della morte di Goethe, l’Accademia invitò Einstein a diventare socio.  Quando Einstein accettò, il presidente dell’Accademia, seguendo una anticatradizione, gli mandò un questionario biografico con nove domande. Per mancanza dispazio, Einstein rispose in stile telegrafico.

Benché i nazisti non avessero ancora raggiunto il potere, la loro propaganda antisemita era palese. Quindi la risposta di Einstein alla prima domanda comporta un interesse particolare.

I. Figlio di genitori ebrei, sono nato il 14 marzo 1879 a Ulm. Mio padre era commerciante; si trasferì poco dopo la mia nascita a Monaco di Baviera e poi nel 1893 in Italia, dove rimase fino alla morte (1902). Non ho fratelli, solo una sorella residente in Italia.

La seconda e la terza domanda riguardavano il periodo della gioventù e gli studi. Einstein rispose dettagliatamente.

La quarta domanda chiedeva informazioni sulla carriera. Einstein precisò:

IV. Dal 1900 al 1902 vissi in Svizzera, lavorando come insegnante privato e poi anche come precettore; ottenni allora la cittadinanza svizzera. Dal 1902 al 1909 fui impiegato come perito presso l’Ufficio federale dei brevetti; nel periodo 1909-11 ebbi la carica di assistente universitario a Zurigo; dal 1911 al 1912 fui professore di fisica teorica all’università di Praga; negli anni 1912-14 insegnai fisica teorica all’Istituto politecnicofederale di Zurigo. Nel 1914 fui nominato borsista dell’Accademia prussiana delle scienze e da allora mi dedico esclusivamente alla ricerca scientifica.

La quinta domanda si riferiva ai risultati scientifici e alle pubblicazioni. Alcune date menzionate nella risposta di Einstein sono sconcertanti: per esempio la teoria speciale della relatività risale certamente al 1905 e non al 1906; la teoria generale della relatività fu elaborata nel 1915 e non nel 1916. È probabile che egli rispondesse a memoria e la memoria gli abbia giocato brutti tiri.

V. Le mie pubblicazioni sono soprattutto brevi relazioni sulla fisica, per la maggior parte uscite negli Annali della fisica e negli Atti dell’Accademia

Prussiana delle Scienze. Le più importanti trattano i seguenti argomenti:

– Il moto browniano (1905)

– La teoria della formula di Planck e dei quanti di luce (1905,1917)

– La relatività speciale e la massa dell’energia (1906)

– La relatività generale (1916 e successive edizioni).

Ricordo inoltre le relazioni sulle fluttuazioni termiche e uno studio eseguito in collaborazione con il professor W. Mayer, sulla natura unificata della gravitazione e dell’elettricità (1931).

La sesta domanda chiedeva informazioni su eventuali viaggi a scopo scientifico.

La risposta di Einstein:

VI. Ho compiuto alcuni viaggi in Francia, Italia, Giappone, Argentina, Inghilterra, Stati Uniti, per tenere delle conferenze. Questi viaggi – eccezion fatta per i soggiorni a Pasadena – non avevano in pratica fini scientifici.

La settima domanda concerneva lo scopo del suo lavoro. Einstein scrisse:

VII. Il vero scopo della mia ricerca è sempre stato la semplificazione e l’unificazione del sistema della fisica teorica. Ho già raggiunto tale obiettivo in modo soddisfacente per quanto riguarda i fenomeni macroscopici, ma non per i fenomeni dei quanti, né per la struttura atomica. Credo che, malgrado il successo considerevole ottenuto finora, la teoria moderna dei quanti sia ancora molto lontana da una soluzione soddisfacente di quest’ultima categoria di problemi.

L’ottava domanda chiedeva un elenco delle varie onorificenze conferitegli. Einstein fornì i seguenti particolari:

VIII. Sono stato membro di numerose società scientifiche e mi sono stati conferiti alcuni premi e anche una specie di cattedra universitaria per professori stranieri dell’università di Leida. Ho un rapporto di questo tipo anche con l’università di Oxford (Christ Church College).

Quel che stupisce è l’omissione del premio Nobel per la fisica del 1921, difficilmente attribuibile a un vuoto di memoria.

L’ultima domanda era invece puramente formale: gli si chiedeva il suo indirizzo esatto.

A scuola ad Aarau Einstein studiò il francese. Segue la traduzione più o meno letterale di un tema scritto da Einstein come esercizio di composizione e corretto dal suo insegnante; aveva all’epoca circa sedici anni. Dal titolo si capisce che si trattava di un compito in classe.

I miei progetti per il futuro.

Un uomo contento è troppo soddisfatto del presente per pensare al futuro. Ma d’altra parte sono sempre i giovani che tendono a fare castelli in aria. È inoltre logico che un giovane con intenzioni serie si formi un’idea il più possibile precisa delle sue aspirazioni.

Se avrò la fortuna di superare gli esami, andrò all’Istituto federale di tecnologia a Zurigo. Rimarrò lì per quattro anni a studiare matematica e fisica. Penso che diventerò professore in quei rami della scienza, specializzandomi nel campo teorico.

Queste sono le ragioni che mi hanno suggerito tale progetto: soprattutto la mia attitudine personale per il pensiero astratto e matematico, poi la mancanza di fantasia e di doti pratiche. Anche i miei gusti mi hanno indotto a questa scelta. È una cosa del tutto naturale: è sempre più piacevole fare le cose che si fanno bene. Inoltre la professione scientifica comporta una certa indipendenza che mi attira assai.

In un breve saggio biografico inedito, la sorella di Einstein, Maja, menziona tra l’altro la mancanza d’interesse da parte dello scienziato per le cose materiali, spesso ambite da altri e considerate in effetti quasi come bisogni primari. Riferisce per esempio: «Nella sua giovinezza spesso diceva: “Nella mia sala da pranzo metterò soltanto una tavola di legno, una panca e qualche sedia”».

La lettera dalla quale è tratto il brano seguente fu scritta a Maja nel 1898, mentre Einstein era studente a Zurigo. (Iniziava le lettere alla sorella con le parole: «Cara Sorella», come più tardi scriverà: «Cara Regina», rivolgendosi alla regina Elisabetta del Belgio):

Quel che più mi opprime sono ovviamente le difficoltà [economiche] dei miei poveri genitori. Sono profondamente addolorato dal fatto che io, ormai adulto, devo starmene a guardare con le mani in mano, senza poter essere del benché minimo aiuto. Non sono altro che un peso per la famiglia… Sarebbe stato meglio se non fossi mai nato. A volte l’unico pensiero che mi conforta e il mio unico scampo alla disperazione è che ho sempre fatto tutto il poco che potevo: non mi sono mai permesso, un anno dopo l’altro, né svaghi né divertimenti, tranne quelli forniti dallo studio.

Poco dopo, nello stesso anno, 1898, a seguito di un miglioramento della situazione economica dei genitori, Einstein scrisse alla sorella: Ho un bel po’ di lavoro da fare, ma non troppo. Così, di tanto in tanto, ho qualche ora libera per girare nei bei dintorni di Zurigo. Inoltre sono felice di pensare che le peggiori preoccupazioni dei miei genitori sono ormai svanite. Se tutti vivessero come me, non si sarebbe mai inventato il romanzo…

Dall’epoca studentesca passiamo ora all’inizio del periodo trascorso come membro dell’Accademia prussiana delle scienze a Berlino. Nel 1918, dopo l’elaborazione della teoria generale della relatività, l’Istituto federale di tecnologia a Zurigo prese contatto con Einstein per convincerlo a lasciare Berlino e assumere la carica di professore presso l’Istituto. Scrisse in questi termini alla sorella (i puntini finali appaiono nel manoscritto originale):

Non riesco a rinunciare a tutto quel che mi offre Berlino, dove la gente è stata così indescrivibilmente gentile e accogliente. Come sarei stato felice 18 anni fa se avessi potuto diventare un umile assistente all’Istituto federale! Ma non ci riuscii! È un mondo di matti: conta solo la celebrità. In fondo anche altri sono capaci di insegnare bene, ma…

La lettera seguente, anch’essa indirizzata a Maja, risale a un’epoca più recente: è datata 31 agosto 1935. Molte cose sono avvenute da quegli antichi tempi a Berlino.

Einstein si trova a Princeton, impegnato a generalizzare la sua teoria generale della relatività, per trasformarla in una teoria del campo unificato. Nello stesso tempo il suo istinto naturale lo mette in guardia contro gli ultimi sviluppi nella teoria dei quanti, accettati senza riserve dalla maggior parte degli altri fisici. Ma il suo interesse per i problemi della fisica non gli impedisce di vedere quel che succede nel mondo esterno; infatti scrive alla sorella:

Per quanto riguarda il mio lavoro, procedo lentamente e con difficoltà dopo un inizio promettente. Nelle nostre ricerche fondamentali nel campo della fisica andiamo avanti a tastoni; nessuno ha fiducia in quel che il collega cerca di sperimentare con tanta speranza. Si vive la propria vita in un clima di tensione continua, fino al momento in cui bisogna andarsene.

Ma rimane per me la consolazione che gli aspetti essenziali del mio lavoro ora fanno parte della base acquisita della nostra scienza.

I grandi avvenimenti politici del nostro tempo sono così scoraggianti che nella nostra generazione ci si sente davvero soli. È come se la gente avesse perduto la passione per la giustizia e la dignità, come se non apprezzasse

più quel che altre generazioni migliori della nostra hanno conquistato a prezzo di sacrifici straordinari… Dopo tutto, il fondamento di tutti i valori umani è la moralità. L’aver chiaramente riconosciuto questo fatto in un’epoca primitiva rappresenta l’eccezionale grandezza di Mosè. Guarda invece la gente oggi!…

Nel 1936 Einstein scrisse alla sorella:

Non ricevo altro che lettere alle quali dovrei rispondere e sono circondato da gente che giustamente si lamenta di me. Ma può esserealtrimenti con un uomo ossessionato? Rimango seduto qui per ore e ore, come quand’ero giovane, e penso e calcolo, sperando di svelare profondi segreti. Il cosiddetto bel mondo, cioè l’attività affannosa degli uomini, mi attrae sempre meno e quindi ogni giorno mi vedo diventare più isolato.

Seguono dei passi da una lettera che Einstein scrisse da Berlino nella primavera del 1918 all’amico Heinrich Zangger di Zurigo. La teoria generale della relatività era già stata elaborata, ma la conferma ottenuta durante l’eclisse del 1919 e la fama mondiale erano ancora di là da venire. Il figlio maggiore di Einstein, allora quattordicenne, dimostrava un vivo interesse per l’ingegneria e la tecnologia:

Anch’io dovevo diventare ingegnere. Ma trovai intollerabile l’idea di applicare il genio creativo a problemi che non fanno che complicare la vita quotidiana – e tutto ciò unicamente al triste scopo di guadagnare denaro.

Pensare solo per il piacere di pensare, come nella musica!… Quando non ho qualche problema particolare cui dedicarmi, mi diverto a ricostruire le prove di teoremi matematici e fisici che mi sono noti ormai da tempo. Non vi è alcuna utilità in questo, si tratta solo di una occasione per concedermi il piacere di pensare…

Il 20 agosto 1949, rispondendo a una lettera che chiedeva informazioni sulle sue motivazioni scientifiche, Einstein scrisse in inglese:

Il mio lavoro scientifico è motivato dal desiderio irresistibile di penetrare i segreti della natura e da nessun altro sentimento. Il mio amore per la giustizia e la mia volontà di contribuire al miglioramento delle condizioni umane sono perfettamente indipendenti dai miei interessi scientifici.

Segue un brano da una lettera datata 13 febbraio 1934, indirizzata a un profano appassionato di argomenti scientifici con il quale Einstein era in corrispondenza:

Per quel che riguarda la ricerca della verità, le mie faticose indagini, con i molti vicoli ciechi, mi hanno insegnato quant’è difficile fare un passo sicuro, anche piccolo, nella conoscenza di ciò che è veramente essenziale.

All’epoca in cui viveva” a Berlino, Einstein spesso si recava in Olanda, dove aveva numerosi amici scienziati. Durante una visita a Leida, Einstein scrisse queste frasi in un libro di ricordi dedicato al professor Kammerlingh-Onnes, uno dei primi ricercatori nel campo della fisica della bassa temperatura, al quale fu assegnato il premio Nobel per la fisica nel 1913. La nota di Einstein è datata 11 novembre 1922:

Lo scienziato teorico non è da invidiare. Perché la Natura, o più esattamente l’esperimento, è un giudice inesorabile e poco benevolo del suo lavoro. Non dice mai «Sì» a una teoria: nei casi più favorevoli risponde: «Forse»; nella stragrande maggioranza dei casi, dice semplicemente: «No». Quando un esperimento concorda con una teoria, per la Natura significa «Forse»; se non concorda, significa «No». Probabilmente ogni teoria un giorno o l’altro subirà il suo «No»; per quasi tutte ciò avviene subito dopo la formulazione.

Il 26 maggio 1936 Einstein rispose in questo modo a una lettera pervenutagli dal Colorado:

Probabilmente accadono nella vita di tutti eventi esterni capaci di determinare la direzione del pensiero e del comportamento di una persona.

Ma per la maggior parte della gente tali eventi non hanno seguito. Per quel che mi riguarda, ricordo che quando ero ancora ragazzino mio padre mi mostrò una piccola bussola e l’enorme impressione che mi fece allora ha senz’altro avuto conseguenze molto importanti nella mia vita.Conobbi per la prima volta l’opera di Riemann in un’epoca in cui i principi fondamentali della teoria generale della relatività erano ormai da molto tempo chiaramente definiti.

Einstein parlava spesso dello stupore che provò alla vista della bussola. Fu evidentemente per lui un avvenimento profondamente significativo. Anche l’osservazione sul lavoro di Riemann è di notevole importanza. Einstein si servì degli studi di Riemann come base matematica per la teoria generale della relatività e alcuni critici pensarono che nelle fasi iniziali li avesse adoperati come nucleo della sua ricerca, prima ancora di aver formulato in modo approssimativo i concetti fisici.

Questo ovviamente non è l’unico scritto in cui Einstein tratta l’argomento.

Il 17 febbraio 1908 Einstein, in uno stato d’animo piuttosto avvilito, mandò una cartolina dall’Ufficio brevetti di Berna al fisico tedesco Johannes Stark, futuro premio Nobel:

Fui abbastanza sorpreso di constatare che Lei non ha riconosciuto la mia priorità per quanto riguarda il rapporto tra massa inerziale ed energia.

Si riferiva alla famosa equazione E=mc2. Il 19 febbraio Stark rispose dettagliatamente con espressioni di stima e calorosa amicizia, assicurando Einstein,impiegato dell’Ufficio brevetti, che non perdeva occasione di parlar bene di lui e che se Einstein credeva il contrario, si sbagliava di grosso. La risposta di Einstein è del 22febbraio:

Anche se prima di ricevere il Suo messaggio non mi fossi già pentito di aver ceduto alla meschinità di dar sfogo alle mie affermazioni sulla priorità, la Sua lettera circostanziata mi ha dimostrato chiaramente che lamia ipersensibilità era davvero fuori luogo. Quelli che hanno avuto l’onore di contribuire in qualche modo all’evoluzione della scienza non dovrebbero lasciare offuscare da tali sentimenti la gioia che provano per i risultati della comune impresa…

Sfortunatamente questa amichevole corrispondenza ebbe un seguito meno felice.

Con l’avvento del nazismo, Stark, come tanti altri, diventò un critico acerrimo e dottrinario di Einstein e della sua opera.

Nel marzo 1927 Einstein tenne una conferenza che venne trascritta da un membro del pubblico, il quale suggerì ad Arnold Berliner, direttore della rivista scientifica «Die Naturwissenschaften», di pubblicarne il testo. Segue la risposta di Einstein alla proposta di Berliner:

Non sono favorevole alla pubblicazione, perché il testo non è sufficientemente originale. Bisogna essere particolarmente critici nei confronti del proprio lavoro. Si può sperare che la gente continui a leggervi solo se, per quanto è possibile, si scarta tutto quello che non èrilevante.

Il 22 febbraio 1949 Einstein inviò una lettera allo scrittore Max Brod, furibondo perché un critico aveva pubblicato un giudizio sbagliato su un suo libro in una recensione dell’ottima biografia di Einstein scritta da Philipp Frank:

La tua giusta indignazione per la recensione del [London] «Times Literary Supplement» è stata per me motivo di benevolo divertimento. Un tizio, per guadagnare qualche soldo in più e in base a una lettura superficiale, scrive qualcosa che può sembrare quasi plausibile e che nonviene letto attentamente da nessuno. Come fai a prenderlo sul serio? Sonostate pubblicate sul mio conto tante di quelle fandonie e sfrontate menzogne che, se ci avessi prestato attenzione, ci avrei da tempo lasciatola pelle. Bisogna consolarsi pensando che il tempo ha un setaccioattraverso il quale la maggior parte di queste cose importanti finisce nelmare dell’oblio; e quel che rimane dopo la selezione spesso è ancora brutto e meschino.

Questa frase molto pertinente viene da una lettera del 21 marzo 1930 indirizzata all’amico Ehrenfest:

Ogni mio squittio diventa uno squillo di tromba.

In una lettera al biografo Carl Seelig datata 25 ottobre 1953, Einstein osserva:

Nel passato non mi sfiorava mai il pensiero che ogni mia osservazione casuale sarebbe stata afferrata e registrata; altrimenti mi sarei ritirato ancora di più nel mio guscio.

