L'architettura gotica nell'immaginario collettivo

Nell’immaginario collettivo architettura gotica è soprattutto quella che ci ha condotto alle maestose cattedrali, ricche di guglie e pinnacoli, arditi archi rampanti e contrafforti, gocciolatoi mostruosi che sporgono, invadenti, dalle superfici decorate; quella della ampie vetrate coloratissime dagli archi acuti, vertiginosamente alti, che conferiscono un senso di smarrimento e di esaltante ebrezza.

Ed in effetti, nessun altra manifestazione architettonica è più esplicita del gotico nel mostrare l’arditezza della tecnica, il virtuosismo costruttivo.

Nell’architettura gotica si ha una spazialità dinamica che si sviluppa in una ascensionale verticalità delle forme, spinte fino all’inverosimile. Tale propensione si assocerà ad una volontà di tensione dell’anima a Dio e ciò costituirà la base del significato simbolico delle cattedrali gotiche, sospese tra spiritualità ed eresia, tra il cielo e la più terrena delle megalomanie: la sfida alla forza di gravità.

Tale tendenza, nasce e si sviluppa in Nord Europa, prevalentemente, nei secoli XIII e XIV. Il gotico vuole stupire, convincere e inibire ed è l’espressione del potere religioso dell’epoca. Il termine, gotico, venne coniato nel 1500 in riferimento a “barbaro”. Si acquisisce quindi in periodo rinascimentale – e in senso dispregiativo – come appellativo per quelle architetture realizzate con principi privi di criteri di sintesi tra le parti. 

L’edificio gotico era considerato infatti piuttosto frutto di somma delle parti, e rispondeva a dei criteri, definibili dall’uomo rinascimentale, appunto come barbari. Tutta l’architettura gotica, era pertanto considerata espressione di un linguaggio poco raffinato e incurante dei fondamentali concetti di proporzionalità degli edifici, e risultava essere generatrice di organismi in genere poco armonici.

I caratteri generali del gotico d’oltralpe mostrano archi a sesto acuto e i pilastri esterni – detti contrafforti-, resi più forti per contrastare le spinte eccessive; sulla loro sommità si ergono archi rampanti, atti a sostenere la spinta laterale dell’arco a sesto acuto. 

L’arco rampante, diviene anche un elemento decorativo ricorrente dell’esterno delle cattedrali gotiche, come del resto i tipici elementi architettonici a cono, o piramide molto acuta, chiamati guglie o pinnacoli, posti sui contrafforti. Guglie e pinnacoli trovano posto anche lungo gli archi rampanti e sugli spioventi del tetto. Le volte a costoloni e il sistema degli archi rampanti, permise una progressiva riduzione delle masse murarie che non dovevano più assolvere al ruolo di struttura portante.

Nelle cattedrali gotiche, il tiburio, posto all’incrocio fra navate e transetto, assume forma di torre, che spesso termina con una guglia acuminata.
A volte, anche altre due torri svettano al di sopra le navate laterali. Un rosone molto ampio, è posto sopra l’imponente ingresso della navata centrale. Essendo infatti riusciti i costruttori gotici a realizzare adeguati pilastri sempre più sottili, liberano ampie superfici, da destinare alle vetrate istoriate dai colori che si accendono alla luce. Pare che la luce che filtra illuminando le immagini sacre ne denunci una origine divina, contribuendo in modo significativo all’indottrinamento dei fedeli.

Nella Sainte-Chapelle di Parigi, viene completato il programma di dissoluzione delle pareti operata dal gotico, sostituite da vetrate colorate; La Sainte-Chapelle è un capolavoro voluto da Luigi IX, San Luigi, nel 1248. Anche se già alcune costruzioni normanne già al fine del XII secolo avevano anticipato alcuni elementi dell’architettura gotica, l’edificio che generalmente si ritiene abbia dato il via al linguaggio costruttivo gotico, fu la cattedrale di Saint-Denis, iniziata intorno al 1130; L’Abate Suger, nel 1140-44 fece sostituire lo stretto coro con una costruzione più ariosa, mossa e luminosa. Lo spazio del coro viene così valorizzato divenendo elemento centrale.

Esso presenta un doppio deambulatorio, dove si aprono le nicchie delle cappelle collegate tra loro. I costoloni assumeranno una funzione portante. I pilastri portanti sono circondati da piccole semicolonne atte a distribuire e assorbire le spinte trasmesse dai costoloni delle volte. La cosa interessante è che il coro di Saint-Denis per la prima volta generava un ambiente non più suddiviso in sezioni in sé compiute, ma sintetizzate in uno spazio unitario. Questo grazie anche ad alcuni accorgimenti come, la mancata evidenziazione della crociera a la parziale riduzione del transetto, e il fatto di aver prolungato le navate laterali, nei deambulatori del coro.

In seguito, nella metà del XIII sec. Notre-Dame a Parigi, rappresenterà uno dei più noti esempi di cattedrale gotica; iniziata nel 1163, per la prima volta adotta il sistema aperto dei contrafforti, con degli archi rampanti spettacolari. Il gotico, successivamente, dalla Francia si diffonderà in Europa con particolare riferimento all’Inghilterra e alla Germania. E’ ai monaci Cistercensi che si deve l’introduzione dei nuovi caratteri compositivi in Italia; le numerose chiese abbaziali da loro proposte, si orienteranno in una ricerca di verticalità sia nelle strutture che negli spazi interni.

Mentre però le cattedrali d’Oltralpe saranno caratterizzate da una esagerata verticalità, in Italia, lo slancio verticale sarà piuttosto contenuto. Questo fattore è giustificabile attraverso due principali motivi: le condizioni ambientali e la tradizione. Per ciò che riguarda le diverse condizioni ambientali, l’Italia sicuramente, rispetto alle località più a Nord, possedeva una maggiore luminosità e alle Cattedrali non occorreva spingersi troppo in alto per catturare la luce…. Le finestre delle cattedrali gotiche in Italia saranno più piccole e non avremo mai quelle grandi vetrate tipiche delle chiese francesi o inglesi.

Ci si doveva scontrare, del resto, con una tradizione costruttiva, quella romana, che aveva difficoltà ad aderire al gusto gotico, così estraneo e lontano dalle tradizioni costruttive locali. L’architettura romanica, amava esprimersi attraverso i volumi compatti, e voleva dare un senso di pesantezza e stabilità. Per questo il gotico italiano sarà un gotico di compromesso tra le forme tipicamente nordiche e quelle derivanti dalla propria tradizione. L’apparato decorativo esterno, come i pinnacoli, le guglie e i complicatissimi trafori di marmo, qui non attecchiranno. Avremo un arco acuto poco ardito, e non si vedranno torri sulle navate laterali e sul tiburio, né archi rampanti. Esempi di architettura gotica si avranno a Siena che nel corso del XIV secolo ebbe scambi culturali con la Francia, e Venezia per i contatti culturali avuti in area tedesca. Il gotico contribuirà anche a cambiare l’aspetto delle città.

Il periodo storico condurrà ad una sempre più spiccata separazione tra l’attività politica, quella religiosa e quella commerciale, di conseguenza anche gli edifici preposti a tali ruoli si caratterizzeranno e, nel tessuto cittadino si ricalcherà per loro uno spazio ben preciso.

Nei centri urbani, la piazza comincia ad assumere un ruolo centrale nella vita della città: qui, spesso accanto alla cattedrale è situato anche il palazzo sede del potere politico. Per questi ed altri motivi, committente delle opere architettoniche non è più solo la Chiesa ma, con l’affermazione nel 1300 della borghesia cittadina, anche cittadini borghesi più ricchi ambiranno a costruire opere pubbliche volte a segnare il nuovo volto della città.

È il tempo delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri, ognuna delle quali ha un proprio statuto e gonfalone; esse danno il via alle edificazioni di chiese per dedicarle al proprio Santo protettore. Per eseguire i progetti, furono organizzati dei veri e propri cantieri, costituiti dalle associazioni degli artigiani che prendevano parte alla costruzione delle cattedrali. Tutto ciò avveniva sotto il controllo di un capocantiere, che in questo periodo cominciò ad identificarsi con la persona dell’architetto. Mentre nell’Italia del Nord imperverseranno ancora le forme gotiche, a Firenze si innesterà il processo di rinnovamento avviato da Giotto, attraverso un certo recupero della tradizione classica. Firenze diventa pertanto il centro di un rinnovato fervore culturale che getterà le basi del Rinascimento.

Telesio 3

Storia delle colonie giovanili in Unione Sovietica

La scuola è finita l’ultimo giorno di maggio. Adesso Mikhail, 11 anni, aspetta trepidante l’inizio della sua avventura estiva: tre settimane nel campo dei Pionieri. Ha sperato fino all’ultimo di essere accettato ad Artek, la colonia più ambita, ma il suo è rimasto un sogno: come la maggior parte dei compagni di scuola, è finito invece nei boschi vicino a casa, in riva al fiume. Ma in fondo è meglio così: sa già che laggiù lo aspettano bagni, canzoni intorno al fuoco e gli stessi vecchi amici dell’anno scorso.

Nella vecchia Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche i bambini come Mikhail passavano le estati in questo modo fin dall’inizio degli anni Venti: furono organizzati allora i primi campi estivi dei Pionieri (in russo, Pionerskij lager) e la tradizione rimase pressoché immutata per i successivi settant’anni. Ma come funzionavano questi ritrovi? Chi poteva andarci? E perché vennero creati? Per dirla con le parole degli educatori del tempo, l’obiettivo era “rendere i giovani una generazione di comunisti […] salvare i bambini dall’influenza dannosa della famiglia […] nazionalizzarli. Dai primi giorni delle loro piccole vite, devono trovare se stessi sotto l’influenza benefica delle scuole comuniste. […] Obbligare la madre a dare il proprio bambino allo Stato sovietico, questo è il nostro obiettivo”.

Un obiettivo raggiunto su più fronti, indottrinando i più giovani a scuola, nelle letture e nelle organizzazioni di massa. Inquadrati fra gli Ottobrini (il primo grado della carriera dei piccoli comunisti sovietici) e i Pionieri (i ragazzi tra i 9 e i 14 anni), i bambini prendevano parte alle attività controllate dal Komsomol, l’Unione comunista della gioventù, la struttura giovanile del Partito, culla di “eroi” come il celebratissimo quattordicenne Pavel Morozov, che non aveva esitato a denunciare suo padre alle autorità per “attività controrivoluzionarie”.

D’altronde, pronunciando il giuramento, ogni Pioniere prometteva “di amare la mia Patria, di vivere, studiare e lottare come ci insegnò il grande Lenin e come ci insegna il Partito comunista, di rispettare sempre le leggi dei Pionieri dell’Unione Sovietica”. Insomma: di lottare contro i nemici del socialismo, fossero anche i propri genitori. «Il Pioniere doveva rispettare delle regole, doveva avere un comportamento esemplare, proprio come nei libri e nei film che ci appassionavano tanto», ricorda Vasile Ernu, scrittore rumeno di origini sovietiche ed ex-pioniere classe 1971, nel suo Nato in Urss (Edizione Hacca). «Anche quando, arrivata l’estate, andavamo tutti in vacanza nei campi dei Pionieri».

Ben più di una semplice avventura lontano da casa, quelle colonie furono uno dei mezzi con cui il partito inculcò  nelle menti dei futuri cittadini i principi dello stile di vita collettivo e l’ideologia politica della nuova società nata dalle rovine del regime zarista (abbattuto nel 1917 dalla Rivoluzione).

A finanziare i poutevki, cioè i biglietti di viaggio che i lavoratori ricevevano per i propri figli, ci pensavano i sindacati. Con quelli, l’immancabile cravatta rossa dei Pionieri legata al collo e un bagaglio di avventurose speranze, i bambini partivano.

I campi estivi sorgevano in luoghi pittoreschi, al mare o in montagna, vicino a un lago o a un bosco: all’inizio assomigliavano molto a spartani accampamenti scout, ma a partire dal 1925 cominciarono a trasformarsi in piccoli villaggi vacanze con baracche di legno, guide ed educatori professionali.

Fra tutti, uno in particolare divenne il sogno proibito di ogni piccolo sovietico: Artek, in Crimea, sulle rive del Mar Nero. Il permesso per andarci era il premio più alto che un bambino potesse ricevere dallo Stato. Considerato il fiore all’occhiello dell’Organizzazione dei Pionieri, era destinato ai suoi membri modello: frequentarlo significava usare l’ascensore nella scalata alle posizioni più alte dell’amministrazione sovietica. E infatti, per entrarci, oltre ai voti eccellenti, erano necessarie soprattutto le raccomandazioni, in barba ai tanto decantati ideali di eguaglianza. Alla propaganda però interessava raccontare, come si legge nella Grande Enciclopedia Sovietica, che “le migliaia di Pionieri di cui ogni giorno Artek è piena sono un vivido esempio di sollecitudine paterna del Partito comunista verso il popolo sovietico e personalmente di I. V. Stalin ai figli della madrepatria”.

E, ad Artek come altrove, questa paterna preoccupazione si esprimeva in una organizzazione quasi militare della giornata dei piccoli ospiti, guardati a vista dai pionervožatye, i “capi Pionieri”. In fondo quella vacanza era una cosa seria e andava affrontata con il cipiglio dei futuri combattenti. «Gli spostamenti avvenivano in maniera organizzata, per gruppi e in fila indiana. Ci muovevamo quasi sempre a passo di marcia, cantando in coro o sciorinando qualche intermezzo cantato. Avevamo un intero repertorio che conoscevamo a menadito, e che in russo rimava alla perfezione», ricorda Ernu. I bagni e la loro lunga fila di rubinetti attaccati al muro erano all’aperto.

Una volta che si erano lavati la faccia e i denti, i ragazzini erano pronti per il “rinvigorimento mattutino” (leggi: gli esercizi di ginnastica). Poi facevano colazione. Si trattava del primo di quattro pasti giornalieri che prevedevano, oltre a pranzo e cena, anche il poldnik, la merenda servita dopo il riposino forzato del pomeriggio. I menu erano all’insegna del mangiar sano, per questo i Pionieri si dividevano di nascosto, come fossero un tesoro, le caramelle ricevute per posta dai genitori.

La colonia di Artek era il sogno di ogni piccolo sovietico, ma per entrarci, oltre a voti eccellenti, ci volevano le raccomandazioni.

Le più ambite erano le gomme da masticare: procurarsi i chewing-gum in Unione Sovietica era difficilissimo e chi poteva li faceva arrivare dall’estero. I pochi fortunati le masticavano per ore e le riciclavano più volte, mettendole nello zucchero o nella marmellata perché riprendessero un po’ di sapore. Tutti gli altri, invece, si arrangiavano con il catrame. Molto più semplice da trovare, per strada o sui tetti, era duro solo all’inizio: poi si trasformava in una copia perfetta della bubblegum, da masticare durante le attività all’aria aperta.

Oltre a giocare, intagliare il legno, gareggiare in competizioni sportive, fare bagni ed escursioni, a volte i Pionieri venivano spediti anche a dare una mano ai contadini nei vicini kolchoz, le fattorie collettive. Eppure il lavoro non bastava a fiaccare i giovani sovietici: quando, alle 21, scattava il “rito dello spegnimento”, nei dormitori (i palata) si scatenava la guerra fra i sessi. I ragazzi nascondevano le scarpe delle ragazzine o lanciavano rane nei loro dormitori; le femminucce incollavano le scarpe dei maschietti al pavimento o mettevano un secchio d’acqua sulla porta d’entrata del dormitorio, per punire chiunque si fosse azzardato a far capolino. «Se poi eri il primo ad addormentarti, probabilmente ti saresti svegliato con il dentifricio spalmato sul petto e sulla faccia.  Vi assicuro che brucia parecchio e, per di più, tutti i compagni ridono di te», conclude Ernu.

La permanenza al campo si chiudeva con la cosiddetta “notte di Nettuno”, una serata dedicata a un ballo in maschera e agli scherzi. Così, per decenni, si sono salutate generazioni di Mikhail. Fino al 1991, quando il crollo del blocco sovietico segnò, tra le altre cose, anche la fine dell’Organizzazione dei Pionieri e di molti dei loro campi estivi. Di quei luoghi, ora, non restano che gli edifici abbandonati, rovine divorate dalla natura di un’epoca che non c’è più.

Giovani Pionieri si preparano a combattere l’invasione nazista

“La fotografia sembra inquietante ora” ma “il pericolo e l’instabilità permeavano ogni momento della loro vita”. L’immagine era “intesa a creare sicurezza”.

“I giovani pionieri erano effettivamente una versione sovietica del movimento scout di Baden-Powell, quindi c’erano temi prepotenti di prontezza e sopravvivenza che affiancano tutti i dogmi politici e le attività fisiche”, scrive Darmon Richter, che gestisce The Bohemian Blog. “Immagino che una foto come questa mostrasse quanto fossero preparati e preparati in modo efficiente questi giovani.”

I giovani pionieri potevano frequentare i campi durante le vacanze estive e invernali, nonché visitare i centri di comunità per bambini locali noti come palazzi dei giovani pionieri, tutti sponsorizzati dal governo.

Il movimento venne anche impiegato durante la seconda guerra mondiale – conosciuta dai sovietici come la Grande Guerra Patriottica – dove migliaia di giovani pionieri morirono in resistenza alla Germania nazista.

Viktor Bulla, il fotografo e cineasta russo dietro questa istantanea, è stato molto attivo nel creare un record della Rivoluzione d’Ottobre sin dalle sue origini. Mentre la sua fotografia non sarebbe probabilmente considerata propaganda, afferma, Bulla fu accusato di spionaggio e venne dichiarato nemico del popolo, nel 1938 o nel 1939, quindi poco dopo che questa foto fu scattata.

Sebbene il movimento dei Giovani Pionieri sponsorizzato a livello nazionale non esista più, simili organizzazioni pioniere esistono ancora in oltre 20 paesi, tra cui Bielorussia, Messico e Corea del Nord. Per un breve periodo, i Giovani Pionieri si sono persino formati come organizzazioni del Partito Comunista per bambini in America.

Ma forse il movimento vedrà ancora un risveglio in Russia: proprio l’anno scorso, diversi membri del parlamento del paese hanno detto al presidente Vladimir Putin di creare un nuovo movimento giovanile sponsorizzato dallo stato con una serie di fasi simili, dai giovani e dagli scolari ai adolescenti e giovani adulti.

Le colonie in Italia

Da luoghi di cura a luoghi di educazione, le colonie, in Italia, nacquero in epoca fascista dall’evoluzione degli “ospizi marini” che nell’Ottocento garantivano gratuitamente ai bambini poveri, malati di tubercolosi, i benefici del mare e del sole. Durante tutto il primo dopoguerra, oltre 4mila colonie marine dalle forme futuristiche accolsero centinaia di migliaia di ragazzini tra i 6 e i 13 anni, tutti iscritti alla Gioventù Italiana del Littorio.

L’ammissione alle colonie era riservata ai figli delle famiglie bisognose o numerose, agli orfani dei caduti, ai figli degli italiani residenti in altri Paesi europei e nelle colonie italiane, ai figli dei mutilati e degli invalidi di guerra.

Estate fascista. Lo scopo di quei soggiorni nel Ventennio? Formare l’identità fascista nei più giovani. Grandi camerate, uniforme uguale per tutti, regole da rispettare: l’organizzazione era rigorosamente di tipo militare, perché l’educazione dei giovani fascisti doveva essere “severa e inflessibile”. Un rigore che le colonie persero soltanto nel secondo dopoguerra.

Giallo Criptovalute: il curioso caso di Aleksandr Vinnik

Un intenso scontro tra gli Stati Uniti e la Russia sull’estradizione di un magnate di criptovaluta russo che si tiene in Grecia, sta sollevando domande sul possibile uso delle criptovalute da parte delle spie.

Il magnate in questione è Aleksandr Vinnik, 39 anni, che nel 2011 ha co-fondato BTC-e, una piattaforma internazionale di trading di criptovaluta. BTC-e ha permesso agli utenti di acquistare o vendere diverse criptovalute popolari, tra cui bitcoin e litecoin, utilizzando rubli russi, dollari degli Stati Uniti o valute in euro dell’Unione europea. Sebbene con sede in Russia, i server di BTC-e si trovavano in Bulgaria, mentre le sue operazioni venivano condotte attraverso i suoi componenti offshore a Cipro e alle Seychelles.

Durante il 2015, secondo quanto riferito, BTC-e stava lavorando poco più del 3% del volume giornaliero mondiale di trading di criptovaluta. Ma, secondo alcune fonti, la compagnia stava anche lavorando fino al 70% dell’attività criminale mondiale che coinvolge criptovalute. Washington sostiene che la società è stata costruita su un modello che si basava fortemente sulle attività di entità criminali, cercava la capacità di condurre transazioni monetarie senza essere rintracciata dai governi.

Nel 2017, le autorità americane hanno sequestrato il sito Web di BTC-e, una mossa che ha posto fine alle operazioni dell’azienda. In un resort greco con la sua famiglia. Il co-fondatore russo di BTC-e è oggi in una prigione greca, in attesa di una decisione da parte delle autorità greche. Se ciò dovesse accadere, sarà processato per 21 casi di riciclaggio internazionale di denaro e una serie di altre accuse penali, sempre sperando che non faccia la fine di Epstein.

È interessante notare, tuttavia, poco dopo l’arresto di Vinnik, il governo russo ha presentato un’ingiunzione del tribunale per estradarlo in Russia, dove secondo quanto riferito avrebbe voluto per accuse relativamente minori di frode. Vladimir Putin – un approccio insolitamente di alto livello, quando si considerano le insignificanti accuse di Vinnik in Russia. La Francia ha anche cercato di estradare Vinik lì, al posto degli Stati Uniti.

Cosa c’è dietro queste mosse? Ci sono molti che credono che le autorità americane si siano mosse contro il BTC-e dopo aver realizzato che le elezioni presidenziali russe negli Stati Uniti. Un recente rapporto del sito Web di notizie RFE / RL del Dipartimento di Stato che sostiene un certo numero di osservatori con sede a Londra Le autorità americane hanno gestito l’accesso alle informazioni sui meccanismi interni del sito Web di BTC-e. Spie russe – e probabilmente anche altre.

