Perché i media occidentali dipingono Dugin come “un filosofo pericoloso”?

“Non voglio distruggere o annientare l’Europa”

A. Dugin.

Aleksandr Dugin, ideologo delle teorie sul populismo che viaggiano attraverso l’Europa e la Russia, parla di geopolitica, cospirazioni e … di un incontro finora sconosciuto con George Soros

(cos’è il populismo)

Molti si chiederanno chi sia Aleksandr Dugin, e perché è un filosofo molto temuto, e, soprattutto, perché nell’immagine sopra riportata sta per sparare una razzo anticarro. Se avrete la costanza di arrivare alla fine di questo articolo lo capirete.  

Dugin è un filosofo russo di 57 anni avvolto in una barba dostoevskiana, afferma di essere un ideologo geopolitico molto influente nel suo paese che difende il ritorno di una Russia imperiale attraverso l’eurasianismo. E’ un autore riconosciuto tra le correnti di pensiero ultra-occidentali e funge da “portavoce” per il Cremlino di Putin.

La sua tesi principale è che le grandi ideologie (liberalismo, comunismo e fascismo) sono superate da una nuova chiamata populismo integrale delineata nella sua “Quarta teoria politica” (Ed: Fides) pubblicata originariamente nel 2012. Nel maggio 2018, quando il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno raggiunto un accordo con il governo in Italia, alcuni analisti che avevano affermato per anni la fine la fine al sistema liberale si sono dovuti rivolgere a Dugin, ovviamente dandogli ragione! 

Non è più una questione di destra o di sinistra, ma del popolo contro le “élite globaliste” che hanno una potenza finanziaria al pari dei singoli stati, in grado di manipolare le democrazie utilizzando raffinate tecniche psicologiche, e quando queste non arrivano a produrre gli effetti desiderati, attivano la rete di lobby, congregazioni, sette e carbonerie elitarie, definite “corpi intermedi”.

Un anno dopo, il governo populista è volato in mille pezzi. Le ragioni sono diverse, ma ce n’è una che coinvolge la Russia, anche se in modo circostanziato: il presunto finanziamento alla Lega di Matteo Salvini. 

In questa intervista telefonica di oltre 80 minuti, Dugin parla delle notizie italiane, della Catalogna, di Trump e Putin … e, naturalmente, di Soros.

DOMANDA. “Lei è il cervello di Putin”, “il Rasputin di Putin”, “Il nemico numero uno dell’Occidente” … Cosa c’è veramente in tutti questi titoli? Chi è Aleksandr Dugin?

RISPOSTA. Sono tutte caricature, montaggi ad arte. Sono un nemico dell’egemonia liberale occidentale semplicemente perché critico le loro tesi. Difendo la multipolarità e il pluralismo delle civiltà. Non so se c’è una verità… ma non è certo la verità del liberalismo. Ci sono molte cose in comune tra la mia filosofia e la politica strategica di Putin. I miei libri sono ben noti in Russia e i russi concordano con le mie idee. Non stiamo cercando di difendere solo l’identità russa contro l’Occidente, nel mio pensiero si rifiuta il nazionalismo in quanto rappresenta una forma di ideologia del capitalismo egoista. Dobbiamo difendere tutte le civiltà, tutti i popoli, piccoli o grandi, in modo che possano conservare la propria identità. Questo è il motivo per il quale sono ritenuto pericoloso per l’Occidente e le sue élite globaliste. Bisogna dare valore al singolo individuo alle singole comunità rispettando le radici storiche e le tradizioni. Purtroppo la classe dirigente occidentale muove i suoi passi in direzione opposta.

D. Quale pensa sia il principale errore del liberalismo occidentale?

R. Non ho trovato interessante alcun valore del liberalismo. Tutti i suoi principi sono falsi! Sono bugie basate sul razzismo intellettuale e culturale perché vogliono imporre i valori di una parte dell’umanità su tutti … senza chiedere!

Prima di continuare con l’intervista, dobbiamo comprendere la complessità di questo personaggio oscuro e affascinante allo stesso tempo. 

Lo scrittore francese Emmanuel Carrère, nella sua biografia su Limonov, descrisse così Dugin: “È […] fascista, solo che non è un giovane goffo e malaticcio, ma un orco. È grande, barbuto, peloso, cammina con il passi leggeri di una ballerina e ha un modo curioso di bilanciarsi su una gamba sola […]. Parla quindici lingue, ha letto tutto, ha una risata sincera ed è una montagna di conoscenza e fascino. ” I tuoi insegnanti? Fascisti e comunisti allo stesso modo. “Lenin, Mussolini, Hitler, Leni Riefenstahl, Mayakovsky, Julius Evola, Jung, Mishima, Wagner, Lao Tzu, Che Guevara […] e Guy Debord”.

Aleksandr Dugin (Mosca, 1962) era un saggista marginale fino alla fine degli anni ’90 che teorizzava sul misticismo. Cresciuto in un’Unione Sovietica che detestava, abbracciò il fascismo come una forma di ribellione. Ha fondato il Partito nazionale bolscevico con Limonov. È fallito rumorosamente. La sua fortuna arrivò nel 1997, quando divenne famoso per la pubblicazione “The Foundations of Geopolitics: Russia’s Geopolitical Future”, un “bestseller” in cui presentava i concetti della sua teoria geopolitica: l’eurasianismo.

Recuperando l’orgoglio nazionale dopo la fine dell’ “homo sovieticus”, Dugin divenne uno dei teorici preferiti dell’esercito e di alcuni politici. Nel 2008, egli stesso ha fatto finta che Putin stesse somigliando “sempre più a Dugin, implementando il programma che ho costruito tutta la mia vita”. Alcune riviste internazionali, come Foreign Affairs, hanno descritto questo mantra in un articolo del 2014 intitolato “Putin’s Brain”.

Ma gli analisti che conoscono la traiettoria di Dugin respingono che nessuno è Rasputin: “Dugin non è né un consigliere né il capo filosofo del presidente Putin”, spiega Nicolás de Pedro, Senior Fellow presso l’Institute for Statecraft di Londra e autore di un profilo Dugin.

Tuttavia, Dugin è abbastanza influente e attivo in altre aree: “Sebbene il suo peso politico in Russia sia certamente limitato, la sua influenza intellettuale non è trascurabile. Le sue divagazioni esoteriche possono generare beffe o incomprensioni, ma il suo pensiero geopolitico si è diffuso molto, in particolare in alcuni campi militari “, sottolinea.

P. Dugin, passiamo al motivo principale di questa intervista: l’Italia. Quando la coalizione tra il Movimento a 5 stelle e la Lega si è formata l’anno scorso, hai detto che era “l’inizio della grande rivoluzione populista che avrebbe cambiato il mondo”. Ora Salvini viene affondato e il centro-sinistra ritorna al governo. Sembra che la tua tesi sia fallita, giusto?