Einstein era sconcertato da alcuni atteggiamenti degli inglesi. Per esempio, Helen Dukas, sua segretaria, ha un ricordo molto preciso del fatto che quando nel 1930 laloro nave diretta negli Stati Uniti fece una breve sosta a Southampton, un giornalista inglese le chiese se poteva intervistare Einstein. Conoscendo Einstein, rispose di no e si preparò a sostenere con fermezza la sua posizione; con suo stupore, il giornalista accettò il rifiuto senza discutere e si ritirò.

Non fu un caso unico: altri giornalisti britannici si comportarono allo stesso modo in quella occasione. Lo riferì a Einstein il quale annotò questa osservazione nel suo diario di viaggio:3 dicembre 1930 (Southampton): …In Inghilterra anche i giornalisti sonori servati! Onore al merito. Un unico «No» basta. Il mondo ha ancora molto da imparare da questo popolo – tranne che non me ne importa nulla e mi vesto sempre in modo trasandato, perfino per la sacra cerimonia della cena.

Più tardi il professore F. A. Lindemann, futuro consigliere scientifico di Winston Churchill, invitò Einstein a visitare Oxford. Einstein fu ospitato al Christ Church College, dove le tradizioni non erano molto diverse da quelle degli altri collages dell’università. Come molti altri, infatti il Christ Church era riservato a studenti di sesso maschile. Le stanze erano gelide. Ogni sera, vestiti della toga accademica, i professori e gli studenti – erano cinquecento – si riunivano secondo un’antica usanza nella sala grande per la cena preceduta dalla benedizione in latino. Einstein commentò nel suo taccuino di viaggio:

Oxford, 2/3 maggio 1931: Esistenza tranquilla nella mia cella, dove si gela. La sera: cena solenne della sacra confraternita in frac.

Segue un passo dal diario di Einstein in chiave diversa: la descrizione di una burrasca in mare:

10 dicembre 1931: Non ho mai visto una burrasca come quella di stanotte… Il mare ha un aspetto di indescrivibile grandiosità, specialmente quando è illuminato dal sole.

Ci si sente immersi nella natura. Ancora più del solito si avverte la nullità dell’individuo e questo ci riempie di felicità.

Nel 1920 Einstein offrì al dottor Hans Mühsam, un amico medico residente a Berlino, un suo ritratto inciso da Hermann Struck, con la seguente dedica:

Misurato obiettivamente, quanto l’uomo con i suoi sforzi appassionati riesce a strappare alla verità è una parte minima. Ma quegli sforzi ciliberano dalle catene dell’io e ci rendono compagni degli uomini migliori e più grandi.

All’amico Paul Ehrenfest, anche lui fisico teorico, Einstein scrisse la frase seguente in una lettera datata 15 marzo 1922:

È maledettamente ignorante il fisico teorico davanti alla natura e davanti ai suoi allievi!

Ai primi di dicembre 1950, Einstein ricevette a Princeton una lunga lettera manoscritta da uno studente diciannovenne della Rutgers University, che diceva: «Il mio problema è questo, professore: qual è lo scopo dell’uomo sulla terra?» Scartando eventuali risposte come il guadagno, la fama, l’altruismo, lo studente scriveva:

«Onestamente, professore, non riesco neanche a capire perché mi sono iscritto a ingegneria». Gli sembrava che l’uomo non avesse «nessuna meta nella vita». Citava questo passo dai Pensées di Pascal, dicendo che riassumeva i propri sentimenti: «Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa sia io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di quest’immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto questa stessa morte, che non posso evitare».

Lo studente osservava che mentre Pascal trovava una soluzione al problema nella religione, lui invece non ne vedeva alcuna. Dopo aver sviluppato il tema della nullità cosmica dell’uomo, chiedeva a Einstein di indicargli la strada giusta e di motivare la sua risposta, aggiungendo: «Non abbia paura di offendermi: se sgarro me lo dica chiaro e tondo».

A questo appello angosciato, Einstein non offrì facili soluzioni di comodo, il che dovette senz’altro rincuorare lo studente, alleviando il triste peso dei suoi dubbi. La lettera di Einstein, scritta in inglese, è datata Princeton 3 dicembre 1950, pochi giorni dopo quella dello studente.

Mi ha molto colpito il fervore dei Suoi tentativi per definire lo scopo dell’esistenza dell’individuo e dell’umanità intera. Penso però che non ci possa essere alcuna risposta sensata se la domanda viene formulata in questi termini. Se parliamo dello scopo e del fine di un’azione, in effetti ci domandiamo quali aspirazioni si realizzano mediante questa azione e le eventuali conseguenze; oppure quali conseguenze negative si possono evitare? Certo, si può parlare in termini specifici dello scopo di un’azione dal punto di vista della comunità alla quale appartiene l’individuo. In questo caso, lo scopo dell’azione ha un rapporto perlomeno indiretto con la realizzazione delle aspirazioni degli individui che formano la società.

Se mi chiede qual è lo scopo e il fine della società nel suo complesso odi un individuo considerato come entità autonoma, la domanda perde ogni significato. È ancora più evidente se chiede qual è lo scopo o il senso della natura in generale. In questi casi sembra arbitrario, anzi illogico, postulare l’esistenza di un Essere i cui desideri abbiano un rapporto con gli avvenimenti.

Nonostante ciò, ognuno di noi avverte che in realtà è non solo giusto, ma essenziale chiedersi come comportarsi nella vita. A mio avviso la risposta è questa: soddisfare per quanto è possibile le aspirazioni e i bisogni di tutti,raggiungendo l’armonia e la bellezza nei rapporti umani. Ciò presuppone molta consapevole riflessione e molta autodisciplina. È un dato di fatto che i filosofi greci e gli antichi saggi orientali raggiunsero in questo campo preminente un livello superiore a quello che prevale oggi nelle nostre scuole e università.

Il 28 ottobre 1951, un laureato in psicologia indirizzò una lettera molto bella a Einstein, allora residente a Princeton, chiedendo un suo consiglio. Lo studente era figlio unico, ebreo come i genitori ma non ortodosso. Da un anno e mezzo era profondamente innamorato di una ragazza protestante. Consapevole dei trabocchetti nascosti in un matrimonio misto e delle ferite involontarie che avrebbero potuto infliggere le sventate osservazioni degli estranei, la coppia aveva deciso di frequentare amici e conoscenti, verificando in questo modo la saldezza del loro legame. La ragazza, spontaneamente, gli aveva comunicato la sua volontà di convertirsi alla religione ebraica perché i loro figli avessero una vita familiare più omogenea. Sebbene fossero affezionati alla giovane, i genitori del ragazzo erano spaventati dall’idea di un matrimonio misto ed espressero apertamente le loro obiezioni. Il giovane era diviso tra l’amore per la ragazza e il desiderio di non alienarsi i suoi, dando loro un infinito dispiacere. Chiedeva se non aveva ragione di ritenere che una moglie sia più importante dei genitori quando si incomincia una nuova vita.

Einstein abbozzò una risposta in tedesco sul retro della lettera; può darsi che abbia spedito una traduzione in inglese, ma gli archivi Einstein conservano solo la versione originale:

Le dirò francamente che non approvo i genitori che influenzano i figli nelle decisioni determinanti per la loro vita futura: sono problemi che ognuno deve risolvere da solo.

Tuttavia se vuole prendere una decisione alla quale i suoi si oppongono, deve porsi questa domanda: sono, in fondo, abbastanza indipendente per agire contro la volontà dei miei genitori senza perdere il mio equilibrio interiore? Se non è sicuro della Sua risposta, il passo che pensa di fare è sconsigliabile, anche negli interessi della ragazza. La Sua decisione deve dipendere solo da questo.

L’8 dicembre 1952, uno studente ventenne laureando in filosofia alla Brown University indirizzò a Einstein a Princeton una lunga lettera manoscritta. Parlava con entusiasmo ed eloquenza della sconfinata ammirazione che, fin dall’infanzia, provava per Einstein; affermava che ogni cosa relativa allo scienziato – le sue teorie, le sue opinioni, la sua personalità – aveva per lui un’attrazione irresistibile; infine speravache Einstein trovasse un momento per scrivergli un bigliettino. Dato che Einstein nonlo conosceva personalmente, lo studente si rendeva conto che non poteva contenere un messaggio privato; tuttavia sperava di ricevere comunque una sua frase o pensiero.

La risposta di Einstein in inglese è del 9 dicembre 1952:

È la più bella ricompensa per chi ha lottato tutta la vita per cogliere qualche brandello di verità constatare che altri hanno una reale comprensione della sua opera e ne traggono piacere; quindi La ringrazio di cuore per le Sue gentili parole. Avendo poco tempo a disposizione devoaccontentarmi di scriverLe questo breve messaggio.

È vero che la comprensione della verità non è possibile senza una base empirica. Tuttavia più andiamo a fondo, più diventano esaurienti e ampiele nostre teorie, meno abbiamo bisogno di conoscenze empiriche perdefinire quelle teorie.

Il 4 ottobre 1931, Einstein tenne una conferenza al Planetario di Berlino. Un suoamico che non aveva potuto assistere alla conferenza ne lesse il resoconto nelgiornale del giorno seguente e gli mandò il ritaglio. Questo è quanto disse Einstein:

Per la formulazione di una teoria non basta soltanto riunire i fenomeni già registrati – ci dev’essere sempre l’apporto della libera invenzione dello spirito umano che afferra l’essenza delle cose. Inoltre: il fisico non deve accontentarsi della mera osservazione fenomeno logica. Dovrebbe invece passare al metodo speculativo, che ricerca la struttura di base.

La famiglia Einstein aveva una residenza estiva a Caputh, nei pressi di Berlino, allaquale era molto affezionata. Più tardi la casa venne confiscata dai nazisti, ma già nel 1932 il futuro non era promettente. Nel 1932 Einstein scrisse queste parole nell’albo della figlia di un suo vicino a Caputh:

O Giovinezza: sai che la tua non è la prima generazione ad aspirare a una vita piena di bellezza e di libertà? Sai che tutti i tuoi antenati sentivanoquello che senti tu oggi – e poi furono vittime dell’odio e dell’infelicità?

Sai che i tuoi ardenti desideri si realizzeranno solo se sarai capace di amore e comprensione per uomini, animali, piante e stelle, così che ogni gioia sarà la tua gioia e ogni dolore il tuo dolore? Apri i tuoi occhi, il tuo cuore, le tue mani e fuggi quel veleno che i tuoi antenati hanno succhiato così avidamente dalla Storia. Soltanto allora il mondo intero diventerà la tua patria e il tuo lavoro e i tuoi sforzi diffonderanno benedizioni.

Un maestro di quinta elementare nell’Ohio scoprì che la maggior parte dei suoi allievi erano stupiti quando imparavano che gli esseri umani fanno parte del regno animale. Diede ai ragazzi il compito di scrivere a vari famosi pensatori chiedendo in proposito la loro opinione; il 26 novembre 1952 inviò una scelta delle lettere a Einstein, a Princeton, nella speranza che lo scienziato trovasse il tempo di rispondere.

Einstein rispose in inglese il 17 gennaio 1953:

Cari bambini,non bisogna domandarsi: «Che cos’è un animale?», ma «Che cosa chiamiamo animale?» Ebbene, chiamiamo animale una creatura con queste determinate caratteristiche: si nutre, nasce da genitori simili a essa, cresce, si muove da sola e muore quando il suo tempo è trascorso. Ecco perché chiamiamo animali il verme, la gallina, il cane, la scimmia. E noi uomini?

Pensateci in questo modo e poi decidete da voi se non è naturale considerarci degli animali.

Il 25 febbraio i rappresentanti della Sixth Form Society (un’associazione di allievi dell’ultimo anno di liceo) di una scuola secondaria inglese scrissero a Einstein informandolo in tono entusiasta che era stato eletto, quasi all’unanimità, rettore del loro gruppo. La carica non comportava alcun obbligo e, secondo le norme dello statuto, il gruppo non era neanche autorizzato ad avere un rettore. Tuttavia i soci erano convinti che Einstein avrebbe apprezzato il loro gesto come riconoscimento della grandiosità della sua opera.

Il 17 marzo 1952 Einstein rispose in inglese:

Quale vecchio insegnante ho accolto con immensa gioia e orgoglio la nomina alla carica di rettore della vostra Società. Sebbene sia ormai un anziano vagabondo, riconosco che esiste anche in me quella tendenza alla rispettabilità tipica della vecchiaia. Devo dirvi però che sono un po’ perplesso (ma non troppo) dal fatto che la nomina sia stata effettuata senza il mio consenso.

La lettera di Einstein venne incorniciata e appesa nella biblioteca della scuola dove si riuniva la Sixth Form Society; probabilmente è ancora lì.

Il 19 gennaio 1936 una ragazza che frequentava la prima media in una scuola di catechismo a New York, scrisse a Einstein dietro suggerimento del suo insegnante chiedendogli se gli scienziati pregano e, in caso affermativo, con quali intenzioni. La risposta di Einstein è del 24 gennaio 1936:

Ho cercato di rispondere alla tua domanda il più semplicemente possibile. Ecco la mia risposta. La ricerca scientifica è basata sul concetto che tutto quel che accade è determinato dalle leggi della natura e questo vale anche per il comportamento della gente. Per questo motivo un ricercatore scientifico non sarà propenso a credere che si possano influenzare gli avvenimenti mediante la preghiera, cioè esprimendo a un Essere sovrannaturale un nostro desiderio.

Bisogna però ammettere che la nostra attuale conoscenza di queste leggi è solo incompleta e frammentaria; quindi in effetti anche la convinzione dell’esistenza di leggi fondamentali della Natura poggia su una specie di fede. Tuttavia tale fede è stata finora largamente confermata dai risultati della ricerca scientifica. Ma d’altra parte chi s’impegna seriamente nella ricerca scientifica finisce sempre per convincersi che nelle leggi dell’Universo si manifesta uno Spirito infinitamente superiore allo spirito umano; noi, con le nostre deboli energie, non possiamo far altro che riconoscere la nostra inferiorità nei suoi confronti. La ricerca scientifica conduce perciò a un particolare sentimento religioso assai diverso dalla religiosità di una persona meno colta.

È interessante notare che questa lettera fu scritta un decennio dopo la formulazione del principio di indeterminazione da parte di Heisenberg e dell’interpretazione probabilistica della meccanica dei quanti, con il suo rifiuto del determinismo assoluto.

La seguente lettera, che Einstein inviò da Princeton il 20 dicembre 1935, si spiega da sé. È una circostanza fortunata, perché non ci sono note le condizioni che la determinarono; può darsi che si tratti di una risposta a una richiesta a voce:

Cari bambini,

mi fa tanto piacere immaginarvi tutti riuniti a far festa nello splendore delle luci natalizie. Pensate anche agli insegnamenti di Colui del quale festeggiate la nascita. Quegli insegnamenti sono così semplici e tuttavia dopo quasi duemila anni non prevalgono ancora tra gli uomini. Imparate a rallegrarvi per la felicità e le gioie dei vostri compagni, a non godere della triste lotta dell’uomo contro l’uomo. Se troverà posto nel vostro cuore questo sentimento naturale, ogni vostra difficoltà nella vita diventerà leggera o almeno sopportabile; troverete la vostra strada con pazienza e senza timore, diffondendo gioia dovunque.

Il 19 giugno 1951, Einstein inviò questo messaggio in inglese a una bambina che gli aveva rivolto una domanda tramite sua madre:

La terra esiste da più di un miliardo d’anni. Per quel che riguarda la sua fine ti do un consiglio; aspetta e vedrai! Aggiunse un post scriptum: Accludo alcuni francobolli per la tua collezione.

Un funzionario statale di Dresda che si autodefiniva uomo politico e psicoterapeuta di scuola adleriana, voleva fare un libro basato sulla psicanalisi di personaggi noti. A questo scopo scrisse il 17 gennaio 1927 a Einstein a Berlino, chiedendogli se avrebbe acconsentito a farsi psicanalizzare.

Non sappiamo se Einstein gli fece avere una risposta, ma sulla lettera vi è questo appunto in tedesco:

Mi dispiace di non poter acconsentire alla Sua richiesta: preferisco rimanere nell’ignoranza di chi non è stato psicanalizzato.

All’inizio Einstein non era molto favorevole all’opera di Sigmund Freud, sebbene successivamente abbia cambiato idea in proposito. In occasione del cinquantesimo compleanno dello scienziato Freud, come tanti altri, gli mandò un biglietto d’auguri nel quale si riferiva a Einstein chiamandolo «fortunato» («Sie Glucklicher»), una parola che stuzzicò la curiosità di Einstein. Il 22 marzo 1929 Einstein scrisse da Berlino:

Illustre Maestro,

La ringrazio per il Suo pensiero. Vorrei sapere perché insiste sulla mia «fortuna». Lei che è riuscito a mettersi nei panni di tanti uomini – anzi dell’umanità stessa — non ha mai avuto l’occasione di fare altrettanto con me. Con la massima stima e i più cordiali saluti.

Nella sua risposta Freud spiegò che considerava Einstein fortunato perché chi non conosceva la fisica non si sarebbe mai azzardato a giudicare il suo lavoro, mentre l’opera di Freud veniva criticata da tutti, intenditori di psicologia o no!

Il 20 gennaio 1921 il direttore di una rivista tedesca sull’arte moderna si rivolse a Einstein a Berlino, esprimendo la sua convinzione che esista uno stretto legame tra l’evoluzione artistica e le scoperte scientifiche di una data epoca. Chiedeva a Einstein di scrivere un breve saggio sull’argomento che sarebbe stato pubblicato sulla rivista.

La risposta di Einstein è del 27 gennaio 1921:

Sono cosciente di non poter fare nessuna osservazione originale,tanto meno degna di essere pubblicata, sull’argomento da Lei proposto.