Fonte Intelnews.org

Albert Einstein, il lato umano

Spunti per un ritratto

Mentre si trovava in California, nel gennaio del 1931, ospite del Caltech di Pasadena, Einstein ebbe occasione di incontrare Charlie Chaplin, che lo invitò alla prima mondiale del suo ultimo film, Luci della città.  La sera dello spettacolo, scesi dalla limousine sulla quale avevano viaggiato insieme, i due uomini si avviarono insieme verso l’entrata del Los AngelesTheater, entrambi in frac, Einstein più alto di una spanna di Chaplin, tra due ali di folla che applaudiva freneticamente. «Che significa tutto questo?» domandò Einstein. E Chaplin, di rimando: «Niente». Molta civetteria, certo, in questo scambio di battute (il che già di per sé la potrebbe dire lunga sul carattere dei due, ma forse anche un pizzico di autoironia).

Il più celebre scienziato della sua epoca e il popolare divo del cinema dovevano ben sapere che la folla che li acclamava non riconosceva in loro due individui in carne e ossa, quanto piuttosto due personaggi, due maschere potremmo quasi dire, ciascuna caratterizzata da tratti distintivi inconfondibili: Charlot, con bombetta, canna, baffetti (anche se quella sera il viso di Chaplin era perfettamente glabro) e la tipica camminata caracollante, e lo scienziato che ha attinto alle verità ultime dell’universo, con la chioma scarmigliata (anche se quella sera la capigliatura di Einstein era accuratamente pettinata) e lo sguardo che sprizza maliziosa intelligenza. Se l’innescarsi di un simile meccanismo – l’assurgere allo stato di icona – non stupisce più di tanto nel caso di una star dello spettacolo come Chaplin, risulta invece assai sorprendente per quel che riguarda Einstein, il creatore di una arcana teoria scientifica incomprensibile ai più.

Contrariamente a una leggenda ancora largamente diffusa, l’affermazione scientifica di Einstein avvenne piuttosto velocemente e, nonostante la radicale novità di molte sue idee, non incontrò particolari opposizioni da parte dell’establishment accademico.

Nel 1905, ad appena ventisei anni, portò a termine ben cinque scritti fondamentali: la sua tesi di dottorato sulla determinazione delle dimensioni molecolari, l’articolo sul moto browniano (Il moto delle particelle in sospensione nei fluidi in quiete, come previsto dalla teoria cinetico-molecolare del calore), il celebre articolo Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, che segna la nascita della teoria della relatività ristretta, la breve ma importante nota in cui si dimostra che l’inerzia di un corpo dipende dal suo «contenuto di energia», infine il lavoro – il solo che Einstein stesso definì «rivoluzionario» – sull’ipotesi quantistica della radiazione luminosa {Su un punto di vista euristico relativo alla produzione e trasformazione della luce). 

Sebbene il giovane autore non ricoprisse allora alcun incarico accademico (lavorava come impiegato presso l’Ufficio brevetti svizzero, a Berna), i quattro articoli furono tutti pubblicati sulla prestigiosa rivista tedesca «Annalen der Physik». La carriera accademica di Einstein, dopo questo esordio straordinario, procedette spedita, così come rapidamente si affermò la sua reputazione di fisico brillante ed eclettico. Nell’ottobre del 1909 prese servizio come professore associato all’Università di Zurigo, pochi mesi dopo aver ricevuto la prima laurea honoris causa dall’Università di Ginevra; nel 1911 fu nominato professore ordinario all’Università Karl-Ferdinand di Praga e l’anno succesivo all’ETH di Zurigo.

In una lettera di raccomandazione alle autorità accademiche dell’ETH il grande Henri Poincaré aveva avuto per lui parole di elogio: «Il signor Einstein è una delle menti più originali che io abbia conosciuto; nonostante la giovane età, occupa già un posto di grande prestigio tra i più eminenti studiosi della nostra epoca». Questo giudizio di Poincaré trova conferma nel fatto che l’anno precedente, il 1910, Einstein era stato proposto come candidato al premio Nobel per la fisica: con l’eccezione del 1911 e del 1915, il suo nome sarà incluso nella lista dei papabili per tutti gli anni successivi, fino al 1922, quando gli verrà assegnato il premio per il 1921.

Nella tarda primavera del 1913, due eminenti scienziati tedeschi, il fisico chimico Walther Nernst e il fisico Max Planck si recarono a Zurigo per convincere Einstein a trasferirsi a Berlino. L’offerta è molto vantaggiosa, appositamente concepita per attirare nella capitale della scienza europea l’astro nascente della fisica teorica: una cattedra all’Università di Berlino senza obbligo di insegnamento, la nomina a membro della Preußische Akademie der Wissenschaften, un lauto stipendio finanziato ad hoc e in più la direzione di un istituto di fisica che sarebbe stato fondato sotto gli auspici della Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft. Arrivato a Berlino nell’aprile del 1914, Einstein vi resterà fino al dicembre del 1932, quando sarà costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti, accettando un posto di professore all’Insitute for Advanced Studies di Princeton.

Gli anni tragici della prima guerra mondiale furono per Einstein un periodo estremamente prolifico (scrisse circa cinquanta articoli scientifici e un libro). In particolare, lavorò con strenua ostinazione alla formulazione della relatività generale, una nuova teoria della gravitazione fondata sulla geometrizzazione dello spazio-tempo che occupava i suoi pensieri almeno dal 1907.

Nel 1916 concluse la stesura dell’articolo I fondamenti della teoria della relatività generale, in cui deduceva le equazioni del campo gravitazionale (le stesse equazioni erano state ottenute un anno prima da David Hilbert) e pubblicò il volume Relatività. Esposizione divulgativa, volto a presentare le proprie idee a lettori sprovvisti di «familiarità con l’apparato matematico della fisica teorica», che sarà destinato a diventare uno dei grandi classici della scienza del Novecento.

La relatività generale, secondo calcoli effettuati dallo stesso Einstein già nel 1915, prevede che i raggi di luce provenienti dalle stelle che passano radenti al bordo del Sole durante un’eclisse totale subiscano una deflessione di ampiezza pari a 1,74″, un valore all’incirca doppio di quello derivato dalla teoria di Newton. Nel 1919 il Royal Observatory di Greenwich inviò due spedizioni scientifiche – una a Sobral in Brasile, l’altra, guidata da Arthur Eddington, all’Isola del Principe nel Golfo di Guinea – per sottoporre a verifica sperimentale questa previsione in concomitanza con l’eclisse totale di Sole prevista per il 29 maggio di quell’anno.

Le misurazioni che Eddington presentò alla riunione congiunta della Royal Society e della Royal Astronomical Society del 6 novembre mostrano che «la luce viene deflessa in accordo con la legge di gravitazione di Einstein».

Fino al 6 novembre 1919 Einstein era soltanto un insigne professore dell’Università di Berlino che godeva di una considerevole reputazione negli ambienti della fisica teorica. Da quel giorno in avanti diventò un mito della scienza, non semplicemente celebrato per le sue scoperte, ma a tutti gli effetti «canonizzato», per usare la significativa espressione del suo più autorevole biografo (anzi, agiografo), Abraham Pais. Il 7 novembre il «Times» di Londra, nelle pagine interne, titolava su due colonne

Rivoluzione nella scienza Nuova teoria dell’universo Le idee di Newton rovesciate. Il 9 novembre il «New York Times» riportava la notizia con un articolo su sei colonne (Storte le luci in cielo) e nei giorni successivi riprendeva varie volte l’argomento con toni sempre più sensazionalistici («[…] dubbi persino sull’affidabilità della tavola pitagorica», «questi signori saranno forse grandi astronomi, ma come logici fanno pena»).

Per quanto riguarda la stampa tedesca, il 14 dicembre la rivista «Berliner Illustrirte Zeitung» dedicò la copertina al «nuovo gigante della storia del mondo», Albert Einstein. La fotografia che lo ritrae pensoso, la mano destra a sorreggere il mento, il volto ancora giovane ma già segnato dalle fatiche del lavoro intellettuale, fissa un cliché, una figura iconica che sarà replicata, con varianti non essenziali, centinaia di volte. A partire dal 1920 Einstein iniziò a scrivere articoli divulgativi, a rilasciare interviste, a tenere conferenze un po’ ovunque nel mondo, e la sua popolarità aumentò rapidamente di anno in anno.

Durante la sua prima visita negli Stati Uniti, nella primavera del 1921, fu ricevuto dal presidente Harding e accolto in trionfo a New York, a Chicago, a Boston; l’anno seguente a Parigi, ricorda André Weil, «si rese necessario istituire un sistema di tessere di ingresso» tanto numeroso era il pubblico desideroso di assistere alle sue conferenze al Collège de France; all’arrivo di Einstein a Tokyo, nel gennaio del 1923, la polizia fu impotente ad arginare la folla. Echi della fama di Einstein si diffusero anche nel milieu degli artisti e degli intellettuali. St. Franci Einstein of the Daffodils si intitola, ad esempio, una poesia di William Carlos Williams composta in occasione del viaggio americano, mentre tra il 1919 e il 1921 l’architetto espressionista Erich Mendelsohn realizzò la torre Einstein nell’osservatorio dell’Istituto astrofisico di Potsdam.

Per quanto sensazionali, le scoperte scientifiche di Einstein non sono sufficienti a rendere conto del mito che si creò attorno alla sua persona.

Certo, l’aura di mistero che fin dall’inizio circondò la relatività – sulla cui insondabile difficoltà ai giornalisti piacque sempre insistere – ne favorì, solo in apparenza paradossalmente, la presa sul pubblico.

In un’intervista del 1921 rilasciata a giornale olandese Einstein provò a spiegare l’entusiasmo delle folle per le sue teorie in questi termini: «Sono sicuro che è il mistero del non-comprendere che li attira […]». D’altra parte, secondo il modello di epidemiologia delle idee elaborato da un antropologo quale Dan Sperber, proprio le idee dotate di maggior contenuto controintuitivo, quelle cioè che infrangono schemi mentali fortemente consolidati, produrrebbero quel fenomeno di «contagio» che ne assicura una rapida diffusione.

E quale idea è più controintuitiva del negare esistenza separata al tempo e allo spazio? Altri fattori, tuttavia, devono essere invocati per spiegare la «canonizzazione» di Einstein. Occorre dunque ricordare che durante la prima guerra mondiale Einstein aveva assunto una posizione decisamente critica nei confronti del nazionalismo esasperato che sembrava dilagare in tutti gli strati della società civile ed aveva espresso, se pur con qualche ambiguità e non ancora pubblicamente, convinzioni pacifiste.

In particolare, nel 1914 sottoscrisse un manifesto intitolato Appello agli intellettuali che costituiva una netta e dura risposta al famigerato Aufruf an die Kulturwelt firmato da 93 intellettuali tedeschi, che tanto profondamente aveva indignato l’opinione pubblica europea. Anche senza giungere al punto di vedere in Einstein un redivivo Mosè «latore del messaggio di un nuovo ordine dell’universo» (come vorrebbe Pais), è chiaro che, al termine di un conflitto così sanguinoso, egli incarnasse alla perfezione l’ideale, da molti agognato, di un uomo di cultura alieno da sentimenti nazionalistici, super partes, sinceramente fiducioso che la scienza potesse aiutare la cooperazione umana. Negli anni successivi, il pacifismo dichiarato di Einstein, il suo presentarsi non come tedesco ma come apolide, l’impegno nella Società delle Nazioni, le dichiarazioni sulla questione ebraica (pur controverse), e anche, per contrasto, i beceri attacchi nazisti contro le sue teorie e la sua persona, lo consacrarono come ultimo baluardo della tolleranza e della libertà di pensiero. Il mito di Einstein nacque come il mito di una speranza.

Il lato umano 

Albert Einstein fu non soltanto il più grande scienziato del suo tempo, ma anche il più famoso. Fu inoltre un uomo che rispondeva puntualmente alle lettere che riceveva.

Einstein dedicò una parte importante della sua vita alla ricerca della pace.

All’argomento è stato dedicato un intero volume, Einstein on Peace; quindi, per quanto riguarda questa attività dello scienziato, rimandiamo il lettore a quest’opera, che tratta l’argomento così diffusamente da non lasciare nulla d’inedito. 

L’ordine di presentazione degli scritti non è casuale, è infatti paragonabile all’accavallarsi dei ricordi di una vita movimentata che si succedono nella memoria in modo alquanto imprevedibile, ripercorrendo con una logica loro propria con salti avanti e indietro gli anni passati. Il libro comprende diverse sequenze che vengono segnalate al lettore con uno spazio più ampio di quelli che separano un aneddoto da quello successivo. Benché ciascun aneddoto abbia un suo valore intrinseco, il libro nel suo insieme ha anche una sua unità, proponendo un percorso in apparenza frammentario il cui traguardo sarà nelle nostre intenzioni una comprensione più approfondita di Einstein uomo. 

Durante l’estate del 1952 Carl Seelig, uno dei primi biografi di Einstein, scrisse  allo scienziato chiedendogli di fornirgli alcuni dati relativi alla sua prima laurea honoris causa. Nella sua risposta, Einstein accennò ad avvenimenti che risalivano al 1909, il periodo in cui egli lavorava ancora nell’Ufficio brevetti di Berna, benché quattro anni prima avesse elaborato la sua teoria speciale della relatività. Nell’estate del 1909 l’università di Ginevra conferì più di cento lauree honoris causa in occasione del 350° anniversario della sua fondazione da parte di Calvino; segue il resoconto di Einstein sull’accaduto:

Un giorno ricevetti all’Ufficio brevetti di Berna una grande busta dalla quale estrassi un foglio dall’aspetto ufficiale. Recava in eleganti caratteri(mi pare che fosse addirittura in latino) un messaggio che mi parve impersonale e di scarso interesse. Finì subito nel cestino. Più tardi appresiche si trattava dell’invito alle celebrazioni in memoria di Calvino e dell’avviso che avrei ricevuto la laurea honoris causa dall’università di Ginevra.

Evidentemente la gente dell’università interpretò nel senso giusto il mio silenzio e quindi si rivolse al mio amico e allievo Lucien Chavan, ginevrino di origine e allora residente a Berna. Mi convinse ad andare a Ginevra, spiegandomi che praticamente non era possibile rifiutare l’invito però non mi diede ulteriori chiarimenti.

Nel giorno fissato mi recai quindi a Ginevra e la sera, nel ristorante dell’albergo dove alloggiavamo, incontrammo alcuni professori di Zurigo…

Ognuno raccontò per quale motivo era stato convocato. Dato che io non dicevo parola, mi rivolsero la stessa domanda e dovetti confessare allora che non ne avevo la minima idea. Gli altri erano invece perfettamente informati e mi svelarono il segreto. Il giorno seguente dovevo far parte del corteo accademico. Ma avevo portato soltanto il mio abito di tutti i giorni e il solito cappello di paglia. La mia proposta di non partecipare alle celebrazioni venne categoricamente respinta e i festeggiamenti finirono per essere molto divertenti per quanto riguarda la mia presenza.

1) In realtà il testo, stampato in corsivo, era in lingua francese.

2) Il documento aveva un vistoso errore di stampa, forse rilevato da Einstein del tutto inconsciamente, che può aver provocato il suo gesto di rifiuto: la laurea era intestata a «Monsieur Tinstein» invece di «Monsieur Einstein».

La celebrazione si concluse con il banchetto più prelibato che abbia mai visto in vita mia. Dissi a un patrizio ginevrino seduto accanto a me: «Sa quel che avrebbe fatto Calvino se fosse ancora qui insieme a noi?» Il mio interlocutore mi rispose di no, e io proseguii: «Avrebbe eretto una grande pira e ci avrebbe fatto bruciare tutti quanti per la nostra peccaminosa ghiottoneria». Il signore non aprì più bocca e questo è tutto quel che ricordo di quella memorabile occasione.

Verso la fine del 1936 la Società scientifica di Berna inviò a Einstein un diploma che gli era stato appena conferito. La sua risposta del 4 gennaio da Princeton:

Non potete immaginare quanto mi ha fatto e mi fa piacere che la Società scientifica di Berna si sia ricordata di me in modo così cortese. Mi è giunto come un messaggio dai tempi ormai lontani della mia giovinezza. Le nostre riunioni serali, tanto stimolanti e vivaci, mi tornano ancora una volta alla mente e soprattutto gli straordinari commenti che il Professor Sahli [Salis?], l’internista, faceva sulle conferenze. Ho fatto subito incorniciare il documento ed è l’unico di tanti riconoscimenti che è appeso nel mio studio. È un ricordo dei tempi di Berna e degli amici che avevo allora.

Vi chiedo di esprimere ai membri della Società i miei cordiali ringraziamenti e la mia riconoscenza per la cortesia che mi hanno dimostrato.

Qui bisogna aggiungere qualche precisazione. Quando arrivò il documento Einstein disse: «Questo lo farò   incorniciare e lo appenderò in studio, perché quei signori deridevano sempre me e le mie teorie». Ricevette molti altri premi ma non li incorniciò mai, né li appese alle pareti dello studio. Li nascondeva invece in un angolino che chiamava «l’angolo del vanto» («Protzenecke»).

A Berlino nel 1915, durante la prima guerra mondiale, Einstein portò a termine il suo grande capolavoro, la teoria generale della relatività. Non era soltanto una generalizzazione della sua teoria speciale della relatività, era effettivamente una nuova teoria della gravitazione. Fra l’altro, preannunziava la scoperta della flessione gravitazionale dei raggi della luce, fenomeno confermato in seguito dagli scienziati britannici e in particolare da Arthur Eddington, durante l’eclisse del 1919. Quando la conferma fu resa nota, la fama di Einstein assunse all’improvviso dimensioni internazionali. Egli non riuscì mai a capacitarsene. Quel Natale, scrivendo all’amico Heinrich Zangger a Zurigo, affermò:

Con la fama divento sempre più stupido, un fenomeno molto comune d’altronde. C’è una tale sproporzione tra quello che uno è e quello che gli altri pensano che egli sia, o almeno quello che dicono di pensare che sia!

Ma bisogna prendere tutto con buonumore.

Einstein conobbe una fama duratura e ricevette un’enorme quantità di lettere diogni sorta. Per esempio, una ragazzina di Washington, D.C., gli scrisse il 3 gennaio 1943 comunicandogli, fra l’altro, che era leggermente al di sotto della media in matematica e quindi si trovava costretta a studiarla di più di molte sue compagne.

Rispondendo in inglese da Princeton il 7 gennaio 1943, Einstein la consolò: Non preoccuparti delle difficoltà che incontri in matematica; ti posso assicurare che le mie sono ancora più grosse.

Nel 1895, dopo un anno in cui non frequentò alcuna scuola, il giovane Einstein si iscrisse alla Scuola cantonale svizzera dell’Argau, nella città di Aarau. Il 7 novembre 1896 fece recapitare il seguente curriculum alle autorità dell’Argau:

Sono nato il 14 marzo 1879 nella città di Ulm e all’età di un anno mi trasferii a Monaco di Baviera, dove rimasi fino all’inverno 1894-95. A Monaco frequentai la scuola elementare e la scuola secondaria Luitpold, escluso il settimo anno. Poi fino all’autunno dello scorso anno vissi a Milano, dove continuai a studiare per conto mio. Da allora frequento la Scuola cantonale svizzera ad Aarau e ora mi presento all’esame di maturità. Intendo in seguito studiare matematica e fisica presso la sesta sezione dell’Istituto politecnico federale. Molti anni dopo, Einstein, ormai famoso, ebbe l’occasione di redigere un altro curriculum che presenta alcuni aspetti significativi.

L’Accademia tedesca delle scienze Kaiser Leopold, della quale fu membro Goethe, fu fondata nel 1652 con sede nella città di Halle. Il 17 marzo 1932, in onore del centenario della morte di Goethe, l’Accademia invitò Einstein a diventare socio.  Quando Einstein accettò, il presidente dell’Accademia, seguendo una anticatradizione, gli mandò un questionario biografico con nove domande. Per mancanza dispazio, Einstein rispose in stile telegrafico.

Benché i nazisti non avessero ancora raggiunto il potere, la loro propaganda antisemita era palese. Quindi la risposta di Einstein alla prima domanda comporta un interesse particolare.

I. Figlio di genitori ebrei, sono nato il 14 marzo 1879 a Ulm. Mio padre era commerciante; si trasferì poco dopo la mia nascita a Monaco di Baviera e poi nel 1893 in Italia, dove rimase fino alla morte (1902). Non ho fratelli, solo una sorella residente in Italia.

La seconda e la terza domanda riguardavano il periodo della gioventù e gli studi. Einstein rispose dettagliatamente.

La quarta domanda chiedeva informazioni sulla carriera. Einstein precisò:

IV. Dal 1900 al 1902 vissi in Svizzera, lavorando come insegnante privato e poi anche come precettore; ottenni allora la cittadinanza svizzera. Dal 1902 al 1909 fui impiegato come perito presso l’Ufficio federale dei brevetti; nel periodo 1909-11 ebbi la carica di assistente universitario a Zurigo; dal 1911 al 1912 fui professore di fisica teorica all’università di Praga; negli anni 1912-14 insegnai fisica teorica all’Istituto politecnicofederale di Zurigo. Nel 1914 fui nominato borsista dell’Accademia prussiana delle scienze e da allora mi dedico esclusivamente alla ricerca scientifica.

La quinta domanda si riferiva ai risultati scientifici e alle pubblicazioni. Alcune date menzionate nella risposta di Einstein sono sconcertanti: per esempio la teoria speciale della relatività risale certamente al 1905 e non al 1906; la teoria generale della relatività fu elaborata nel 1915 e non nel 1916. È probabile che egli rispondesse a memoria e la memoria gli abbia giocato brutti tiri.

V. Le mie pubblicazioni sono soprattutto brevi relazioni sulla fisica, per la maggior parte uscite negli Annali della fisica e negli Atti dell’Accademia

Prussiana delle Scienze. Le più importanti trattano i seguenti argomenti:

– Il moto browniano (1905)

– La teoria della formula di Planck e dei quanti di luce (1905,1917)

– La relatività speciale e la massa dell’energia (1906)

– La relatività generale (1916 e successive edizioni).

Ricordo inoltre le relazioni sulle fluttuazioni termiche e uno studio eseguito in collaborazione con il professor W. Mayer, sulla natura unificata della gravitazione e dell’elettricità (1931).

La sesta domanda chiedeva informazioni su eventuali viaggi a scopo scientifico.

La risposta di Einstein:

VI. Ho compiuto alcuni viaggi in Francia, Italia, Giappone, Argentina, Inghilterra, Stati Uniti, per tenere delle conferenze. Questi viaggi – eccezion fatta per i soggiorni a Pasadena – non avevano in pratica fini scientifici.