A. Sin dall’inizio era chiaro che era un passo troppo radicale. Era un simbolo di qualcosa che verrà dopo, una visione dell’inevitabile futuro. Il fatto dell’esistenza stessa di questo governo è già stato un grande evento. Un governo di populisti di destra e di sinistra è possibile! Nonostante, naturalmente, le pressioni liberali, la cui strategia è quella di unificare la sinistra e il diritto liberali per formare il centro in cui si trova il vero potere. Il populismo è la risposta organica al liberalismo, non la risposta ideologica. Cioè, il populismo è spontaneo. Il governo Lega-M5S ha chiarito che il dominio delle élite liberali è finito. Come una specie di premonizione.

D. Ma ora il Partito Democratico è al governo e Salvini è fuori.

R. Sì, hanno vinto perché i liberali hanno tutto il potere in Europa e negli Stati Uniti. Ma ogni volta ricevono più colpi. Ogni giorno sono più deboli. L’esempio italiano mostra che possiamo raggiungere l’unione dei populisti e trascendere politicamente questa divisione tra destra e sinistra populista, che è lo strumento del dominio liberale. Le élite liberali manipolano e governano grazie a questa divisione. I populisti saranno sempre vittime di alleanze con i liberali, come accadrà in Italia. M5S perderà con il PD. L’unica possibilità di tornare alla democrazia organica e vera è il ritorno al populismo integrale.

D. Se applicassimo la sua strategia della Quarta Teoria politica in Spagna, ci sarebbe un’unione tra Vox e Podemos, qualcosa che farebbe ridere uno spagnolo. In Catalogna, sinistra e destra si sono unite.

R. Sì, è improbabile che Vox e Podemos si uniscano. È anche improbabile che unisca il Fronte Nazionale in Francia con Melénchon. Ciò che è accaduto in Catalogna o in Italia è molto raro, ma sono piccoli esempi che dimostrano la necessità di unirsi contro i liberali. La strategia del centro liberale è quella di esagerare le divergenze storiche tra la destra e la sinistra populista per impedire loro di unirsi. Dobbiamo trascendere queste differenze. Perché? Perché i liberali fuggono dall’identità del popolo e dalla giustizia sociale.

La sinistra populista deve rispondere a una semplice domanda: chi è il suo principale nemico? Le identità che difendono il popolo o il capitalista che è il nemico mortale dei lavoratori? La violenza capitalista costruisce la sua gerarchia basata sul potere del denaro. E la stessa domanda per i populisti di destra. Chi odiano di più, i lavoratori o i capitalisti che distruggono l’identità dell’uomo e della famiglia? La modernità porta alla perdita del senso del sacro e del mistico. Questa miscela di idee si materializza in grandi pensatori come Constanzo Preve o Diego Fusaro, che condividono che questa gerarchia di nemici è essenziale. Il nemico numero uno sono i capitalisti liberali.

D. E in quella gerarchia, Donald Trump è per te un nemico dell’umanità o un alleato?

R. La sua sfida al sistema globale è molto positiva, sebbene il suo liberalismo sia negativo. Trump non è stato in grado di attuare la sua strategia. Per me è più importante che, nonostante tutta la propaganda e la demonizzazione dei globalisti, ci siano elettori di Trump. Rappresenta il supporto per la multipolarità. Trump pronuncia parole aggressive, ma in pratica è pacifico. Nessuna guerra è iniziata. Obama ha iniziato nuove guerre imperialiste. Naturalmente Trump non è l’ideale. Ma è importante che almeno spinga il populismo di destra perché è un supporto per la nostra visione. Le élite liberali non possono più governare il mondo come prima e Trump è uno dei grandi cambiamenti ideologici che lo dimostrano.

D. Come valuti la politica estera di Putin?

R. Putin è in una posizione intermedia tra il realismo politico moderno e l’Eurasianismo. Il realista è colui che mette la sovranità dello stato al di sopra di qualsiasi valore, non ha nulla a che fare con il globalismo. D’altra parte, c’è un eurasianismo che si collega alla teoria del mondo multipolare e che ho teorizzato già da diverso tempo. Anche l’eurasianismo influenza notevolmente la politica di Putin, sebbene a volte sia pragmatica. Putin non si comporta mai come un globalista convinto. Putin è più vicino a Trump. Penso che Putin sia metà Trump, metà Dugin.

A differenza di altri pensatori, Dugin si distingue per essere un intellettuale d’azione. 

Combina le sue farraginose teorie geopolitiche con fatti di azione. In un’intervista nell’agosto 2008, Dugin ha affermato che la Georgia stava perpetrando un genocidio nell’Ossezia del Sud e che la Russia avrebbe dovuto rispondere con forza. In una protesta due giorni dopo alle porte del ministro della Difesa, diversi attivisti del movimento eurasiatico (da lui fondato) hanno gridato: “Carri armati a Tbilisi! Gloria alla Russia! Gloria all’impero!” Dugin andò in Ossezia del Sud prima dello scoppio della guerra e fu fotografato con una granata anticarro.

Nel 2014 Dugin è tornato alla carica, difendendo apertamente il genocidio contro gli ucraini. Dopo la Rivoluzione Euromaidan, scrisse sulle reti: “Dovremmo liberare l’Ucraina da questi idioti. Il genocidio di questi cretini è inevitabile e obbligatorio! Non posso credere che siano ucraini. Gli ucraini sono meravigliosi slavi. E questa è una razza di bastardi che sono usciti dalle fogne”. 

Nello stesso anno, fu espulso dalla sua posizione di professore a Mosca dopo aver detto: “uccidere, uccidere e uccidere i responsabili delle atrocità in Ucraina”.

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Aleksandr Dugin, con un Kaláshnikov nell’Ossezia del Sud nel 2008. (Per gentile concessione di A. Dugin)

Ma Dugin non è un “cane sciolto” e, sebbene critichi di tanto in tanto Putin, la Russia approfitta della sua lunga lista di ultras in tutto il mondo: “Il Cremlino mostra una tendenza crescente a delegare alcune politiche o interventi in modo informale e non istituzionale. Il valore aggiunto di Dugin agli occhi del Cremlino è la sua capacità di consolidare reti dal Kazakistan all’Argentina, attraverso Turchia, Grecia, Germania, Italia, Ungheria o Spagna”, spiega De Pedro, usando come esempio l’infiltrazione di attivisti vicini a Dugin nel decennio precedente la guerra in Ucraina.

“Le ragioni del Cremlino per operare in questo modo sono diverse. A volte questi attori fungono da moltiplicatori di forza e, quasi sempre, offrono al Cremlino un’opzione di” plausibile negazione “(ciò che è noto in inglese come” plausibile negabilità ” ‘) Vale a dire, il Cremlino può trarre vantaggio da ciò che Dugin e altri offrono e, se necessario, negare qualsiasi responsabilità al di fuori (interferenza) o verso l’interno (perdite nelle fila degli appaltatori russi, per esempio). “

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D. Cosa pensi delle manifestazioni in Russia contro Putin? Macron ha ricordato a Putin che, a differenza della Russia, i giubbotti gialli che si lamentano possono essere presentati alle elezioni.