Accludo tuttavia un mio aforisma come prova della mia buona volontà. Se il mio inchiostro fosse più scorrevole, avrei fatto onore alla richiesta espressa nella Sua lettera cortese, inviandoLe un saggio più esauriente.

L’aforisma, che venne pubblicato nella rivista, era il seguente:

Gli elementi comuni dell’esperienza scientifica e artistica.

Quando il mondo cessa di essere il luogo dei nostri desideri e speranze personali, quando l’affrontiamo come uomini liberi, osservandolo con ammirazione, curiosità e attenzione, entriamo nel regno dell’arte e della scienza. Se usiamo il linguaggio della logica per descrivere quel che vediamo e sentiamo, allora ci impegniamo in una ricerca scientifica. Se lo comunichiamo attraverso forme le cui connessioni non sono accessibili al pensiero cosciente, ma vengono percepite mediante l’intuito e l’ingegno, allora entriamo nel campo dell’arte. Elemento comune alle due esperienze è quella appassionata dedizione a ciò che trascende la volontà e gli interessi personali.

Quando i nazisti presero il potere, il direttore della rivista, che non era ebreo, tentò la fuga. Arrestato alla frontiera, si suicidò.

Einstein scrisse i due aforismi seguenti mentre si trovava a Huntington, nello stato di New York, nel 1937. Sebbene non siano ispirati al brano precedente, il rapporto è evidente.

L’anima e il corpo non sono due cose diverse, ma solo due modi diversi di percepire la stessa cosa. In modo analogo, la fisica e la psicologia rappresentano solo due tentativi diversi di unificare le nostre esperienze mediante il pensiero sistematico.

La politica è un pendolo i cui movimenti che oscillano tra l’anarchia e la tirannia sono alimentati da illusioni perennemente rinnovate.

Il seguente aforisma in inglese venne attribuito a Einstein da uno scrittore sudamericano che lo fece stampare sulla sua carta da lettere come epigrafe. Dato che rispecchia perfettamente molti commenti di Einstein, lo riteniamo autentico. Lo scrittore conosceva solo la versione inglese:

Il nazionalismo è una malattia infantile; è il morbillo della razza umana.

Il 17 luglio 1953 una donna, pastore della Chiesa battista, inviò a Einsteina Princeton una fervida lettera di ammirazione dal tono moralistico. Citando alcuni passi delle Scritture, gli chiedeva se avesse considerato il rapporto fra la sua anima immortale e il suo Creatore e se credesse alla vita eterna con Dio dopo la morte. Non sappiamo se Einstein le rispose, ma la lettera, conservata negli archivi Einstein, porta questi appunti nella sua calligrafia scritti in inglese:

Non credo nell’immortalità dell’individuo e considero che l’etica sia un interesse esclusivamente umano che non deriva da alcuna autorità sovrannaturale.

Nel 1954 o 1955 Einstein ricevette una lettera che riportava una sua affermazione insieme alla citazione apparentemente contraddittoria di un noto evoluzionista sul ruolo dell’intelligenza nell’universo.

Segue la traduzione della prima stesura in tedesco della sua risposta; non sappiamo se fu inviata una versione definitiva.

L’incomprensione è qui dovuta alla cattiva traduzione di un testo tedesco, e in particolare della parola «mistico». Non ho mai attribuito alla natura una intenzione o un fine o qualsiasi altra cosa che si potesse interpretare in senso antropomorfico.

Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo.

Nel febbraio del 1921 a Berlino Einstein ricevette da Vienna la lettera di una donna che gli chiedeva la sua opinione sull’esistenza dell’anima e sulla possibilità di una evoluzione personale e individuale dopo la morte. Seguivano altre domande dello stesso genere. Il febbraio 1921 Einstein le scrisse una lunga lettera dalla quale è tratto questo brano.

La tendenza al misticismo della nostra epoca, che si manifesta in modo particolare nella diffusione della cosiddetta teosofia e dello spiritismo, per me non è altro che un sintomo di debolezza e di confusione. Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell’anima senza il corpo mi pare del tutto privo di significato.

Il funzionario di una filiale della casa editrice americana McGraw-Hill doveva tenere una conferenza al convegno annuale della American Library Association. Il 1° aprile 1948 scrisse a Einstein per chiedergli consiglio, precisando che i bibliotecari e gli editori erano allarmati dal diffuso calo d’interesse per i libri di scienza divulgativa. Pregava Einstein di esprimere un suo parere sulle ragioni di questo fenomeno, informandolo che aveva rivolto lo stesso quesito ad altri scienziati ed esperti in materia. Einstein, che aveva delle opinioni molto precise sulla divulgazione della scienza, non perse tempo nel rispondergli: infatti la sua lettera in inglese è del 3 aprile.

A mio avviso la situazione è questa: la maggior parte dei libri scientifici destinati al pubblico non specializzato cerca di far colpo sul lettore («è davvero impressionante»; «quanti progressi abbiamo fatto finora, ecc.») piuttosto che spiegargli in termini chiari e comprensibili gli scopi e i metodi di base. Dopo aver tentato di leggere alcuni libri di questo genere il lettore intelligente si scoraggia definitivamente. La sua conclusione è questa: sono troppo scemo, tanto vale rinunciarci. Inoltre tutta la parte descrittiva è resa in un linguaggio sensazionale che non può non disgustare un lettore intelligente. In breve, non sono i lettori che sbagliano, ma gli autori e le case editrici. Proporrei di non pubblicare nessun libro divulgativo sulla scienza senza prima accertare che un lettore intelligente e giudizioso lo possa capire e apprezzare.

Pare che il passo precedente sia inedito. Citiamo anche il primo paragrafo di una lettera di Einstein indirizzata il 28 gennaio 1952 alla rivista «Popular Science Monthly», sulla quale venne poi pubblicata. Il direttore aveva ricevuto una lettera da un lettore che gli chiedeva sbalordito informazioni sulle ultime scoperte di Einstein che, a detta dello scienziato stesso, avrebbero «svelato i segreti dell’universo». Alla richiesta del direttore, Einstein rispose in termini semplici ed espliciti; tuttavia non poté fare a meno di commentare all’inizio della lettera:

Non è certo colpa mia se i profani hanno un’impressione esagerata dell’ importanza del mio lavoro. Questo fatto è dovuto piuttosto agli autori di opere divulgative e in particolare ai giornalisti che presentano tutto nel modo più clamoroso possibile.

Presentiamo insieme i due brani seguenti. Einstein riceveva un enorme numero di lettere da persone convinte di avere idee di notevole importanza scientifica. A voltegli capitava di perdere la pazienza, come in questo caso. Il 7 luglio 1952 ricevette una lettera da un artista newyorkese; la sua risposta in inglese fu spedita da Princeton il 10 luglio:

La ringrazio per la Sua lettera del 7 luglio. Lei mi sembra un recipiente vivente di tutte le espressioni vuote che vanno tanto di moda negli ambienti intellettuali di questo paese. Se fossi un dittatore, proibirei l’uso di tutte queste ripugnanti futilità.

Einstein ricevette a Princeton una lunga lettera manoscritta d’un autodidatta –quattro pagine fitte in inglese datate 22 marzo 1954. Si lamentava che erano rare le persone come Einstein che avevano il coraggio delle proprie convinzioni e si chiedeva se non sarebbe stato meglio restituire il mondo agli animali. Diceva: «Immagino che voglia sapere chi Le scrive», e proseguiva raccontando particolareggiatamente che era emigrato dall’Italia negli Stati Uniti all’età di nove anni, in un clima rigido, per cui le sue sorelle si ammalarono e morirono, egli sopravvisse a stento, che all’età di dieci anni, dopo solo sei mesi di scuola, andò a lavorare, che riprese gli studi a diciassette anni frequentando un corso serale, che adesso aveva un impiego fisso come collaudatore di macchine e nel tempo libero gestiva una piccola ditta, che aveva inoltre ottenuto alcuni brevetti. Si definiva ateo.

Affermava che la vera educazione veniva dalla letteratura. Citava un articolo sul pensiero religioso di Einstein mettendone in dubbio l’esattezza. Derideva vari aspetti della pratica religiosa, riferendosi ai milioni di persone che rivolgono a Dio preghiere in lingue diverse, commentando che l’Onnipotente doveva impiegare un personale molto numeroso per tener conto dei peccati commessi. Terminava con una discussione sui sistemi sociali e politici dell’Italia e degli Stati Uniti, troppo lunga da riportare in questa sede. Accludeva un assegno perché Einstein lo destinasse a qualche opera di beneficenza. Il 24 marzo 1954 Einstein rispose in inglese:

Ricevo centinaia e centinaia di lettere ma quasi mai una interessante come la Sua. Credo che le Sue opinioni sulla società siano abbastanza valide. Sono, ovviamente, menzogne quelle che Lei ha letto riguardo alla mia fede religiosa, menzogne che vengono sistematicamente ripetute. Non credo in un Dio personale, né ho mai negato questo fatto, anzi ho sempre espresso chiaramente il mio parere in proposito. Se c’è in me qualcosa che si possa definire sentimento religioso è proprio quella infinita ammirazione per la struttura del mondo rivelata dalle scoperte della scienza. Non mi è possibile far pervenire il denaro che mi manda a un destinatario adatto quindi glielo restituisco, riconoscendo il Suo buon cuore e le Sue buone intenzioni.

La Sua lettera mi dimostra anche che la saggezza non è frutto dell’istruzione ma del tentativo di acquisirla che può durare tutta la vita.

Nel settembre del 1920 Einstein si recò a Stoccarda per una conferenza. Durante il loro soggiorno, la moglie di Einstein, Elsa, invitò tutti i cugini a fare una gita nei dintorni della città; sfortunatamente si dimenticò dei figli dei cugini. Una di questi era Elisabeth Ley, di otto anni. Sapendo che la ragazza era dotata di humour, il 30 settembre 1920 Einstein le mandò una cartolina spiritosa; lei la conservò accuratamente e quindi esiste ancora.

Mia cara signorina Ney, mi riferisce Elsa che sei scontenta perché non hai visto lo zio Einstein. Permettimi allora di dirti com’è fatto: volto pallido, capelli lunghi e un accenno di pancia. Inoltre ha un’andatura sgraziata e – se gli capita di avere un sigaro – un sigaro appiccicato al labbro, una penna in tasca o in mano.

Tuttavia non ha le gambe storte, né bitorzoli, quindi è piuttosto bello. Non ha neanche peli sulle mani, come hanno tanti uomini brutti. Quindi è davvero un peccato che tu non abbia avuto l’occasione di vedermi.

Con un saluto affettuoso dallo Zio Einstein.

Il 12 aprile 1950, un lontano parente di Einstein gli scrisse da Parigi comunicandogli che il figlio, appena iscritto all’università, alla facoltà di fisica e chimica, avrebbe gradito ricevere qualche parola d’incoraggiamento dal membro più famoso della famiglia.

Il 18 maggio 1950 Einstein inviò una piccola strofa.

Così come stanno le cose, sono in preda alla confusione; Fossi un pastore, ti darei volentieri la mia benedizione. Tuttavia sono felice di avere Sue notizie e di sapere che Suo figlio vuole dedicarsi allo studio della fisica. Ma non posso non dirLe che si tratta di un’impresa piuttosto ardua se uno non si accontenta di risultati superficiali. Consiglio sempre di separare le ambizioni personali dal proprio mestiere, per quanto sia possibile. Il pane quotidiano non deve dipendere dai talenti che Dio ci ha concesso.

Gli anni passarono e il 1° marzo 1954 il parente scrisse di nuovo a Einstein. Il figlio aveva incorniciato la lettera di Einstein e l’aveva appesa sopra il suo letto nello studio. Le parole di Einstein avevano avuto un effetto magico: il figlio aveva superato gli esami per il diploma classificandosi primo del suo corso. Quando i suoi vollero premiarlo, offrendogli una vacanza in montagna o del denaro, il figlio chiese timidamente una fotografia con dedica del suo idolo e famoso benefattore. Ricevette infatti una fotografia che recava la firma di Einstein.

L’11 luglio 1947 un coltivatore dell’Idaho scrisse a Einstein informandolo che aveva fatto battezzare il figlio Albert e chiedendogli di scrivere due righe da conservare come «talismano» per il bambino quando fosse cresciuto. Einstein rispose in inglese il 30 luglio 1947:

L’ambizione e il puro senso del dovere non danno frutti veramente importanti, che invece derivano dall’amore e dalla dedizione verso gli uomini e le cose.

Il padre fu entusiasta di questo messaggio e scrisse a Einstein accludendo una fotografia del piccolo Albert e promettendogli come ringraziamento un sacco di patate dell’Idaho. Einstein ricevette infatti un enorme sacco di patate. In parte per via di una storica serie di conferenze scientifiche organizzate a Bruxelles, in parte per una comune passione per la musica e soprattutto per la reciproca stima, nacque un’amicizia eccezionale tra Einstein, il re Alberto e la regina Elisabetta del Belgio. La qualità di questa amicizia viene chiaramente dimostrata nei brani tratti da una lettera di Einstein del 1931, indirizzata alla moglie Elsa.

Nella lettera Einstein racconta una sua visita al palazzo reale: Sono stato commosso dal calore con cui sono stato accolto. Queste due persone sono di una rara semplicità e gentilezza. Prima abbiamo chiacchierato per circa un’ora, poi la regina e io abbiamo suonato quartetti e trii, insieme a una musicista inglese e una dama di compagnia. Così andammo avanti allegramente per alcune ore. Poi se ne andarono tutte e rimasi a cena da solo con il re — un pasto vegetariano, senza domestici: spinaci, uova al tegamino, patate e basta (non avevano previsto che sarei rimasto). Mi sono trovato molto bene e sono sicuro che questo sentimento è reciproco.

L’amicizia con la famiglia reale del Belgio continuò e si approfondì. Il 30 luglio 1932 la regina Elisabetta scrisse una lettera a Einstein in cui gli rivelava quanto era stata contenta delle loro conversazioni e passeggiate nel parco, affermando inoltre che non aveva dimenticato la sua chiara spiegazione delle teorie causali e probabilistiche nella fisica; accluse alcune fotografie dello scienziato scattate da lei durante la sua visita.

Il 19 settembre 1932 Einstein rispose: Ho avuto molto piacere di parlarLe dei misteri che ci presenta la fisica. L’essere umano è dotato di una intelligenza appena sufficiente per constatare chiaramente la sua incapacità nel comprendere il mondo reale. Se si potesse comunicare a ognuno questo senso di umiltà, tutta la sfera dei rapporti umani ne trarrebbe vantaggio.

Il 9 febbraio 1931 Einstein scrisse alla regina da Santa Barbara, in California:

Da due giorni mi trovo in questo angolo spensierato del mondo che non conosce né vento, né caldo né freddo. Ieri mi hanno fatto visitare una villa di sogno (Bliss) dove, mi hanno detto, Lei ha trascorso alcuni giorni felici e tranquilli qualche anno fa.

Sono ormai due mesi che mi trovo in questo paese di contraddizioni e di sorprese, dove si passa dall’ammirazione alla costernazione. Ci si rende conto d’essere affezionati alla vecchia Europa, con tutti i suoi problemi e le sue pene, e ci si ritorna volentieri.

Il 19 febbraio 1933, durante un altro soggiorno a Santa Barbara, Einstein inviò alla regina un piccolo ramoscello insieme a una quartina:

Nel giardino del chiostro un alberello Dalle vostre stesse mani piantato.

Vi manda in segno di saluto In vece sua, un picciol ramoscello.

La regina rispose in termini simili dal palazzo di Laeken il 15 marzo 1933. I nazisti nel frattempo erano saliti al potere e avevano confiscato i beni di Einstein, denigrandolo pubblicamente. Alla fine della sua poesia la regina si riferisce indirettamente a questi avvenimenti, facendo un gioco di parole sul nome di Einstein che, diviso in due parti (Ein Stein), significa in tedesco: una pietra. Segue una traduzione dei versi della regina:

«Quel ramoscello il saluto mi portò Dell’alberello che me lo inviò E dall’amico il cui immenso cuore Poté portarmi seco un gran piacere; Proclamo i miei ringraziamenti Al mare, al cielo e ai monti. Ora che le pietre si mettono a tremare Prego che UNA PIETRA si potrà salvare».

Nel gennaio 1934 Einstein e la sua famiglia, trasferitisi al sicuro a Princeton, vennero invitati alla Casa Bianca, ospiti del presidente e della signora Roosevelt. La regina fu menzionata più volte durante la serata e sempre con espressioni di cordiale affetto. Einstein volle farglielo sapere e scrisse i seguenti versi in onore del presidente americano il 25 gennaio 1934 sulla carta da lettere intestata della Casa Bianca:

Nella capitale della fiera gloria Dove il destino rivela la sua storia, Lotta un uomo con felice ambizione Che ai nostri problemi porrà soluzione. Nei discorsi dell’altra notte Pensai a Lei col cuor che batte; Ricordando l’amicizia Mando a Lei questa notizia.

Quando nel 1933 gli Einstein tornarono da Pasadena in Europa, poco dopo la presa del potere da parte dei nazisti, non fu per puro caso che decisero di rifugiarsi a Le Coq sur Mer, piccola città di villeggiatura sulla costa atlantica; infatti Le Coq era in Belgio. Il re Alberto e la regina Elisabetta erano profondamente preoccupati per l’incolumità di Einstein. Correva voce che i nazisti avevano posto una taglia sulla testa dello scienziato e il re Alberto gli assegnò due guardie del corpo che avevano il compito di vegliare Einstein giorno e notte.