La settima domanda concerneva lo scopo del suo lavoro. Einstein scrisse:

VII. Il vero scopo della mia ricerca è sempre stato la semplificazione e l’unificazione del sistema della fisica teorica. Ho già raggiunto tale obiettivo in modo soddisfacente per quanto riguarda i fenomeni macroscopici, ma non per i fenomeni dei quanti, né per la struttura atomica. Credo che, malgrado il successo considerevole ottenuto finora, la teoria moderna dei quanti sia ancora molto lontana da una soluzione soddisfacente di quest’ultima categoria di problemi.

L’ottava domanda chiedeva un elenco delle varie onorificenze conferitegli. Einstein fornì i seguenti particolari:

VIII. Sono stato membro di numerose società scientifiche e mi sono stati conferiti alcuni premi e anche una specie di cattedra universitaria per professori stranieri dell’università di Leida. Ho un rapporto di questo tipo anche con l’università di Oxford (Christ Church College).

Quel che stupisce è l’omissione del premio Nobel per la fisica del 1921, difficilmente attribuibile a un vuoto di memoria.

L’ultima domanda era invece puramente formale: gli si chiedeva il suo indirizzo esatto.

A scuola ad Aarau Einstein studiò il francese. Segue la traduzione più o meno letterale di un tema scritto da Einstein come esercizio di composizione e corretto dal suo insegnante; aveva all’epoca circa sedici anni. Dal titolo si capisce che si trattava di un compito in classe.

I miei progetti per il futuro.

Un uomo contento è troppo soddisfatto del presente per pensare al futuro. Ma d’altra parte sono sempre i giovani che tendono a fare castelli in aria. È inoltre logico che un giovane con intenzioni serie si formi un’idea il più possibile precisa delle sue aspirazioni.

Se avrò la fortuna di superare gli esami, andrò all’Istituto federale di tecnologia a Zurigo. Rimarrò lì per quattro anni a studiare matematica e fisica. Penso che diventerò professore in quei rami della scienza, specializzandomi nel campo teorico.

Queste sono le ragioni che mi hanno suggerito tale progetto: soprattutto la mia attitudine personale per il pensiero astratto e matematico, poi la mancanza di fantasia e di doti pratiche. Anche i miei gusti mi hanno indotto a questa scelta. È una cosa del tutto naturale: è sempre più piacevole fare le cose che si fanno bene. Inoltre la professione scientifica comporta una certa indipendenza che mi attira assai.

In un breve saggio biografico inedito, la sorella di Einstein, Maja, menziona tra l’altro la mancanza d’interesse da parte dello scienziato per le cose materiali, spesso ambite da altri e considerate in effetti quasi come bisogni primari. Riferisce per esempio: «Nella sua giovinezza spesso diceva: “Nella mia sala da pranzo metterò soltanto una tavola di legno, una panca e qualche sedia”».

La lettera dalla quale è tratto il brano seguente fu scritta a Maja nel 1898, mentre Einstein era studente a Zurigo. (Iniziava le lettere alla sorella con le parole: «Cara Sorella», come più tardi scriverà: «Cara Regina», rivolgendosi alla regina Elisabetta del Belgio):

Quel che più mi opprime sono ovviamente le difficoltà [economiche] dei miei poveri genitori. Sono profondamente addolorato dal fatto che io, ormai adulto, devo starmene a guardare con le mani in mano, senza poter essere del benché minimo aiuto. Non sono altro che un peso per la famiglia… Sarebbe stato meglio se non fossi mai nato. A volte l’unico pensiero che mi conforta e il mio unico scampo alla disperazione è che ho sempre fatto tutto il poco che potevo: non mi sono mai permesso, un anno dopo l’altro, né svaghi né divertimenti, tranne quelli forniti dallo studio.

Poco dopo, nello stesso anno, 1898, a seguito di un miglioramento della situazione economica dei genitori, Einstein scrisse alla sorella: Ho un bel po’ di lavoro da fare, ma non troppo. Così, di tanto in tanto, ho qualche ora libera per girare nei bei dintorni di Zurigo. Inoltre sono felice di pensare che le peggiori preoccupazioni dei miei genitori sono ormai svanite. Se tutti vivessero come me, non si sarebbe mai inventato il romanzo…

Dall’epoca studentesca passiamo ora all’inizio del periodo trascorso come membro dell’Accademia prussiana delle scienze a Berlino. Nel 1918, dopo l’elaborazione della teoria generale della relatività, l’Istituto federale di tecnologia a Zurigo prese contatto con Einstein per convincerlo a lasciare Berlino e assumere la carica di professore presso l’Istituto. Scrisse in questi termini alla sorella (i puntini finali appaiono nel manoscritto originale):

Non riesco a rinunciare a tutto quel che mi offre Berlino, dove la gente è stata così indescrivibilmente gentile e accogliente. Come sarei stato felice 18 anni fa se avessi potuto diventare un umile assistente all’Istituto federale! Ma non ci riuscii! È un mondo di matti: conta solo la celebrità. In fondo anche altri sono capaci di insegnare bene, ma…

La lettera seguente, anch’essa indirizzata a Maja, risale a un’epoca più recente: è datata 31 agosto 1935. Molte cose sono avvenute da quegli antichi tempi a Berlino.

Einstein si trova a Princeton, impegnato a generalizzare la sua teoria generale della relatività, per trasformarla in una teoria del campo unificato. Nello stesso tempo il suo istinto naturale lo mette in guardia contro gli ultimi sviluppi nella teoria dei quanti, accettati senza riserve dalla maggior parte degli altri fisici. Ma il suo interesse per i problemi della fisica non gli impedisce di vedere quel che succede nel mondo esterno; infatti scrive alla sorella:

Per quanto riguarda il mio lavoro, procedo lentamente e con difficoltà dopo un inizio promettente. Nelle nostre ricerche fondamentali nel campo della fisica andiamo avanti a tastoni; nessuno ha fiducia in quel che il collega cerca di sperimentare con tanta speranza. Si vive la propria vita in un clima di tensione continua, fino al momento in cui bisogna andarsene.

Ma rimane per me la consolazione che gli aspetti essenziali del mio lavoro ora fanno parte della base acquisita della nostra scienza.

I grandi avvenimenti politici del nostro tempo sono così scoraggianti che nella nostra generazione ci si sente davvero soli. È come se la gente avesse perduto la passione per la giustizia e la dignità, come se non apprezzasse

più quel che altre generazioni migliori della nostra hanno conquistato a prezzo di sacrifici straordinari… Dopo tutto, il fondamento di tutti i valori umani è la moralità. L’aver chiaramente riconosciuto questo fatto in un’epoca primitiva rappresenta l’eccezionale grandezza di Mosè. Guarda invece la gente oggi!…

Nel 1936 Einstein scrisse alla sorella:

Non ricevo altro che lettere alle quali dovrei rispondere e sono circondato da gente che giustamente si lamenta di me. Ma può esserealtrimenti con un uomo ossessionato? Rimango seduto qui per ore e ore, come quand’ero giovane, e penso e calcolo, sperando di svelare profondi segreti. Il cosiddetto bel mondo, cioè l’attività affannosa degli uomini, mi attrae sempre meno e quindi ogni giorno mi vedo diventare più isolato.

Seguono dei passi da una lettera che Einstein scrisse da Berlino nella primavera del 1918 all’amico Heinrich Zangger di Zurigo. La teoria generale della relatività era già stata elaborata, ma la conferma ottenuta durante l’eclisse del 1919 e la fama mondiale erano ancora di là da venire. Il figlio maggiore di Einstein, allora quattordicenne, dimostrava un vivo interesse per l’ingegneria e la tecnologia:

Anch’io dovevo diventare ingegnere. Ma trovai intollerabile l’idea di applicare il genio creativo a problemi che non fanno che complicare la vita quotidiana – e tutto ciò unicamente al triste scopo di guadagnare denaro.

Pensare solo per il piacere di pensare, come nella musica!… Quando non ho qualche problema particolare cui dedicarmi, mi diverto a ricostruire le prove di teoremi matematici e fisici che mi sono noti ormai da tempo. Non vi è alcuna utilità in questo, si tratta solo di una occasione per concedermi il piacere di pensare…

Il 20 agosto 1949, rispondendo a una lettera che chiedeva informazioni sulle sue motivazioni scientifiche, Einstein scrisse in inglese:

Il mio lavoro scientifico è motivato dal desiderio irresistibile di penetrare i segreti della natura e da nessun altro sentimento. Il mio amore per la giustizia e la mia volontà di contribuire al miglioramento delle condizioni umane sono perfettamente indipendenti dai miei interessi scientifici.

Segue un brano da una lettera datata 13 febbraio 1934, indirizzata a un profano appassionato di argomenti scientifici con il quale Einstein era in corrispondenza:

Per quel che riguarda la ricerca della verità, le mie faticose indagini, con i molti vicoli ciechi, mi hanno insegnato quant’è difficile fare un passo sicuro, anche piccolo, nella conoscenza di ciò che è veramente essenziale.

All’epoca in cui viveva” a Berlino, Einstein spesso si recava in Olanda, dove aveva numerosi amici scienziati. Durante una visita a Leida, Einstein scrisse queste frasi in un libro di ricordi dedicato al professor Kammerlingh-Onnes, uno dei primi ricercatori nel campo della fisica della bassa temperatura, al quale fu assegnato il premio Nobel per la fisica nel 1913. La nota di Einstein è datata 11 novembre 1922:

Lo scienziato teorico non è da invidiare. Perché la Natura, o più esattamente l’esperimento, è un giudice inesorabile e poco benevolo del suo lavoro. Non dice mai «Sì» a una teoria: nei casi più favorevoli risponde: «Forse»; nella stragrande maggioranza dei casi, dice semplicemente: «No». Quando un esperimento concorda con una teoria, per la Natura significa «Forse»; se non concorda, significa «No». Probabilmente ogni teoria un giorno o l’altro subirà il suo «No»; per quasi tutte ciò avviene subito dopo la formulazione.

Il 26 maggio 1936 Einstein rispose in questo modo a una lettera pervenutagli dal Colorado:

Probabilmente accadono nella vita di tutti eventi esterni capaci di determinare la direzione del pensiero e del comportamento di una persona.

Ma per la maggior parte della gente tali eventi non hanno seguito. Per quel che mi riguarda, ricordo che quando ero ancora ragazzino mio padre mi mostrò una piccola bussola e l’enorme impressione che mi fece allora ha senz’altro avuto conseguenze molto importanti nella mia vita.Conobbi per la prima volta l’opera di Riemann in un’epoca in cui i principi fondamentali della teoria generale della relatività erano ormai da molto tempo chiaramente definiti.

Einstein parlava spesso dello stupore che provò alla vista della bussola. Fu evidentemente per lui un avvenimento profondamente significativo. Anche l’osservazione sul lavoro di Riemann è di notevole importanza. Einstein si servì degli studi di Riemann come base matematica per la teoria generale della relatività e alcuni critici pensarono che nelle fasi iniziali li avesse adoperati come nucleo della sua ricerca, prima ancora di aver formulato in modo approssimativo i concetti fisici.

Questo ovviamente non è l’unico scritto in cui Einstein tratta l’argomento.

Il 17 febbraio 1908 Einstein, in uno stato d’animo piuttosto avvilito, mandò una cartolina dall’Ufficio brevetti di Berna al fisico tedesco Johannes Stark, futuro premio Nobel:

Fui abbastanza sorpreso di constatare che Lei non ha riconosciuto la mia priorità per quanto riguarda il rapporto tra massa inerziale ed energia.

Si riferiva alla famosa equazione E=mc2. Il 19 febbraio Stark rispose dettagliatamente con espressioni di stima e calorosa amicizia, assicurando Einstein,impiegato dell’Ufficio brevetti, che non perdeva occasione di parlar bene di lui e che se Einstein credeva il contrario, si sbagliava di grosso. La risposta di Einstein è del 22febbraio:

Anche se prima di ricevere il Suo messaggio non mi fossi già pentito di aver ceduto alla meschinità di dar sfogo alle mie affermazioni sulla priorità, la Sua lettera circostanziata mi ha dimostrato chiaramente che lamia ipersensibilità era davvero fuori luogo. Quelli che hanno avuto l’onore di contribuire in qualche modo all’evoluzione della scienza non dovrebbero lasciare offuscare da tali sentimenti la gioia che provano per i risultati della comune impresa…

Sfortunatamente questa amichevole corrispondenza ebbe un seguito meno felice.

Con l’avvento del nazismo, Stark, come tanti altri, diventò un critico acerrimo e dottrinario di Einstein e della sua opera.

Nel marzo 1927 Einstein tenne una conferenza che venne trascritta da un membro del pubblico, il quale suggerì ad Arnold Berliner, direttore della rivista scientifica «Die Naturwissenschaften», di pubblicarne il testo. Segue la risposta di Einstein alla proposta di Berliner:

Non sono favorevole alla pubblicazione, perché il testo non è sufficientemente originale. Bisogna essere particolarmente critici nei confronti del proprio lavoro. Si può sperare che la gente continui a leggervi solo se, per quanto è possibile, si scarta tutto quello che non èrilevante.

Il 22 febbraio 1949 Einstein inviò una lettera allo scrittore Max Brod, furibondo perché un critico aveva pubblicato un giudizio sbagliato su un suo libro in una recensione dell’ottima biografia di Einstein scritta da Philipp Frank:

La tua giusta indignazione per la recensione del [London] «Times Literary Supplement» è stata per me motivo di benevolo divertimento. Un tizio, per guadagnare qualche soldo in più e in base a una lettura superficiale, scrive qualcosa che può sembrare quasi plausibile e che nonviene letto attentamente da nessuno. Come fai a prenderlo sul serio? Sonostate pubblicate sul mio conto tante di quelle fandonie e sfrontate menzogne che, se ci avessi prestato attenzione, ci avrei da tempo lasciatola pelle. Bisogna consolarsi pensando che il tempo ha un setaccioattraverso il quale la maggior parte di queste cose importanti finisce nelmare dell’oblio; e quel che rimane dopo la selezione spesso è ancora brutto e meschino.

Questa frase molto pertinente viene da una lettera del 21 marzo 1930 indirizzata all’amico Ehrenfest:

Ogni mio squittio diventa uno squillo di tromba.

In una lettera al biografo Carl Seelig datata 25 ottobre 1953, Einstein osserva:

Nel passato non mi sfiorava mai il pensiero che ogni mia osservazione casuale sarebbe stata afferrata e registrata; altrimenti mi sarei ritirato ancora di più nel mio guscio.

Einstein era sconcertato da alcuni atteggiamenti degli inglesi. Per esempio, Helen Dukas, sua segretaria, ha un ricordo molto preciso del fatto che quando nel 1930 laloro nave diretta negli Stati Uniti fece una breve sosta a Southampton, un giornalista inglese le chiese se poteva intervistare Einstein. Conoscendo Einstein, rispose di no e si preparò a sostenere con fermezza la sua posizione; con suo stupore, il giornalista accettò il rifiuto senza discutere e si ritirò.

Non fu un caso unico: altri giornalisti britannici si comportarono allo stesso modo in quella occasione. Lo riferì a Einstein il quale annotò questa osservazione nel suo diario di viaggio:3 dicembre 1930 (Southampton): …In Inghilterra anche i giornalisti sonori servati! Onore al merito. Un unico «No» basta. Il mondo ha ancora molto da imparare da questo popolo – tranne che non me ne importa nulla e mi vesto sempre in modo trasandato, perfino per la sacra cerimonia della cena.

Più tardi il professore F. A. Lindemann, futuro consigliere scientifico di Winston Churchill, invitò Einstein a visitare Oxford. Einstein fu ospitato al Christ Church College, dove le tradizioni non erano molto diverse da quelle degli altri collages dell’università. Come molti altri, infatti il Christ Church era riservato a studenti di sesso maschile. Le stanze erano gelide. Ogni sera, vestiti della toga accademica, i professori e gli studenti – erano cinquecento – si riunivano secondo un’antica usanza nella sala grande per la cena preceduta dalla benedizione in latino. Einstein commentò nel suo taccuino di viaggio:

Oxford, 2/3 maggio 1931: Esistenza tranquilla nella mia cella, dove si gela. La sera: cena solenne della sacra confraternita in frac.

Segue un passo dal diario di Einstein in chiave diversa: la descrizione di una burrasca in mare:

10 dicembre 1931: Non ho mai visto una burrasca come quella di stanotte… Il mare ha un aspetto di indescrivibile grandiosità, specialmente quando è illuminato dal sole.

Ci si sente immersi nella natura. Ancora più del solito si avverte la nullità dell’individuo e questo ci riempie di felicità.

Nel 1920 Einstein offrì al dottor Hans Mühsam, un amico medico residente a Berlino, un suo ritratto inciso da Hermann Struck, con la seguente dedica:

Misurato obiettivamente, quanto l’uomo con i suoi sforzi appassionati riesce a strappare alla verità è una parte minima. Ma quegli sforzi ciliberano dalle catene dell’io e ci rendono compagni degli uomini migliori e più grandi.

All’amico Paul Ehrenfest, anche lui fisico teorico, Einstein scrisse la frase seguente in una lettera datata 15 marzo 1922:

È maledettamente ignorante il fisico teorico davanti alla natura e davanti ai suoi allievi!

Ai primi di dicembre 1950, Einstein ricevette a Princeton una lunga lettera manoscritta da uno studente diciannovenne della Rutgers University, che diceva: «Il mio problema è questo, professore: qual è lo scopo dell’uomo sulla terra?» Scartando eventuali risposte come il guadagno, la fama, l’altruismo, lo studente scriveva:

«Onestamente, professore, non riesco neanche a capire perché mi sono iscritto a ingegneria». Gli sembrava che l’uomo non avesse «nessuna meta nella vita». Citava questo passo dai Pensées di Pascal, dicendo che riassumeva i propri sentimenti: «Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa sia io stesso. Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell’universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di quest’immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po’ di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un’ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto questa stessa morte, che non posso evitare».

Lo studente osservava che mentre Pascal trovava una soluzione al problema nella religione, lui invece non ne vedeva alcuna. Dopo aver sviluppato il tema della nullità cosmica dell’uomo, chiedeva a Einstein di indicargli la strada giusta e di motivare la sua risposta, aggiungendo: «Non abbia paura di offendermi: se sgarro me lo dica chiaro e tondo».

A questo appello angosciato, Einstein non offrì facili soluzioni di comodo, il che dovette senz’altro rincuorare lo studente, alleviando il triste peso dei suoi dubbi. La lettera di Einstein, scritta in inglese, è datata Princeton 3 dicembre 1950, pochi giorni dopo quella dello studente.

Mi ha molto colpito il fervore dei Suoi tentativi per definire lo scopo dell’esistenza dell’individuo e dell’umanità intera. Penso però che non ci possa essere alcuna risposta sensata se la domanda viene formulata in questi termini. Se parliamo dello scopo e del fine di un’azione, in effetti ci domandiamo quali aspirazioni si realizzano mediante questa azione e le eventuali conseguenze; oppure quali conseguenze negative si possono evitare? Certo, si può parlare in termini specifici dello scopo di un’azione dal punto di vista della comunità alla quale appartiene l’individuo. In questo caso, lo scopo dell’azione ha un rapporto perlomeno indiretto con la realizzazione delle aspirazioni degli individui che formano la società.

Se mi chiede qual è lo scopo e il fine della società nel suo complesso odi un individuo considerato come entità autonoma, la domanda perde ogni significato. È ancora più evidente se chiede qual è lo scopo o il senso della natura in generale. In questi casi sembra arbitrario, anzi illogico, postulare l’esistenza di un Essere i cui desideri abbiano un rapporto con gli avvenimenti.

Nonostante ciò, ognuno di noi avverte che in realtà è non solo giusto, ma essenziale chiedersi come comportarsi nella vita. A mio avviso la risposta è questa: soddisfare per quanto è possibile le aspirazioni e i bisogni di tutti,raggiungendo l’armonia e la bellezza nei rapporti umani. Ciò presuppone molta consapevole riflessione e molta autodisciplina. È un dato di fatto che i filosofi greci e gli antichi saggi orientali raggiunsero in questo campo preminente un livello superiore a quello che prevale oggi nelle nostre scuole e università.

Il 28 ottobre 1951, un laureato in psicologia indirizzò una lettera molto bella a Einstein, allora residente a Princeton, chiedendo un suo consiglio. Lo studente era figlio unico, ebreo come i genitori ma non ortodosso. Da un anno e mezzo era profondamente innamorato di una ragazza protestante. Consapevole dei trabocchetti nascosti in un matrimonio misto e delle ferite involontarie che avrebbero potuto infliggere le sventate osservazioni degli estranei, la coppia aveva deciso di frequentare amici e conoscenti, verificando in questo modo la saldezza del loro legame. La ragazza, spontaneamente, gli aveva comunicato la sua volontà di convertirsi alla religione ebraica perché i loro figli avessero una vita familiare più omogenea. Sebbene fossero affezionati alla giovane, i genitori del ragazzo erano spaventati dall’idea di un matrimonio misto ed espressero apertamente le loro obiezioni. Il giovane era diviso tra l’amore per la ragazza e il desiderio di non alienarsi i suoi, dando loro un infinito dispiacere. Chiedeva se non aveva ragione di ritenere che una moglie sia più importante dei genitori quando si incomincia una nuova vita.

Einstein abbozzò una risposta in tedesco sul retro della lettera; può darsi che abbia spedito una traduzione in inglese, ma gli archivi Einstein conservano solo la versione originale:

Le dirò francamente che non approvo i genitori che influenzano i figli nelle decisioni determinanti per la loro vita futura: sono problemi che ognuno deve risolvere da solo.

Tuttavia se vuole prendere una decisione alla quale i suoi si oppongono, deve porsi questa domanda: sono, in fondo, abbastanza indipendente per agire contro la volontà dei miei genitori senza perdere il mio equilibrio interiore? Se non è sicuro della Sua risposta, il passo che pensa di fare è sconsigliabile, anche negli interessi della ragazza. La Sua decisione deve dipendere solo da questo.

L’8 dicembre 1952, uno studente ventenne laureando in filosofia alla Brown University indirizzò a Einstein a Princeton una lunga lettera manoscritta. Parlava con entusiasmo ed eloquenza della sconfinata ammirazione che, fin dall’infanzia, provava per Einstein; affermava che ogni cosa relativa allo scienziato – le sue teorie, le sue opinioni, la sua personalità – aveva per lui un’attrazione irresistibile; infine speravache Einstein trovasse un momento per scrivergli un bigliettino. Dato che Einstein nonlo conosceva personalmente, lo studente si rendeva conto che non poteva contenere un messaggio privato; tuttavia sperava di ricevere comunque una sua frase o pensiero.