A. Le proteste in Russia sono fortemente esagerate dalla stampa occidentale. Sì, ci sono proteste, ma sono liberali. La vera ragione delle proteste è … il liberalismo del governo. È un paradosso Putin a volte è troppo liberale e fa molti errori. Il suo governo non è eurasianista. Come tutti i liberali, è anti-popolo e la sua motivazione principale non è il suo benessere. Allo stesso tempo, i liberali manipolano queste proteste. Ma non penso che ciò rappresenti un vero pericolo.

D. Non vedremo una rivoluzione in Russia nei prossimi anni?

R. No, certo che no. Questo è fuori da ogni possibilità.

D. Pensi che Putin stia ottenendo la finlandizzazione (la Finlandia era neutrale durante la guerra fredda) dell’Europa contro gli Stati Uniti?

R. Putin ha sempre desiderato avere l’Europa come polo indipendente degli Stati Uniti e della Russia. Putin, in un certo senso, è europeo. La sua posizione è la mia posizione: io sono europeo, adoro i valori della cultura, dell’arte, della filosofia europea … ma voglio l’Europa tradizionale. Europa eterna Putin è radicalmente contrario all’Atlanticismo degli Stati Uniti. Non vogliamo distruggere l’Europa, vogliamo ricostruirla.

D. L’approccio della Russia all’Europa è un successo di Macron o Putin?

L’invito di Macron e Trump alla Russia di tornare al G7 è il simbolo della vittoria di Putin. L’Occidente finalmente accetta una Russia sovrana. Che il resto dei leader del G7 respinga il ritorno della Russia significa che l’Occidente è diviso. E tutto questo è il grande successo di Putin. Mostra che l’egemonia occidentale, come Macron ha riconosciuto, è finita.

D. Hai scritto un libro sulle cospirazioni che non è tradotto in spagnolo. Di cosa si trattava?

R. Quel libro non ha studiato l’esistenza di cospirazioni reali o immaginarie, ma la coscienza delle persone che credono nelle cospirazioni. In un mondo sempre più complesso, emergono teorie semplicistiche che aiutano a capirlo. È comune vedere che l’estrema sinistra o l’estrema destra guidano le teorie della cospirazione, ma inizia anche ad essere molto comune tra i liberali. Vedono ovunque le evocazioni di Putin, le trame e la mano nera del Cremlino nelle elezioni negli Stati Uniti, i giubbotti gialli in Francia, gli eventi in Catalogna… tutto è una grande cospirazione nell’universo liberale. È una semplificazione ideologica motivata dai processi più complessi che la coscienza abituale non può o… non vuole! interpretare bene.

D. Parlando di cospirazioni, dirigi molti dei tuoi attacchi contro un uomo: George Soros, il leader del “globalismo”. Se avessi Soros di fronte a te, cosa vorresti chiedere?

R. Conosco Soros personalmente…

D. Davvero?

R. All’inizio degli anni ’90, Soros venne a Mosca per presentare il libro di Karl Popper “La società aperta e i suoi nemici”. Ho partecipato alla conferenza. C’era rabbia perché ho detto alcune cose: la prima, che l’idea liberale dell’identità individuale dell’uomo è totalmente opposta all’antropologia russa. Il secondo, che tutte le sue idee sono false. Almeno per i russi. E infine, che le sue fondamenta sarebbero state bandite prima o poi. A Soros piaceva quest’ultimo… ed è divertente, perché alcuni anni fa la Russia ha vietato la Fondazione Soros e Putin ha recentemente promesso di arrestare Soros. Poi un giorno mi ha invitato nella sua università a Budapest per parlare.

D. E cosa ha detto Soros?

R. Che in Russia le rivoluzioni e le riforme iniziano con i liberali davanti e finiscono con persone come questa, signor Dugin.

D. Perché pensi che tutte le idee di Soros siano false?

R. Perché le civiltà che non la pensano come loro sono giudicate come… i nemici della società aperta! È un atteggiamento di razzismo ideologico. I nemici sono sempre vittime dell’apartheid. Ero un dissidente anticomunista perché odiavo il totalitarismo. Voglio che sia chiaro: sono nemico della società aperta, sono nemico del neoliberalismo, odio il neoliberalismo e combatto contro di esso. Questo sembra abbastanza per perseguitarmi. Sono sotto sanzioni americane.

D. Non puoi viaggiare negli Stati Uniti?

R. No, no. Sono sanzioni contro di me solo per le mie opinioni. Per le mie idee! Sono l’unico tra tutti i russi al mondo ad essere sanzionato per le mie idee. Sebbene sembri una contraddizione del liberalismo, è la sua vera natura.
D. Qualche giorno fa, diversi media (Buzzfeed, Bellingcat e The Insider) hanno pubblicato un’indagine in cui affermavano che eri collegato al presunto finanziamento illegale della Lega Matteo Salvini con denaro russo in petrolio. Che cosa hai da dire?

D. Sono accuse senza alcuna prova. Non ci sono fatti

A luglio, BuzzFeed ha pubblicato esclusivamente un audio registrato in un hotel a Mosca nel 2018 in cui un consulente Salvini, Gianluca Savoini, ha discusso con diversi russi un piano per deviare milioni di dollari dal petrolio russo alla Lega. Questa registrazione destabilizzò la coalizione tra Liga e M5S. È stato un terremoto per l’Italia. Nessuno sapeva chi fossero i russi della registrazione, fino a pochi giorni fa, attraverso un’indagine congiunta di diversi media, hanno scoperto l’identità di due di loro. E uno era Andrey Yuryevich Kharchenko, che Dugin ha insegnato alla sua tesi di dottorato. L’argomento? 137 pagine sulle qualità distruttive della globalizzazione, smartphone e selfie.

Aleksandr Dugin con Savoini e, probabilmente, Kharchenko, un giorno prima dell’audio che rivela il possibile finanziamento illegale della Lega Salvini con denaro russo.

Secondo l’indagine giornalistica, Kharchenko è un lavoratore del gruppo di estrema destra di Dugin, il Movimento eurasiatico, e viaggia con Dugin negli ultimi anni. Questi viaggi includono “una visita nel 2016 in Crimea per ospitare una delegazione turca con un consigliere del presidente Erdogan. Ha anche viaggiato lo stesso mese con Dugin ad Ankara, utilizzando un passaporto che viene generalmente dato a dipendenti statali o statali” .

Sebbene Dugin non abbia partecipato all’incontro in cui sono stati registrati quegli incriminanti audio, il giorno prima è stato fotografato a Mosca con Savoini e, con molta probabilità, con Kharchenko (l’uomo che è sulla schiena), uno degli uomini che il giorno successivo Negozerei come avrebbero trasferito i soldi russi.


D. E le foto? Li hai appena incontrati, vero? Come amici Kharchenko è l’uomo che è sulla schiena in questa fotografia?

R. Non mi interessa questo argomento. Ho amici nella Lega e conosco Salvini personalmente. Concordo sullo sviluppo delle relazioni tra la Lega Salvini e il Cremlino, ma non mi occupo in alcun modo degli aspetti economici. Ideologicamente, politicamente, culturalmente … Favorisco il sostegno della Lega e del governo con Five Stars, in quanto sono a favore del populismo europeo. Sono sotto pressione. Ho amici che sono politici europei, ma nessuno è un criminale o un dittatore. Non voglio vietare il liberalismo, non voglio vietare nulla, non voglio distruggere o annientare l’Europa.