La seguente lettera da Princeton di Einstein alla regina Elisabetta risale a un periodo successivo e mette in luce un altro aspetto della loro amicizia. I Barjansky di cui parla lo scienziato in questo brano erano anch’essi amici intimi della coppia reale. Infatti il signor Barjansky suonava il violoncello nel quartetto della regina e sua moglie, artista, le dava lezioni di scultura. Furono proprio i Barjansky a suggerire a Einstein di scrivere alla regina. Le circostanze erano queste: nella primavera del 1934 il re Alberto perì durante una scalata in montagna; l’anno seguente, verso la fine dell’estate, la nuova regina, Astrid, nuora di Elisabetta, morì in un incidente automobilistico a trent’anni. Elisabetta rimase sconvolta dal doppio lutto; cadde in uno stato di profonda apatia, tanto da non sentirsi più di suonare con il suo quartetto o di dedicarsi alla scultura, suscitando la più viva preoccupazione di quanti le erano vicini.

La signora Barjansky, mettendo Einstein al corrente della situazione, gli fece capire che qualche sua parola di conforto avrebbe forse aiutato la regina. La lettera di Einstein reca solo la data 20 marzo, ma risale quasi certamente al 1936:

Cara Regina, oggi per la prima volta quest’anno è apparso il sole della primavera, svegliandomi dallo stato di sogno in cui si immergono le persone come me, quando sono immerse nella ricerca scientifica. Tornano i pensieri di una vita precedente più brillante, il ricordo delle splendide ore trascorse insieme a Bruxelles. La signora Barjansky mi ha scritto di come la vita stessa sia per Lei una sofferenza e di come Lei sia abbattuta dai colpi indescrivibilmente dolorosi che Le sono stati inflitti.

Tuttavia non bisogna piangere quelli che ci hanno lasciati nel pieno delle loro forze dopo anni di attività felice e feconda, che hanno avuto il privilegio di realizzare in pieno la loro missione nella vita. Qualcosa vi è che può rinfrancare e rianimare le persone più anziane: la gioia nelle attività della generazione più giovane – una gioia indubbiamente offuscata dagli oscuri presentimenti che si avvertono in questi tempi incerti. Nonostante ciò, il sole della primavera evoca sempre nuova vita della quale possiamo rallegrarci, favorendo il suo sviluppo; Mozart rimane bello e dolce come è sempre stato e sempre sarà. Vi è dopo tutto qualcosa di eterno, irraggiungibile dal destino e da tutte le delusioni umane. Le cose eterne sono più vicine alla persona anziana che al giovane che oscilla tra il timore e la speranza. A noi è riservato il privilegio di contemplare la bellezza e la verità nelle loro forme più pure.

Ha mai letto le Massime di La Rochefoucauld? Suonano piuttosto amare e malinconiche, ma attraverso la loro oggettivazione della natura umana suscitano nel lettore uno strano senso di liberazione. Nella persona di La Rochefoucauld vediamo un uomo che è riuscito a emanciparsi, anche se ha faticato molto per togliersi di dosso il pesante fardello delle passioni che la natura gli accollò durante il cammino della vita. Sarebbe bello leggerlo insieme a persone la cui piccola barca ha superato molte burrasche, i Barjansky per esempio. Mi unirei tanto volentieri a voi, se non lo vietasse «il grande oceano».

Il destino mi ha dato il privilegio di vivere a Princeton, come su un’isola che sotto molti aspetti assomiglia al delizioso parco reale di Laeken. Anche le caotiche voci delle contraddizioni umane si odono appena in questa piccola città universitaria. Quasi mi vergogno di vivere in tanta tranquillità mentre altri lottano e soffrono. Ma in fondo è sempre meglio occuparsi delle cose eterne, perché solo da esse emana quello spirito che può ridare la pace e la serenità agli esseri umani.

Con la viva speranza che la primavera porti anche a Lei gioia e serenità e La incoraggi a riprendere le Sue attività, Le mando i miei migliori saluti.

Abbiamo poche informazioni sul brano seguente; probabilmente risale, stando al contenuto, alla primavera o estate del 1933, quando Einstein soggiornava a Le Coq. Il tono leggermente comico viene dal fatto che il ricorso alla violenza fisica era completamente estraneo alla mentalità di Einstein.

Mi chiede che cosa ho pensato quando mi hanno riferito che la polizia di Potsdam aveva perquisito la mia residenza estiva in cerca di armi nascoste. Ebbene, quando penso a quei poliziotti nazisti, mi viene in mente il proverbio tedesco che dice: ognuno prende le misure secondo le proprie scarpe.

Einstein affermò una volta che un lavoro tranquillo e solitario come quello del guardiano di un faro sarebbe l’ideale per uno studioso o per un fisico teorico. Per un uomo come Einstein una sistemazione del genere sarebbe stata ideale; ma che dire della sua apparente convinzione che pure altri possano operare in tali condizioni restrittive? Ci fa venire in mente un certo proverbio tedesco…

Ecco poi due passi che, ciascuno a suo modo, senz’altro rallegrarono Einstein nei giorni bui dell’ascesa al potere da parte dei nazisti. Saputo che la proprietà di Einstein in Germania era stata confiscata dai nazisti, l’astronomo olandese W. de Sitter, scrisse a Einstein, a nome suo e dei suoi colleghi, offrendogli un aiuto economico. Il 5 aprile 1933 Einstein rispose:

In tempi come questi si ha l’occasione di scoprire chi sono i veri amici. La ringrazio vivamente per la Sua offerta; ma in effetti le cose vanno molto bene per me, e non solo sono in grado di provvedere a me stesso e ai miei con quel che ho, ma posso anche aiutare altri a tenersi a galla. Dalla Germania, tuttavia, probabilmente non potrò recuperare nulla perché sono stato accusato di alto tradimento. Il fisiologo [Jacques] Loeb mi disse una volta, conversando, che i dirigenti politici devono per forza essere tutti patologici, perché una persona normale non potrebbe sopportare tali responsabilità senza essere in grado di prevedere le conseguenze delle sue decisioni e azioni. Benché allora sembrasse piuttosto esagerata, la sua affermazione è pienamente confermata nella Germania di oggi. L’unico fatto curioso è il fallimento totale della cosiddetta aristocrazia intellettuale[tedesca].

Durante un viaggio in Inghilterra nel 1933, dopo aver abbandonato definitivamente la Germania e prima di trasferirsi negli Stati Uniti per assumere la sua carica all’Institute for Advanced Study a Princeton, Einstein ricevette una lettera il cui autore non aveva di certo conoscenze approfondite della fisica. Egli sosteneva ad esempio che a suo giudizio la terra girava a una velocità tale da dare l’impressione di star ferma. E in tutta serietà continuava che, a causa della forza di gravità, a volte poggiamo i piedi sulla terra, a volte la testa, a volte ci troviamo ad angolo retto, piegati, com’egli diceva, verso destra o a volte «verso sinistra»; si domandava se la gente si innamorava e faceva altre stranezze del genere proprio quando era capovolta, con la testa in giù.

Per quanto ci risulta, Einstein non rispose alla lettera. Ma annotò sul retro del foglio la frase seguente, in tedesco: Innamorarsi non è certo la cosa più sciocca che fa la gente; però la forza di gravità non c’entra per niente!

A Princeton, poco dopo il suo arrivo, Einstein fu invitato dalla redazione di «The Dink», una rivista delle matricole, a scrivere un indirizzo di saluto. Rispose con queste parole, che vennero pubblicate nel dicembre 1933:

Sono lieto di vivere tra voi che siete giovani e felici. Se permettete che un vecchio studente vi dica due parole, vi darei questo consiglio: Non considerate mai lo studio come un dovere, ma come una occasione invidiabile di imparare a conoscere l’effetto liberatorio della bellezza spirituale, non solo per il vostro proprio godimento, ma per il bene della comunità alla quale appartiene la vostra opera futura.

Il 24 marzo 1951 una studentessa di un college californiano scrisse a Einstein a Princeton, chiedendogli se si ricordava di aver inaugurato il piccolo osservatorio nella sua città; volle anche un suo consiglio. Da molto tempo ormai s’interessava di astronomia e desiderava esercitare quella professione dopo aver conseguito la laurea.

Ma due suoi professori le avevano detto che vi erano già troppi astronomi e che in ogni caso lei non era abbastanza abile per aver successo in quel campo. Confessando che in matematica non era molto brillante, gli domandava se a questo punto le conveniva continuare i suoi studi o invece ripiegare su altri a lei più adeguati.

Einstein rispose, in inglese:

La scienza è una cosa meravigliosa quando non serve a guadagnarsi il pane quotidiano. È meglio guadagnarsi da vivere con un lavoro che si ha la certezza di poter fare. Solo quando non bisogna rendere conto delle nostre attività a nessuno, si può provare vero piacere e soddisfazione nella ricerca scientifica.

Può sembrare che questo consiglio fosse formulato appositamente per una studentessa di cui Einstein conosceva ben poco; egli tuttavia lo considerava fondamentale e valido in ogni circostanza. Conosceva bene la fatica di dover sempre sfornare idee nuove. Durante una conversazione a Berlino, si paragonò a una gallina costretta a deporre uova in continuazione. Insisteva nel dire che l’aspirante scienziato o studioso doveva guadagnarsi da vivere facendo un mestiere poco impegnativo, come quello del calzolaio, evitando di trovarsi nella situazione di dover «pubblicare o morire», guastando il piacere del lavoro creativo e presentando spesso risultati superficiali. Dopo tutto, anche il grande Spinoza, filosofo per cui Einstein aveva una vera venerazione, si era guadagnato da vivere molando le lenti; Einstein spesso rievocava con piacere nostalgico i tempi in cui, impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna, aveva elaborato le sue teorie più importanti.

È questo il tema principale del passo seguente.

Il 14 luglio 1953 un indiano di Nuova Delhi indirizzò a Einstein una lunga lettera piuttosto noiosa chiedendo un suo aiuto economico. La sostanza della lettera era questa: chi scriveva era uno scapolo trentaduenne che voleva dedicare il resto della sua vita alla ricerca nel campo della matematica e della fisica, benché fosse, secondo la propria ammissione, «terribilmente impreparato» in quelle materie. Era squattrinato come dimostrava il fatto che non aveva neanche affrancato la sua lettera.

Durante la gioventù, la mancanza di mezzi gli aveva impedito di studiare e di formarsi delle solide basi nelle scienze e in matematica, malgrado l’intenso interesse per quelle materie. Le sue circostanze familiari l’avevano costretto, contro la propria volontà, a lavorare per guadagnarsi da vivere. Fortunatamente, più di un anno prima,a seguito di una piccola discussione, era stato licenziato ed era di nuovo libero di seguire la sua vera vocazione; purtroppo non aveva altre entrate e non sapeva come sbarcare il lunario. Era comunque deciso, con o senza aiuto, a continuare per la sua strada fino alla morte, ma evidentemente un contributo economico gli avrebbe facilitato la vita. Sperava infatti che Einstein gli venisse incontro.

Il 28 luglio 1953 Einstein gli rispose per disteso in inglese; la sua lettera è interessante non solo per le sue espressioni di cortesia:

Ho ricevuto la Sua lettera e sono rimasto colpito dal Suo desiderio ardente di continuare a studiare fisica. Confesso tuttavia che non posso condividere il Suo atteggiamento. Tutti noi mangiamo e viviamo alle spalle degli altri ed è nostro dovere ricambiare in pieno, non solo con un lavoro scelto in funzione delle nostre aspirazioni personali, ma anche in base a quello che risulta utile alla società in generale. Altrimenti rischiamo di diventare dei parassiti, per quanto insignificanti siano i nostri bisogni.Ciò vale ancora di più nel Suo paese, dove il lavoro della gente istruita è doppiamente utile nel contesto attuale della lotta per il miglioramento economico.

Questo è un aspetto della questione; ma c’è un altro punto da considerare anche se Lei avesse mezzi sufficienti per scegliere liberamente un’attività.

Nella ricerca scientifica la possibilità di ottenere risultati davvero significativi è molto scarsa anche per persone estremamente dotate. Lei corre quindi il rischio di provare un enorme senso di frustrazione quando avrà raggiunto l’età in cui le Sue capacità saranno in declino.

C’è un’unica soluzione: dedichi la maggior parte del Suo tempo a qualche attività pratica, nell’insegnamento o in qualche altro campo che si accordi con i Suoi gusti personali e studi durante le ore che Le restano.

Potrà in tal modo condurre una vita normale e armoniosa, anche senza la speciale benedizione delle Muse.

L’insofferenza di Einstein per le tensioni dell’ambiente universitario riguardava anche le rivalità per le promozioni. In un periodo in cui il mondo scientifico si chiedeva chi sarebbe stato il successore alla cattedra di Planck all’università di Berlino, Einstein scrisse il 5 maggio 1929 al suo amico Paul Ehrenfest in Olanda:

Non sono coinvolto, ringrazio Iddio, e non sono più costretto a partecipare alle gare dei cervelloni. Le ho sempre considerate una specie di penosa schiavitù, non meno odiosa della passione per il danaro o per il potere.

Un manoscritto di Einstein, conservato negli Archivi centrali sionisti a Gerusalemme, risale al 3 ottobre 1933, giorno in cui insieme ad altri personaggi importanti, lo scienziato partecipò a un convegno all’Albert Hall a Londra a scopo di sollecitare aiuti per studiosi profughi dalla Germania nazista. Poco tempo dopo, Einstein immigrò dall’Inghilterra negli Stati Uniti, lasciando definitivamente l’Europa.

Il destinatario del messaggio è rimasto sconosciuto. Si tratta in un certo senso di una meditazione sul licenziamento in blocco di studiosi ebrei da parte dei nazisti.

Il valore della religione ebraica risiede esclusivamente nel suo contenuto filosofico ed etico, e nelle corrispondenti qualità dei singoli ebrei. Per questo motivo, dall’antichità fino a oggi, lo studio venne giustamente  considerato come la sacra fatica dei più capaci tra noi. Questo non vuol dire tuttavia che dovremmo guadagnarci da vivere con il lavoro intellettuale, il che per sfortuna è troppo spesso il nostro caso. In questi tempi difficili dobbiamo impegnarci al massimo per adattarci alle necessità pratiche senza però rinunciare all’amore per le cose spirituali e intellettuali, né coltivare gli studi.

L’autore di una lettera indirizzata a Einstein a Princeton il 30 marzo 1935 citava il passo seguente attribuito dalla «New York Herald Tribune» allo scienziato: «Non ci sono ebrei tedeschi; non ci sono ebrei russi, non ci sono ebrei americani; esistono solo ebrei». Chi scriveva era convinto che la frase fosse stata riportata male e a prova della sua tesi ricordava come persone di religione ebraica avevano combattuto nell’esercito americano, tedesco e russo, difendendo valorosamente le cause dei loro rispettivi paesi d’origine.

La risposta di Einstein è del 3 aprile 1935:

In fin dei conti siamo tutti quanti degli esseri umani, poco importa se americani o tedeschi, ebrei o gentili. Se venisse adottato questo atteggiamento, che d’altronde è l’unico dignitoso, sarei davvero un uomo felice. Trovo molto increscioso che le divisioni secondo nazionalità e tradizioni culturali abbiano un effetto così determinante nella vita pratica d’oggigiorno. Ma dato che non possiamo cambiare la realtà, cerchiamo almeno di non ignorarla.

Ora, dal punto di vista storico, per quanto concerne gli ebrei e la loro antica comunità di tradizioni, il loro passato di sofferenze ci insegna che il fatto di essere ebrei ha più importanza del fatto di appartenere a una comunità politica. Se per esempio gli ebrei tedeschi fossero cacciati dalla Germania, cesserebbero allora di essere tedeschi, cambierebbero la loro lingua e appartenenza politica, ma resterebbero ebrei. È certo difficile stabilire il perché di questo fenomeno. A mio avviso, la ragione non dipende tanto da caratteristiche razziali, quanto da tradizioni saldamente radicate che non sono peraltro limitate all’area religiosa. Questo stato di cose non cambia col fatto che gli ebrei come cittadini di stati diversi hanno sempre sacrificato la propria vita nelle guerre dei loro paesi d’origine.

La lettera precedente non fa alcun riferimento specifico al sionismo. Tuttavia Einstein aveva già riflettuto molto sull’argomento. All’inizio del 1919 – prima della conferma della teoria generale della relatività verificata durante l’eclisse e quindi prima della fama mondiale di Einstein – Kurt Blumenfeld, un funzionario sionista, aveva accennato alla questione con lo scienziato. Due anni dopo, Blumenfeld convinse Einstein ad accettare l’invito di Chaim Weizmann ad accompagnare quest’ultimo negli Stati Uniti per raccogliere fondi per la futura Università ebraica di Gerusalemme. Weizmann, capo del movimento sionista internazionale – e futuro primo presidente dello stato di Israele – era anche uno scienziato. Parlando del viaggio insieme a Einstein, disse: «Ogni giorno Einstein mi spiegava la sua teoria. Al nostro arrivo ero pienamente convinto che lui la capisse perfettamente».

Da una lettera che il 14 marzo 1921 Einstein scrisse all’amico Heinrich Zangger: Parto sabato per l’America – non per tenere conferenze nelle università (anche se probabilmente ci sarà anche questa attività collaterale), ma per collaborare alla fondazione della Università ebraica di Gerusalemme. Sento intensamente la necessità di adoperarmi per questa causa.

Segue un brano di una lettera al fisico Paul Ehrenfest datata 18 giugno 1921:

Il sionismo rappresenta davvero un nuovo ideale che può restituire al popolo ebraico la gioia di vivere. Sono molto contento d’aver accettato l’invito di Weizmann.

Einstein era diventato una figura di grande importanza simbolica per tutti gli ebrei.

Nel 1923 quando si recò sul Monte Scopus, località in cui sarebbe sorta l’Università ebraica, fu invitato a leggere il suo discorso dal «leggio che lo attendeva da duemila anni».