La risposta di Einstein in inglese è del 9 dicembre 1952:

È la più bella ricompensa per chi ha lottato tutta la vita per cogliere qualche brandello di verità constatare che altri hanno una reale comprensione della sua opera e ne traggono piacere; quindi La ringrazio di cuore per le Sue gentili parole. Avendo poco tempo a disposizione devoaccontentarmi di scriverLe questo breve messaggio.

È vero che la comprensione della verità non è possibile senza una base empirica. Tuttavia più andiamo a fondo, più diventano esaurienti e ampiele nostre teorie, meno abbiamo bisogno di conoscenze empiriche perdefinire quelle teorie.

Il 4 ottobre 1931, Einstein tenne una conferenza al Planetario di Berlino. Un suoamico che non aveva potuto assistere alla conferenza ne lesse il resoconto nelgiornale del giorno seguente e gli mandò il ritaglio. Questo è quanto disse Einstein:

Per la formulazione di una teoria non basta soltanto riunire i fenomeni già registrati – ci dev’essere sempre l’apporto della libera invenzione dello spirito umano che afferra l’essenza delle cose. Inoltre: il fisico non deve accontentarsi della mera osservazione fenomeno logica. Dovrebbe invece passare al metodo speculativo, che ricerca la struttura di base.

La famiglia Einstein aveva una residenza estiva a Caputh, nei pressi di Berlino, allaquale era molto affezionata. Più tardi la casa venne confiscata dai nazisti, ma già nel 1932 il futuro non era promettente. Nel 1932 Einstein scrisse queste parole nell’albo della figlia di un suo vicino a Caputh:

O Giovinezza: sai che la tua non è la prima generazione ad aspirare a una vita piena di bellezza e di libertà? Sai che tutti i tuoi antenati sentivanoquello che senti tu oggi – e poi furono vittime dell’odio e dell’infelicità?

Sai che i tuoi ardenti desideri si realizzeranno solo se sarai capace di amore e comprensione per uomini, animali, piante e stelle, così che ogni gioia sarà la tua gioia e ogni dolore il tuo dolore? Apri i tuoi occhi, il tuo cuore, le tue mani e fuggi quel veleno che i tuoi antenati hanno succhiato così avidamente dalla Storia. Soltanto allora il mondo intero diventerà la tua patria e il tuo lavoro e i tuoi sforzi diffonderanno benedizioni.

Un maestro di quinta elementare nell’Ohio scoprì che la maggior parte dei suoi allievi erano stupiti quando imparavano che gli esseri umani fanno parte del regno animale. Diede ai ragazzi il compito di scrivere a vari famosi pensatori chiedendo in proposito la loro opinione; il 26 novembre 1952 inviò una scelta delle lettere a Einstein, a Princeton, nella speranza che lo scienziato trovasse il tempo di rispondere.

Einstein rispose in inglese il 17 gennaio 1953:

Cari bambini,non bisogna domandarsi: «Che cos’è un animale?», ma «Che cosa chiamiamo animale?» Ebbene, chiamiamo animale una creatura con queste determinate caratteristiche: si nutre, nasce da genitori simili a essa, cresce, si muove da sola e muore quando il suo tempo è trascorso. Ecco perché chiamiamo animali il verme, la gallina, il cane, la scimmia. E noi uomini?

Pensateci in questo modo e poi decidete da voi se non è naturale considerarci degli animali.

Il 25 febbraio i rappresentanti della Sixth Form Society (un’associazione di allievi dell’ultimo anno di liceo) di una scuola secondaria inglese scrissero a Einstein informandolo in tono entusiasta che era stato eletto, quasi all’unanimità, rettore del loro gruppo. La carica non comportava alcun obbligo e, secondo le norme dello statuto, il gruppo non era neanche autorizzato ad avere un rettore. Tuttavia i soci erano convinti che Einstein avrebbe apprezzato il loro gesto come riconoscimento della grandiosità della sua opera.

Il 17 marzo 1952 Einstein rispose in inglese:

Quale vecchio insegnante ho accolto con immensa gioia e orgoglio la nomina alla carica di rettore della vostra Società. Sebbene sia ormai un anziano vagabondo, riconosco che esiste anche in me quella tendenza alla rispettabilità tipica della vecchiaia. Devo dirvi però che sono un po’ perplesso (ma non troppo) dal fatto che la nomina sia stata effettuata senza il mio consenso.

La lettera di Einstein venne incorniciata e appesa nella biblioteca della scuola dove si riuniva la Sixth Form Society; probabilmente è ancora lì.

Il 19 gennaio 1936 una ragazza che frequentava la prima media in una scuola di catechismo a New York, scrisse a Einstein dietro suggerimento del suo insegnante chiedendogli se gli scienziati pregano e, in caso affermativo, con quali intenzioni. La risposta di Einstein è del 24 gennaio 1936:

Ho cercato di rispondere alla tua domanda il più semplicemente possibile. Ecco la mia risposta. La ricerca scientifica è basata sul concetto che tutto quel che accade è determinato dalle leggi della natura e questo vale anche per il comportamento della gente. Per questo motivo un ricercatore scientifico non sarà propenso a credere che si possano influenzare gli avvenimenti mediante la preghiera, cioè esprimendo a un Essere sovrannaturale un nostro desiderio.

Bisogna però ammettere che la nostra attuale conoscenza di queste leggi è solo incompleta e frammentaria; quindi in effetti anche la convinzione dell’esistenza di leggi fondamentali della Natura poggia su una specie di fede. Tuttavia tale fede è stata finora largamente confermata dai risultati della ricerca scientifica. Ma d’altra parte chi s’impegna seriamente nella ricerca scientifica finisce sempre per convincersi che nelle leggi dell’Universo si manifesta uno Spirito infinitamente superiore allo spirito umano; noi, con le nostre deboli energie, non possiamo far altro che riconoscere la nostra inferiorità nei suoi confronti. La ricerca scientifica conduce perciò a un particolare sentimento religioso assai diverso dalla religiosità di una persona meno colta.

È interessante notare che questa lettera fu scritta un decennio dopo la formulazione del principio di indeterminazione da parte di Heisenberg e dell’interpretazione probabilistica della meccanica dei quanti, con il suo rifiuto del determinismo assoluto.

La seguente lettera, che Einstein inviò da Princeton il 20 dicembre 1935, si spiega da sé. È una circostanza fortunata, perché non ci sono note le condizioni che la determinarono; può darsi che si tratti di una risposta a una richiesta a voce:

Cari bambini,

mi fa tanto piacere immaginarvi tutti riuniti a far festa nello splendore delle luci natalizie. Pensate anche agli insegnamenti di Colui del quale festeggiate la nascita. Quegli insegnamenti sono così semplici e tuttavia dopo quasi duemila anni non prevalgono ancora tra gli uomini. Imparate a rallegrarvi per la felicità e le gioie dei vostri compagni, a non godere della triste lotta dell’uomo contro l’uomo. Se troverà posto nel vostro cuore questo sentimento naturale, ogni vostra difficoltà nella vita diventerà leggera o almeno sopportabile; troverete la vostra strada con pazienza e senza timore, diffondendo gioia dovunque.

Il 19 giugno 1951, Einstein inviò questo messaggio in inglese a una bambina che gli aveva rivolto una domanda tramite sua madre:

La terra esiste da più di un miliardo d’anni. Per quel che riguarda la sua fine ti do un consiglio; aspetta e vedrai! Aggiunse un post scriptum: Accludo alcuni francobolli per la tua collezione.

Un funzionario statale di Dresda che si autodefiniva uomo politico e psicoterapeuta di scuola adleriana, voleva fare un libro basato sulla psicanalisi di personaggi noti. A questo scopo scrisse il 17 gennaio 1927 a Einstein a Berlino, chiedendogli se avrebbe acconsentito a farsi psicanalizzare.

Non sappiamo se Einstein gli fece avere una risposta, ma sulla lettera vi è questo appunto in tedesco:

Mi dispiace di non poter acconsentire alla Sua richiesta: preferisco rimanere nell’ignoranza di chi non è stato psicanalizzato.

All’inizio Einstein non era molto favorevole all’opera di Sigmund Freud, sebbene successivamente abbia cambiato idea in proposito. In occasione del cinquantesimo compleanno dello scienziato Freud, come tanti altri, gli mandò un biglietto d’auguri nel quale si riferiva a Einstein chiamandolo «fortunato» («Sie Glucklicher»), una parola che stuzzicò la curiosità di Einstein. Il 22 marzo 1929 Einstein scrisse da Berlino:

Illustre Maestro,

La ringrazio per il Suo pensiero. Vorrei sapere perché insiste sulla mia «fortuna». Lei che è riuscito a mettersi nei panni di tanti uomini – anzi dell’umanità stessa — non ha mai avuto l’occasione di fare altrettanto con me. Con la massima stima e i più cordiali saluti.

Nella sua risposta Freud spiegò che considerava Einstein fortunato perché chi non conosceva la fisica non si sarebbe mai azzardato a giudicare il suo lavoro, mentre l’opera di Freud veniva criticata da tutti, intenditori di psicologia o no!

Il 20 gennaio 1921 il direttore di una rivista tedesca sull’arte moderna si rivolse a Einstein a Berlino, esprimendo la sua convinzione che esista uno stretto legame tra l’evoluzione artistica e le scoperte scientifiche di una data epoca. Chiedeva a Einstein di scrivere un breve saggio sull’argomento che sarebbe stato pubblicato sulla rivista.

La risposta di Einstein è del 27 gennaio 1921:

Sono cosciente di non poter fare nessuna osservazione originale,tanto meno degna di essere pubblicata, sull’argomento da Lei proposto.

Accludo tuttavia un mio aforisma come prova della mia buona volontà. Se il mio inchiostro fosse più scorrevole, avrei fatto onore alla richiesta espressa nella Sua lettera cortese, inviandoLe un saggio più esauriente.

L’aforisma, che venne pubblicato nella rivista, era il seguente:

Gli elementi comuni dell’esperienza scientifica e artistica.

Quando il mondo cessa di essere il luogo dei nostri desideri e speranze personali, quando l’affrontiamo come uomini liberi, osservandolo con ammirazione, curiosità e attenzione, entriamo nel regno dell’arte e della scienza. Se usiamo il linguaggio della logica per descrivere quel che vediamo e sentiamo, allora ci impegniamo in una ricerca scientifica. Se lo comunichiamo attraverso forme le cui connessioni non sono accessibili al pensiero cosciente, ma vengono percepite mediante l’intuito e l’ingegno, allora entriamo nel campo dell’arte. Elemento comune alle due esperienze è quella appassionata dedizione a ciò che trascende la volontà e gli interessi personali.

Quando i nazisti presero il potere, il direttore della rivista, che non era ebreo, tentò la fuga. Arrestato alla frontiera, si suicidò.

Einstein scrisse i due aforismi seguenti mentre si trovava a Huntington, nello stato di New York, nel 1937. Sebbene non siano ispirati al brano precedente, il rapporto è evidente.

L’anima e il corpo non sono due cose diverse, ma solo due modi diversi di percepire la stessa cosa. In modo analogo, la fisica e la psicologia rappresentano solo due tentativi diversi di unificare le nostre esperienze mediante il pensiero sistematico.

La politica è un pendolo i cui movimenti che oscillano tra l’anarchia e la tirannia sono alimentati da illusioni perennemente rinnovate.

Il seguente aforisma in inglese venne attribuito a Einstein da uno scrittore sudamericano che lo fece stampare sulla sua carta da lettere come epigrafe. Dato che rispecchia perfettamente molti commenti di Einstein, lo riteniamo autentico. Lo scrittore conosceva solo la versione inglese:

Il nazionalismo è una malattia infantile; è il morbillo della razza umana.

Il 17 luglio 1953 una donna, pastore della Chiesa battista, inviò a Einsteina Princeton una fervida lettera di ammirazione dal tono moralistico. Citando alcuni passi delle Scritture, gli chiedeva se avesse considerato il rapporto fra la sua anima immortale e il suo Creatore e se credesse alla vita eterna con Dio dopo la morte. Non sappiamo se Einstein le rispose, ma la lettera, conservata negli archivi Einstein, porta questi appunti nella sua calligrafia scritti in inglese:

Non credo nell’immortalità dell’individuo e considero che l’etica sia un interesse esclusivamente umano che non deriva da alcuna autorità sovrannaturale.

Nel 1954 o 1955 Einstein ricevette una lettera che riportava una sua affermazione insieme alla citazione apparentemente contraddittoria di un noto evoluzionista sul ruolo dell’intelligenza nell’universo.

Segue la traduzione della prima stesura in tedesco della sua risposta; non sappiamo se fu inviata una versione definitiva.

L’incomprensione è qui dovuta alla cattiva traduzione di un testo tedesco, e in particolare della parola «mistico». Non ho mai attribuito alla natura una intenzione o un fine o qualsiasi altra cosa che si potesse interpretare in senso antropomorfico.

Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo.

Nel febbraio del 1921 a Berlino Einstein ricevette da Vienna la lettera di una donna che gli chiedeva la sua opinione sull’esistenza dell’anima e sulla possibilità di una evoluzione personale e individuale dopo la morte. Seguivano altre domande dello stesso genere. Il febbraio 1921 Einstein le scrisse una lunga lettera dalla quale è tratto questo brano.

La tendenza al misticismo della nostra epoca, che si manifesta in modo particolare nella diffusione della cosiddetta teosofia e dello spiritismo, per me non è altro che un sintomo di debolezza e di confusione. Dato che le nostre esperienze interiori consistono nel riprodurre e combinare le impressioni sensoriali, il concetto dell’anima senza il corpo mi pare del tutto privo di significato.

Il funzionario di una filiale della casa editrice americana McGraw-Hill doveva tenere una conferenza al convegno annuale della American Library Association. Il 1° aprile 1948 scrisse a Einstein per chiedergli consiglio, precisando che i bibliotecari e gli editori erano allarmati dal diffuso calo d’interesse per i libri di scienza divulgativa. Pregava Einstein di esprimere un suo parere sulle ragioni di questo fenomeno, informandolo che aveva rivolto lo stesso quesito ad altri scienziati ed esperti in materia. Einstein, che aveva delle opinioni molto precise sulla divulgazione della scienza, non perse tempo nel rispondergli: infatti la sua lettera in inglese è del 3 aprile.

A mio avviso la situazione è questa: la maggior parte dei libri scientifici destinati al pubblico non specializzato cerca di far colpo sul lettore («è davvero impressionante»; «quanti progressi abbiamo fatto finora, ecc.») piuttosto che spiegargli in termini chiari e comprensibili gli scopi e i metodi di base. Dopo aver tentato di leggere alcuni libri di questo genere il lettore intelligente si scoraggia definitivamente. La sua conclusione è questa: sono troppo scemo, tanto vale rinunciarci. Inoltre tutta la parte descrittiva è resa in un linguaggio sensazionale che non può non disgustare un lettore intelligente. In breve, non sono i lettori che sbagliano, ma gli autori e le case editrici. Proporrei di non pubblicare nessun libro divulgativo sulla scienza senza prima accertare che un lettore intelligente e giudizioso lo possa capire e apprezzare.

Pare che il passo precedente sia inedito. Citiamo anche il primo paragrafo di una lettera di Einstein indirizzata il 28 gennaio 1952 alla rivista «Popular Science Monthly», sulla quale venne poi pubblicata. Il direttore aveva ricevuto una lettera da un lettore che gli chiedeva sbalordito informazioni sulle ultime scoperte di Einstein che, a detta dello scienziato stesso, avrebbero «svelato i segreti dell’universo». Alla richiesta del direttore, Einstein rispose in termini semplici ed espliciti; tuttavia non poté fare a meno di commentare all’inizio della lettera:

Non è certo colpa mia se i profani hanno un’impressione esagerata dell’ importanza del mio lavoro. Questo fatto è dovuto piuttosto agli autori di opere divulgative e in particolare ai giornalisti che presentano tutto nel modo più clamoroso possibile.

Presentiamo insieme i due brani seguenti. Einstein riceveva un enorme numero di lettere da persone convinte di avere idee di notevole importanza scientifica. A voltegli capitava di perdere la pazienza, come in questo caso. Il 7 luglio 1952 ricevette una lettera da un artista newyorkese; la sua risposta in inglese fu spedita da Princeton il 10 luglio:

La ringrazio per la Sua lettera del 7 luglio. Lei mi sembra un recipiente vivente di tutte le espressioni vuote che vanno tanto di moda negli ambienti intellettuali di questo paese. Se fossi un dittatore, proibirei l’uso di tutte queste ripugnanti futilità.

Einstein ricevette a Princeton una lunga lettera manoscritta d’un autodidatta –quattro pagine fitte in inglese datate 22 marzo 1954. Si lamentava che erano rare le persone come Einstein che avevano il coraggio delle proprie convinzioni e si chiedeva se non sarebbe stato meglio restituire il mondo agli animali. Diceva: «Immagino che voglia sapere chi Le scrive», e proseguiva raccontando particolareggiatamente che era emigrato dall’Italia negli Stati Uniti all’età di nove anni, in un clima rigido, per cui le sue sorelle si ammalarono e morirono, egli sopravvisse a stento, che all’età di dieci anni, dopo solo sei mesi di scuola, andò a lavorare, che riprese gli studi a diciassette anni frequentando un corso serale, che adesso aveva un impiego fisso come collaudatore di macchine e nel tempo libero gestiva una piccola ditta, che aveva inoltre ottenuto alcuni brevetti. Si definiva ateo.

Affermava che la vera educazione veniva dalla letteratura. Citava un articolo sul pensiero religioso di Einstein mettendone in dubbio l’esattezza. Derideva vari aspetti della pratica religiosa, riferendosi ai milioni di persone che rivolgono a Dio preghiere in lingue diverse, commentando che l’Onnipotente doveva impiegare un personale molto numeroso per tener conto dei peccati commessi. Terminava con una discussione sui sistemi sociali e politici dell’Italia e degli Stati Uniti, troppo lunga da riportare in questa sede. Accludeva un assegno perché Einstein lo destinasse a qualche opera di beneficenza. Il 24 marzo 1954 Einstein rispose in inglese:

Ricevo centinaia e centinaia di lettere ma quasi mai una interessante come la Sua. Credo che le Sue opinioni sulla società siano abbastanza valide. Sono, ovviamente, menzogne quelle che Lei ha letto riguardo alla mia fede religiosa, menzogne che vengono sistematicamente ripetute. Non credo in un Dio personale, né ho mai negato questo fatto, anzi ho sempre espresso chiaramente il mio parere in proposito. Se c’è in me qualcosa che si possa definire sentimento religioso è proprio quella infinita ammirazione per la struttura del mondo rivelata dalle scoperte della scienza. Non mi è possibile far pervenire il denaro che mi manda a un destinatario adatto quindi glielo restituisco, riconoscendo il Suo buon cuore e le Sue buone intenzioni.

La Sua lettera mi dimostra anche che la saggezza non è frutto dell’istruzione ma del tentativo di acquisirla che può durare tutta la vita.

Nel settembre del 1920 Einstein si recò a Stoccarda per una conferenza. Durante il loro soggiorno, la moglie di Einstein, Elsa, invitò tutti i cugini a fare una gita nei dintorni della città; sfortunatamente si dimenticò dei figli dei cugini. Una di questi era Elisabeth Ley, di otto anni. Sapendo che la ragazza era dotata di humour, il 30 settembre 1920 Einstein le mandò una cartolina spiritosa; lei la conservò accuratamente e quindi esiste ancora.

Mia cara signorina Ney, mi riferisce Elsa che sei scontenta perché non hai visto lo zio Einstein. Permettimi allora di dirti com’è fatto: volto pallido, capelli lunghi e un accenno di pancia. Inoltre ha un’andatura sgraziata e – se gli capita di avere un sigaro – un sigaro appiccicato al labbro, una penna in tasca o in mano.

Tuttavia non ha le gambe storte, né bitorzoli, quindi è piuttosto bello. Non ha neanche peli sulle mani, come hanno tanti uomini brutti. Quindi è davvero un peccato che tu non abbia avuto l’occasione di vedermi.

Con un saluto affettuoso dallo Zio Einstein.

Il 12 aprile 1950, un lontano parente di Einstein gli scrisse da Parigi comunicandogli che il figlio, appena iscritto all’università, alla facoltà di fisica e chimica, avrebbe gradito ricevere qualche parola d’incoraggiamento dal membro più famoso della famiglia.

Il 18 maggio 1950 Einstein inviò una piccola strofa.

Così come stanno le cose, sono in preda alla confusione; Fossi un pastore, ti darei volentieri la mia benedizione. Tuttavia sono felice di avere Sue notizie e di sapere che Suo figlio vuole dedicarsi allo studio della fisica. Ma non posso non dirLe che si tratta di un’impresa piuttosto ardua se uno non si accontenta di risultati superficiali. Consiglio sempre di separare le ambizioni personali dal proprio mestiere, per quanto sia possibile. Il pane quotidiano non deve dipendere dai talenti che Dio ci ha concesso.

Gli anni passarono e il 1° marzo 1954 il parente scrisse di nuovo a Einstein. Il figlio aveva incorniciato la lettera di Einstein e l’aveva appesa sopra il suo letto nello studio. Le parole di Einstein avevano avuto un effetto magico: il figlio aveva superato gli esami per il diploma classificandosi primo del suo corso. Quando i suoi vollero premiarlo, offrendogli una vacanza in montagna o del denaro, il figlio chiese timidamente una fotografia con dedica del suo idolo e famoso benefattore. Ricevette infatti una fotografia che recava la firma di Einstein.

L’11 luglio 1947 un coltivatore dell’Idaho scrisse a Einstein informandolo che aveva fatto battezzare il figlio Albert e chiedendogli di scrivere due righe da conservare come «talismano» per il bambino quando fosse cresciuto. Einstein rispose in inglese il 30 luglio 1947:

L’ambizione e il puro senso del dovere non danno frutti veramente importanti, che invece derivano dall’amore e dalla dedizione verso gli uomini e le cose.

Il padre fu entusiasta di questo messaggio e scrisse a Einstein accludendo una fotografia del piccolo Albert e promettendogli come ringraziamento un sacco di patate dell’Idaho. Einstein ricevette infatti un enorme sacco di patate. In parte per via di una storica serie di conferenze scientifiche organizzate a Bruxelles, in parte per una comune passione per la musica e soprattutto per la reciproca stima, nacque un’amicizia eccezionale tra Einstein, il re Alberto e la regina Elisabetta del Belgio. La qualità di questa amicizia viene chiaramente dimostrata nei brani tratti da una lettera di Einstein del 1931, indirizzata alla moglie Elsa.