D. Ma bandirebbe la Fondazione Soros.

R. Bandirebbe la Fondazione Soros per la sua azione totalitaria. È una setta criminale. Questa fondazione ha sostenuto finanziariamente azioni criminali e ha partecipato a rivolte sovversive in Russia. Non sono il solo a pensare che l’ideologia di Soros sia un totalitarismo ideologico. Dobbiamo combattere contro il liberalismo perché vuole imporre valori con la forza.

La compagnia di Gesù in prospettiva geopolitica

In tempi di storia globale, la vicenda umana e politica della Compagnia di Gesù ci ricorda come la chiesa romana abbia segnato la modernità occidentale. Ordine per eccellenza del cattolicesimo, i gesuiti rappresentano lo strumento più duttile di Roma per governare la transizione da un mondo considerato finito ad un mondo all’insegna delle scoperte geografiche, della neo-globalizzazione, facendo emergere la volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici, di attraversare le frontiere per riorientarle. “Ad maiorem dei gloriam” incarna fulgidamente la propensione militante che ancora oggi fa della Compagnia lo strumento più efficace per essere schierata in quelle aree dove maggiore è la richiesta di uomini duttili e fedeli capaci di adattarsi alle condizioni esterne e, progressivamente piegare ogni resistenza.

La storia della Compagnia di Gesù, alle sue origini è orientata non da presupposti teologici ma da una questione di politica e spazi. Ed in base a ciò che l’Ordine privilegiato della Chiesa cattolica fondato nel 1540 ha modellato sulle proprie forme l’intera modernità religiosa.

E’ lo stesso fondatore della Compagnia, Ignazio di Loyola a chiarire il punto nella sua autobiografia, poi servita da guida e testimonianza di pratica militare a tutti i gesuiti. L’episodio è noto: giovane e ardimentoso guerriero, ferito nell’assedio di Pamplona, si converte al cattolicesimo e, insieme ad alcuni sodali incontrati lungo il cammino di perfezionamento religioso, decide di applicarsi alla grandezza della causa cattolica, impegnadosi nella cura degli umili ed in opere di misericordia come forma di redenzione.

Il progetto tuttavia era un altro: il vero obiettivo era di recarsi a Gerusalemme e ritrovare nella città celeste occupata dagli ottomani la pienezza della propria fede. Sull’asse temporale, ci troviamo subito dopo la frattura provocata da Lutero nel 1517 che senz’altro ha contribuito ad influire sul pensiero di Ignazio di Loyola.

Il cammino di Ignazio e dei primi gesuiti fra Spagna, Francia, ed Italia è un percorso di alleanza fra le grandi potenze cristiane, con l’obiettivo di arrivare a Gerusalemme e liberarla; non è un caso che il racconto si soffermi poi sul loro soggiorno a Venezia, all’epoca anch’essa grande potenza grazie al controllo delle reti commerciali nel Mediterraneo.

Il sapere accumulato dallo Spagnolo è quello espresso dalle massime autorità della controriforma cattolica, in lotta fra loro per l’egemonia europea, ma abbastanza coese nella difesa della propria identità in un sistema già multipolare dal punto di vista religioso. La liberazione di Gerusalemme dalla presenza ottomana era il cuore pulsante di quel grande disegno universalista di restaurazione della cristianità che l’Europa cattolica sognava da sempre e che aveva trovato nelle crociate il motore di sviluppo.

Il nuovo “pensiero” gesuita sempre ben mascherato dal reale fine perseguito oggi è innestato su un principio di “crociate ideologiche” contro ogni corrente di pensiero isolazionista che andrebbe ad impattare negativamente su uno dei capisaldi della chiesa ovvero la mondialità, alias globalismo.

Tuttavia la politica aggressiva del grande impero ottomano di Solimano il Magnifico, aveva costretto le potenze cristiane ad un ridimensionamento del progetto, in attesa di tempi migliori. L’occupazione di Rodi nel 1522 da parte dei Turchi rappresentà un serio ostacolo alla libertà di navigazione per la terrasanta che colpì lo stesso Loyola dovendo rimandare l’approdo.

Giunto finalmente a Gerusalemme, espresse al Padre Giuliano la volontà di rimanere nella città per dedicarsi alla “cura delle anime”, incontrandone il fermo rifiuto per mancanza delle sufficienti garanzie per l’apostolato libero. Vigevano infatti rigide regole nella Città Santa, infrante le quali si andava incontro alla riduzione in schiavitù ed il conseguente pagamento di ingenti somme di denaro.

Nessuno può dire cosa sarebbe diventata la Comagnia di Gesù se Ignazio da Loyola avesse proseguito la propria missione in Terrasanta, né se i Gesuiti sarebbero evoluti in un corpo organizzato. Quel che è certo è che la Compagnia che nacque interiorizzò il metodo della frontiera e ne fece il valore su cui fondare il proprio discernimento; un esercizio di militanza missionaria che divenne il compito principale dei figli del fondatore dell’Ordine.

La volontà gesuitica di andare oltre gli equilibri geopolitici e di attraversare le frontiere per riorientarle “ad maiorem Dei gloriam” avrebbe costituito la causa principale degli attriti con gli altri ordini religiosi e con la Chiesa stessa.

Il primo a sperimentarlo fù lo stesso Ignazio di Loyola che, subito dopo il ritorno in Italia, attraversando senza curarsene la Lombardia allora divisa tra truppe Francesi e Spagnole, finì con l’essere accusato da entrambe le parti di intelligenza col nemico.

Non stupisce pertanto che sia proprio lui a testimoniare quanto l’equilibrio politico e le modalità di interazioni delle nazioni fossero ininfluenti di fronte all’unica vera missione affidata agli uomini della volontà divina e dalla sua proiezione sulle due bandiere, centro vitale degli esercizi spirituali con cui il fondatore della Compagnia di Gesù dava una regola al nuovo Ordine:

Il primo preambolo è la storia e qui sarà come Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera, e Lucifero al contrario sotto la sua. Il secondo preambolo: la composizione visiva del luogo; qui sarà il vedere un grande campo militare in tutta quella regione di Gerusalemme, dove il supremo capitano generale dei buoni è Cristo nostro Signore; altro campo nella regione di Babilonia, dove il condottiero dei nemici è Lucifero”

La traduzione sul piano dell’immanenza della simbologia teologica di Ignazio è il duello, vale a dire la modalità del combattimento nella sua natura più elementare cui von Clausewitz avrebbe poi ridotto la guerra. Lo speciale quarto voto di fedeltà assoluta al pontefice, in aggiunta a quelli di castità, povertà, e obbedienza è la peculiarità della Compagnia rispetto agli altri ordini, rappresenta questa mobilitazione permanente di obbedienza dei Gesuiti.