In una lettera a Paul Ehrenfest del 12 aprile 1926, Einstein disse a proposito dell’Università ebraica:

Sono certo che con il tempo questa impresa darà risultati magnifici e il mio sacro cuore ebreo esulta.

Einstein scrisse, probabilmente nel 1946, a un ebreo antisionista:

A mio avviso, non esiste motivo per condannare il sionismo come movimento nazionalista. Basta considerare l’iter percorso da Theodor Herzl per compiere la sua missione. All’inizio era un perfetto cosmopolita; ma durante il processo Dreyfus a Parigi, si rese conto improvvisamente di quanto fossero precarie le condizioni degli ebrei nel mondo occidentale.

Arrivò con coraggio alla conclusione che veniamo discriminati e assassinati non perché siamo tedeschi, francesi, americani, ecc. di religione ebraica, ma semplicemente perché siamo degli ebrei. Quindi la nostra situazione precaria ci costringe a stare, senza tener conto delle nostre diverse nazionalità. Il sionismo non fornì agli ebrei tedeschi molta protezione contro lo sterminio. Ma diede ai sopravvissuti la forza interiore di sopportare la rovina con dignità e senza perdere il proprio orgoglio. Non dimentichi che un destino simile attende forse i Suoi figli.

Nel marzo del 1955, meno di un mese prima della morte, Einstein scrisse queste parole a Kurt Blumenfeld che lo aveva introdotto al movimento sionista:

Ti ringrazio, se pure in questa ora tarda, per avermi aiutato a diventare cosciente della mia anima ebrea.

Il berlinese Sam Gronemann era un uomo versatile: avvocato, scrittore, commediografo, questo celebre sionista abbandonò la Germania nazista per stabilirsi definitivamente in Israele. Il 13 marzo 1949, in occasione del settantesimo compleanno di Einstein, gli mandò da Tel Aviv una lettera contenente una poesia di cui diamo la traduzione:

«Chi della relatività

Gli insegnamenti non comprenderà

E a chi le coordinate

Angosce non han mai date

All’evidenza si arrenderà questo

Se settantenne Einstein è ancor lesto.

Allora affermerà che questo insegnamento

Potrà portare a tutti un giovamento.

E quando oggi si riuniranno

Per festeggiare il Suo compleanno

Non avrò dubbi né esitazioni

Nel farLe e farci congratulazioni

Perché Lei appartiene, è nostra convinzione,

Al popol d’Israele e alla Sua Nazione».

Einstein rispose immediatamente; segue la traduzione dei suoi versi:

Chi non capisce è spesso angosciato;

Tu no, però, di buon umore sei dotato

Poiché tu hai davvero pensato:

Il Signore a farci così è stato.

Egli si vendica con ingiustizia

Egli che diede a noi debolezza

Che noi subiamo indifesi

Ora perdenti ora vittoriosi.

Ma invece di maledire quest’ostinatezza

Con i tuoi versi ci porti la salvezza,

Così sapiente che santi e peccatori

Si considerano tutti vincitori.

È conservata negli archivi Einstein una lettera, datata 5 agosto 1927, di un banchiere del Colorado. Dato che inizia con questa frase: «Alcuni mesi fa Le scrissi riguardo…», si desume che Einstein non aveva ancora risposto alla lettera precedente. Il banchiere osservava che quasi tutti gli scienziati avevano rinunciato all’idea di un Dio benevolo e paterno con la lunga barba e circondato da angeli, anche se molta gente semplice adora e prega una figura di questo genere. La questione di Dio era sorta durante la discussione in un circolo letterario e alcuni membri avevano deciso allora di chiedere a vari uomini celebri di esprimere in proposito la loro opinione, formulata in termini adatti alla pubblicazione. Aggiunse che una ventina di premi Nobel aveva già risposto e sperava che Einstein facesse altrettanto. Sulla lettera Einstein annotò in tedesco queste frasi; non sappiamo se effettivamente la sua risposta venne spedita:

Non riesco a concepire un Dio personale che influisca direttamente sulle azioni degli individui o che giudichi direttamente le proprie creature. Non ci riesco malgrado il fatto che la causalità meccanicistica sia stata, fino a un certo punto messa in dubbio dalle scoperte della scienza moderna.

La mia religiosità consiste in una umile ammirazione dello Spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con la nostra ragione debole ed effimera, possiamo capire della realtà. La moralità ha la massima importanza – ma per noi, non per Dio.

Segue un brano da una lettera che tratta un tema analogo al precedente, inviata il 24 gennaio 1938 a Cornelius Lanczos:

Iniziai con un empirismo scettico più o meno come quello di Mach. Ma il problema della gravitazione mi convertì in un razionalista credente, cioè in una persona che cerca l’unica fonte attendibile della verità nella semplicità matematica.

Parlando della gravitazione, Einstein si riferisce alla sua teoria generale della relatività, il frutto di dieci anni di sapiente impegno, dal 1905 al 1915. Questa teoria derivò in effetti da un senso di disagio estetico da parte di Einstein. Secondo la teoria speciale della relatività del 1905, il moto uniforme era relativo. Per Einstein era esteticamente «brutto» il fatto che solo un determinato tipo di moto fosse relativo: se il moto uniforme era relativo, allora tutti i tipi di moto dovevano esserlo. Tuttavial’esperienza quotidiana dimostrava che il moto non uniforme era assoluto. Davanti atale evidenza, un uomo da meno di Einstein avrebbe alzato le spalle decidendo che non c’era altro da fare che sopportare il fastidio estetico. Ma non Einstein: sospinto da un impulso estetico, riesaminò l’evidenza della esperienza quotidiana e constatò con stupore e piacere che essa poteva essere interpretata come la dimostrazione che in realtà tutti i moti erano da considerarsi relativi. Non è questa la sede per spiegare come questa rivelazione lo condusse alla formulazione di equazioni gravitazionali di bellezza trascendentale. Ma incominciamo a intravedere quanto Einstein aveva in mente quando scrisse a Lanczos che si era convertito in un razionalista credente, che ricercava la semplicità matematica, per lui sinonimo di bellezza.

Non bisogna lasciarsi confondere dalla parola «convertito»: Einstein cercava la bellezza nell’universo molto prima di elaborare la sua teoria generale della relatività e lo dimostra il fatto che la teoria derivava da un senso di fastidio estetico. La sua fede – la sua fede religiosa – nella semplicità, la bellezza e sublimità dell’Universo era la principale fonte di ispirazione della sua scienza. Infatti il suo metodo di valutare una teoria scientifica era quello di domandarsi se, al posto di Dio, avrebbe fatto l’Universo in quel modo.

Seguono i brani da altre due lettere di Einstein da Princeton a Lanczos, la prima del 14 febbraio 1938:

Oramai è da più di vent’anni che sono impegnato a risolvere il problema fondamentale dell’elettricità e sono assolutamente scoraggiato senza però riuscire a darmi per vinto. Credo che ci voglia una ispirazione completamente nuova e rivelatrice; ritengo anche, d’altronde, che il rifugiarsi nella statistica si debba considerare soltanto un espediente provvisorio che aggira gli aspetti fondamentali.

Il 21 marzo 1942 scrisse:

Tu sei l’unica persona che io conosca che condivide il mio atteggiamento verso la fisica; la fede nella comprensione della realtà attraverso qualcosa di fondamentalmente semplice e unito… Come è difficile riuscire a dare una occhiata alle carte di Dio. Ma non credo per un solo istante che Lui giochi a dadi o che adoperi metodi «telepatici» (come vorrebbe l’attuale teoria dei quanti).

Vediamo qui la lucida visione che aveva Einstein della teoria dei quanti e il modo eloquente di esprimerne la sua disapprovazione, soprattutto rispetto alla negazione del determinismo e alla limitazione delle previsioni statistiche probabilistiche. 

Sebbene fosse un pioniere nello sviluppo della teoria dei quanti, Einstein rimase fermamente convinto che bisognava cercare una diversa interpretazione. Espresse in termini efficaci la sua delusione in una lettera a Paul Ehrenfest del 12 luglio 1924:

Più diamo la caccia ai quanti, più si nascondono.

Un rabbino di Chicago, che preparava una conferenza sulle implicazioni religiose della teoria della relatività, scrisse a Einstein il 20 dicembre 1939, sottoponendogli alcune domande. La risposta di Einstein:

Non credo che i concetti fondamentali della teoria della relatività possano avere un riscontro nella sfera religiosa, la quale è ben distinta dal campo delle conoscenze scientifiche in generale. Secondo me questo è dimostrato dal fatto che profonde interrelazioni nel mondo oggettivo si possono comprendere mediante semplici concetti logici; è chiaro che nella teoria della relatività ciò si verifica in modo particolarmente completo.

Il sentimento religioso destato dalla comprensione logica dei principi di interrelazioni profonde è di un genere alquanto diverso da quello comunemente definito religioso. Si tratta più di un sentimento di timore reverenziale per l’ordinamento che si manifesta nell’universo materiale; non ci conduce a modellare un essere divino a nostra immagine, un personaggio che abbia delle esigenze nei nostri confronti, che si interessa a noi in quanto individui. Non vi è in ciò né volontà né scopo, né necessità, ma solo l’essere allo stato puro. Per questo motivo noi scienziati consideriamo la moralità una questione puramente umana, benché la più importante in questa sfera.

Il passo seguente risale al settembre 1937. A parte il fatto che si riferisce a una «missione di predicazione», non vi sono altre indicazioni rilevanti sull’occasione in cui venne scritto. Era forse la risposta di Einstein a una richiesta personale da parte di un membro del Princeton Theological Seminary, ma si tratta solo di una ipotesi:

La nostra epoca è caratterizzata da meravigliosi successi nel campo delle scoperte scientifiche e dell’applicazione tecnica di tali scoperte. Chi non se ne rallegrerebbe? Ma non dimentichiamo che il sapere e le capacità tecniche da sole non possono garantire all’umanità una esistenza felice e dignitosa. L’umanità ha perfettamente ragione di collocare i predicatori di alti valori morali e spirituali al di sopra degli scopritori di verità obiettive.

Quel che l’umanità deve a personalità come Buddha, Mosè e Gesù è, a mio avviso, infinitamente più elevato di tutti i risultati del pensiero analitico e speculativo.

Noi dobbiamo custodire e cercare di mantenere vivo con tutta la nostra forza ciò che questi santi uomini ci hanno dato per evitare che l’umanità perda la sua dignità, la certezza della sua esistenza e la sua gioia di vivere.

La versione tedesca del brano seguente fu rinvenuta nel carteggio spedito a Le Coq dopo l’ultimo soggiorno di Einstein a Pasadena durante l’inverno 1932-33. Il foglietto non porta né data né indicazioni sulle circostanze in cui venne scritto; si tratta forse della risposta a una lettera di un individuo o di un gruppo, o di un aforisma suggerito da qualche millanteria nazista. Certamente lo si può ben considerare un messaggio indirizzato a tutti noi:

Non inorgoglitevi per i pochi grandi uomini che nel corso dei secoli sono nati nella vostra terra – il merito non è vostro. Pensate piuttosto al modo in cui li avete trattati durante la loro vita e come avete seguito i loro insegnamenti.

Mentre Einstein era ancora residente a Berlino, ricevette una lettera molto pessimista, datata 25 febbraio 1931, in cui l’autore diceva di essere rimasto deluso dalle meraviglie tecnologiche dell’epoca e affermava che per la maggior parte della gente la vita rappresentava un amaro inganno, e si chiedeva se era giusto continuare a moltiplicare la razza umana. La risposta di Einstein è datata 7 aprile 1931:

Non condivido la Sua opinione. Ho sempre avuto la convinzione che la mia vita fosse molto interessante e valesse la pena di viverla. Sono inoltre fermamente convinto che è possibile e probabile rendere la vita della gente in generale degna di essere vissuta. Tutti i fattori obiettivi e soggettivi sembrano esistere.

Naturalmente Einstein era consapevole che il dolore fa parte della vita. Il 26 aprile 1945 scrisse una lettera di condoglianze a un medico e alla moglie che avevano perduto un nipote, o forse un figlio. Il medico durante la guerra aveva aiutato molti profughi della Germania nazista.

Sono profondamente sconvolto dalla notizia della terribile disgrazia che così improvvisamente si è abbattuta su di voi. È la cosa più dolorosa che possa capitare a persone di una certa età e non è una consolazione dirvi che altra gente, a migliaia, ha sofferto come voi. Non oso avere la presunzione di tentare di consolarvi, ma voglio dirvi quanto profondamente e con quanta pena condivido i vostri sentimenti, come tutti quelli che hanno conosciuto la vostra generosità.

Per la maggior parte, noi uomini viviamo con una falsa impressione di sicurezza, e la sensazione di stare a nostro agio in un ambiente di uomini e cose apparentemente familiari e fidate. Ma quando il corso normale della vita quotidiana viene spezzato, ci rendiamo conto che siamo come dei naufraghi che cercano di tenersi in equilibrio su un pezzo di legno in mare aperto, dimentichi di dove sono venuti e senza sapere dove vanno. Ma una volta che accettiamo pienamente questo dato di fatto, la vita diventa più facile e non ci sono più delusioni.

Mi auguro che i legni ai quali siamo aggrappati presto si incontrino di nuovo.

Questa è una frase di una lettera inviata a Cornelius Lanczos il 9 luglio 1952:

Facciamo parte di una mandria di bufali e dobbiamo essere contenti se non veniamo calpestati prima del tempo.

II botanico A. V. Fric scoprì un piccolo cactus fino allora sconosciuto che fioriva nell’atmosfera rarefatta delle cime più elevate della cordigliera delle Ande. Nella sua relazione esposta con molta cortesia, diede alla pianta il nome Einsteinia e mandò un estratto della relazione allo scienziato. Einstein gli rispose da Le Coq il 9 settembre 1933:

Gentile Professore, il Suo gesto cortese mi ha fatto molto piacere. Il nome è molto appropriato perché non solo la pianticella, ma neanch’io sono stato lasciato in pace sulle cime eteree. RingraziandoLa di cuore per il Suo atto molto lusinghiero, Le porgo i migliori saluti.

Einstein scrisse la seguente dedica su una sua fotografia che nel 1927 inviò alla signora Cornelia Wolf, amica di vecchia data:

Dovunque vada dovunque scappo

Sempre di me trovo un ritratto

Sulla parete, la scrivania

Intorno al collo, effigie mia.

Uomini e donne con strano svago

Mi implorano: «La Sua firma, prego».

Ognuno esige uno scarabocchio

Da questo eruditissimo marmocchio.

Talvolta in mezzo a questo godimento

Son perplesso dalle cose che sento,

E mi chiedo, stropicciandomi gli occhi,

Sono io pazzo o sono loro sciocchi?

Questa fotografia con dedica ha una storia molto interessante. Durante la seconda guerra mondiale la signora Wolf s’imbarcò per L’ Avana, da dove sarebbe proseguita per la California. Mentre la nave era ferma a Trinidad, la signora Wolf, che aveva passaporto tedesco, venne interrogata da un ufficiale britannico che si mise a controllare i suoi bagagli. Pur sapendo che gli inglesi non permettevano ai passeggeri di portare né fotografie, né lettere, la signora non aveva avuto il coraggio di abbandonare il ritratto di Einstein. L’ufficiale, vedendo la fotografia, sospese immediatamente l’interrogatorio e con molta cortesia gliela chiese in prestito per mostrarla ai colleghi e ricopiare i versi di Einstein. La signora Wolf gli rispose che egli poteva anche tenere la fotografia, ma l’ufficiale le assicurò che gliel’avrebbe restituita l’indomani prima della partenza della nave. E infatti mantenne la parola: la signora Wolf non dovette subire altri interrogatori, né perquisizioni.

Einstein era un violinista appassionato: dovunque andava, portava sempre con sé il suo strumento. Preferiva i compositori del Settecento. Amava la musica di Bach e di Mozart; più che amare, ammirava l’opera di Beethoven, però sentiva meno affinità con i compositori delle epoche successive.

La celebrità di Einstein provocò nella gente una intensa e spesso fastidiosa curiosità circa tutti gli aspetti della sua vita. Non ci sorprende quindi il fatto che,quando un settimanale tedesco gli mandò nel 1928 un questionario da riempire sulla musica di Johann Sebastian Bach, Einstein lo ignorasse. Il redattore aspettò qualche giorno, poi il 24 marzo spedì un altro modulo. Questa volta, il giorno stesso – le poste andavano meglio a quei tempi – Einstein gli fece avere questa risposta sbrigativa:

Ecco quel che ho da dire sull’opera di Bach: ascoltatela, suonatela, amatela, riveritela e tenete la bocca chiusa.

Qualche mese più tardi, un’altra pubblicazione rivolse a Einstein la stessa domanda, relativa a un altro compositore; lo scienziato rispose il 10 novembre 1928 in questi termini:

Per quanto riguarda Schubert, ho solo questo da dire: suonate la sua musica, amatela e tenete la bocca chiusa.

Dieci anni dopo, arrivò un questionario, più circostanziato, da tutt’altra fonte, sui gusti musicali di Einstein, e a questo lo scienziato rispose dettagliatamente. Il questionario è andato perduto, ma le risposte si possono desumere press’a poco dalle risposte di Einstein che risalgono al 1939:

1. Bach, Mozart e alcuni compositori italiani e inglesi antichi sono i miei preferiti. Beethoven mi piace assai meno; Schubert invece sì.

2. Mi è impossibile dire se per me significa di più Bach o Mozart. Nella musica non vado alla ricerca della logica. In complesso seguo l’istinto e sono del tutto digiuno di teorie. Non mi piace mai un’opera musicale della quale non riesco ad afferrare intuitivamente l’unità interna (l’architettura).