Nella lettera Einstein racconta una sua visita al palazzo reale: Sono stato commosso dal calore con cui sono stato accolto. Queste due persone sono di una rara semplicità e gentilezza. Prima abbiamo chiacchierato per circa un’ora, poi la regina e io abbiamo suonato quartetti e trii, insieme a una musicista inglese e una dama di compagnia. Così andammo avanti allegramente per alcune ore. Poi se ne andarono tutte e rimasi a cena da solo con il re — un pasto vegetariano, senza domestici: spinaci, uova al tegamino, patate e basta (non avevano previsto che sarei rimasto). Mi sono trovato molto bene e sono sicuro che questo sentimento è reciproco.

L’amicizia con la famiglia reale del Belgio continuò e si approfondì. Il 30 luglio 1932 la regina Elisabetta scrisse una lettera a Einstein in cui gli rivelava quanto era stata contenta delle loro conversazioni e passeggiate nel parco, affermando inoltre che non aveva dimenticato la sua chiara spiegazione delle teorie causali e probabilistiche nella fisica; accluse alcune fotografie dello scienziato scattate da lei durante la sua visita.

Il 19 settembre 1932 Einstein rispose: Ho avuto molto piacere di parlarLe dei misteri che ci presenta la fisica. L’essere umano è dotato di una intelligenza appena sufficiente per constatare chiaramente la sua incapacità nel comprendere il mondo reale. Se si potesse comunicare a ognuno questo senso di umiltà, tutta la sfera dei rapporti umani ne trarrebbe vantaggio.

Il 9 febbraio 1931 Einstein scrisse alla regina da Santa Barbara, in California:

Da due giorni mi trovo in questo angolo spensierato del mondo che non conosce né vento, né caldo né freddo. Ieri mi hanno fatto visitare una villa di sogno (Bliss) dove, mi hanno detto, Lei ha trascorso alcuni giorni felici e tranquilli qualche anno fa.

Sono ormai due mesi che mi trovo in questo paese di contraddizioni e di sorprese, dove si passa dall’ammirazione alla costernazione. Ci si rende conto d’essere affezionati alla vecchia Europa, con tutti i suoi problemi e le sue pene, e ci si ritorna volentieri.

Il 19 febbraio 1933, durante un altro soggiorno a Santa Barbara, Einstein inviò alla regina un piccolo ramoscello insieme a una quartina:

Nel giardino del chiostro un alberello Dalle vostre stesse mani piantato.

Vi manda in segno di saluto In vece sua, un picciol ramoscello.

La regina rispose in termini simili dal palazzo di Laeken il 15 marzo 1933. I nazisti nel frattempo erano saliti al potere e avevano confiscato i beni di Einstein, denigrandolo pubblicamente. Alla fine della sua poesia la regina si riferisce indirettamente a questi avvenimenti, facendo un gioco di parole sul nome di Einstein che, diviso in due parti (Ein Stein), significa in tedesco: una pietra. Segue una traduzione dei versi della regina:

«Quel ramoscello il saluto mi portò Dell’alberello che me lo inviò E dall’amico il cui immenso cuore Poté portarmi seco un gran piacere; Proclamo i miei ringraziamenti Al mare, al cielo e ai monti. Ora che le pietre si mettono a tremare Prego che UNA PIETRA si potrà salvare».

Nel gennaio 1934 Einstein e la sua famiglia, trasferitisi al sicuro a Princeton, vennero invitati alla Casa Bianca, ospiti del presidente e della signora Roosevelt. La regina fu menzionata più volte durante la serata e sempre con espressioni di cordiale affetto. Einstein volle farglielo sapere e scrisse i seguenti versi in onore del presidente americano il 25 gennaio 1934 sulla carta da lettere intestata della Casa Bianca:

Nella capitale della fiera gloria Dove il destino rivela la sua storia, Lotta un uomo con felice ambizione Che ai nostri problemi porrà soluzione. Nei discorsi dell’altra notte Pensai a Lei col cuor che batte; Ricordando l’amicizia Mando a Lei questa notizia.

Quando nel 1933 gli Einstein tornarono da Pasadena in Europa, poco dopo la presa del potere da parte dei nazisti, non fu per puro caso che decisero di rifugiarsi a Le Coq sur Mer, piccola città di villeggiatura sulla costa atlantica; infatti Le Coq era in Belgio. Il re Alberto e la regina Elisabetta erano profondamente preoccupati per l’incolumità di Einstein. Correva voce che i nazisti avevano posto una taglia sulla testa dello scienziato e il re Alberto gli assegnò due guardie del corpo che avevano il compito di vegliare Einstein giorno e notte.

La seguente lettera da Princeton di Einstein alla regina Elisabetta risale a un periodo successivo e mette in luce un altro aspetto della loro amicizia. I Barjansky di cui parla lo scienziato in questo brano erano anch’essi amici intimi della coppia reale. Infatti il signor Barjansky suonava il violoncello nel quartetto della regina e sua moglie, artista, le dava lezioni di scultura. Furono proprio i Barjansky a suggerire a Einstein di scrivere alla regina. Le circostanze erano queste: nella primavera del 1934 il re Alberto perì durante una scalata in montagna; l’anno seguente, verso la fine dell’estate, la nuova regina, Astrid, nuora di Elisabetta, morì in un incidente automobilistico a trent’anni. Elisabetta rimase sconvolta dal doppio lutto; cadde in uno stato di profonda apatia, tanto da non sentirsi più di suonare con il suo quartetto o di dedicarsi alla scultura, suscitando la più viva preoccupazione di quanti le erano vicini.

La signora Barjansky, mettendo Einstein al corrente della situazione, gli fece capire che qualche sua parola di conforto avrebbe forse aiutato la regina. La lettera di Einstein reca solo la data 20 marzo, ma risale quasi certamente al 1936:

Cara Regina, oggi per la prima volta quest’anno è apparso il sole della primavera, svegliandomi dallo stato di sogno in cui si immergono le persone come me, quando sono immerse nella ricerca scientifica. Tornano i pensieri di una vita precedente più brillante, il ricordo delle splendide ore trascorse insieme a Bruxelles. La signora Barjansky mi ha scritto di come la vita stessa sia per Lei una sofferenza e di come Lei sia abbattuta dai colpi indescrivibilmente dolorosi che Le sono stati inflitti.

Tuttavia non bisogna piangere quelli che ci hanno lasciati nel pieno delle loro forze dopo anni di attività felice e feconda, che hanno avuto il privilegio di realizzare in pieno la loro missione nella vita. Qualcosa vi è che può rinfrancare e rianimare le persone più anziane: la gioia nelle attività della generazione più giovane – una gioia indubbiamente offuscata dagli oscuri presentimenti che si avvertono in questi tempi incerti. Nonostante ciò, il sole della primavera evoca sempre nuova vita della quale possiamo rallegrarci, favorendo il suo sviluppo; Mozart rimane bello e dolce come è sempre stato e sempre sarà. Vi è dopo tutto qualcosa di eterno, irraggiungibile dal destino e da tutte le delusioni umane. Le cose eterne sono più vicine alla persona anziana che al giovane che oscilla tra il timore e la speranza. A noi è riservato il privilegio di contemplare la bellezza e la verità nelle loro forme più pure.

Ha mai letto le Massime di La Rochefoucauld? Suonano piuttosto amare e malinconiche, ma attraverso la loro oggettivazione della natura umana suscitano nel lettore uno strano senso di liberazione. Nella persona di La Rochefoucauld vediamo un uomo che è riuscito a emanciparsi, anche se ha faticato molto per togliersi di dosso il pesante fardello delle passioni che la natura gli accollò durante il cammino della vita. Sarebbe bello leggerlo insieme a persone la cui piccola barca ha superato molte burrasche, i Barjansky per esempio. Mi unirei tanto volentieri a voi, se non lo vietasse «il grande oceano».

Il destino mi ha dato il privilegio di vivere a Princeton, come su un’isola che sotto molti aspetti assomiglia al delizioso parco reale di Laeken. Anche le caotiche voci delle contraddizioni umane si odono appena in questa piccola città universitaria. Quasi mi vergogno di vivere in tanta tranquillità mentre altri lottano e soffrono. Ma in fondo è sempre meglio occuparsi delle cose eterne, perché solo da esse emana quello spirito che può ridare la pace e la serenità agli esseri umani.

Con la viva speranza che la primavera porti anche a Lei gioia e serenità e La incoraggi a riprendere le Sue attività, Le mando i miei migliori saluti.

Abbiamo poche informazioni sul brano seguente; probabilmente risale, stando al contenuto, alla primavera o estate del 1933, quando Einstein soggiornava a Le Coq. Il tono leggermente comico viene dal fatto che il ricorso alla violenza fisica era completamente estraneo alla mentalità di Einstein.

Mi chiede che cosa ho pensato quando mi hanno riferito che la polizia di Potsdam aveva perquisito la mia residenza estiva in cerca di armi nascoste. Ebbene, quando penso a quei poliziotti nazisti, mi viene in mente il proverbio tedesco che dice: ognuno prende le misure secondo le proprie scarpe.

Einstein affermò una volta che un lavoro tranquillo e solitario come quello del guardiano di un faro sarebbe l’ideale per uno studioso o per un fisico teorico. Per un uomo come Einstein una sistemazione del genere sarebbe stata ideale; ma che dire della sua apparente convinzione che pure altri possano operare in tali condizioni restrittive? Ci fa venire in mente un certo proverbio tedesco…

Ecco poi due passi che, ciascuno a suo modo, senz’altro rallegrarono Einstein nei giorni bui dell’ascesa al potere da parte dei nazisti. Saputo che la proprietà di Einstein in Germania era stata confiscata dai nazisti, l’astronomo olandese W. de Sitter, scrisse a Einstein, a nome suo e dei suoi colleghi, offrendogli un aiuto economico. Il 5 aprile 1933 Einstein rispose:

In tempi come questi si ha l’occasione di scoprire chi sono i veri amici. La ringrazio vivamente per la Sua offerta; ma in effetti le cose vanno molto bene per me, e non solo sono in grado di provvedere a me stesso e ai miei con quel che ho, ma posso anche aiutare altri a tenersi a galla. Dalla Germania, tuttavia, probabilmente non potrò recuperare nulla perché sono stato accusato di alto tradimento. Il fisiologo [Jacques] Loeb mi disse una volta, conversando, che i dirigenti politici devono per forza essere tutti patologici, perché una persona normale non potrebbe sopportare tali responsabilità senza essere in grado di prevedere le conseguenze delle sue decisioni e azioni. Benché allora sembrasse piuttosto esagerata, la sua affermazione è pienamente confermata nella Germania di oggi. L’unico fatto curioso è il fallimento totale della cosiddetta aristocrazia intellettuale[tedesca].

Durante un viaggio in Inghilterra nel 1933, dopo aver abbandonato definitivamente la Germania e prima di trasferirsi negli Stati Uniti per assumere la sua carica all’Institute for Advanced Study a Princeton, Einstein ricevette una lettera il cui autore non aveva di certo conoscenze approfondite della fisica. Egli sosteneva ad esempio che a suo giudizio la terra girava a una velocità tale da dare l’impressione di star ferma. E in tutta serietà continuava che, a causa della forza di gravità, a volte poggiamo i piedi sulla terra, a volte la testa, a volte ci troviamo ad angolo retto, piegati, com’egli diceva, verso destra o a volte «verso sinistra»; si domandava se la gente si innamorava e faceva altre stranezze del genere proprio quando era capovolta, con la testa in giù.

Per quanto ci risulta, Einstein non rispose alla lettera. Ma annotò sul retro del foglio la frase seguente, in tedesco: Innamorarsi non è certo la cosa più sciocca che fa la gente; però la forza di gravità non c’entra per niente!

A Princeton, poco dopo il suo arrivo, Einstein fu invitato dalla redazione di «The Dink», una rivista delle matricole, a scrivere un indirizzo di saluto. Rispose con queste parole, che vennero pubblicate nel dicembre 1933:

Sono lieto di vivere tra voi che siete giovani e felici. Se permettete che un vecchio studente vi dica due parole, vi darei questo consiglio: Non considerate mai lo studio come un dovere, ma come una occasione invidiabile di imparare a conoscere l’effetto liberatorio della bellezza spirituale, non solo per il vostro proprio godimento, ma per il bene della comunità alla quale appartiene la vostra opera futura.

Il 24 marzo 1951 una studentessa di un college californiano scrisse a Einstein a Princeton, chiedendogli se si ricordava di aver inaugurato il piccolo osservatorio nella sua città; volle anche un suo consiglio. Da molto tempo ormai s’interessava di astronomia e desiderava esercitare quella professione dopo aver conseguito la laurea.

Ma due suoi professori le avevano detto che vi erano già troppi astronomi e che in ogni caso lei non era abbastanza abile per aver successo in quel campo. Confessando che in matematica non era molto brillante, gli domandava se a questo punto le conveniva continuare i suoi studi o invece ripiegare su altri a lei più adeguati.

Einstein rispose, in inglese:

La scienza è una cosa meravigliosa quando non serve a guadagnarsi il pane quotidiano. È meglio guadagnarsi da vivere con un lavoro che si ha la certezza di poter fare. Solo quando non bisogna rendere conto delle nostre attività a nessuno, si può provare vero piacere e soddisfazione nella ricerca scientifica.

Può sembrare che questo consiglio fosse formulato appositamente per una studentessa di cui Einstein conosceva ben poco; egli tuttavia lo considerava fondamentale e valido in ogni circostanza. Conosceva bene la fatica di dover sempre sfornare idee nuove. Durante una conversazione a Berlino, si paragonò a una gallina costretta a deporre uova in continuazione. Insisteva nel dire che l’aspirante scienziato o studioso doveva guadagnarsi da vivere facendo un mestiere poco impegnativo, come quello del calzolaio, evitando di trovarsi nella situazione di dover «pubblicare o morire», guastando il piacere del lavoro creativo e presentando spesso risultati superficiali. Dopo tutto, anche il grande Spinoza, filosofo per cui Einstein aveva una vera venerazione, si era guadagnato da vivere molando le lenti; Einstein spesso rievocava con piacere nostalgico i tempi in cui, impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna, aveva elaborato le sue teorie più importanti.

È questo il tema principale del passo seguente.

Il 14 luglio 1953 un indiano di Nuova Delhi indirizzò a Einstein una lunga lettera piuttosto noiosa chiedendo un suo aiuto economico. La sostanza della lettera era questa: chi scriveva era uno scapolo trentaduenne che voleva dedicare il resto della sua vita alla ricerca nel campo della matematica e della fisica, benché fosse, secondo la propria ammissione, «terribilmente impreparato» in quelle materie. Era squattrinato come dimostrava il fatto che non aveva neanche affrancato la sua lettera.

Durante la gioventù, la mancanza di mezzi gli aveva impedito di studiare e di formarsi delle solide basi nelle scienze e in matematica, malgrado l’intenso interesse per quelle materie. Le sue circostanze familiari l’avevano costretto, contro la propria volontà, a lavorare per guadagnarsi da vivere. Fortunatamente, più di un anno prima,a seguito di una piccola discussione, era stato licenziato ed era di nuovo libero di seguire la sua vera vocazione; purtroppo non aveva altre entrate e non sapeva come sbarcare il lunario. Era comunque deciso, con o senza aiuto, a continuare per la sua strada fino alla morte, ma evidentemente un contributo economico gli avrebbe facilitato la vita. Sperava infatti che Einstein gli venisse incontro.

Il 28 luglio 1953 Einstein gli rispose per disteso in inglese; la sua lettera è interessante non solo per le sue espressioni di cortesia:

Ho ricevuto la Sua lettera e sono rimasto colpito dal Suo desiderio ardente di continuare a studiare fisica. Confesso tuttavia che non posso condividere il Suo atteggiamento. Tutti noi mangiamo e viviamo alle spalle degli altri ed è nostro dovere ricambiare in pieno, non solo con un lavoro scelto in funzione delle nostre aspirazioni personali, ma anche in base a quello che risulta utile alla società in generale. Altrimenti rischiamo di diventare dei parassiti, per quanto insignificanti siano i nostri bisogni.Ciò vale ancora di più nel Suo paese, dove il lavoro della gente istruita è doppiamente utile nel contesto attuale della lotta per il miglioramento economico.

Questo è un aspetto della questione; ma c’è un altro punto da considerare anche se Lei avesse mezzi sufficienti per scegliere liberamente un’attività.

Nella ricerca scientifica la possibilità di ottenere risultati davvero significativi è molto scarsa anche per persone estremamente dotate. Lei corre quindi il rischio di provare un enorme senso di frustrazione quando avrà raggiunto l’età in cui le Sue capacità saranno in declino.

C’è un’unica soluzione: dedichi la maggior parte del Suo tempo a qualche attività pratica, nell’insegnamento o in qualche altro campo che si accordi con i Suoi gusti personali e studi durante le ore che Le restano.

Potrà in tal modo condurre una vita normale e armoniosa, anche senza la speciale benedizione delle Muse.

L’insofferenza di Einstein per le tensioni dell’ambiente universitario riguardava anche le rivalità per le promozioni. In un periodo in cui il mondo scientifico si chiedeva chi sarebbe stato il successore alla cattedra di Planck all’università di Berlino, Einstein scrisse il 5 maggio 1929 al suo amico Paul Ehrenfest in Olanda:

Non sono coinvolto, ringrazio Iddio, e non sono più costretto a partecipare alle gare dei cervelloni. Le ho sempre considerate una specie di penosa schiavitù, non meno odiosa della passione per il danaro o per il potere.

Un manoscritto di Einstein, conservato negli Archivi centrali sionisti a Gerusalemme, risale al 3 ottobre 1933, giorno in cui insieme ad altri personaggi importanti, lo scienziato partecipò a un convegno all’Albert Hall a Londra a scopo di sollecitare aiuti per studiosi profughi dalla Germania nazista. Poco tempo dopo, Einstein immigrò dall’Inghilterra negli Stati Uniti, lasciando definitivamente l’Europa.

Il destinatario del messaggio è rimasto sconosciuto. Si tratta in un certo senso di una meditazione sul licenziamento in blocco di studiosi ebrei da parte dei nazisti.

Il valore della religione ebraica risiede esclusivamente nel suo contenuto filosofico ed etico, e nelle corrispondenti qualità dei singoli ebrei. Per questo motivo, dall’antichità fino a oggi, lo studio venne giustamente  considerato come la sacra fatica dei più capaci tra noi. Questo non vuol dire tuttavia che dovremmo guadagnarci da vivere con il lavoro intellettuale, il che per sfortuna è troppo spesso il nostro caso. In questi tempi difficili dobbiamo impegnarci al massimo per adattarci alle necessità pratiche senza però rinunciare all’amore per le cose spirituali e intellettuali, né coltivare gli studi.

L’autore di una lettera indirizzata a Einstein a Princeton il 30 marzo 1935 citava il passo seguente attribuito dalla «New York Herald Tribune» allo scienziato: «Non ci sono ebrei tedeschi; non ci sono ebrei russi, non ci sono ebrei americani; esistono solo ebrei». Chi scriveva era convinto che la frase fosse stata riportata male e a prova della sua tesi ricordava come persone di religione ebraica avevano combattuto nell’esercito americano, tedesco e russo, difendendo valorosamente le cause dei loro rispettivi paesi d’origine.

La risposta di Einstein è del 3 aprile 1935:

In fin dei conti siamo tutti quanti degli esseri umani, poco importa se americani o tedeschi, ebrei o gentili. Se venisse adottato questo atteggiamento, che d’altronde è l’unico dignitoso, sarei davvero un uomo felice. Trovo molto increscioso che le divisioni secondo nazionalità e tradizioni culturali abbiano un effetto così determinante nella vita pratica d’oggigiorno. Ma dato che non possiamo cambiare la realtà, cerchiamo almeno di non ignorarla.

Ora, dal punto di vista storico, per quanto concerne gli ebrei e la loro antica comunità di tradizioni, il loro passato di sofferenze ci insegna che il fatto di essere ebrei ha più importanza del fatto di appartenere a una comunità politica. Se per esempio gli ebrei tedeschi fossero cacciati dalla Germania, cesserebbero allora di essere tedeschi, cambierebbero la loro lingua e appartenenza politica, ma resterebbero ebrei. È certo difficile stabilire il perché di questo fenomeno. A mio avviso, la ragione non dipende tanto da caratteristiche razziali, quanto da tradizioni saldamente radicate che non sono peraltro limitate all’area religiosa. Questo stato di cose non cambia col fatto che gli ebrei come cittadini di stati diversi hanno sempre sacrificato la propria vita nelle guerre dei loro paesi d’origine.

La lettera precedente non fa alcun riferimento specifico al sionismo. Tuttavia Einstein aveva già riflettuto molto sull’argomento. All’inizio del 1919 – prima della conferma della teoria generale della relatività verificata durante l’eclisse e quindi prima della fama mondiale di Einstein – Kurt Blumenfeld, un funzionario sionista, aveva accennato alla questione con lo scienziato. Due anni dopo, Blumenfeld convinse Einstein ad accettare l’invito di Chaim Weizmann ad accompagnare quest’ultimo negli Stati Uniti per raccogliere fondi per la futura Università ebraica di Gerusalemme. Weizmann, capo del movimento sionista internazionale – e futuro primo presidente dello stato di Israele – era anche uno scienziato. Parlando del viaggio insieme a Einstein, disse: «Ogni giorno Einstein mi spiegava la sua teoria. Al nostro arrivo ero pienamente convinto che lui la capisse perfettamente».

Da una lettera che il 14 marzo 1921 Einstein scrisse all’amico Heinrich Zangger: Parto sabato per l’America – non per tenere conferenze nelle università (anche se probabilmente ci sarà anche questa attività collaterale), ma per collaborare alla fondazione della Università ebraica di Gerusalemme. Sento intensamente la necessità di adoperarmi per questa causa.

Segue un brano di una lettera al fisico Paul Ehrenfest datata 18 giugno 1921:

Il sionismo rappresenta davvero un nuovo ideale che può restituire al popolo ebraico la gioia di vivere. Sono molto contento d’aver accettato l’invito di Weizmann.

Einstein era diventato una figura di grande importanza simbolica per tutti gli ebrei.

Nel 1923 quando si recò sul Monte Scopus, località in cui sarebbe sorta l’Università ebraica, fu invitato a leggere il suo discorso dal «leggio che lo attendeva da duemila anni».