Al netto del connaturale orientamento devozionale, la missione si caratterizza, fin dal suo esordio, come vero e proprio strumento della politica gesuitica e vaticana nel mondo. Inutile dire che l’obiettivo di ogni missione fosse la conversione, il duello con la volontà del nemico e la sua sconfitta:

Il fine della Compagnia è non solo attendere con la grazia di Dio, alla salvezza e perfezione delle anime proprie, ma, con questa stessa grazia, procurare con tutte le forze di essere di aiuto alla salvezza e alla perfezione delle anime del prossimo

Il vincolo contratto nella Compagnia è superare se stessi proiettandosi attraverso il nome di Gesù in una prospettiva salvifica globale, e, dopo aver scelto, essere scelti dal Signore a diffondere la sua sacra dottrina fra persone d’ogni condizione e stato. E’ questo il vero segreto della potenza dei gesuiti, la convinzione di costruire un corpo scelto, partecipe delle scelte divine e suoi depositari che li spinge a vivere e sacrificarsi nella sua vigna nell’attesa della liberazione eterna.

La pratica missionaria tramite il potere pastorale così concepito è in grado di governare gli uomini garantendo loro la salvezza ultima e, al contempo operando quelle pratiche di divisione necessarie alla oggettivazione dei fedeli e al loro controllo, dall’altro assicurandosi il dominio nel campo pedagogico-educativo, nella produzione di sapere e nei meccanismi di controllo della sua riproducibilità, nel tentativo di arginare la generalizzazione.

Un ruolo importante fu anche il sostegno alla causa della Compagnia da parte delle autorità statali che avevano intuito la funzione ordinatrice e di compattamento sociale della parola gesuitica all’interno di una ricomposta struttura del cattolicesimo volto a controllare ogni forma di deviazione teologica e vigile rispetto ad ogni usurpazione di principi e sollevazione di popoli.

LA TERRITORIALIZZAZIONE DEVOZIONALE

L’anelito missionario fu uno straordinario vettore di propaganda dell’Ordine per favorire le vocazioni e piegare i nuovi soldati di Cristo alla strategia politica del Generale; dall’altra il coinvolgimento delle popolazioni da evangelizzare fu assicurato dalla capacità di adattamento messa in campo dai Gesuiti stessi. Quali compiti spettassero sono ormai noti: ci si avvia verso quella che è stata chiamata la “territorializzazione devozionale”, una forma raffinata di colonizzazione in cui la missione era la costruzione di uno spazio destinato ad una precisa e codificata interiorizzazione di ruoli e di regole, in cui il linguaggio, i gesti, l’oratoria e l’opera del missionario fornivano la cifra di una nuova socialità comunitaria fondata sul confessionale, come luogo di conoscenza prima e di controllo poi.

Analizzata con le catagorie del novecento, l’apostolato diviene un passaggio essenziale per la costruzione di una società particolarmente confessante che solo mediante le missioni può diffondersi sul territorio.

Nasce qui il paradosso per cui i missionari che svolgevano una missione supplettiva della politica, piegando ogni remoto ancolo del mondo ai valori europei, iniziavano ad assumere sempre più le fattezze di santi che affontavano la popolazione indomita et micidiale. Confraternite, congregazioni ed uso devoto dei santi permettevano ai gesuiti di consolidare un processo di acculturazione di sicura utilità per le popolazioni altrimenti abbandonate a se stesse. Al contempo veicolavano in maniera sussidiaria lealtà vero l’autorità dello Stato che progressivamente si era affermato.

Di fatto l’allargamento dei confini della cristianità coincide con l’espansione delle missioni gesuitiche; Germania, India, Cina, Giappone, America meridionale, Medio Oriente, Africa, dove i gesuiti giunsero dopo la metà del 500.

La Compagnia vide una battuta d’arresto con Clemente XIV che nel 1773 ne decdretò il depotenziamento, per riprendersi successivamente nel 1814 avviando una sorta di restaurazione. La connaturale funzione di stabilizzazione politica parallela all’operato dei gesuiti venne messa in rilievo anche da Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere.

Altri momenti storici di depotenziamento della Compagnia di Gesù dovuta a contesti internazionali non in linea con la spinta globalizzatrice cardine del pensiero gesuita si sono avuti sotto il pontificato di Paolo VI e successivamente Giovanni Paolo II (per ovvie ragioni geopolitiche – lotta al comunismo).

LA CONTEMPORANEITA’ DI FRANCESCO

Nel messaggio per la giornata missionaria del 2013 dopo aver ribadito la centralità del Concilio Vaticano II e la funzione sociale della testimonianza missionaria della propria fede, Bergoglio ha esaltato la preoccupazione geopolitica della chiesa e ricordato che lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di ogni comunità ecclesiale. La sfida di Francesco sembra essere gesuiticamente all’altezza dei tempi.

La globalizzazione ha annullato le frontiere e reso complessa la mappatura religiosa del pianeta; al missionario quindi è richiesta la capacità di discernimento politico nella tradizionale divisione geografica. Se prioritaria rimane la richiesta di coversione dei popoli ancora senza Dio, la nuova evangelizzazione si rivolge non più solo all’esterno dei bastioni del cattolicesimo ma anche al suo interno, alla ricerca di quanti nello spazio delle comunità cristiane predicano altre fedi o la completa estraneità ad esse. Naturalmente per evitare conflittualità religiose all’interno delle moderne società complesse Francesco ha specificato che le missioni non devono fare proseliti ma testimoniare la gioia dell’appartenenza alla comunità di Cristo.

Un messaggio molto diverso da quello lanciato da Giovanni Paolo II nel 1990 con l’enciclica Redemptoris missio. Dunque con Francesco non si esaurisce la funzione di imporre la chiesa nel mondo ma si rende il messaggio suadente con la testimonianza della gioia di chi la pratica, calibrando la geopolitica vaticana su una forma originale dell’agire comunicativo.

Il concetto viene rimarcato nel 2015 La missione non è proselitismo o mera strategia, la missione fa parte della grammatica della fede, è qualcosa di imprescindibile per chi si pone in ascolto della voce dello Spirito che sussurra vieni e vai. Chi segue Cristo non può che diventare missionario.

Il 15 maggio 2016 per la prima volta Bergoglio pronuncia delle parole diverse riguardo il compito dei missionari: non forza per attuare un progetto ma cura per renderlo praticabile. Essi di prendono cura di coloro che si muovono alla periferia della fede propagando il nome di Dio in maniera gratuita senza attendere risposte. Si tratta di un’apertura grandiosa che si richiama alla presenza femminile nell’attività missionaria, del tutto inedita nello scenario cattolico.

Sono queste le nuove coordinate della geopolitica gesuitica e vaticana e al futuro spetterà dire se più o meno efficaci. Recentemente al termine di una visita nella provincia gesuitica del Vietnam, il generale della Compagnia Adolfo Nicolas ha detto che l’incarnazione vietnamita dell’Evangelo e della spiritualità ignaziana sono il fulcro del nuovo spirito missionario della Compagnia. L’incarnazione vietnamita serve a dire che l’unicità del messaggio si declinava nelle coordinate geopolitiche delle singole comunità ecclesiali nazionali. In qualche misura, ancora oggi esiste una Compagnia che insegue il mond e vuole dominarlo ad maiorem Dei gloriam.