3. Haendel mi piace sempre – anzi, lo trovo perfetto – ma ha una certa superficialità. Per me Beethoven è troppo drammatico, troppo personale.

4. Schubert è uno dei miei preferiti per la sua straordinaria abilità di esprimere l’emozione e la sua enorme capacità d’invenzione melodica. Ma nelle sue opere più vaste mi dà fastidio una certa mancanza di struttura architettonica.

5. Le opere minori di Schumann mi piacciono per la loro originalità e la loro ricchezza di sentimento, ma la sua mancanza di grandezza formale mi impedisce un pieno godimento. In Mendelssohn vedo un talento considerevole, ma anche un’indefinibile superficialità che spesso porta alla banalità.

6. Trovo che alcuni lieder e opere da camera di Brahms sono davvero significativi anche nella struttura. Tuttavia la maggior parte delle sue opere non hanno per me la forza di convincermi interiormente. Insomma, non capisco perché provò la necessità di scriverle.

7. Ammiro la capacità creativa di Wagner, ma considero la sua mancanza di struttura architettonica un segno di decadenza. Inoltre trovo la sua personalità musicale così indescrivibilmente offensiva che per lo più lo ascolto solo con un senso di disgusto.

8. Credo che (Richard) Strauss abbia molto talento, ma che gli manchi una verità interiore e che si preoccupi soltanto degli effetti esteriori. Non posso dire che la musica moderna in generale non mi interessi. Mi pare che la musica di Debussy sia delicata e colorita, dimostra però una mancanza di senso strutturale. Non riesco a entusiasmarmi per una cosa del genere.

La maggior parte delle opere dei compositori moderni, come si vede, aveva scarso interesse per Einstein. Tuttavia aveva grande considerazione personale per Ernst Bloch e il 15 novembre 1950 scrisse in inglese queste parole, probabilmente in risposta a una richiesta specifica:

La mia conoscenza della musica moderna è molto limitata. Sono però sicuro di un fatto: la vera arte è caratterizzata dall’impulso irresistibile dell’artista. Riconosco questo impulso nell’opera di Ernst Bloch come in pochi musicisti recenti.

Quando il famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini ricevette l’American Hebrew Medal nel gennaio 1938, Einstein scrisse queste parole probabilmente destinate a essere pronunciate durante la premiazione:

Solo chi si dedica a qualche attività anima e corpo può diventare un vero maestro; per questa ragione l’arte esige una dedizione totale e Toscanini lo dimostra in ogni aspetto della sua vita.

Nell’ottobre 1928 Einstein ricevette una lettera a Berlino nella quale gli si chiedeva, tra altre cose, se i suoi interessi musicali avessero influito in qualche modo sulla sua attività principale, che era tanto differente. Il 23 ottobre 1928 Einstein rispose:

La musica non influisce sulla ricerca, ma entrambe derivano dalla stessa fonte di ispirazione e si completano a vicenda nel senso di liberazione che ci procurano.

Il dottor Otto Juliusburger era uno psichiatra amico di Einstein che esercitava la sua professione a Berlino. Era inoltre uno studioso con una conoscenza approfondita dell’opera di Spinoza e di Schopenhauer. Era ebreo; avvertiva il pericolo imminente e nel 1937 riuscì a mandare i due figli separatamente negli Stati Uniti; poi, all’ultimo, prima della istituzione delle famigerate camere a gas, Juliusburger raggiunse i figli, insieme alla moglie. Seguono dei brani tratti da lettere di Einstein a Juliusburger su vari argomenti e uno stralcio da una lettera di Juliusburger a Einstein.

Il 28 settembre 1937 Einstein scrisse da Princeton a Juliusburger, ancora residente a Berlino, comunicandogli la sua gioia che il figlio fosse già arrivato negli Stati Uniti e aggiungendo che aveva sentito pareri favorevoli sulla eventuale immigrazione della figlia. Dopo aver toccato altri argomenti, fece alcune osservazioni sulle sue attuali ricerche che riguardavano i lunghi tentativi per scoprire una teoria unificata del campo che avrebbe collegato la gravitazione all’elettromagnetismo. Ecco gli ultimi paragrafi della lettera:

Sto ancora lottando con gli stessi problemi di dieci anni fa. Ottengo buoni risultati nelle piccole cose, ma la vera meta resta irraggiungibile, anche se a volte pare vicinissima. È un’impresa ardua ma gratificante: ardua perché la meta è al di là delle mie forze, gratificante perché mi distoglie dalle preoccupazioni della vita quotidiana.

Non riesco più ad adattarmi alla gente di qui, né al loro modo di vivere. Ero già troppo vecchio quando arrivai in questo paese per la prima volta e per dir la verità, era la stessa cosa a Berlino, e ancora prima, in Svizzera. Si nasce solitari, come Lei sa, dato che anche Lei lo è.

Segue una lettera da Einstein a Juliusburger del 2 agosto 1941. I coniugi Juliusburger erano ormai giunti sani e salvi negli Stati Uniti: Mi ritengo fortunato di poterLa salutare in questo paese dopo tanti anni.

Mi ero imposto di mantenere il silenzio, perché qualsiasi mia lettera indirizzata a un abitante della Barbaria l’avrebbe esposto al pericolo. Il Suo amato Schopenhauer diceva che la gente nella sua miseria non raggiunge mai il traguardo della tragedia, ma è condannata a rimanere per sempre nella tragicommedia. Come è vero questo, quante volte ho avuto questa precisa impressione. Ieri sugli altari, oggi odiato e insultato, domani dimenticato e dopodomani santificato. L’unica salvezza viene da un senso di umorismo e noi lo manterremo fino all’ultimo respiro.

Il 30 settembre 1942 Einstein scrisse a Juliusburger, facendogli gli auguri per il capodanno ebraico.

Ero molto commosso dalle Sue parole gentili e Le faccio con ritardo i miei auguri. So di non meritare minimamente tante lodi, ma il sentimento cordiale espresso nelle Sue parole mi ha fatto molto piacere.

Credo che finalmente abbiamo buone speranze di vedere il giorno in cui quel torto innominabile verrà in qualche modo espiato. Ma tutte le pene, la disperazione, lo sterminio insensato di vite umane, non potranno mai essere compensati. Possiamo comunque sperare che anche la creatura più ottusa si renda conto che, alla lunga, la menzogna e la tirannia non possono trionfare.

Vedo in Lei quella forza irremovibile che unicamente la ricerca della verità può conferire. Anche io devo a questo atteggiamento le mie uniche vere soddisfazioni. Si sente che nell’immortale comunità di persone di questo stampo si può trovare qualche protezione contro la disperazione e l’isolamento totale.

In una lettera a Einstein del settembre 1942, Juliusburger, parlando dei funerali della suocera dello scienziato quindici anni prima, ricordò che mentre si allontanavano dalla tomba, Einstein aveva detto:

Le ultime parole di quella bellissima preghiera: «Il Signore ha dato e il Signore ha tolto; benedetto sia il nome del Signore», significano la ricchezza della vita che sempre dà e sempre toglie – al fine di ridare.

L’11 aprile 1946 Einstein scrisse a Juliusburger:

Lei ha un’opinione molto precisa sulla responsabilità di Hitler. Io non ho mai creduto alle distinzioni più sottili che gli avvocati vorrebbero imporre ai medici. Obiettivamente, non esiste in fondo il libero arbitrio. Credo che dobbiamo difenderci dalla gente che costituisce un pericolo per gli altri, senza badare alle motivazioni dei loro gesti. Che bisogno c’è di un criterio di responsabilità? Credo che il terrificante deterioramento nel comportamento etico della gente oggi derivi fondamentalmente dalla meccanizzazione e disumanizzazione della nostra esistenza, un disastroso sottoprodotto dello sviluppo della mentalità scientifica e tecnica. Nostra culpa! Non vedo alcun modo per eliminare questa pericolosa carenza.

L’uomo si raffredda più rapidamente del pianeta su cui vive.

Il 29 settembre 1947 Einstein scrisse a Juliusburger:

Alcuni amici mi hanno riferito che Lei in questi giorni festeggia – non

riesco proprio a capacitarmene! – il Suo ottantesimo compleanno. La gente

come noi, benché mortale come tutta l’umanità, non invecchia per quanto a

lungo viva. Voglio dire che non smettiamo mai di osservare come dei

bambini incuriositi il grande mistero che ci circonda. Quindi si crea

intorno a noi uno spazio che ci separa da tutto ciò che è insoddisfacente

nella sfera umana, e questo è già un gran bene. Quando la mattina sono

disgustato dalle notizie del «New York Times» penso sempre che è comunque meglio dell’atrocità hitleriana che riuscimmo solo a stento a sconfiggere.

La lettera di Einstein a Juliusburger del 29 settembre 1947 ricorda un brano molto precedente. Il professor Federigo Enriques organizzò un congresso scientifico a Bologna al quale Einstein partecipò. In quella occasione gli fu presentata la figlia di Enriques, Adriana, che probabilmente gli chiese un autografo. Einstein le inviò il seguente messaggio manoscritto e firmato nell’ottobre 1921:

Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita. Per Adriana Enriques, un ricordo del nostro incontro, ottobre 19 21.

La lettera di Einstein dell’11 aprile 1946 a Juliusburger si ricollega alla seconda delle due lettere seguenti che trattano il tema della pena di morte.

In una lettera a un editore berlinese del 3 novembre 1927, a proposito di un suo commento precedente, Einstein precisò:

Sono arrivato alla convinzione che l’abolizione della pena di morte sia auspicabile per i seguenti motivi:

1) Irreparabilità in caso di errore giudiziario.

2) Conseguenze morali deleterie per quanti hanno a che fare direttamente o indirettamente con il procedimento dell’esecuzione.

Einstein riprese la questione in una lettera del 4 novembre 1931, in risposta a una domanda angosciata di un giovane cecoslovacco:

Mi chiede quel che penso della guerra e della pena di morte. La seconda domanda è meno problematica. Non approvo affatto la punizione, accetto soltanto le misure utili a proteggere la società. In teoria non sono contrario

all’uccisione di individui che sono privi di valore o in qualche modo pericolosi. Ma mi oppongo solo perché non mi fido degli uomini, cioè dei tribunali. Apprezzo nella vita più la qualità che non la quantità, così come nella natura i principi generali rappresentano una realtà superiore all’oggetto singolo.

Il 1° febbraio 1954 l’autore di una lettera indirizzata a Einstein citò le dichiarazioni dello scienziato, secondo le quali la gente doveva essere preparata ad andare in prigione per difendere la libertà di parola e per opporsi alla guerra. Diceva inoltre che sua moglie leggendo le parole di Einstein aveva osservato che lo scienziato si era affrettato a lasciare la Germania quando i nazisti presero il potere, invece di rimanere per affermare le sue opinioni, e rischiare la galera. Fece il paragone con il comportamento di Socrate, il quale si rifiutò di lasciare il suo paese scegliendo di lottare fino all’ultimo. Inoltre osservò che era più facile per gli uomini celebri che per la gente comune esprimere pubblicamente le proprie opinioni.

Il 6 febbraio 1954 Einstein rispose in inglese. Per qualche motivo, nella versione definitiva, venne omessa una frase del testo originale tedesco che abbiamo riportato qui tra parentesi quadre:

La ringrazio per la Sua lettera del 1° febbraio. Penso che le osservazioni di Sua moglie siano abbastanza giuste: è vero che un uomo che gode di una certa fama si trova in una posizione meno precaria di quella della persona sconosciuta al gran pubblico. Ma vi è modo migliore di servirsi del proprio «nome» che esprimere in pubblico le proprie opinioni di tanto in tanto se lo ritiene necessario?

Il paragone con Socrate non è del tutto appropriato. Per Socrate, Atene rappresentava il mondo. Io invece non mi sono mai identificato con nessuna nazione in particolare e meno di tutte con lo stato tedesco. Il mio unico rapporto con la Germania era la mia posizione di membro dell’Accademia prussiana delle Scienze [e la lingua che imparai da bambino].

Sebbene io sia un convinto democratico, ho la certezza che l’umanità non progredirebbe e degenererebbe senza una minoranza di uomini e donne onesti e socialmente impegnati, disposti a sacrificarsi per le loro convinzioni. Nelle circostanze attuali ciò vale ancora di più che in tempi normali; credo che questo concetto vi sia chiaro senza spiegazioni.

Einstein aveva la massima stima per il giudice della Corte suprema, Louis D. Brandeis. Segue una parte del breve messaggio che Einstein il 19 ottobre 1931 inviò da Caputh alla rivista  bostoniana «The Jewish Advocate», per il numero in onore del settantacinquesimo compleanno di Brandeis:

L’evoluzione umana è basata più sulla coscienza di uomini come Brandeis che sul genio creativo.

Il 10 novembre 1936 Einstein gli inviò da Princeton la seguente lettera (il manoscritto originale è conservato tra le carte di Brandeis presso la facoltà di giurisprudenza dell’università di Louisville):

Con la più profonda ammirazione e stima fraterna Le stringo la mano in occasione del Suo ottantesimo compleanno. Non conosco altri che unisca doti intellettuali così eccezionali a un tale spirito di abnegazione, mentre trova il significato completo della vita nel servire umilmente la comunità.

Noi, tutti noi, La ringraziamo non solo per quello che ha fatto e raggiunto, ma anche perché ci rallegriamo che un uomo simile esista tra di noi in questa nostra epoca così priva di autentiche personalità.

Walter White, segretario della National Association for the Advancement of Colored People4, era bianco non solo di nome ma anche di pelle5. Infatti, volendo, avrebbe potuto farsi passare per un bianco e in tal modo evitare le persecuzioni e le sofferenze che allora ancora più di adesso toccavano in sorte ai negri nella nostra società. Scelse invece di lottare per i diritti dei suoi fratelli, sapendo quale prezzo avrebbe dovuto pagare in sacrifici personali. Nel 1947 scrisse un articolo commovente intitolato Perché preferisco rimanere negro, pubblicato sulla «Saturday

Review of Literature» dell’11 ottobre. Suscitò il seguente commento da parte di Einstein, il quale lo fece recapitare alla redazione della rivista:

L’articolo di White ci conferma la profonda verità del detto: vi è una sola strada che porta alla vera grandezza umana – la strada della sofferenza. [Un gioco di parole intraducibile derivante dal fatto che in inglese white significa «bianco»]. sofferenza, se provocata dall’ottusità e dalla stupidità di una società legata alle tradizioni, di solito riduce i deboli a uno stato di cieco odio, ma esalta i forti a una superiorità morale e a una generosità altrimenti irraggiungibili dall’uomo.

Credo che ogni lettore sensibile dopo la lettura dell’articolo di White proverà, come me, un senso di sincera gratitudine verso di lui. Ci ha permesso infatti di percorrere insieme a lui la strada dolorosa che porta alla grandezza umana, offrendoci una semplice autobiografia irresistibilmente convincente.

La lettera seguente si spiega da sé; Einstein la scrisse in inglese il 4 novembre 1942, in risposta a una domanda pervenutagli dal Brasile. In teoria la Sua proposta mi sembra ragionevole: l’organizzazione dell’economia da parte di un numero ristretto di persone che hanno dimostrato le loro capacità produttive e il loro interesse concreto e altruista in un miglioramento delle attuali condizioni di vita. 

Il Suo metodo di selezione, basato sui test, però non mi convince: è una tipica idea da ingegnere e non corrisponde affatto alla Sua affermazione che l’uomo non è una macchina.

Vorrei inoltre che considerasse un altro aspetto della questione. Non basta trovare le dieci persone più preparate; bisogna anche trovare le nazioni che ne accettino le disposizioni e decisioni. Non ho la minima idea di come questo si possa realizzare. È un problema molto più difficile della scelta delle persone adatte. Anche persone abbastanza mediocri sarebbero capaci di raggiungere lo stesso scopo in modo soddisfacente rispetto alle condizioni attuali e a quelle finora esistite. In passato i leaders arrivavano al potere di solito non per la loro capacità di pensare e di prendere decisioni, ma per la loro facoltà di influenzare, di convincere e di valersi delle debolezze degli altri esseri umani.

Il vecchio problema: che cosa fare per affidare il potere a persone capaci e bene intenzionate fino adesso non è stato risolto. Purtroppo mi sembra che neanche Lei abbia trovato il modo di risolverlo.

Nel dicembre 1917, durante la prima guerra mondiale, Einstein scrisse da Berlino a Heinrich Zangger, residente a Zurigo. Il concetto che esprime è ancora attuale:

Com’è possibile che la nostra epoca così amante della cultura sia così mostruosamente amorale? Apprezzo sempre di più la carità e l’amore per il prossimo al di sopra di ogni altra cosa. Tutto il nostro decantato progresso tecnologico — la nostra stessa civiltà – è come l’accetta nelle mani del maniaco criminale.

Nel 1934 Einstein scrisse un articolo sulla tolleranza per una rivista americana.

Quando i redattori vollero apportarvi delle modifiche che non erano di suo gradimento, egli ritirò l’articolo che non venne pubblicato. Seguono alcuni passi: Riflettendo ora sulla vera definizione della tolleranza, mi viene in mente la spiritosa descrizione dell’astinenza formulata da Wilhelm Busch: L’astinenza è il piacere che abbiamo Da varie cose che non abbiamo.

In modo analogo potrei dire che la tolleranza è l’amichevole apprezzamento delle qualità, delle opinioni e del comportamento degli altri, che sono estranei alle nostre abitudini, convinzioni e gusti. Pertanto essere tolleranti non significa essere indifferenti alle azioni, ai sentimenti degli altri: occorre anche la comprensione e il coinvolgimento personale…

Tutto ciò che è grande e nobile, creazione artistica o importante risultato scientifico, è opera della personalità solitaria. La cultura europea compì il passo più significativo per uscire da secoli di inattività soffocante quando il Rinascimento offrì all’individuo la possibilità di svilupparsi liberamente.