In una lettera a Paul Ehrenfest del 12 aprile 1926, Einstein disse a proposito dell’Università ebraica:

Sono certo che con il tempo questa impresa darà risultati magnifici e il mio sacro cuore ebreo esulta.

Einstein scrisse, probabilmente nel 1946, a un ebreo antisionista:

A mio avviso, non esiste motivo per condannare il sionismo come movimento nazionalista. Basta considerare l’iter percorso da Theodor Herzl per compiere la sua missione. All’inizio era un perfetto cosmopolita; ma durante il processo Dreyfus a Parigi, si rese conto improvvisamente di quanto fossero precarie le condizioni degli ebrei nel mondo occidentale.

Arrivò con coraggio alla conclusione che veniamo discriminati e assassinati non perché siamo tedeschi, francesi, americani, ecc. di religione ebraica, ma semplicemente perché siamo degli ebrei. Quindi la nostra situazione precaria ci costringe a stare, senza tener conto delle nostre diverse nazionalità. Il sionismo non fornì agli ebrei tedeschi molta protezione contro lo sterminio. Ma diede ai sopravvissuti la forza interiore di sopportare la rovina con dignità e senza perdere il proprio orgoglio. Non dimentichi che un destino simile attende forse i Suoi figli.

Nel marzo del 1955, meno di un mese prima della morte, Einstein scrisse queste parole a Kurt Blumenfeld che lo aveva introdotto al movimento sionista:

Ti ringrazio, se pure in questa ora tarda, per avermi aiutato a diventare cosciente della mia anima ebrea.

Il berlinese Sam Gronemann era un uomo versatile: avvocato, scrittore, commediografo, questo celebre sionista abbandonò la Germania nazista per stabilirsi definitivamente in Israele. Il 13 marzo 1949, in occasione del settantesimo compleanno di Einstein, gli mandò da Tel Aviv una lettera contenente una poesia di cui diamo la traduzione:

«Chi della relatività

Gli insegnamenti non comprenderà

E a chi le coordinate

Angosce non han mai date

All’evidenza si arrenderà questo

Se settantenne Einstein è ancor lesto.

Allora affermerà che questo insegnamento

Potrà portare a tutti un giovamento.

E quando oggi si riuniranno

Per festeggiare il Suo compleanno

Non avrò dubbi né esitazioni

Nel farLe e farci congratulazioni

Perché Lei appartiene, è nostra convinzione,

Al popol d’Israele e alla Sua Nazione».

Einstein rispose immediatamente; segue la traduzione dei suoi versi:

Chi non capisce è spesso angosciato;

Tu no, però, di buon umore sei dotato

Poiché tu hai davvero pensato:

Il Signore a farci così è stato.

Egli si vendica con ingiustizia

Egli che diede a noi debolezza

Che noi subiamo indifesi

Ora perdenti ora vittoriosi.

Ma invece di maledire quest’ostinatezza

Con i tuoi versi ci porti la salvezza,

Così sapiente che santi e peccatori

Si considerano tutti vincitori.

È conservata negli archivi Einstein una lettera, datata 5 agosto 1927, di un banchiere del Colorado. Dato che inizia con questa frase: «Alcuni mesi fa Le scrissi riguardo…», si desume che Einstein non aveva ancora risposto alla lettera precedente. Il banchiere osservava che quasi tutti gli scienziati avevano rinunciato all’idea di un Dio benevolo e paterno con la lunga barba e circondato da angeli, anche se molta gente semplice adora e prega una figura di questo genere. La questione di Dio era sorta durante la discussione in un circolo letterario e alcuni membri avevano deciso allora di chiedere a vari uomini celebri di esprimere in proposito la loro opinione, formulata in termini adatti alla pubblicazione. Aggiunse che una ventina di premi Nobel aveva già risposto e sperava che Einstein facesse altrettanto. Sulla lettera Einstein annotò in tedesco queste frasi; non sappiamo se effettivamente la sua risposta venne spedita:

Non riesco a concepire un Dio personale che influisca direttamente sulle azioni degli individui o che giudichi direttamente le proprie creature. Non ci riesco malgrado il fatto che la causalità meccanicistica sia stata, fino a un certo punto messa in dubbio dalle scoperte della scienza moderna.

La mia religiosità consiste in una umile ammirazione dello Spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con la nostra ragione debole ed effimera, possiamo capire della realtà. La moralità ha la massima importanza – ma per noi, non per Dio.

Segue un brano da una lettera che tratta un tema analogo al precedente, inviata il 24 gennaio 1938 a Cornelius Lanczos:

Iniziai con un empirismo scettico più o meno come quello di Mach. Ma il problema della gravitazione mi convertì in un razionalista credente, cioè in una persona che cerca l’unica fonte attendibile della verità nella semplicità matematica.

Parlando della gravitazione, Einstein si riferisce alla sua teoria generale della relatività, il frutto di dieci anni di sapiente impegno, dal 1905 al 1915. Questa teoria derivò in effetti da un senso di disagio estetico da parte di Einstein. Secondo la teoria speciale della relatività del 1905, il moto uniforme era relativo. Per Einstein era esteticamente «brutto» il fatto che solo un determinato tipo di moto fosse relativo: se il moto uniforme era relativo, allora tutti i tipi di moto dovevano esserlo. Tuttavial’esperienza quotidiana dimostrava che il moto non uniforme era assoluto. Davanti atale evidenza, un uomo da meno di Einstein avrebbe alzato le spalle decidendo che non c’era altro da fare che sopportare il fastidio estetico. Ma non Einstein: sospinto da un impulso estetico, riesaminò l’evidenza della esperienza quotidiana e constatò con stupore e piacere che essa poteva essere interpretata come la dimostrazione che in realtà tutti i moti erano da considerarsi relativi. Non è questa la sede per spiegare come questa rivelazione lo condusse alla formulazione di equazioni gravitazionali di bellezza trascendentale. Ma incominciamo a intravedere quanto Einstein aveva in mente quando scrisse a Lanczos che si era convertito in un razionalista credente, che ricercava la semplicità matematica, per lui sinonimo di bellezza.

Non bisogna lasciarsi confondere dalla parola «convertito»: Einstein cercava la bellezza nell’universo molto prima di elaborare la sua teoria generale della relatività e lo dimostra il fatto che la teoria derivava da un senso di fastidio estetico. La sua fede – la sua fede religiosa – nella semplicità, la bellezza e sublimità dell’Universo era la principale fonte di ispirazione della sua scienza. Infatti il suo metodo di valutare una teoria scientifica era quello di domandarsi se, al posto di Dio, avrebbe fatto l’Universo in quel modo.

Seguono i brani da altre due lettere di Einstein da Princeton a Lanczos, la prima del 14 febbraio 1938:

Oramai è da più di vent’anni che sono impegnato a risolvere il problema fondamentale dell’elettricità e sono assolutamente scoraggiato senza però riuscire a darmi per vinto. Credo che ci voglia una ispirazione completamente nuova e rivelatrice; ritengo anche, d’altronde, che il rifugiarsi nella statistica si debba considerare soltanto un espediente provvisorio che aggira gli aspetti fondamentali.

Il 21 marzo 1942 scrisse:

Tu sei l’unica persona che io conosca che condivide il mio atteggiamento verso la fisica; la fede nella comprensione della realtà attraverso qualcosa di fondamentalmente semplice e unito… Come è difficile riuscire a dare una occhiata alle carte di Dio. Ma non credo per un solo istante che Lui giochi a dadi o che adoperi metodi «telepatici» (come vorrebbe l’attuale teoria dei quanti).

Vediamo qui la lucida visione che aveva Einstein della teoria dei quanti e il modo eloquente di esprimerne la sua disapprovazione, soprattutto rispetto alla negazione del determinismo e alla limitazione delle previsioni statistiche probabilistiche. 

Sebbene fosse un pioniere nello sviluppo della teoria dei quanti, Einstein rimase fermamente convinto che bisognava cercare una diversa interpretazione. Espresse in termini efficaci la sua delusione in una lettera a Paul Ehrenfest del 12 luglio 1924:

Più diamo la caccia ai quanti, più si nascondono.

Un rabbino di Chicago, che preparava una conferenza sulle implicazioni religiose della teoria della relatività, scrisse a Einstein il 20 dicembre 1939, sottoponendogli alcune domande. La risposta di Einstein:

Non credo che i concetti fondamentali della teoria della relatività possano avere un riscontro nella sfera religiosa, la quale è ben distinta dal campo delle conoscenze scientifiche in generale. Secondo me questo è dimostrato dal fatto che profonde interrelazioni nel mondo oggettivo si possono comprendere mediante semplici concetti logici; è chiaro che nella teoria della relatività ciò si verifica in modo particolarmente completo.

Il sentimento religioso destato dalla comprensione logica dei principi di interrelazioni profonde è di un genere alquanto diverso da quello comunemente definito religioso. Si tratta più di un sentimento di timore reverenziale per l’ordinamento che si manifesta nell’universo materiale; non ci conduce a modellare un essere divino a nostra immagine, un personaggio che abbia delle esigenze nei nostri confronti, che si interessa a noi in quanto individui. Non vi è in ciò né volontà né scopo, né necessità, ma solo l’essere allo stato puro. Per questo motivo noi scienziati consideriamo la moralità una questione puramente umana, benché la più importante in questa sfera.

Il passo seguente risale al settembre 1937. A parte il fatto che si riferisce a una «missione di predicazione», non vi sono altre indicazioni rilevanti sull’occasione in cui venne scritto. Era forse la risposta di Einstein a una richiesta personale da parte di un membro del Princeton Theological Seminary, ma si tratta solo di una ipotesi:

La nostra epoca è caratterizzata da meravigliosi successi nel campo delle scoperte scientifiche e dell’applicazione tecnica di tali scoperte. Chi non se ne rallegrerebbe? Ma non dimentichiamo che il sapere e le capacità tecniche da sole non possono garantire all’umanità una esistenza felice e dignitosa. L’umanità ha perfettamente ragione di collocare i predicatori di alti valori morali e spirituali al di sopra degli scopritori di verità obiettive.

Quel che l’umanità deve a personalità come Buddha, Mosè e Gesù è, a mio avviso, infinitamente più elevato di tutti i risultati del pensiero analitico e speculativo.

Noi dobbiamo custodire e cercare di mantenere vivo con tutta la nostra forza ciò che questi santi uomini ci hanno dato per evitare che l’umanità perda la sua dignità, la certezza della sua esistenza e la sua gioia di vivere.

La versione tedesca del brano seguente fu rinvenuta nel carteggio spedito a Le Coq dopo l’ultimo soggiorno di Einstein a Pasadena durante l’inverno 1932-33. Il foglietto non porta né data né indicazioni sulle circostanze in cui venne scritto; si tratta forse della risposta a una lettera di un individuo o di un gruppo, o di un aforisma suggerito da qualche millanteria nazista. Certamente lo si può ben considerare un messaggio indirizzato a tutti noi:

Non inorgoglitevi per i pochi grandi uomini che nel corso dei secoli sono nati nella vostra terra – il merito non è vostro. Pensate piuttosto al modo in cui li avete trattati durante la loro vita e come avete seguito i loro insegnamenti.

Mentre Einstein era ancora residente a Berlino, ricevette una lettera molto pessimista, datata 25 febbraio 1931, in cui l’autore diceva di essere rimasto deluso dalle meraviglie tecnologiche dell’epoca e affermava che per la maggior parte della gente la vita rappresentava un amaro inganno, e si chiedeva se era giusto continuare a moltiplicare la razza umana. La risposta di Einstein è datata 7 aprile 1931:

Non condivido la Sua opinione. Ho sempre avuto la convinzione che la mia vita fosse molto interessante e valesse la pena di viverla. Sono inoltre fermamente convinto che è possibile e probabile rendere la vita della gente in generale degna di essere vissuta. Tutti i fattori obiettivi e soggettivi sembrano esistere.

Naturalmente Einstein era consapevole che il dolore fa parte della vita. Il 26 aprile 1945 scrisse una lettera di condoglianze a un medico e alla moglie che avevano perduto un nipote, o forse un figlio. Il medico durante la guerra aveva aiutato molti profughi della Germania nazista.

Sono profondamente sconvolto dalla notizia della terribile disgrazia che così improvvisamente si è abbattuta su di voi. È la cosa più dolorosa che possa capitare a persone di una certa età e non è una consolazione dirvi che altra gente, a migliaia, ha sofferto come voi. Non oso avere la presunzione di tentare di consolarvi, ma voglio dirvi quanto profondamente e con quanta pena condivido i vostri sentimenti, come tutti quelli che hanno conosciuto la vostra generosità.

Per la maggior parte, noi uomini viviamo con una falsa impressione di sicurezza, e la sensazione di stare a nostro agio in un ambiente di uomini e cose apparentemente familiari e fidate. Ma quando il corso normale della vita quotidiana viene spezzato, ci rendiamo conto che siamo come dei naufraghi che cercano di tenersi in equilibrio su un pezzo di legno in mare aperto, dimentichi di dove sono venuti e senza sapere dove vanno. Ma una volta che accettiamo pienamente questo dato di fatto, la vita diventa più facile e non ci sono più delusioni.

Mi auguro che i legni ai quali siamo aggrappati presto si incontrino di nuovo.

Questa è una frase di una lettera inviata a Cornelius Lanczos il 9 luglio 1952:

Facciamo parte di una mandria di bufali e dobbiamo essere contenti se non veniamo calpestati prima del tempo.

II botanico A. V. Fric scoprì un piccolo cactus fino allora sconosciuto che fioriva nell’atmosfera rarefatta delle cime più elevate della cordigliera delle Ande. Nella sua relazione esposta con molta cortesia, diede alla pianta il nome Einsteinia e mandò un estratto della relazione allo scienziato. Einstein gli rispose da Le Coq il 9 settembre 1933:

Gentile Professore, il Suo gesto cortese mi ha fatto molto piacere. Il nome è molto appropriato perché non solo la pianticella, ma neanch’io sono stato lasciato in pace sulle cime eteree. RingraziandoLa di cuore per il Suo atto molto lusinghiero, Le porgo i migliori saluti.

Einstein scrisse la seguente dedica su una sua fotografia che nel 1927 inviò alla signora Cornelia Wolf, amica di vecchia data:

Dovunque vada dovunque scappo

Sempre di me trovo un ritratto

Sulla parete, la scrivania

Intorno al collo, effigie mia.

Uomini e donne con strano svago

Mi implorano: «La Sua firma, prego».

Ognuno esige uno scarabocchio

Da questo eruditissimo marmocchio.

Talvolta in mezzo a questo godimento

Son perplesso dalle cose che sento,

E mi chiedo, stropicciandomi gli occhi,

Sono io pazzo o sono loro sciocchi?

Questa fotografia con dedica ha una storia molto interessante. Durante la seconda guerra mondiale la signora Wolf s’imbarcò per L’ Avana, da dove sarebbe proseguita per la California. Mentre la nave era ferma a Trinidad, la signora Wolf, che aveva passaporto tedesco, venne interrogata da un ufficiale britannico che si mise a controllare i suoi bagagli. Pur sapendo che gli inglesi non permettevano ai passeggeri di portare né fotografie, né lettere, la signora non aveva avuto il coraggio di abbandonare il ritratto di Einstein. L’ufficiale, vedendo la fotografia, sospese immediatamente l’interrogatorio e con molta cortesia gliela chiese in prestito per mostrarla ai colleghi e ricopiare i versi di Einstein. La signora Wolf gli rispose che egli poteva anche tenere la fotografia, ma l’ufficiale le assicurò che gliel’avrebbe restituita l’indomani prima della partenza della nave. E infatti mantenne la parola: la signora Wolf non dovette subire altri interrogatori, né perquisizioni.

Einstein era un violinista appassionato: dovunque andava, portava sempre con sé il suo strumento. Preferiva i compositori del Settecento. Amava la musica di Bach e di Mozart; più che amare, ammirava l’opera di Beethoven, però sentiva meno affinità con i compositori delle epoche successive.

La celebrità di Einstein provocò nella gente una intensa e spesso fastidiosa curiosità circa tutti gli aspetti della sua vita. Non ci sorprende quindi il fatto che,quando un settimanale tedesco gli mandò nel 1928 un questionario da riempire sulla musica di Johann Sebastian Bach, Einstein lo ignorasse. Il redattore aspettò qualche giorno, poi il 24 marzo spedì un altro modulo. Questa volta, il giorno stesso – le poste andavano meglio a quei tempi – Einstein gli fece avere questa risposta sbrigativa:

Ecco quel che ho da dire sull’opera di Bach: ascoltatela, suonatela, amatela, riveritela e tenete la bocca chiusa.

Qualche mese più tardi, un’altra pubblicazione rivolse a Einstein la stessa domanda, relativa a un altro compositore; lo scienziato rispose il 10 novembre 1928 in questi termini:

Per quanto riguarda Schubert, ho solo questo da dire: suonate la sua musica, amatela e tenete la bocca chiusa.

Dieci anni dopo, arrivò un questionario, più circostanziato, da tutt’altra fonte, sui gusti musicali di Einstein, e a questo lo scienziato rispose dettagliatamente. Il questionario è andato perduto, ma le risposte si possono desumere press’a poco dalle risposte di Einstein che risalgono al 1939:

1. Bach, Mozart e alcuni compositori italiani e inglesi antichi sono i miei preferiti. Beethoven mi piace assai meno; Schubert invece sì.

2. Mi è impossibile dire se per me significa di più Bach o Mozart. Nella musica non vado alla ricerca della logica. In complesso seguo l’istinto e sono del tutto digiuno di teorie. Non mi piace mai un’opera musicale della quale non riesco ad afferrare intuitivamente l’unità interna (l’architettura).

3. Haendel mi piace sempre – anzi, lo trovo perfetto – ma ha una certa superficialità. Per me Beethoven è troppo drammatico, troppo personale.

4. Schubert è uno dei miei preferiti per la sua straordinaria abilità di esprimere l’emozione e la sua enorme capacità d’invenzione melodica. Ma nelle sue opere più vaste mi dà fastidio una certa mancanza di struttura architettonica.

5. Le opere minori di Schumann mi piacciono per la loro originalità e la loro ricchezza di sentimento, ma la sua mancanza di grandezza formale mi impedisce un pieno godimento. In Mendelssohn vedo un talento considerevole, ma anche un’indefinibile superficialità che spesso porta alla banalità.

6. Trovo che alcuni lieder e opere da camera di Brahms sono davvero significativi anche nella struttura. Tuttavia la maggior parte delle sue opere non hanno per me la forza di convincermi interiormente. Insomma, non capisco perché provò la necessità di scriverle.

7. Ammiro la capacità creativa di Wagner, ma considero la sua mancanza di struttura architettonica un segno di decadenza. Inoltre trovo la sua personalità musicale così indescrivibilmente offensiva che per lo più lo ascolto solo con un senso di disgusto.

8. Credo che (Richard) Strauss abbia molto talento, ma che gli manchi una verità interiore e che si preoccupi soltanto degli effetti esteriori. Non posso dire che la musica moderna in generale non mi interessi. Mi pare che la musica di Debussy sia delicata e colorita, dimostra però una mancanza di senso strutturale. Non riesco a entusiasmarmi per una cosa del genere.

La maggior parte delle opere dei compositori moderni, come si vede, aveva scarso interesse per Einstein. Tuttavia aveva grande considerazione personale per Ernst Bloch e il 15 novembre 1950 scrisse in inglese queste parole, probabilmente in risposta a una richiesta specifica:

La mia conoscenza della musica moderna è molto limitata. Sono però sicuro di un fatto: la vera arte è caratterizzata dall’impulso irresistibile dell’artista. Riconosco questo impulso nell’opera di Ernst Bloch come in pochi musicisti recenti.

Quando il famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini ricevette l’American Hebrew Medal nel gennaio 1938, Einstein scrisse queste parole probabilmente destinate a essere pronunciate durante la premiazione:

Solo chi si dedica a qualche attività anima e corpo può diventare un vero maestro; per questa ragione l’arte esige una dedizione totale e Toscanini lo dimostra in ogni aspetto della sua vita.

Nell’ottobre 1928 Einstein ricevette una lettera a Berlino nella quale gli si chiedeva, tra altre cose, se i suoi interessi musicali avessero influito in qualche modo sulla sua attività principale, che era tanto differente. Il 23 ottobre 1928 Einstein rispose:

La musica non influisce sulla ricerca, ma entrambe derivano dalla stessa fonte di ispirazione e si completano a vicenda nel senso di liberazione che ci procurano.

Il dottor Otto Juliusburger era uno psichiatra amico di Einstein che esercitava la sua professione a Berlino. Era inoltre uno studioso con una conoscenza approfondita dell’opera di Spinoza e di Schopenhauer. Era ebreo; avvertiva il pericolo imminente e nel 1937 riuscì a mandare i due figli separatamente negli Stati Uniti; poi, all’ultimo, prima della istituzione delle famigerate camere a gas, Juliusburger raggiunse i figli, insieme alla moglie. Seguono dei brani tratti da lettere di Einstein a Juliusburger su vari argomenti e uno stralcio da una lettera di Juliusburger a Einstein.

Il 28 settembre 1937 Einstein scrisse da Princeton a Juliusburger, ancora residente a Berlino, comunicandogli la sua gioia che il figlio fosse già arrivato negli Stati Uniti e aggiungendo che aveva sentito pareri favorevoli sulla eventuale immigrazione della figlia. Dopo aver toccato altri argomenti, fece alcune osservazioni sulle sue attuali ricerche che riguardavano i lunghi tentativi per scoprire una teoria unificata del campo che avrebbe collegato la gravitazione all’elettromagnetismo. Ecco gli ultimi paragrafi della lettera:

Sto ancora lottando con gli stessi problemi di dieci anni fa. Ottengo buoni risultati nelle piccole cose, ma la vera meta resta irraggiungibile, anche se a volte pare vicinissima. È un’impresa ardua ma gratificante: ardua perché la meta è al di là delle mie forze, gratificante perché mi distoglie dalle preoccupazioni della vita quotidiana.

Non riesco più ad adattarmi alla gente di qui, né al loro modo di vivere. Ero già troppo vecchio quando arrivai in questo paese per la prima volta e per dir la verità, era la stessa cosa a Berlino, e ancora prima, in Svizzera. Si nasce solitari, come Lei sa, dato che anche Lei lo è.

Segue una lettera da Einstein a Juliusburger del 2 agosto 1941. I coniugi Juliusburger erano ormai giunti sani e salvi negli Stati Uniti: Mi ritengo fortunato di poterLa salutare in questo paese dopo tanti anni.