La comprensione dell’espansionismo cinese passa per le guerre dell’oppio.

Nel 1839, l’Inghilterra entrò in guerra con la Cina perché era sconvolta dal fatto che i funzionari cinesi avessero deciso di chiudere le rotte per il traffico dell’oppio ed aver confiscato tutta la droga rimasta in circolazione, dopo essersi resi conto della grave emergenza umanitaria che stava colpendo il paese, atteso l’altissimo numero di tossicodipendente tra la popolazione.

L’effetto di questa decisione è percepibile ancora oggi sul piano geopolitico.

La dinastia Qing, fondata dai clan della Manciuria nel 1644, allargò i confini della Cina alla loro massima estensione, conquistando il Tibet, Taiwan e l’Impero Uighur. Tuttavia, i Qing si rivolsero poi verso l’interno utilizzando un approcccio marcatamente isolazionista, rifiutando di accettare gli ambasciatori occidentali perché si rifiutavano di accettare la dinastia Qing come suprema, al di sopra dei loro capi di stato.

Agli stranieri – anche su navi mercantili – era vietato l’ingresso nel territorio cinese.

L’eccezione alla regola era applicata alla città di Canton, ubicata presso la regione sud-orientale ed incentrata sulla moderna provincia del Guangdong, che confina con Hong Kong e Macao. Agli stranieri fu permesso di commerciare nel distretto delle Tredici Fabbriche nella città di Guangzhou, con pagamenti effettuati esclusivamente in argento.

Gli inglesi conferirono incarico alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio con la Cina, e presto le navi con sede nell’India coloniale si scambiarono vigorosamente argento con tè e porcellana. Ma gli inglesi avevano una scorta limitata di argento.

LA GUERRA DELL’OPPIO

A partire dalla metà del 1700, gli inglesi iniziarono a commerciare oppio coltivato in India in cambio di argento da commercianti cinesi. L’oppio – una droga che oggi si trasforma in eroina – era illegale in Inghilterra, ma veniva usato nella medicina tradizionale cinese.

Tuttavia, l’uso ricreativo era illegale e non diffuso. Ciò cambiò quando gli inglesi iniziarono a spedire in tonnellate di droga usando una combinazione di scappatoie commerciali e un vero e proprio contrabbando per aggirare il divieto.

I funzionari cinesi che guadagnavano dal traffico dello stupefacente hanno favorito la pratica. Le navi americane che trasportavano oppio di origine turca si unirono alla bonanza dei narcotici all’inizio del 1800, così il consumo di oppio in Cina salì alle stelle, così come i profitti.

L’imperatore Daoguang fu allarmato da milioni di tossicodipendenti e dal flusso d’argento che lasciava la Cina, così nel 1839 il neo nominato commissario imperiale Lin Zexu istituì delle leggi che vietavano l’oppio in tutta la Cina.

Furono arrestati circa 1.700 commercianti e sequestrate tutte le partite di stupefacente in giacenza nei porti cinesi e persino sulle navi in ​​mare. Li fece quindi distruggere tutti. Il quantitativo di stupefacente distrutto ammontava a circa 2,6 milioni di libbre di oppio gettato nell’oceano. Lin scrisse persino una poesia per scusarsi con gli dei del mare per l’inquinamento.

La guerra dell’oppio: droghe, sogni e strategia della Cina moderna

I commercianti britannici infuriati, costrinsero il governo britannico a promettere un risarcimento per le droghe perse, ma il tesoro non poteva permetterselo, data la dimensione del danno. Dunque come quasi sempre avviene in questi casi, il pensiero filosofico britannico determinò che nulla poteva essere più efficace per la risoluzione del problema che un bel conflitto armato.

In realtà i primi colpi furono sparati in precedenza, ovvero quando i cinesi opponendosi al commercio di oppio in applicazione delle nuove leggi vigenti attaccarono un mercantile inglese.

Le autorità cinesi avevano indicato agli inglesi che avrebbero consentito il ripristino degli scambi di merci, eccezion fatta per l’oppio. Lin Zexu ha persino inviato una lettera alla regina Vittoria sottolineando che, poiché l’Inghilterra aveva vietato il commercio di oppio, era più che giustificato per il governo cinese adeguarsi e di riflesso vietare tale pratica anche nel loro Paese.

Tuttavia la risposta a tale missiva non è mai stata ricevuta.

Per tutta risposta, la Royal Navy ha istituitì un blocco intorno a Pearl Bay per protestare contro le restrizioni al libero commercio delle droghe. Due navi britanniche che trasportavano cotone cercarono di eseguire il blocco nel novembre 1839. Quando la Royal Navy sparò un secondo colpo dal Royal Saxon, i cinesi mandarono uno squadrone di giunche da guerra e zattere di fuoco per scortare le proprie imbarcazioni.

Il Capitano di HMS Volage, riluttante a tollerare l ‘”intimidazione” cinese, non indugiò a sparare contro le navi cinesi. Quattro imbarcazioni cinesi furono affondate, riuscendo a ferire solo un soldato britannico.

Sette mesi dopo, una forza di spedizione su larga scala di 44 navi britanniche lanciò un’invasione di Canton. Gli inglesi avevano navi a vapore, cannoni pesanti, razzi Congreve e fanteria equipaggiati con fucili in grado di sparare a lungo raggio con precisione. Le truppe statali cinesi – “bannermen” – erano ancora equipaggiate con fucili accurati solo fino a 50 yarde e una velocità di fuoco molto limitata.

Le navi da guerra cinesi antiquate furono rapidamente distrutte dalla moderna Royal Navy. Le navi britanniche salparono sui fiumi Zhujiang e Yangtze, occupando Shanghai lungo la strada e sequestrando chiatte di riscossione delle tasse, soffocando le finanze del governo Qing. Le truppe cinesi subirono unca sconfitto dopo l’altra.

Quando i Qing parteciparono alla conferenza di pace nel 1842, gli inglesi poterono stabilire le proprie condizioni. Il trattato di Nanchino prevedeva che Hong Kong sarebbe diventata un territorio britannico e che la Cina sarebbe stata costretta a stabilire cinque porti di trattato in cui i commercianti britannici potevano scambiare tutto ciò che volevano con chiunque volessero.

Un trattato successivo costrinse i cinesi a formalmente riconoscere gli inglesi alla pari e garantisce ai loro commercianti lo status privilegiato.

PIU’ GUERRA, PIU’ OPPIO

L’imperialismo stava crescendo verso la metà del 1800. Nel 1843 anche la Francia si lanciò nel settore portuale del trattato. Gli inglesi presto vollero ancora più concessioni dalla Cina – commercio senza restrizioni in qualsiasi porto, ambasciate a Pechino e la cancellazione dei divieti di vendita di oppio nella terraferma cinese.

Una tattica che gli inglesi usarono per promuovere la loro influenza fu quella di registrare le navi dei commercianti cinesi che trattavano come navi britanniche.