È fondamentale quindi la tolleranza per l’individuo da parte della società e dello stato. Indubbiamente lo stato serve a garantire all’individuo quella sicurezza indispensabile per il suo sviluppo. Ma quando lo stato diventa l’elemento principale e l’individuo si trasforma in uno strumento privo di volontà propria, allora si perdono tutti i valori più elevati. Come la roccia deve frantumarsi prima che gli alberi possano mettervi radici, come la terra viene arata perché possa dar frutto, così infatti la società umana dà risultati veramente significativi solo quando è sufficientemente dissodata per rendere possibile il libero sviluppo delle capacità individuali.

Alcune volte la tolleranza di Einstein veniva messa alla prova. In questo brano egli si sfoga in tono decisamente satirico.

È straordinario che qualcosa di tanto tecnico e astruso come la teoria della relatività sia diventato il bersaglio di attacchi politici, sovente virulenti. In Germania i nazisti condannarono la teoria come ebraica e comunista, dicendo che avvelenava le fonti della scienza germanica. E naturalmente impedirono agli scienziati di insegnarla nelle scuole. Solo pochi arditi osarono disubbidire a quell’ordine, ricorrendo a vari stratagemmi come quello di presentare le idee senza menzionare la parola «relatività» o il nome di Einstein.

Le autorità dell’Unione Sovietica invece non erano affatto sicure che la teoria della relatività fosse davvero comunista. L’atteggiamento ufficiale dei russi veniva complicato da discussioni se la teoria si accordasse con il materialismo dialettico, la base filosofica del marxismo. Quindi non era sempre prudente per gli scienziati sovietici affermare la validità della teoria. La situazione è ora molto migliorata anche se, ancora nell’aprile del 1952, un membro dell’Accademia delle scienze sovietica accusò Einstein di aver trascinato la fisica «nelle paludi dell’idealismo», di essere reo di «soggettivismo» e che il materialismo dialettico era invece basato «sull’oggettività della natura materiale». Inoltre lo studioso russo condannò pubblicamente due scienziati suoi connazionali per aver dato la loro approvazione alla teoria. L’attacco fu riportato dalla Associated Press; un amico di Einstein fece recapitare allo scienziato un resoconto apparso in un giornale berlinese.

Il seguente commento satirico inedito è stato rinvenuto tra le carte di Einstein.

Risale probabilmente all’inizio degli anni ’50 e si riferisce quasi certamente all’atteggiamento dei sovietici in generale e al summenzionato episodio in particolare.

Quando Dio onnipotente stabiliva le eterne leggi della natura, venne assalito da un dubbio che non riuscì a dissipare neppure in seguito: come sarebbe imbarazzante se più tardi le massime autorità del materialismo dialettico dichiarassero illegali alcune o addirittura tutte le sue leggi!

Quando poi Egli creò i profeti e i saggi del materialismo dialettico fu tormentato da un altro dubbio analogo. Tuttavia si rincuorò al pensiero chemai quei profeti e saggi avrebbero potuto affermare che la base del materialismo dialettico poteva essere contraria alla Ragione e alla Verità.

Einstein ricevette in Germania una lettera dall’Inghilterra che gli poneva la domanda formulata da Edison: se in punto di morte tu ripercorressi con il pensiero la tua vita da quali fatti giudicheresti se è stata un successo o un fallimento? La risposta di Einstein è datata 12 novembre 1930:

Né in punto di morte né prima mi porrò una simile domanda. La natura

non è né ingegnere né imprenditore, e io stesso faccio parte della natura.

Il 13 novembre 1950 il pastore di una chiesa di Brooklyn scrisse a Einstein a Princeton raccontandogli tra l’altro che ventisei anni prima, quando era studente

universitario, aveva comperato una fotografia con una dedica autografa di Einstein che conservava ancora. Ricordava che dopo l’avvento di Hitler, Einstein aveva pronunciato una dichiarazione che egli aveva spesso citato nelle sue prediche.

Chiedeva a Einstein di inviargli una copia manoscritta di quel brano perché potesse incorniciarla insieme alla fotografia.

Precisando che non voleva approfittare della sua bontà, accludeva un assegno non come pagamento, dato che un manoscritto di Einstein non aveva prezzo, ma come un’offerta, in segno della sua riconoscenza, che lo scienziato avrebbe potuto usare nel modo più opportuno. Su un foglio allegato aveva ricopiato il brano al quale faceva riferimento:

«Quando la rivoluzione scoppiò in Germania, come amante della libertà, mi aspettavo che le università la difendessero, dato che avevano sempre vantato il loro attaccamento alla causa della verità. Ma no, le università vennero subito ridotte al silenzio. Poi rivolsi le mie attese ai grandi direttori dei giornali, che in passato avevano proclamato nei loro ardenti editoriali l’amore per la libertà. Ma anch’essi, come le università, nel giro di poche settimane furono ridotti al silenzio. Infine guardai agli scrittori che, come guide intellettuali della Germania, spesso avevano scritto del ruolo della libertà nella vita moderna e constatai che essi pure tacevano.

Soltanto la Chiesa si oppose decisamente alla campagna di Hitler per sopprimere la verità. Non mi ero mai interessato alla Chiesa prima di allora, ma adesso provo ammirazione e stima per la Chiesa, poiché sola ebbe il coraggio e la perseveranza di difendere la verità intellettuale e la libertà morale. Sono costretto ad ammettere che quel che una volta disprezzavo ora ammiro incondizionatamente».

Il 14 novembre 1950 Einstein rispose in inglese:

Sono colpito dal tono generoso e leale della Sua lettera dell’11 novembre. Sono tuttavia un po’ imbarazzato. Le parole che Lei cita non sono mie. Poco dopo l’ascesa al potere da parte di Hitler, ebbi un colloquio con un giornalista su questi argomenti. Da allora le mie osservazioni sono state rielaborate ed esagerate: non le riconosco più. Non posso trascrivere in buona fede il brano che Lei mi manda, credendolo mio.

L’argomento è ancora più imbarazzante per me perché, come Lei, sono estremamente critico nei confronti degli atteggiamenti e soprattutto delle attività politiche del clero ufficiale nel corso della storia. Quindi il brano, anche se potessi trascriverlo con le mie parole originali (che non ricordo particolareggiatamente) dà un’impressione sbagliata del mio pensiero al riguardo.

Sarei tuttavia molto lieto di scriverLe due righe su qualsiasi altro argomento adatto al suo scopo. La prego di volermi dare qualche indicazione.

Il 16 novembre 1950 il pastore rispose dicendo che era felice di sapere che le affermazioni attribuite a Einstein non erano esatte, dato che condivideva le sue stesse riserve sul ruolo storico della Chiesa nel complesso. Sviluppò per disteso questo tema, scusandosi poi per aver fatto una predica. Avrebbe lasciato a Einstein la scelta del soggetto del messaggio. Esprimendo la sua ammirazione per lo spirito profetico di Einstein, invocava la benedizione di Dio su di lui.

Segue il messaggio di Einstein in inglese datato 20 novembre: La più importante delle aspirazioni umane è la ricerca della moralità nel nostro comportamento: ne dipendono il nostro equilibrio interiore e persino la nostra stessa esistenza. Solo la moralità del comportamento conferisce alla vita bellezza e dignità.

È forse il compito principale della educazione quello di trasformare questa aspirazione in una forza viva e definirla chiaramente nella coscienza degli uomini.

La base della moralità non deve dipendere da un mito né da alcuna autorità, perché il dubbio sul mito o sulla legittimità dell’autorità non metta in pericolo il fondamento del giudizio e del comportamento retto.

Il 27 gennaio 1947 Einstein ricevette un telegramma in tono perentorio dalla National Conference of Christians and Jews6 che gli chiedeva un messaggio di circa cinquanta parole sulla «fratellanza americana». È un argomento che suscita, anzi sollecita affermazioni banali, ma Einstein riuscì a evitare il trabocchetto. Scrisse in inglese:

Se i fedeli delle attuali religioni volessero davvero pensare e agire nello spirito dei fondatori di queste religioni, allora non esisterebbe alcuna ostilità causata dalla religione tra i seguaci delle differenti fedi. Perfino i conflitti in campo religioso si rivelerebbero insignificanti. 

Il 14 ottobre dello stesso anno, Einstein ricevette un lungo telegramma che lo 6 [Associazione nazionale dei cristiani e degli ebrei].

informava che il 19 ottobre un gran numero di diplomatici e altri personaggi di riguardo avrebbero partecipato a una imponente cerimonia in occasione della posa della prima pietra in Riverside Drive a New York per un monumento dedicato agli eroi del ghetto di Varsavia e ai sei milioni di martiri ebrei dell’Europa. Einstein era invitato a presenziare come ospite d’onore. Se non poteva, gli si chiedeva di inviare entro due giorni un messaggio d’occasione.

Einstein lo fece volentieri: si trattava infatti di una causa che gli stava particolarmente a cuore.

Inviò il messaggio seguente in inglese, datandolo 19 ottobre 1947:

La solenne riunione di oggi ha un significato profondo. Pochi anni infatti ci separano dal più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente. Il destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche testimonia fino a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.

La riunione di oggi dimostra che non tutti gli uomini sono disposti ad accettare in silenzio questo orrore. La nostra riunione è ispirata alla volontà di assicurare la dignità e i diritti naturali dell’individuo; rappresenta il riconoscimento del fatto che una esistenza tollerabile per l’uomo – perfino la sua mera esistenza – è legata al rispetto di principî morali eterni.

Desidero esprimere, come uomo e come ebreo, la mia riconoscenza e gratitudine per questa testimonianza.

Il 3 agosto 1946 l’ingegnere capo di una nave mercantile americana scrisse una lettera spiritosa a Einstein, raccontandogli un episodio successo a bordo. Il nostromo e il falegname avevano trovato un gattino mezzo morto di fame in un porto tedesco e l’avevano adottato, portandolo a bordo e dandogli da mangiare in abbondanza così

che il gattino ingrassò, riprese le forze, e si affezionò ai genitori adottivi. Ma un giorno graffiò un marinaio che voleva giocare con lui; e questi, lanciando un urlo, disse che il gatto era matto. Il nostromo difese l’animale, affermando che era matto come Einstein, il quale aveva avuto l’intelligenza di lasciare la Germania per emigrare negli Stati Uniti. In seguito il gatto venne soprannominato «Professor Albert Einstein» dai marinai, che non sapevano distinguere tra relatività relazione.

Il 10 agosto 1946 Einstein rispose in inglese:

La ringrazio per la Sua lettera cortese e per le interessanti informazioni che mi manda. Invio i più cordiali saluti al mio omonimo, anche da parte del nostro gatto, il quale era molto preso dal racconto e perfino un po’ geloso, per il semplice motivo che il suo nome, «Tigre», non esprime, come nel vostro caso, una stretta relazione con la famiglia Einstein. Con i migliori saluti ai genitori adottivi del mio omonimo e al mio omonimo stesso…

Seguono due lettere indirizzate a Gertrud Warschauer, la vedova di un rabbino berlinese: Einstein la ringraziava per i due regali di Natale che gli aveva spedito nel 1951 e nel 1952. L’inglese Michael Faraday menzionato nella seconda lettera era uno dei più importanti – e geniali – fisici sperimentali di tutti i tempi, completamente autodidatta; era inoltre un uomo estremamente affabile. Le sue scoperte e le sue idee rivoluzionarie nel campo dell’elettromagnetismo furono fondamentali per lo sviluppo della teoria della relatività. La prima lettera è del 2 gennaio 1952.

Cara Gertrud, ho davanti a me il bel regolo che mi hai mandato. Finora stabilivo in base all’intuito se le linee che tracciavo erano diritte o storte, parallele o oblique. Mi par di capire però che preferiresti che non mi affidassi al caso quando si può evitare (è questa la mia interpretazione del regolo).

La seconda lettera è datata 27 dicembre 1952:

Il libretto su Faraday mi ha fatto molto piacere. Quest’uomo amava la natura misteriosa come un amante ama il suo amore lontano. Alla sua epoca non esisteva ancora quella noiosa specializzazione che oggi ci fissa con sussiego attraverso gli occhiali e distrugge la poesia…

Segue la traduzione di una quartina rinvenuta tra le carte di Einstein, senza indicazione di data o dell’occasione in cui fu scritta, rimasta finora inedita:

Nel dir «noi» disagio m’assale,

Che di nessun’altra bestia io son l’eguale;

Ancor coperto veder posso

Dietro a ogni interesse un grande abisso.

La comprensione del brano seguente dipende dalla conoscenza di due fatti.

Ricordiamo che mentre Tiziano eseguiva il ritratto dell’imperatore Carlo V, fece cadere un pennello che l’imperatore raccolse cortesemente osservando che Tiziano meritava di essere servito da un imperatore. L’altro fatto è che san Floriano è spesso raffigurato nell’atto di portare un vaso dal quale escono delle fiamme; la sua protezione viene invocata contro gli incendi. Il post scriptum di Einstein è una espressione tedesca largamente usata per ogni genere di disgrazie.

Un celebre artista tedesco disegnava per pubblicarli in volume una serie di ritratti di personaggi famosi. Aveva ricevuto un telegramma da un giornale americano che lo incaricava di fare il ritratto di Einstein; il pittore intendeva includerlo nel suo volume,dopo averlo pubblicato sulla rivista. Il 12 novembre 1931 indirizzò a Einstein a Berlino una lettera dal tono molto suadente, chiedendogli di posare. Diceva che quando avvicinava gli uomini politici essi accettavano sempre perché avevano bisogno di pubblicità; ma si rendeva conto che Einstein sarebbe stato riluttante.

Aggiungeva che perfino l’imperatore Carlo V aveva posato in varie occasioni per Tiziano, e prometteva che in considerazione del rapporto inverso di importanza delle due parti egli non avrebbe costretto Einstein a raccogliere il suo pennello.

Il 17 novembre 1951 Einstein rispose:

Crede veramente che l’imperatore Carlo V sarebbe stato tanto entusiasta se Tiziano gli avesse fatto un ritratto formato cartolina che chiunque potesse acquistare al prezzo di dieci pfennig? Penso che avrebbe comunque raccolto il pennello dell’artista con molta cortesia, ma gli avrebbe certamente chiesto di risparmiargli tale pubblicità – almeno finché era in vita.

Quindi non se la prenda per questo mio atteggiamento. Inoltre devopartire per la California fra pochi giorni e ho ancora tanto da fare.

P.S. O san Floriano, risparmia la mia casa, brucia quella del mio vicino!

Una conferenza scientifica venne organizzata a Berna nel 1955 per festeggiare il cinquantesimo anniversario della teoria speciale della relatività, che Einstein aveva formulata durante gli anni in cui era impiegato dell’Ufficio brevetti di quella città. Il suo amico Max von Laue gli scrisse invitandolo a partecipare alla riunione come ospite d’onore. Ma Einstein aveva all’epoca più di settant’anni e oramai la morte era vicina. Rispose a von Laue nel febbraio del 1955:

La vecchiaia e la cattiva salute mi impediscono di partecipare a queste manifestazioni. Devo confessare che tale divina dispensa ha quasi un effetto liberatorio per me. Tutto ciò che sa di culto della personalità mi è sempre stato odioso.

Einstein scrisse a un suo amico artista il 27 dicembre 1949:

È veramente un enigma per me che cosa induce la gente a prendere il proprio lavoro con tanta maledetta serietà. Per chi? Per se stessi? Tutti quanti dobbiamo ben presto andarcene. Per i contemporanei? Per i posteri?

Si può pensare, è stato regalato;

Tra le lettere che Einstein ricevette in occasione del cinquantesimo compleanno c’era quella del premio Nobel Fritz Haber; ne segue uno stralcio:

In passato gli artisti usavano annotare sulle loro opere la parola fecit (in latino = egli fece), seguita dal nome e dalla data. Einstein invece adopera scherzosamente il verbo peccavit, che significa «egli peccò».

«In futuro l’uomo della strada si riferirà alla nostra epoca chiamandola il periodo della prima guerra mondiale, ma l’uomo istruito associerà il primo quarto del secolo con il Suo nome, così come oggi alcuni considerano la fine del Seicento l’epoca delle guerre di Luigi XIV e altri l’epoca di Newton».

Dieci anni più tardi, in occasione del sessantesimo compleanno di Einstein, il premio Nobel Max von Laue, al quale Einstein era molto affezionato, scrisse allo scienziato, ora a Princeton:

«…Adesso sei salvo, inattaccabile da quell’odio. Per quanto ti conosco,sono sicuro che hai raggiunto una pace interiore e sei superiore alla tua sorte. La tua opera è e rimane più che mai intoccabile da qualunque passione e durerà finché esiste sulla terra una comunità civile».

Il 1° maggio 1936 un prestigioso editore americano scrisse a Einstein, chiedendogli un favore. Aveva appena iniziato la costruzione di una biblioteca per la sua casa di campagna e voleva collocare nella pietra angolare una scatola a tenuta d’aria contenente degli oggetti che avrebbero avuto una particolare importanza archeologica per i posteri. Ci sarebbe stato per esempio un numero del «New York Times» stampato su una carta di stracci particolarmente resistente. Pregava Einstein di scrivergli un messaggio, accludendo a tale scopo un foglio di carta fatto di stracci che, egli era sicuro, sarebbe durato mille anni.

Il 4 maggio 1936 Einstein inviò il messaggio seguente, probabilmente battuto a macchina sulla carta speciale particolarmente resistente:

Cari posteri, se non siete diventati più giusti, più pacifici e in genere più razionali di quanto siamo (o eravamo) noi – allora andate al diavolo!