Mi ero imposto di mantenere il silenzio, perché qualsiasi mia lettera indirizzata a un abitante della Barbaria l’avrebbe esposto al pericolo. Il Suo amato Schopenhauer diceva che la gente nella sua miseria non raggiunge mai il traguardo della tragedia, ma è condannata a rimanere per sempre nella tragicommedia. Come è vero questo, quante volte ho avuto questa precisa impressione. Ieri sugli altari, oggi odiato e insultato, domani dimenticato e dopodomani santificato. L’unica salvezza viene da un senso di umorismo e noi lo manterremo fino all’ultimo respiro.

Il 30 settembre 1942 Einstein scrisse a Juliusburger, facendogli gli auguri per il capodanno ebraico.

Ero molto commosso dalle Sue parole gentili e Le faccio con ritardo i miei auguri. So di non meritare minimamente tante lodi, ma il sentimento cordiale espresso nelle Sue parole mi ha fatto molto piacere.

Credo che finalmente abbiamo buone speranze di vedere il giorno in cui quel torto innominabile verrà in qualche modo espiato. Ma tutte le pene, la disperazione, lo sterminio insensato di vite umane, non potranno mai essere compensati. Possiamo comunque sperare che anche la creatura più ottusa si renda conto che, alla lunga, la menzogna e la tirannia non possono trionfare.

Vedo in Lei quella forza irremovibile che unicamente la ricerca della verità può conferire. Anche io devo a questo atteggiamento le mie uniche vere soddisfazioni. Si sente che nell’immortale comunità di persone di questo stampo si può trovare qualche protezione contro la disperazione e l’isolamento totale.

In una lettera a Einstein del settembre 1942, Juliusburger, parlando dei funerali della suocera dello scienziato quindici anni prima, ricordò che mentre si allontanavano dalla tomba, Einstein aveva detto:

Le ultime parole di quella bellissima preghiera: «Il Signore ha dato e il Signore ha tolto; benedetto sia il nome del Signore», significano la ricchezza della vita che sempre dà e sempre toglie – al fine di ridare.

L’11 aprile 1946 Einstein scrisse a Juliusburger:

Lei ha un’opinione molto precisa sulla responsabilità di Hitler. Io non ho mai creduto alle distinzioni più sottili che gli avvocati vorrebbero imporre ai medici. Obiettivamente, non esiste in fondo il libero arbitrio. Credo che dobbiamo difenderci dalla gente che costituisce un pericolo per gli altri, senza badare alle motivazioni dei loro gesti. Che bisogno c’è di un criterio di responsabilità? Credo che il terrificante deterioramento nel comportamento etico della gente oggi derivi fondamentalmente dalla meccanizzazione e disumanizzazione della nostra esistenza, un disastroso sottoprodotto dello sviluppo della mentalità scientifica e tecnica. Nostra culpa! Non vedo alcun modo per eliminare questa pericolosa carenza.

L’uomo si raffredda più rapidamente del pianeta su cui vive.

Il 29 settembre 1947 Einstein scrisse a Juliusburger:

Alcuni amici mi hanno riferito che Lei in questi giorni festeggia – non

riesco proprio a capacitarmene! – il Suo ottantesimo compleanno. La gente

come noi, benché mortale come tutta l’umanità, non invecchia per quanto a

lungo viva. Voglio dire che non smettiamo mai di osservare come dei

bambini incuriositi il grande mistero che ci circonda. Quindi si crea

intorno a noi uno spazio che ci separa da tutto ciò che è insoddisfacente

nella sfera umana, e questo è già un gran bene. Quando la mattina sono

disgustato dalle notizie del «New York Times» penso sempre che è comunque meglio dell’atrocità hitleriana che riuscimmo solo a stento a sconfiggere.

La lettera di Einstein a Juliusburger del 29 settembre 1947 ricorda un brano molto precedente. Il professor Federigo Enriques organizzò un congresso scientifico a Bologna al quale Einstein partecipò. In quella occasione gli fu presentata la figlia di Enriques, Adriana, che probabilmente gli chiese un autografo. Einstein le inviò il seguente messaggio manoscritto e firmato nell’ottobre 1921:

Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita. Per Adriana Enriques, un ricordo del nostro incontro, ottobre 19 21.

La lettera di Einstein dell’11 aprile 1946 a Juliusburger si ricollega alla seconda delle due lettere seguenti che trattano il tema della pena di morte.

In una lettera a un editore berlinese del 3 novembre 1927, a proposito di un suo commento precedente, Einstein precisò:

Sono arrivato alla convinzione che l’abolizione della pena di morte sia auspicabile per i seguenti motivi:

1) Irreparabilità in caso di errore giudiziario.

2) Conseguenze morali deleterie per quanti hanno a che fare direttamente o indirettamente con il procedimento dell’esecuzione.

Einstein riprese la questione in una lettera del 4 novembre 1931, in risposta a una domanda angosciata di un giovane cecoslovacco:

Mi chiede quel che penso della guerra e della pena di morte. La seconda domanda è meno problematica. Non approvo affatto la punizione, accetto soltanto le misure utili a proteggere la società. In teoria non sono contrario

all’uccisione di individui che sono privi di valore o in qualche modo pericolosi. Ma mi oppongo solo perché non mi fido degli uomini, cioè dei tribunali. Apprezzo nella vita più la qualità che non la quantità, così come nella natura i principi generali rappresentano una realtà superiore all’oggetto singolo.

Il 1° febbraio 1954 l’autore di una lettera indirizzata a Einstein citò le dichiarazioni dello scienziato, secondo le quali la gente doveva essere preparata ad andare in prigione per difendere la libertà di parola e per opporsi alla guerra. Diceva inoltre che sua moglie leggendo le parole di Einstein aveva osservato che lo scienziato si era affrettato a lasciare la Germania quando i nazisti presero il potere, invece di rimanere per affermare le sue opinioni, e rischiare la galera. Fece il paragone con il comportamento di Socrate, il quale si rifiutò di lasciare il suo paese scegliendo di lottare fino all’ultimo. Inoltre osservò che era più facile per gli uomini celebri che per la gente comune esprimere pubblicamente le proprie opinioni.

Il 6 febbraio 1954 Einstein rispose in inglese. Per qualche motivo, nella versione definitiva, venne omessa una frase del testo originale tedesco che abbiamo riportato qui tra parentesi quadre:

La ringrazio per la Sua lettera del 1° febbraio. Penso che le osservazioni di Sua moglie siano abbastanza giuste: è vero che un uomo che gode di una certa fama si trova in una posizione meno precaria di quella della persona sconosciuta al gran pubblico. Ma vi è modo migliore di servirsi del proprio «nome» che esprimere in pubblico le proprie opinioni di tanto in tanto se lo ritiene necessario?

Il paragone con Socrate non è del tutto appropriato. Per Socrate, Atene rappresentava il mondo. Io invece non mi sono mai identificato con nessuna nazione in particolare e meno di tutte con lo stato tedesco. Il mio unico rapporto con la Germania era la mia posizione di membro dell’Accademia prussiana delle Scienze [e la lingua che imparai da bambino].

Sebbene io sia un convinto democratico, ho la certezza che l’umanità non progredirebbe e degenererebbe senza una minoranza di uomini e donne onesti e socialmente impegnati, disposti a sacrificarsi per le loro convinzioni. Nelle circostanze attuali ciò vale ancora di più che in tempi normali; credo che questo concetto vi sia chiaro senza spiegazioni.

Einstein aveva la massima stima per il giudice della Corte suprema, Louis D. Brandeis. Segue una parte del breve messaggio che Einstein il 19 ottobre 1931 inviò da Caputh alla rivista  bostoniana «The Jewish Advocate», per il numero in onore del settantacinquesimo compleanno di Brandeis:

L’evoluzione umana è basata più sulla coscienza di uomini come Brandeis che sul genio creativo.

Il 10 novembre 1936 Einstein gli inviò da Princeton la seguente lettera (il manoscritto originale è conservato tra le carte di Brandeis presso la facoltà di giurisprudenza dell’università di Louisville):

Con la più profonda ammirazione e stima fraterna Le stringo la mano in occasione del Suo ottantesimo compleanno. Non conosco altri che unisca doti intellettuali così eccezionali a un tale spirito di abnegazione, mentre trova il significato completo della vita nel servire umilmente la comunità.

Noi, tutti noi, La ringraziamo non solo per quello che ha fatto e raggiunto, ma anche perché ci rallegriamo che un uomo simile esista tra di noi in questa nostra epoca così priva di autentiche personalità.

Walter White, segretario della National Association for the Advancement of Colored People4, era bianco non solo di nome ma anche di pelle5. Infatti, volendo, avrebbe potuto farsi passare per un bianco e in tal modo evitare le persecuzioni e le sofferenze che allora ancora più di adesso toccavano in sorte ai negri nella nostra società. Scelse invece di lottare per i diritti dei suoi fratelli, sapendo quale prezzo avrebbe dovuto pagare in sacrifici personali. Nel 1947 scrisse un articolo commovente intitolato Perché preferisco rimanere negro, pubblicato sulla «Saturday

Review of Literature» dell’11 ottobre. Suscitò il seguente commento da parte di Einstein, il quale lo fece recapitare alla redazione della rivista:

L’articolo di White ci conferma la profonda verità del detto: vi è una sola strada che porta alla vera grandezza umana – la strada della sofferenza. [Un gioco di parole intraducibile derivante dal fatto che in inglese white significa «bianco»]. sofferenza, se provocata dall’ottusità e dalla stupidità di una società legata alle tradizioni, di solito riduce i deboli a uno stato di cieco odio, ma esalta i forti a una superiorità morale e a una generosità altrimenti irraggiungibili dall’uomo.

Credo che ogni lettore sensibile dopo la lettura dell’articolo di White proverà, come me, un senso di sincera gratitudine verso di lui. Ci ha permesso infatti di percorrere insieme a lui la strada dolorosa che porta alla grandezza umana, offrendoci una semplice autobiografia irresistibilmente convincente.

La lettera seguente si spiega da sé; Einstein la scrisse in inglese il 4 novembre 1942, in risposta a una domanda pervenutagli dal Brasile. In teoria la Sua proposta mi sembra ragionevole: l’organizzazione dell’economia da parte di un numero ristretto di persone che hanno dimostrato le loro capacità produttive e il loro interesse concreto e altruista in un miglioramento delle attuali condizioni di vita. 

Il Suo metodo di selezione, basato sui test, però non mi convince: è una tipica idea da ingegnere e non corrisponde affatto alla Sua affermazione che l’uomo non è una macchina.

Vorrei inoltre che considerasse un altro aspetto della questione. Non basta trovare le dieci persone più preparate; bisogna anche trovare le nazioni che ne accettino le disposizioni e decisioni. Non ho la minima idea di come questo si possa realizzare. È un problema molto più difficile della scelta delle persone adatte. Anche persone abbastanza mediocri sarebbero capaci di raggiungere lo stesso scopo in modo soddisfacente rispetto alle condizioni attuali e a quelle finora esistite. In passato i leaders arrivavano al potere di solito non per la loro capacità di pensare e di prendere decisioni, ma per la loro facoltà di influenzare, di convincere e di valersi delle debolezze degli altri esseri umani.

Il vecchio problema: che cosa fare per affidare il potere a persone capaci e bene intenzionate fino adesso non è stato risolto. Purtroppo mi sembra che neanche Lei abbia trovato il modo di risolverlo.

Nel dicembre 1917, durante la prima guerra mondiale, Einstein scrisse da Berlino a Heinrich Zangger, residente a Zurigo. Il concetto che esprime è ancora attuale:

Com’è possibile che la nostra epoca così amante della cultura sia così mostruosamente amorale? Apprezzo sempre di più la carità e l’amore per il prossimo al di sopra di ogni altra cosa. Tutto il nostro decantato progresso tecnologico — la nostra stessa civiltà – è come l’accetta nelle mani del maniaco criminale.

Nel 1934 Einstein scrisse un articolo sulla tolleranza per una rivista americana.

Quando i redattori vollero apportarvi delle modifiche che non erano di suo gradimento, egli ritirò l’articolo che non venne pubblicato. Seguono alcuni passi: Riflettendo ora sulla vera definizione della tolleranza, mi viene in mente la spiritosa descrizione dell’astinenza formulata da Wilhelm Busch: L’astinenza è il piacere che abbiamo Da varie cose che non abbiamo.

In modo analogo potrei dire che la tolleranza è l’amichevole apprezzamento delle qualità, delle opinioni e del comportamento degli altri, che sono estranei alle nostre abitudini, convinzioni e gusti. Pertanto essere tolleranti non significa essere indifferenti alle azioni, ai sentimenti degli altri: occorre anche la comprensione e il coinvolgimento personale…

Tutto ciò che è grande e nobile, creazione artistica o importante risultato scientifico, è opera della personalità solitaria. La cultura europea compì il passo più significativo per uscire da secoli di inattività soffocante quando il Rinascimento offrì all’individuo la possibilità di svilupparsi liberamente.

È fondamentale quindi la tolleranza per l’individuo da parte della società e dello stato. Indubbiamente lo stato serve a garantire all’individuo quella sicurezza indispensabile per il suo sviluppo. Ma quando lo stato diventa l’elemento principale e l’individuo si trasforma in uno strumento privo di volontà propria, allora si perdono tutti i valori più elevati. Come la roccia deve frantumarsi prima che gli alberi possano mettervi radici, come la terra viene arata perché possa dar frutto, così infatti la società umana dà risultati veramente significativi solo quando è sufficientemente dissodata per rendere possibile il libero sviluppo delle capacità individuali.

Alcune volte la tolleranza di Einstein veniva messa alla prova. In questo brano egli si sfoga in tono decisamente satirico.

È straordinario che qualcosa di tanto tecnico e astruso come la teoria della relatività sia diventato il bersaglio di attacchi politici, sovente virulenti. In Germania i nazisti condannarono la teoria come ebraica e comunista, dicendo che avvelenava le fonti della scienza germanica. E naturalmente impedirono agli scienziati di insegnarla nelle scuole. Solo pochi arditi osarono disubbidire a quell’ordine, ricorrendo a vari stratagemmi come quello di presentare le idee senza menzionare la parola «relatività» o il nome di Einstein.

Le autorità dell’Unione Sovietica invece non erano affatto sicure che la teoria della relatività fosse davvero comunista. L’atteggiamento ufficiale dei russi veniva complicato da discussioni se la teoria si accordasse con il materialismo dialettico, la base filosofica del marxismo. Quindi non era sempre prudente per gli scienziati sovietici affermare la validità della teoria. La situazione è ora molto migliorata anche se, ancora nell’aprile del 1952, un membro dell’Accademia delle scienze sovietica accusò Einstein di aver trascinato la fisica «nelle paludi dell’idealismo», di essere reo di «soggettivismo» e che il materialismo dialettico era invece basato «sull’oggettività della natura materiale». Inoltre lo studioso russo condannò pubblicamente due scienziati suoi connazionali per aver dato la loro approvazione alla teoria. L’attacco fu riportato dalla Associated Press; un amico di Einstein fece recapitare allo scienziato un resoconto apparso in un giornale berlinese.

Il seguente commento satirico inedito è stato rinvenuto tra le carte di Einstein.

Risale probabilmente all’inizio degli anni ’50 e si riferisce quasi certamente all’atteggiamento dei sovietici in generale e al summenzionato episodio in particolare.

Quando Dio onnipotente stabiliva le eterne leggi della natura, venne assalito da un dubbio che non riuscì a dissipare neppure in seguito: come sarebbe imbarazzante se più tardi le massime autorità del materialismo dialettico dichiarassero illegali alcune o addirittura tutte le sue leggi!

Quando poi Egli creò i profeti e i saggi del materialismo dialettico fu tormentato da un altro dubbio analogo. Tuttavia si rincuorò al pensiero chemai quei profeti e saggi avrebbero potuto affermare che la base del materialismo dialettico poteva essere contraria alla Ragione e alla Verità.

Einstein ricevette in Germania una lettera dall’Inghilterra che gli poneva la domanda formulata da Edison: se in punto di morte tu ripercorressi con il pensiero la tua vita da quali fatti giudicheresti se è stata un successo o un fallimento? La risposta di Einstein è datata 12 novembre 1930:

Né in punto di morte né prima mi porrò una simile domanda. La natura

non è né ingegnere né imprenditore, e io stesso faccio parte della natura.

Il 13 novembre 1950 il pastore di una chiesa di Brooklyn scrisse a Einstein a Princeton raccontandogli tra l’altro che ventisei anni prima, quando era studente

universitario, aveva comperato una fotografia con una dedica autografa di Einstein che conservava ancora. Ricordava che dopo l’avvento di Hitler, Einstein aveva pronunciato una dichiarazione che egli aveva spesso citato nelle sue prediche.

Chiedeva a Einstein di inviargli una copia manoscritta di quel brano perché potesse incorniciarla insieme alla fotografia.

Precisando che non voleva approfittare della sua bontà, accludeva un assegno non come pagamento, dato che un manoscritto di Einstein non aveva prezzo, ma come un’offerta, in segno della sua riconoscenza, che lo scienziato avrebbe potuto usare nel modo più opportuno. Su un foglio allegato aveva ricopiato il brano al quale faceva riferimento:

«Quando la rivoluzione scoppiò in Germania, come amante della libertà, mi aspettavo che le università la difendessero, dato che avevano sempre vantato il loro attaccamento alla causa della verità. Ma no, le università vennero subito ridotte al silenzio. Poi rivolsi le mie attese ai grandi direttori dei giornali, che in passato avevano proclamato nei loro ardenti editoriali l’amore per la libertà. Ma anch’essi, come le università, nel giro di poche settimane furono ridotti al silenzio. Infine guardai agli scrittori che, come guide intellettuali della Germania, spesso avevano scritto del ruolo della libertà nella vita moderna e constatai che essi pure tacevano.

Soltanto la Chiesa si oppose decisamente alla campagna di Hitler per sopprimere la verità. Non mi ero mai interessato alla Chiesa prima di allora, ma adesso provo ammirazione e stima per la Chiesa, poiché sola ebbe il coraggio e la perseveranza di difendere la verità intellettuale e la libertà morale. Sono costretto ad ammettere che quel che una volta disprezzavo ora ammiro incondizionatamente».

Il 14 novembre 1950 Einstein rispose in inglese:

Sono colpito dal tono generoso e leale della Sua lettera dell’11 novembre. Sono tuttavia un po’ imbarazzato. Le parole che Lei cita non sono mie. Poco dopo l’ascesa al potere da parte di Hitler, ebbi un colloquio con un giornalista su questi argomenti. Da allora le mie osservazioni sono state rielaborate ed esagerate: non le riconosco più. Non posso trascrivere in buona fede il brano che Lei mi manda, credendolo mio.

L’argomento è ancora più imbarazzante per me perché, come Lei, sono estremamente critico nei confronti degli atteggiamenti e soprattutto delle attività politiche del clero ufficiale nel corso della storia. Quindi il brano, anche se potessi trascriverlo con le mie parole originali (che non ricordo particolareggiatamente) dà un’impressione sbagliata del mio pensiero al riguardo.

Sarei tuttavia molto lieto di scriverLe due righe su qualsiasi altro argomento adatto al suo scopo. La prego di volermi dare qualche indicazione.

Il 16 novembre 1950 il pastore rispose dicendo che era felice di sapere che le affermazioni attribuite a Einstein non erano esatte, dato che condivideva le sue stesse riserve sul ruolo storico della Chiesa nel complesso. Sviluppò per disteso questo tema, scusandosi poi per aver fatto una predica. Avrebbe lasciato a Einstein la scelta del soggetto del messaggio. Esprimendo la sua ammirazione per lo spirito profetico di Einstein, invocava la benedizione di Dio su di lui.

Segue il messaggio di Einstein in inglese datato 20 novembre: La più importante delle aspirazioni umane è la ricerca della moralità nel nostro comportamento: ne dipendono il nostro equilibrio interiore e persino la nostra stessa esistenza. Solo la moralità del comportamento conferisce alla vita bellezza e dignità.

È forse il compito principale della educazione quello di trasformare questa aspirazione in una forza viva e definirla chiaramente nella coscienza degli uomini.

La base della moralità non deve dipendere da un mito né da alcuna autorità, perché il dubbio sul mito o sulla legittimità dell’autorità non metta in pericolo il fondamento del giudizio e del comportamento retto.

Il 27 gennaio 1947 Einstein ricevette un telegramma in tono perentorio dalla National Conference of Christians and Jews6 che gli chiedeva un messaggio di circa cinquanta parole sulla «fratellanza americana». È un argomento che suscita, anzi sollecita affermazioni banali, ma Einstein riuscì a evitare il trabocchetto. Scrisse in inglese:

Se i fedeli delle attuali religioni volessero davvero pensare e agire nello spirito dei fondatori di queste religioni, allora non esisterebbe alcuna ostilità causata dalla religione tra i seguaci delle differenti fedi. Perfino i conflitti in campo religioso si rivelerebbero insignificanti. 

Il 14 ottobre dello stesso anno, Einstein ricevette un lungo telegramma che lo 6 [Associazione nazionale dei cristiani e degli ebrei].

informava che il 19 ottobre un gran numero di diplomatici e altri personaggi di riguardo avrebbero partecipato a una imponente cerimonia in occasione della posa della prima pietra in Riverside Drive a New York per un monumento dedicato agli eroi del ghetto di Varsavia e ai sei milioni di martiri ebrei dell’Europa. Einstein era invitato a presenziare come ospite d’onore. Se non poteva, gli si chiedeva di inviare entro due giorni un messaggio d’occasione.

Einstein lo fece volentieri: si trattava infatti di una causa che gli stava particolarmente a cuore.

Inviò il messaggio seguente in inglese, datandolo 19 ottobre 1947:

La solenne riunione di oggi ha un significato profondo. Pochi anni infatti ci separano dal più orribile crimine di massa che la storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione potente. Il destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche testimonia fino a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.

La riunione di oggi dimostra che non tutti gli uomini sono disposti ad accettare in silenzio questo orrore. La nostra riunione è ispirata alla volontà di assicurare la dignità e i diritti naturali dell’individuo; rappresenta il riconoscimento del fatto che una esistenza tollerabile per l’uomo – perfino la sua mera esistenza – è legata al rispetto di principî morali eterni.

Desidero esprimere, come uomo e come ebreo, la mia riconoscenza e gratitudine per questa testimonianza.