Il pretesto per la seconda guerra dell’oppio è comico nella sua assurdità. Nell’ottobre 1856, le autorità cinesi sequestrarono un’ex nave pirata, la Arrow, con un equipaggio cinese e con una registrazione britannica scaduta. Il capitano riferì alle autorità britanniche che la polizia cinese aveva sequestrato un mercanitle britannico.

Gli inglesi chiesero al governatore cinese di liberare l’equipaggio. Quando solo nove dei 14 tornarono, gli inglesi iniziarono un bombardamento dei forti cinesi intorno a Canton e alla fine aprirono le mura della città.

I liberali britannici, sotto William Gladstone, erano sconvolti dalla rapida escalation e protestarono per le politiche adottate nei confronti della Cina. Tuttavia, i Tories sotto Lord Palmerston, ottennero il sostegno necessario per perseguire la guerra.

La Cina non era in grado di reagire, poiché era stata coinvolta nella devastante ribellione di Taiping, una rivolta contadina guidata da un capo rivoluzionario civile che affermava di essere il fratello di Gesù Cristo. I ribelli avevano quasi conquistato Pechino e controllavano ancora gran parte del paese.

Nel frattempo la Royal Navy continuò ad attaccare i cinesi, affondando 23 giunche vicino a Hong Kong e conquistando Guangzhou. Nel corso dei tre anni successivi, le navi britanniche si diressero verso il fiume, catturando diversi forti cinesi attraverso bombardamenti navali e assalti anfibi.

La Francia si unì alla guerra – la sua scusa era l’esecuzione di un missionario francese che aveva sfidato il divieto di accesso agli stranieri nella provincia del Guangxi. Persino gli Stati Uniti furono coinvolti brevemente dopo che un forte cinese aveva sparato a distanza su una nave americana.

Nella Battaglia dei Pearl River Forts, la Marina degli Stati Uniti con una forza di tre navi e 287 marinai, prese d’assalto quattro forti, neutralizzando 176 cannoni e 3000 fanti cinesi. Ufficialmente all’interno del conflitto Gli Stati Uniti sono rimasti neutrali.

La Russia non si unì ai combattimenti, ma usò la guerra per spingere la Cina a cedere un grosso pezzo del suo territorio nord-orientale, tra cui l’attuale città di Vladivostok.

Nel 1858 gli inviati stranieri redassero il successivo trattato adottando termini ancora più schiaccianti per l’autorità della dinastia Qing. Altre dieci città furono designate come porti del trattato, gli stranieri avrebbero avuto il libero accesso al fiume Yangtze ed alla terraferma cinese, Pechino di contro avrebbe potuto aprire ambasciate in Inghilterra, Francia e Russia.

All’inizio l’imperatore Xianfeng accettò il trattato, ma poi cambiò idea, inviando il generale mongolo Sengge Rinchen a condurre i forti Taku sulla via navigabile che portava a Pechino. I cinesi respinsero un tentativo britannico di prendere le fortezze via mare nel giugno 1859, affondando quattro navi britanniche. Un anno dopo, un assalto terrestre da parte di 11.000 soldati britannici e 6.700 francesi riuscirono nell’intento.

Una missione diplomatica britannica fece fortissime pressioni per l’adesione al trattato, portando i cinesi a rispondere prendendo in ostaggio l’inviato e torturando a morte molti membri della delegazione. L’alto commissario britannico per gli affari cinesi, Lord Elgar, decise di affermare comunque il dominio e mandò l’esercito a Pechino.

Fucili britannici e francesi hanno sparato contro 10.000 uomini di cavalleria mongoli nella battaglia del ponte di otto miglia, lasciando Pechino indifesa. L’imperatore Xianfeng fuggì. Per ferire l ‘”orgoglio e il suo sentimento” dell’imperatore nelle parole di Lord Elgar, le truppe britanniche e francesi saccheggiarono e distrussero lo storico Palazzo d’Estate.

Il nuovo trattato rivisto ed imposto alla Cina legalizzò sia il cristianesimo che l’oppio e aggiunse Tianjin – la grande città vicino a Pechino – all’elenco dei porti del trattato, autorizzando le navi britanniche al trasposto di lavoratori cinesi negli Stati Uniti e costringendo il governo di Pechino a versare otto milioni di dollari d’argento in indennità.

La presenza occidentale in Cina divenne così onnipresente e così ampiamente detestata, che sollecitò una rivolta popolare anti-occidentale conosciuta come rivolta dei boxer che scoppiò nel 1899. La sfortunata dinastia Qing, sotto la guida dell’imperatrice imperatrice Cixi, tentò per la prima volta di reprimere la violenza prima di appoggiarne il sostegno – giusto in tempo per l’arrivo di una forza militare multinazionale di truppe statunitensi, russe, tedesche, austriache, italiane, francesi, giapponesi e britanniche per reprimere la ribellione.

Trascorse quindi un intero anno di saccheggi di Pechino, Tianjin ed i territori circostani in rappresaglia.

IL CENTENARIO DELL’UMILIAZIONE

La guerra dell’oppio dunque, come abbiamo visto ha influito profondamente sulla formazione dell’ideologia sociologica cinese riportata anche nei rapporti con l’occidente, sconfitte molto pesanti che ideologicamente nella popolazione a livello storico sono collegate al crollo della secolare dinastia Qing e con essa due millenni di dominio dinastico.

Questa pesante interferenza nel mondo cinese ha sicuramente contribuito nella formazione di una ideologia cinese volta alla persecuzione maniacale per l’ammodernamento e l’industrializzazione, in assenza dei quali la nazione si trova in svantaggio strategico e rischia nuovamente di essere messa sotto scacco di potenze occidentali.

Oggi, la prima guerra dell’oppio viene insegnata nelle scuole cinesi come l’inizio del “Secolo dell’umiliazione” – la fine di quel “secolo” che risale al 1949 con la riunificazione della Cina sotto Mao.

Mentre agli studenti americani viene regolarmente assicurato di essere il più grande paese sulla Terra dai loro politici, le scuole cinesi insegnano agli studenti che il loro paese è stato umiliato da avidi e tecnologicamente superiori imperialisti occidentali, creando una spinta motivazionale non indifferente.

Le Opium Wars hanno chiarito che la Cina era gravemente caduta dietro l’Occidente, non solo militarmente, ma economicamente e politicamente. Da allora ogni governo cinese – persino la sfortunata dinastia Qing, che ha iniziato il “Movimento di auto-rafforzamento” dopo la seconda guerra dell’oppio – ha fatto della modernizzazione un obiettivo esplicito, citando la necessità di mettersi al passo con l’Occidente.

I giapponesi, osservando eventi in Cina, istituirono lo stesso discorso e si modernizzarono più rapidamente di quanto la Cina fece durante la Restaurazione Meiji.

I cittadini della Cina continentale misurano ancora frequentemente la Cina rispetto ai paesi occidentali. I problemi economici e di qualità della vita sono di gran lunga la loro principale preoccupazione. Ma i media statali hanno anche l’obiettivo della parità militare.