Con questo mio pio augurio, sono (fui) vostro

Albert Einstein.

Einstein ricevette una lettera il cui autore gli sottoponeva due quesiti: in primo luogo, gli chiedeva se riconosceva di avere qualche debito verso la filosofia speculativa; in secondo luogo, gli domandava, in termini piuttosto sconnessi, se condivideva la propria convinzione che, considerate le ultime ricerche sullo spazio,sul tempo, sulla causalità, sui limiti dell’universo, sull’inizio e la fine, la filosofiaspeculativa aveva perduto ogni utilità o se invece ritenesse, secondo l’affermazione dello scienziato R. C. Tolman, che «la filosofia è il sistematico uso sbagliato di una terminologia inventata appositamente per tale scopo».

Il 28 settembre 1932 Einstein rispose:

La filosofia è come una madre che ha dato alla luce tutte le altre scienze,dotandole di caratteristiche diverse. Quindi, sebbene nuda e povera nonmerita il nostro disprezzo; dobbiamo invece sperare che una parte del suo ideale donchisciottesco sopravviva nei figli, impedendo loro di cadere nel filisteismo.

Nel 1957 gli eredi di Albert Einstein ricevettero una lettera il cui autore rispondeva a un appello che avevano lanciato per sollecitare testimonianze sulla vita dello scienziato. Chi scriveva, sette anni prima aveva collaborato a una trasmissione televisiva intitolata Come vivrei gli ultimi due minuti. Evidentemente l’intervistato doveva in qualche modo capire che si trattava dei due minuti immediatamente prima del trapasso. Si sarebbero intervistati personaggi celebri come Eleanor Roosevelt e Albert Schweitzer e il giornalista aveva pregato Einstein di intervenire. L’argomento sembrava interessante, ma solo a prima vista; Einstein vedeva più lontano. Ecco la sua risposta scritta in inglese e datata 26 agosto 1950:

Non me la sento di partecipare alla trasmissione televisiva che Lei mi propone, Gli ultimi due minuti. Non mi sembra così rilevante il modo in cui si trascorrono gli ultimi due minuti prima della liberazione finale.

Aggiunse il giornalista: «È inutile precisare che le parole di Einstein cambiarono in modo radicale la mia esistenza».

Era ben nota l’indifferenza di Einstein per l’abbigliamento, che spesso era molto trascurato. Ai primi di marzo del 1955, un insegnante di quinta elementare in una scuola dello stato di New York, parlò ai suoi allievi dell’opera di Einstein. I ragazzi scoprendo che di lì a pochi giorni lo scienziato avrebbe compiuto settantasei anni, gli spedirono il 10 marzo un biglietto d’auguri, accompagnato da un paio di polsini e daun fermacravatta. Era l’ultimo compleanno di Einstein.

Il 26 marzo Einstein scrisse in inglese:

Cari bambini, vi ringrazio per il bel regalo che mi avete fatto e per il biglietto d’auguri. Il vostro dono costituisce un giusto ammonimento a essere un po’ più curato in futuro. In effetti le cravatte e i polsini esistono per me come lontane reminiscenze.

Una ragazza inglese di un collegio di Città del Capo inviò a Einstein a Princeton il10 luglio 1946 una lettera simpaticamente ingenua, chiedendogli il suo autografo. Nesegue un brano: «Le avrei probabilmente scritto tanto tempo fa, ma non sapevo che Lei fosse ancora vivo. Non mi interessa la storia e pensavo che Lei fosse un personaggio del Settecento o giù di li. Forse mi confondevo con Sir Isaac Newton o qualcun altro». La ragazza raccontava che era appassionata di astronomia e la sera,insieme a un’amica, sfuggiva alla sorveglianza della capoclasse per andare a osservare le stelle e i pianeti, anche se più volte erano state colte in flagrante e punite.

Confessava poi che non riusciva a comprendere il concetto dello spazio curvo.

Concludeva con ardore patriottico: «Mi dispiace che Lei sia diventato cittadino americano; avrei preferito che si stabilisse in Inghilterra».

Il 25 agosto 1946 Einstein rispose in inglese:

Caro signor… La ringrazio per la Sua lettera del 10 luglio. Le chiedo scusa per il fatto di appartenere ancora al regno dei viventi, però Le posso assicurare che vi sarà rimedio!

Non si preoccupi dello spazio curvo. Capirà più tardi che si tratta del modo più semplice per definirlo. Usato in senso giusto, la parola «curvo»non ha lo stesso significato che le attribuiamo nel linguaggio corrente.

Spero che le vostre future ricerche astronomiche non vengano scoperte dal sorvegliante. Questo è l’atteggiamento adottato dalla maggior parte dei bravi cittadini verso i loro governi e mi pare un’ottima soluzione.

La ragazza fu felicissima per questa lettera autografa, anche se Einstein, in base al suo nome insolito, l’aveva presa per un ragazzo. Nella sua risposta del 19 settembre scrisse: «Mi ero dimenticata di precisare che ero – cioè che sono – una ragazza. Mene sono sempre molto rammaricata, ma oramai mi sono più o meno rassegnata al fatto». Aggiunse: «Non volevo darle l’impressione che non fossi contenta che Lei era ancora vivo».

Einstein rispose:

Non mi dispiace affatto che tu sia una ragazza, ma l’essenziale è che tu stessa non ne sia dispiaciuta; non vi è alcun motivo.

Il brano seguente risale probabilmente al 1935. Il manoscritto porta l’annotazione«non pubblicato». Dopo la morte di Einstein venne incluso nel libro di Otto Nathaned Heinz Norden, Einstein on Peace. Si tratta di un brano dal tono insolitamente polemico; Einstein forse non volle pubblicarlo proprio per questo motivo. Scrivendolo però deve aver senz’altro provato un senso di sollievo:

A eterna vergogna della Germania, il dramma che si svolge attualmente nel cuore dell’Europa è carico di elementi tragici e grotteschi; non fa onore alla comunità delle nazioni che si considerano civilizzate.

Per secoli il popolo tedesco è stato soggetto all’indottrinamento da parte di una successione infinita di maestri di scuola e istruttori militari. Itedeschi sono stati non solo addestrati a lavorare duramente e a imparare molte cose, ma anche abituati alla sottomissione servile, alla disciplina militare e alla brutalità. La costituzione democratica della repubblica di Weimar del dopoguerra si addiceva al popolo tedesco press’a poco come gli abiti del gigante a Pollicino. Poi sopraggiunsero l’inflazione e la depressione e tutti vivevano nel terrore e nell’angoscia.

Comparve Hitler, un uomo di limitate capacità intellettuali, inadatto a qualsiasi lavoro utile, pieno di invidia e di amarezza contro tutti quelli che erano stati favoriti più di lui dalla natura e dal destino. Appartenente alla piccola borghesia, era abbastanza presuntuoso per odiare perfino la classe operaia, che all’epoca si batteva per una maggiore eguaglianza nel tenore di vita. Ma odiava più di qualsiasi altra cosa proprio quella cultura e quella educazione che gli erano state negate per sempre. Nella sua disperataambizione di potere scoprì che i suoi discorsi sconnessi e pervasi dall’odio suscitavano gli applausi frenetici di quanti si trovavano nelle sue stesse condizioni e condividevano le sue opinioni. Raccattava questi relitti della società per strada, nelle osterie, organizzandoli intorno a sé. In questo modo avviò la sua carriera politica.

Ma ciò che veramente lo portò a diventare un Führer era il suo odio acerrimo contro ogni cosa di origine straniera e specialmente contro una minoranza inerme, gli ebrei tedeschi. La loro sensibilità intellettuale lo metteva a disagio e la considerava, non del tutto erroneamente, non tedesca.

Le sue incessanti tirate contro questi due «nemici» gli assicurarono l’appoggio delle masse cui prometteva splendide vittorie e una nuova età dell’oro. Sfruttò abilmente per i propri scopi il gusto secolare dei tedeschiper la disciplina, il comando, la cieca ubbidienza e la crudeltà. Così diventò il Führer.

Il denaro affluì abbondante alle sue casse, specie dalle classi possidenti che vedevano in lui uno strumento per impedire l’emancipazione sociale ed economica del popolo, iniziata durante la repubblica di Weimar. Ingannò il popolo con quella falsa retorica pseudopatriottica e romantica cui si era abituato prima della guerra mondiale e con quella menzogna sulla presunta superiorità della razza ariana o nordica, un mito inventato dagli antisemiti per promuovere i loro fini sinistri. È impossibile, in base alla sua personalità sconnessa, capire fino a che punto egli stesso credesse alle assurdità che diffondeva. Tuttavia gli uomini che si schierarono intorno a lui o che emersero grazie al nazismo erano per la maggior parte dei cinici incalliti, perfettamente consapevoli della falsità dei loro metodi privi di scrupoli.

Leo Baeck era il rabbino capo della comunità ebraica a Berlino, oltre a essere uno studioso di fama internazionale. Quando i nazisti salirono al potere, ricevette molte offerte di lavoro all’estero, che gli avrebbero dato modo di sfuggire alle atrocità antisemite naziste. Le rifiutò tutte, scegliendo di condividere i pericoli insieme agli altri ebrei tedeschi. Arrestato più volte venne internato nel campo di concentramento di Terezin, dove rimase fino all’epoca della capitolazione dell’esercito tedesco, quando venne liberato dai soldati russi.

Nel maggio del 1953 Einstein scrisse da Princeton queste parole commoventi a Leo Baeck in occasione del suo ottantesimo compleanno: 

Coloro a cui le circostanze esteriori consentono una esistenza apparentemente sicura non potranno mai capire che cosa significasse quest’uomo per i suoi fratelli imprigionati nella Germania e minacciati dall’inevitabile distruzione. Ritenne fosse suo dovere rimanere e sopportare le spietate persecuzioni al fine di dare ai suoi fratelli un appoggio morale fino all’ultimo. Noncurante del pericolo, trattò con i rappresentanti di un governo formato da assassini brutali, conservando in ogni circostanza la dignità sua e del suo popolo.

Invitato a collaborare a un Festschrift in onore del rabbino Baeck, Einstein scrisse il 23 febbraio 1953:

Desideroso di servire la vostra lodevole impresa malgrado la mia incapacità di offrire un contributo nel campo del nostro riverito e amato amico, ho avuto l’insolita idea di mettere insieme in forma di «pillole»qualcosa della mia propria esperienza che potrebbe divertire il nostro amico; tuttavia solo la prima «pillola» si riferisce direttamente a lui.

Le «pillole» erano per la maggior parte degli aforismi pungenti; ne riportiamo un esempio: 

Per essere un elemento perfetto di un gregge di pecore bisogna innanzitutto essere una pecora.

La prima «pillola» era indirizzata a Baeck. Si trattava di una dichiarazione, non di Salve all’uomo che dedicò la vita ad aiutare il prossimo, che non conobbe paura, al quale aggressività e risentimento erano estranei. In questo legno sono scolpiti i modelli che vogliamo imitare, essi rappresentano una consolazione per l’umanità in mezzo alle sofferenze che infligge a se stessa.

Il 17 marzo 1954 il rabbino Baeck inviò a Einstein una lettera in occasione del suo settantacinquesimo compleanno:

«In tempi in cui il problema morale trovava solo soluzioni negative e il concetto stesso di umanità veniva messo in dubbio, ho pensato a Lei e mi sono sentito rasserenato e rafforzato. Quante volte ho avuto l’impressione di vederLa dinanzi a me e di ascoltare la Sua voce».

Einstein morì a Princeton il 18 aprile 1955. Il 26 aprile 1955 Cornelius Lanczos scrisse alla figlia di Einstein, Margot:«… Si ha la sensazione che un uomo come Einstein vivrà per sempre 8 [Una raccolta di scritti in onore di un personaggio celebre].così come Beethoven non potrà mai morire. Tuttavia qualcosa è perduto per sempre: la pura gioia di vivere che era tanta parte della sua natura. È difficile rendersi conto che quest’uomo, così incredibilmente modesto e schivo, non è più qui con noi. Era  consapevole del ruolo eccezionale che il destino gli aveva assegnato e anche della sua grandezza. Ma era precisamente la sua straordinaria grandezza a renderlo modesto e umile; non era una posa, si trattava di una sua intima necessità…»

All’inizio del 1933 Einstein ricevette una lettera da un musicista di Monaco di Baviera; egli era evidentemente turbato e depresso, non riusciva a trovare lavoro;doveva comunque avere molte affinità con Einstein. La sua lettera è andata perduta, ma rimane la risposta di Einstein del 5 aprile 1933, spedita probabilmente da Le Coq.

Ne presentiamo un brano che esprime un senso di disperazione struggente ed eterna,alleviata solo dal fatto che Einstein non si arrese mai allo sconforto. Notiamo che Einstein mantiene accuratamente l’anonimato, per proteggere il destinatario:

Sono la persona alla quale Lei ha scritto presso l’Accademia belga… Non legga i giornali, si cerchi alcuni amici che condividano il Suo modo di pensare, studi i meravigliosi scrittori del passato: Kant, Goethe, Lessing, i classici degli altri paesi. Si goda le bellezze naturali dei dintorni di Monaco. Faccia finta di vivere, per modo di dire, su Marte, in mezzo a creature estranee, ed eviti di approfondire qualsiasi interesse nelle attività di quelle stesse creature. Diventi amico di qualche animale. In questo modo Lei tornerà a essere un uomo allegro e nulla potrà più turbarla.

Si ricordi sempre che gli animi più alti e più nobili sono sempre e necessariamente soli, e che perciò possono respirare la purezza della propria atmosfera.

Le stringo la mano in cordiale amicizia.

Albert Einstein nacque ad Ulm, in Germania, il 14 marzo 1879; la sorella Maja nacque a Monaco di Baviera due anni e mezzo più tardi. All’età di cinque anni Einstein ricevette in dono una bussola, uno strumento che suscitò in lui all’epoca un sentimento di meraviglia e di stupore che lo accompagnò per tutta la vita e fu alla ase dei suoi maggiori successi in campo scientifico. A dodici anni Einstein provò la stessa emozione studiando un testo scolastico di geometria. 

Odiava la disciplina e i rigidi metodi d’insegnamento delle scuole tedesche e a quindici anni abbandonò gli studi. Nel 1896 si iscrisse all’Istituto politecnico di Zurigo. Dopo la laurea nel 1900 non riuscì a trovare lavoro, essendosi inimicato tutti i suoi professori.

Nel 1901 prese la cittadinanza svizzera. Nel 1902, dopo molte esperienze scoraggianti, si impiegò presso l’Ufficio brevetti di Berna. Sposò Mileva Marie, una compagna di università. Ebbero due figli, ma il loro matrimonio si concluse nel 1919 col divorzio consensuale.

Nel frattempo, mentre lavorava ancora all’Ufficio brevetti, si manifestò in modo lampante il suo genio nello straordinario anno 1905. La teoria della relatività rappresenta solo uno dei suoi importanti contributi che risalgono a quell’anno. 

Rimase all’Ufficio brevetti fino al 1909; quindi le promozioni si susseguivano rapidamente e nel 1914 Einstein era al culmine della carriera, in quanto membro stipendiato della Reale accademia prussiana delle scienze a Berlino.

Come cittadino svizzero Einstein non partecipò alla prima guerra mondiale. Nel 1915 presentò il suo capolavoro, la teoria generale della relatività. Sposò nel 1919 una sua cugina vedova, Elsa, che aveva già due figlie dal primo marito. Nello stesso anno Einstein conobbe la fama mondiale grazie alla conferma di una delle ipotesi della sua teoria. Ricevette il premio Nobel per la fisica nel 1921.

Ricordiamo brevemente gli altri fatti della vita dello scienziato, imperniati sull’anno cruciale 1933. La fama di Einstein e le sue coraggiose dichiarazioni provocarono da parte dei nazisti dei violenti attacchi contro la sua persona e le sue teorie scientifiche. Quando all’inizio del 1933 i nazisti presero il potere, Einstein si trovava negli Stati Uniti; non tornò mai più in Germania. Invece soggiornò per alcuni mesi a Le Coq in Belgio e fece un breve soggiorno in Inghilterra. Nell’ottobre 1933, si trasferì negli Stati Uniti, accettando la carica di professore presso l’Institute for Advanced Studies, recentemente fondato a Princeton, nel New Jersey, dove si stabili definitivamente.

Einstein morì il 18 aprile 1955.

Siamo grati al professor Herbert S. Bailey, direttore della Princeton University Press, che si è interessato al nostro libro fin dall’inizio. Il suo entusiasmo, i suoi consigli e il suo incoraggiamento ci aiutarono a portare a termine il nostro lavoro.

Ringraziamo inoltre Sonja Bargmann che verificò l’esattezza delle traduzioni, correggendo gli errori e spesso migliorando la nostra prosa. Siamo riconoscenti a Gail Filion per i suoi commenti perspicaci e i suoi saggi consigli per quel che riguarda la redazione del testo.

Ringraziamo: la signora Marianne Dreyfuss per aver autorizzato la citazione di una lettera di suo nonno, Leo Baeck; L. F. Haber, per aver autorizzato la citazione di una lettera di Fritz Haber; Elmar Lanczos, per aver autorizzato la citazione di una lettera di Cornelius Lanczos; Theodor von Laue, per aVer autorizzato la citazione di una lettera di Max von Laue; J. Peemans, chef-adjoint du Cabinet du Roi, per aver autorizzato la citazione di una poesia della regina Elisabetta del Belgio; e in modo particolare Otto Nathan, per averci permesso di citare numerosi passi del suo libro e per il vivo interesse che ha dimostrato per la nostra impresa.