Durante la maggior parte della storia cinese, la principale minaccia della Cina proveniva dalle tribù nomadi di equitazione lungo il suo lungo confine settentrionale. Anche durante la guerra fredda, l’ostilità con l’Unione Sovietica ha reso il suo confine mongolo un punto caldo di sicurezza. Ma le guerre dell’oppio – e ancora peggio, l’invasione giapponese nel 1937 – dimostrarono come la Cina fosse vulnerabile al potere navale lungo la costa del Pacifico.

L’aggressiva espansione navale della Cina nel Mar Cinese Meridionale può essere vista come gli atti di una nazione che ha ceduto ripetutamente alle invasioni navali – e desidera rivendicare il dominio della sua sponda del Pacifico nel 21 ° secolo.

La storia con l’oppio ha anche portato la Cina ad adottare una politica antidroga particolarmente dura con la pena di morte applicabile anche ai trafficanti di medio livello. Il traffico di stupefacenti e la criminalità organizzata rimangono tuttavia un problema. L’esplosione della cultura delle celebrità in Cina ha anche portato a repressioni punitive su coloro che erano coinvolti in “stili di vita decadenti”, portando a importanti campagne di vergogna pubblica.

Ad esempio, nel 2014 la polizia ha arrestato Jaycee Chan, figlio di Jackie Chan, per possesso di 100 grammi di marijuana. Suo padre ha dichiarato che non avrebbe chiesto a suo figlio di evitare la prigione.

La storia passata non determina sempre azioni future. I sentimenti cinesi verso il Regno Unito oggi sono generalmente positivi nonostante le guerre dell’oppio. Il crescente confronto militare sul Mar Cinese Meridionale è una realtà dei nostri tempi, ma ciò non significa che i leader cinesi saranno sempre impegnati in una strategia di espansione e confronto.

Tuttavia, promuovere relazioni migliori richiede di comprendere come l’attuale politica estera cinese abbia le sue radici negli incontri passati con l’Occidente.

Il canale di Kra e le ambizioni espansionistiche cinesi

La cina vuole costruire un canale in Thailandia, attraverso l’Istmo di Kra, che collega il pacifico all’oceano indiano, in modo da aggirare lo stretto di Melacca; arteria giugulare degli approvvigionamenti energetici e del commercio cinese. Un progetto dalle implicazioni geopolitiche ed economiche enormi per tutti i Paesi della regione

Sin dal diciottesimo secolo il progetto per la costruzione di un canale che collegasse il Golfo del Siam ed il Mare delle Andamane è stato più volte evocato, ricorda un diplomatico occidentale che ha trascorso buona parte della sua carriera nel Sudest asiatico. Tuttavia tale progetto è stato rimandato innumerevoli volte dai governi thailandesi per mancanza di fondi. Anche se per molti esperti la sua fattibilità economica rimane discutibile, il progetto ha alla fine trovato un deciso sostenitore con l’entrata in scena della Cina, che si propone d’integrare il Canale di Kra alla Nuova Via della Seta.

Il sempre più importante traffico marittimo cinese metterebbe così da parte lo Stretto di Malacca, un imbuto che si stringe fino ad una sessantina di chilometri vicino a Singapore e che ha solo pochi chilometri utilizzabili dalle grandi petroliere per via della scarsa profondità dei fondali. Tanto più che quello stretto raggiungerà la saturazione, secondo le stime, nel 2024 quando oltre 140.000 navi cercheranno di passare attraverso questa via di mare, oppure dovranno optare per vie alternative più lunghe, che passano attraverso gli Stretti di Sunda e Lombok, molto più a sud, tra le isole dell’Indonesia, allungando da 4 a 7 giorni i tempi di navigazione.

Come tutti sanno la Nuova Via della Seta /BRI mira a collegare più facilmente la Cina all’Europa mediante la costruzione di una rete di infrastrutture per il trasporto finanziata da Pechino. La cosiddetta BRI ha un aspetto terrestre, la SIlk Road Economic Belt, ed uno marittimo, la 21st Century Marittime Silk Road. Questa iniziativa rientra nella strategia a termine ideata dalla Cina non solo per potenziare la propria influenza e capacità di penetrazione commerciale nei Paesi attraversati dalla BRI, ma anche per garantirsi una sicurezza energetica, quindi economica e strategica mediante l’apertura di nuove rotte di transito, controllate da Pechino, per le sue importazioni di idrocarburi.

Una questione strategica di enorme rilevanza considerato che la maggior parte del traffico marittimo da e verso i porti cinesi transita oggi da Stretti controllati dalla US Navy. L’apertura di nuove rotte deve quindi permettere alla Cina di ridurre sensibilmente le minacce alla propria economia in caso di blocco o chiusure degli stretti, e in primis quello di Malacca.

Oggi oltre i 3/4 degli approvvigionamenti cinesi di idrocarburi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa transitano infatti dallo Stretto di Malacca, considerato come la “life line” marittima della Cina in quanto rappresenta la via d’accesso più breve per i propri porti. Il maggior timore dei dirigenti cinesi è che, in caso di crisi, lo Stretto venga bloccato da Paesi ostili. Malacca costituisce il punto più vulnerabile ed il maggior fattore di criticità della Strategia di Pechino. Una vulnerabilità che già a suo tempo l’ex presidente Hu Jintao aveva definito come il dilemma di Malacca. Due soluzioni, non incompatibili o addirittura complementari sono state prese in considerazione dai dirigenti cinesi per risolvere il problema: incrementare la potenza e le capacitò della Marina per proteggere le rotte marittime; rendere più sicura quella verso l’Oceano Indiano in modo da ridurre la dipendenza nei confronti del collo di bottiglia, o strozzatura rappresentato dallo Stretto di Malacca. E’ in quest’ottica che Pechino ha proposto a Bangkok di finanziare e fornire mano d’opera per costruire un canale con il quale “tagliare” l’istmo di Kra.

Un progetto dal costo di 28 miliardi di dollari in 10 anni per un canale largo 400 metri e profondo 25.

Comunque sia, il progetto del canale di Kra, in linea con la ben nota strategia della “collana o filo di perle” e quella dei 2 oceani descritta dai teorici di Pechino, costituirebbe un cardine della nuova Via della Seta marittima per una Cina ansiosa di consolidare la sua ritrovata centralità geopolitica, portando un grande sviluppo economico nell’area, ma allo stesso tempo emarginando pure alcuni porti della penisola malese come come Port Klang e, soprattutto, Singapore. La Città-Stato potrebbe perdere infatti fino al 50% dell’attuale traffico marittimo se il progetto dovesse essere realizzato. Per Bangkok invece il canale sarebbe fondamentale per dare stimolo economico alla crescita del Paese. Anche lo Sri Lanka vede di buon occhio il progetto che permetterebbe all’isola situata a prossimità delle rotte tra Asia ed Europa di far valere la propria posizione geostrategica.

Se il progetto del canale di Kra si dovesse concretizzare, lo Sri Lanka potrebbe diventare una seconda Singapore, mentre la Thailandia il nuovo punto di gravità geostrategico dell’Asia sudorientale. Tutto sempre sotto il controllo del grande fratello di Pechino.