Il 3 agosto 1946 l’ingegnere capo di una nave mercantile americana scrisse una lettera spiritosa a Einstein, raccontandogli un episodio successo a bordo. Il nostromo e il falegname avevano trovato un gattino mezzo morto di fame in un porto tedesco e l’avevano adottato, portandolo a bordo e dandogli da mangiare in abbondanza così

che il gattino ingrassò, riprese le forze, e si affezionò ai genitori adottivi. Ma un giorno graffiò un marinaio che voleva giocare con lui; e questi, lanciando un urlo, disse che il gatto era matto. Il nostromo difese l’animale, affermando che era matto come Einstein, il quale aveva avuto l’intelligenza di lasciare la Germania per emigrare negli Stati Uniti. In seguito il gatto venne soprannominato «Professor Albert Einstein» dai marinai, che non sapevano distinguere tra relatività relazione.

Il 10 agosto 1946 Einstein rispose in inglese:

La ringrazio per la Sua lettera cortese e per le interessanti informazioni che mi manda. Invio i più cordiali saluti al mio omonimo, anche da parte del nostro gatto, il quale era molto preso dal racconto e perfino un po’ geloso, per il semplice motivo che il suo nome, «Tigre», non esprime, come nel vostro caso, una stretta relazione con la famiglia Einstein. Con i migliori saluti ai genitori adottivi del mio omonimo e al mio omonimo stesso…

Seguono due lettere indirizzate a Gertrud Warschauer, la vedova di un rabbino berlinese: Einstein la ringraziava per i due regali di Natale che gli aveva spedito nel 1951 e nel 1952. L’inglese Michael Faraday menzionato nella seconda lettera era uno dei più importanti – e geniali – fisici sperimentali di tutti i tempi, completamente autodidatta; era inoltre un uomo estremamente affabile. Le sue scoperte e le sue idee rivoluzionarie nel campo dell’elettromagnetismo furono fondamentali per lo sviluppo della teoria della relatività. La prima lettera è del 2 gennaio 1952.

Cara Gertrud, ho davanti a me il bel regolo che mi hai mandato. Finora stabilivo in base all’intuito se le linee che tracciavo erano diritte o storte, parallele o oblique. Mi par di capire però che preferiresti che non mi affidassi al caso quando si può evitare (è questa la mia interpretazione del regolo).

La seconda lettera è datata 27 dicembre 1952:

Il libretto su Faraday mi ha fatto molto piacere. Quest’uomo amava la natura misteriosa come un amante ama il suo amore lontano. Alla sua epoca non esisteva ancora quella noiosa specializzazione che oggi ci fissa con sussiego attraverso gli occhiali e distrugge la poesia…

Segue la traduzione di una quartina rinvenuta tra le carte di Einstein, senza indicazione di data o dell’occasione in cui fu scritta, rimasta finora inedita:

Nel dir «noi» disagio m’assale,

Che di nessun’altra bestia io son l’eguale;

Ancor coperto veder posso

Dietro a ogni interesse un grande abisso.

La comprensione del brano seguente dipende dalla conoscenza di due fatti.

Ricordiamo che mentre Tiziano eseguiva il ritratto dell’imperatore Carlo V, fece cadere un pennello che l’imperatore raccolse cortesemente osservando che Tiziano meritava di essere servito da un imperatore. L’altro fatto è che san Floriano è spesso raffigurato nell’atto di portare un vaso dal quale escono delle fiamme; la sua protezione viene invocata contro gli incendi. Il post scriptum di Einstein è una espressione tedesca largamente usata per ogni genere di disgrazie.

Un celebre artista tedesco disegnava per pubblicarli in volume una serie di ritratti di personaggi famosi. Aveva ricevuto un telegramma da un giornale americano che lo incaricava di fare il ritratto di Einstein; il pittore intendeva includerlo nel suo volume,dopo averlo pubblicato sulla rivista. Il 12 novembre 1931 indirizzò a Einstein a Berlino una lettera dal tono molto suadente, chiedendogli di posare. Diceva che quando avvicinava gli uomini politici essi accettavano sempre perché avevano bisogno di pubblicità; ma si rendeva conto che Einstein sarebbe stato riluttante.

Aggiungeva che perfino l’imperatore Carlo V aveva posato in varie occasioni per Tiziano, e prometteva che in considerazione del rapporto inverso di importanza delle due parti egli non avrebbe costretto Einstein a raccogliere il suo pennello.

Il 17 novembre 1951 Einstein rispose:

Crede veramente che l’imperatore Carlo V sarebbe stato tanto entusiasta se Tiziano gli avesse fatto un ritratto formato cartolina che chiunque potesse acquistare al prezzo di dieci pfennig? Penso che avrebbe comunque raccolto il pennello dell’artista con molta cortesia, ma gli avrebbe certamente chiesto di risparmiargli tale pubblicità – almeno finché era in vita.

Quindi non se la prenda per questo mio atteggiamento. Inoltre devopartire per la California fra pochi giorni e ho ancora tanto da fare.

P.S. O san Floriano, risparmia la mia casa, brucia quella del mio vicino!

Una conferenza scientifica venne organizzata a Berna nel 1955 per festeggiare il cinquantesimo anniversario della teoria speciale della relatività, che Einstein aveva formulata durante gli anni in cui era impiegato dell’Ufficio brevetti di quella città. Il suo amico Max von Laue gli scrisse invitandolo a partecipare alla riunione come ospite d’onore. Ma Einstein aveva all’epoca più di settant’anni e oramai la morte era vicina. Rispose a von Laue nel febbraio del 1955:

La vecchiaia e la cattiva salute mi impediscono di partecipare a queste manifestazioni. Devo confessare che tale divina dispensa ha quasi un effetto liberatorio per me. Tutto ciò che sa di culto della personalità mi è sempre stato odioso.

Einstein scrisse a un suo amico artista il 27 dicembre 1949:

È veramente un enigma per me che cosa induce la gente a prendere il proprio lavoro con tanta maledetta serietà. Per chi? Per se stessi? Tutti quanti dobbiamo ben presto andarcene. Per i contemporanei? Per i posteri?

Si può pensare, è stato regalato;

Tra le lettere che Einstein ricevette in occasione del cinquantesimo compleanno c’era quella del premio Nobel Fritz Haber; ne segue uno stralcio:

In passato gli artisti usavano annotare sulle loro opere la parola fecit (in latino = egli fece), seguita dal nome e dalla data. Einstein invece adopera scherzosamente il verbo peccavit, che significa «egli peccò».

«In futuro l’uomo della strada si riferirà alla nostra epoca chiamandola il periodo della prima guerra mondiale, ma l’uomo istruito associerà il primo quarto del secolo con il Suo nome, così come oggi alcuni considerano la fine del Seicento l’epoca delle guerre di Luigi XIV e altri l’epoca di Newton».

Dieci anni più tardi, in occasione del sessantesimo compleanno di Einstein, il premio Nobel Max von Laue, al quale Einstein era molto affezionato, scrisse allo scienziato, ora a Princeton:

«…Adesso sei salvo, inattaccabile da quell’odio. Per quanto ti conosco,sono sicuro che hai raggiunto una pace interiore e sei superiore alla tua sorte. La tua opera è e rimane più che mai intoccabile da qualunque passione e durerà finché esiste sulla terra una comunità civile».

Il 1° maggio 1936 un prestigioso editore americano scrisse a Einstein, chiedendogli un favore. Aveva appena iniziato la costruzione di una biblioteca per la sua casa di campagna e voleva collocare nella pietra angolare una scatola a tenuta d’aria contenente degli oggetti che avrebbero avuto una particolare importanza archeologica per i posteri. Ci sarebbe stato per esempio un numero del «New York Times» stampato su una carta di stracci particolarmente resistente. Pregava Einstein di scrivergli un messaggio, accludendo a tale scopo un foglio di carta fatto di stracci che, egli era sicuro, sarebbe durato mille anni.

Il 4 maggio 1936 Einstein inviò il messaggio seguente, probabilmente battuto a macchina sulla carta speciale particolarmente resistente:

Cari posteri, se non siete diventati più giusti, più pacifici e in genere più razionali di quanto siamo (o eravamo) noi – allora andate al diavolo!

Con questo mio pio augurio, sono (fui) vostro

Albert Einstein.

Einstein ricevette una lettera il cui autore gli sottoponeva due quesiti: in primo luogo, gli chiedeva se riconosceva di avere qualche debito verso la filosofia speculativa; in secondo luogo, gli domandava, in termini piuttosto sconnessi, se condivideva la propria convinzione che, considerate le ultime ricerche sullo spazio,sul tempo, sulla causalità, sui limiti dell’universo, sull’inizio e la fine, la filosofiaspeculativa aveva perduto ogni utilità o se invece ritenesse, secondo l’affermazione dello scienziato R. C. Tolman, che «la filosofia è il sistematico uso sbagliato di una terminologia inventata appositamente per tale scopo».

Il 28 settembre 1932 Einstein rispose:

La filosofia è come una madre che ha dato alla luce tutte le altre scienze,dotandole di caratteristiche diverse. Quindi, sebbene nuda e povera nonmerita il nostro disprezzo; dobbiamo invece sperare che una parte del suo ideale donchisciottesco sopravviva nei figli, impedendo loro di cadere nel filisteismo.

Nel 1957 gli eredi di Albert Einstein ricevettero una lettera il cui autore rispondeva a un appello che avevano lanciato per sollecitare testimonianze sulla vita dello scienziato. Chi scriveva, sette anni prima aveva collaborato a una trasmissione televisiva intitolata Come vivrei gli ultimi due minuti. Evidentemente l’intervistato doveva in qualche modo capire che si trattava dei due minuti immediatamente prima del trapasso. Si sarebbero intervistati personaggi celebri come Eleanor Roosevelt e Albert Schweitzer e il giornalista aveva pregato Einstein di intervenire. L’argomento sembrava interessante, ma solo a prima vista; Einstein vedeva più lontano. Ecco la sua risposta scritta in inglese e datata 26 agosto 1950:

Non me la sento di partecipare alla trasmissione televisiva che Lei mi propone, Gli ultimi due minuti. Non mi sembra così rilevante il modo in cui si trascorrono gli ultimi due minuti prima della liberazione finale.

Aggiunse il giornalista: «È inutile precisare che le parole di Einstein cambiarono in modo radicale la mia esistenza».

Era ben nota l’indifferenza di Einstein per l’abbigliamento, che spesso era molto trascurato. Ai primi di marzo del 1955, un insegnante di quinta elementare in una scuola dello stato di New York, parlò ai suoi allievi dell’opera di Einstein. I ragazzi scoprendo che di lì a pochi giorni lo scienziato avrebbe compiuto settantasei anni, gli spedirono il 10 marzo un biglietto d’auguri, accompagnato da un paio di polsini e daun fermacravatta. Era l’ultimo compleanno di Einstein.

Il 26 marzo Einstein scrisse in inglese:

Cari bambini, vi ringrazio per il bel regalo che mi avete fatto e per il biglietto d’auguri. Il vostro dono costituisce un giusto ammonimento a essere un po’ più curato in futuro. In effetti le cravatte e i polsini esistono per me come lontane reminiscenze.

Una ragazza inglese di un collegio di Città del Capo inviò a Einstein a Princeton il10 luglio 1946 una lettera simpaticamente ingenua, chiedendogli il suo autografo. Nesegue un brano: «Le avrei probabilmente scritto tanto tempo fa, ma non sapevo che Lei fosse ancora vivo. Non mi interessa la storia e pensavo che Lei fosse un personaggio del Settecento o giù di li. Forse mi confondevo con Sir Isaac Newton o qualcun altro». La ragazza raccontava che era appassionata di astronomia e la sera,insieme a un’amica, sfuggiva alla sorveglianza della capoclasse per andare a osservare le stelle e i pianeti, anche se più volte erano state colte in flagrante e punite.

Confessava poi che non riusciva a comprendere il concetto dello spazio curvo.

Concludeva con ardore patriottico: «Mi dispiace che Lei sia diventato cittadino americano; avrei preferito che si stabilisse in Inghilterra».

Il 25 agosto 1946 Einstein rispose in inglese:

Caro signor… La ringrazio per la Sua lettera del 10 luglio. Le chiedo scusa per il fatto di appartenere ancora al regno dei viventi, però Le posso assicurare che vi sarà rimedio!

Non si preoccupi dello spazio curvo. Capirà più tardi che si tratta del modo più semplice per definirlo. Usato in senso giusto, la parola «curvo»non ha lo stesso significato che le attribuiamo nel linguaggio corrente.

Spero che le vostre future ricerche astronomiche non vengano scoperte dal sorvegliante. Questo è l’atteggiamento adottato dalla maggior parte dei bravi cittadini verso i loro governi e mi pare un’ottima soluzione.

La ragazza fu felicissima per questa lettera autografa, anche se Einstein, in base al suo nome insolito, l’aveva presa per un ragazzo. Nella sua risposta del 19 settembre scrisse: «Mi ero dimenticata di precisare che ero – cioè che sono – una ragazza. Mene sono sempre molto rammaricata, ma oramai mi sono più o meno rassegnata al fatto». Aggiunse: «Non volevo darle l’impressione che non fossi contenta che Lei era ancora vivo».

Einstein rispose:

Non mi dispiace affatto che tu sia una ragazza, ma l’essenziale è che tu stessa non ne sia dispiaciuta; non vi è alcun motivo.

Il brano seguente risale probabilmente al 1935. Il manoscritto porta l’annotazione«non pubblicato». Dopo la morte di Einstein venne incluso nel libro di Otto Nathaned Heinz Norden, Einstein on Peace. Si tratta di un brano dal tono insolitamente polemico; Einstein forse non volle pubblicarlo proprio per questo motivo. Scrivendolo però deve aver senz’altro provato un senso di sollievo:

A eterna vergogna della Germania, il dramma che si svolge attualmente nel cuore dell’Europa è carico di elementi tragici e grotteschi; non fa onore alla comunità delle nazioni che si considerano civilizzate.

Per secoli il popolo tedesco è stato soggetto all’indottrinamento da parte di una successione infinita di maestri di scuola e istruttori militari. Itedeschi sono stati non solo addestrati a lavorare duramente e a imparare molte cose, ma anche abituati alla sottomissione servile, alla disciplina militare e alla brutalità. La costituzione democratica della repubblica di Weimar del dopoguerra si addiceva al popolo tedesco press’a poco come gli abiti del gigante a Pollicino. Poi sopraggiunsero l’inflazione e la depressione e tutti vivevano nel terrore e nell’angoscia.

Comparve Hitler, un uomo di limitate capacità intellettuali, inadatto a qualsiasi lavoro utile, pieno di invidia e di amarezza contro tutti quelli che erano stati favoriti più di lui dalla natura e dal destino. Appartenente alla piccola borghesia, era abbastanza presuntuoso per odiare perfino la classe operaia, che all’epoca si batteva per una maggiore eguaglianza nel tenore di vita. Ma odiava più di qualsiasi altra cosa proprio quella cultura e quella educazione che gli erano state negate per sempre. Nella sua disperataambizione di potere scoprì che i suoi discorsi sconnessi e pervasi dall’odio suscitavano gli applausi frenetici di quanti si trovavano nelle sue stesse condizioni e condividevano le sue opinioni. Raccattava questi relitti della società per strada, nelle osterie, organizzandoli intorno a sé. In questo modo avviò la sua carriera politica.

Ma ciò che veramente lo portò a diventare un Führer era il suo odio acerrimo contro ogni cosa di origine straniera e specialmente contro una minoranza inerme, gli ebrei tedeschi. La loro sensibilità intellettuale lo metteva a disagio e la considerava, non del tutto erroneamente, non tedesca.

Le sue incessanti tirate contro questi due «nemici» gli assicurarono l’appoggio delle masse cui prometteva splendide vittorie e una nuova età dell’oro. Sfruttò abilmente per i propri scopi il gusto secolare dei tedeschiper la disciplina, il comando, la cieca ubbidienza e la crudeltà. Così diventò il Führer.

Il denaro affluì abbondante alle sue casse, specie dalle classi possidenti che vedevano in lui uno strumento per impedire l’emancipazione sociale ed economica del popolo, iniziata durante la repubblica di Weimar. Ingannò il popolo con quella falsa retorica pseudopatriottica e romantica cui si era abituato prima della guerra mondiale e con quella menzogna sulla presunta superiorità della razza ariana o nordica, un mito inventato dagli antisemiti per promuovere i loro fini sinistri. È impossibile, in base alla sua personalità sconnessa, capire fino a che punto egli stesso credesse alle assurdità che diffondeva. Tuttavia gli uomini che si schierarono intorno a lui o che emersero grazie al nazismo erano per la maggior parte dei cinici incalliti, perfettamente consapevoli della falsità dei loro metodi privi di scrupoli.

Leo Baeck era il rabbino capo della comunità ebraica a Berlino, oltre a essere uno studioso di fama internazionale. Quando i nazisti salirono al potere, ricevette molte offerte di lavoro all’estero, che gli avrebbero dato modo di sfuggire alle atrocità antisemite naziste. Le rifiutò tutte, scegliendo di condividere i pericoli insieme agli altri ebrei tedeschi. Arrestato più volte venne internato nel campo di concentramento di Terezin, dove rimase fino all’epoca della capitolazione dell’esercito tedesco, quando venne liberato dai soldati russi.

Nel maggio del 1953 Einstein scrisse da Princeton queste parole commoventi a Leo Baeck in occasione del suo ottantesimo compleanno: 

Coloro a cui le circostanze esteriori consentono una esistenza apparentemente sicura non potranno mai capire che cosa significasse quest’uomo per i suoi fratelli imprigionati nella Germania e minacciati dall’inevitabile distruzione. Ritenne fosse suo dovere rimanere e sopportare le spietate persecuzioni al fine di dare ai suoi fratelli un appoggio morale fino all’ultimo. Noncurante del pericolo, trattò con i rappresentanti di un governo formato da assassini brutali, conservando in ogni circostanza la dignità sua e del suo popolo.

Invitato a collaborare a un Festschrift in onore del rabbino Baeck, Einstein scrisse il 23 febbraio 1953:

Desideroso di servire la vostra lodevole impresa malgrado la mia incapacità di offrire un contributo nel campo del nostro riverito e amato amico, ho avuto l’insolita idea di mettere insieme in forma di «pillole»qualcosa della mia propria esperienza che potrebbe divertire il nostro amico; tuttavia solo la prima «pillola» si riferisce direttamente a lui.

Le «pillole» erano per la maggior parte degli aforismi pungenti; ne riportiamo un esempio: 

Per essere un elemento perfetto di un gregge di pecore bisogna innanzitutto essere una pecora.

La prima «pillola» era indirizzata a Baeck. Si trattava di una dichiarazione, non di Salve all’uomo che dedicò la vita ad aiutare il prossimo, che non conobbe paura, al quale aggressività e risentimento erano estranei. In questo legno sono scolpiti i modelli che vogliamo imitare, essi rappresentano una consolazione per l’umanità in mezzo alle sofferenze che infligge a se stessa.

Il 17 marzo 1954 il rabbino Baeck inviò a Einstein una lettera in occasione del suo settantacinquesimo compleanno:

«In tempi in cui il problema morale trovava solo soluzioni negative e il concetto stesso di umanità veniva messo in dubbio, ho pensato a Lei e mi sono sentito rasserenato e rafforzato. Quante volte ho avuto l’impressione di vederLa dinanzi a me e di ascoltare la Sua voce».

Einstein morì a Princeton il 18 aprile 1955. Il 26 aprile 1955 Cornelius Lanczos scrisse alla figlia di Einstein, Margot:«… Si ha la sensazione che un uomo come Einstein vivrà per sempre 8 [Una raccolta di scritti in onore di un personaggio celebre].così come Beethoven non potrà mai morire. Tuttavia qualcosa è perduto per sempre: la pura gioia di vivere che era tanta parte della sua natura. È difficile rendersi conto che quest’uomo, così incredibilmente modesto e schivo, non è più qui con noi. Era  consapevole del ruolo eccezionale che il destino gli aveva assegnato e anche della sua grandezza. Ma era precisamente la sua straordinaria grandezza a renderlo modesto e umile; non era una posa, si trattava di una sua intima necessità…»

All’inizio del 1933 Einstein ricevette una lettera da un musicista di Monaco di Baviera; egli era evidentemente turbato e depresso, non riusciva a trovare lavoro;doveva comunque avere molte affinità con Einstein. La sua lettera è andata perduta, ma rimane la risposta di Einstein del 5 aprile 1933, spedita probabilmente da Le Coq.

Ne presentiamo un brano che esprime un senso di disperazione struggente ed eterna,alleviata solo dal fatto che Einstein non si arrese mai allo sconforto. Notiamo che Einstein mantiene accuratamente l’anonimato, per proteggere il destinatario:

Sono la persona alla quale Lei ha scritto presso l’Accademia belga… Non legga i giornali, si cerchi alcuni amici che condividano il Suo modo di pensare, studi i meravigliosi scrittori del passato: Kant, Goethe, Lessing, i classici degli altri paesi. Si goda le bellezze naturali dei dintorni di Monaco. Faccia finta di vivere, per modo di dire, su Marte, in mezzo a creature estranee, ed eviti di approfondire qualsiasi interesse nelle attività di quelle stesse creature. Diventi amico di qualche animale. In questo modo Lei tornerà a essere un uomo allegro e nulla potrà più turbarla.

Si ricordi sempre che gli animi più alti e più nobili sono sempre e necessariamente soli, e che perciò possono respirare la purezza della propria atmosfera.

Le stringo la mano in cordiale amicizia.

Albert Einstein nacque ad Ulm, in Germania, il 14 marzo 1879; la sorella Maja nacque a Monaco di Baviera due anni e mezzo più tardi. All’età di cinque anni Einstein ricevette in dono una bussola, uno strumento che suscitò in lui all’epoca un sentimento di meraviglia e di stupore che lo accompagnò per tutta la vita e fu alla ase dei suoi maggiori successi in campo scientifico. A dodici anni Einstein provò la stessa emozione studiando un testo scolastico di geometria. 

Odiava la disciplina e i rigidi metodi d’insegnamento delle scuole tedesche e a quindici anni abbandonò gli studi. Nel 1896 si iscrisse all’Istituto politecnico di Zurigo. Dopo la laurea nel 1900 non riuscì a trovare lavoro, essendosi inimicato tutti i suoi professori.

Nel 1901 prese la cittadinanza svizzera. Nel 1902, dopo molte esperienze scoraggianti, si impiegò presso l’Ufficio brevetti di Berna. Sposò Mileva Marie, una compagna di università. Ebbero due figli, ma il loro matrimonio si concluse nel 1919 col divorzio consensuale.

Nel frattempo, mentre lavorava ancora all’Ufficio brevetti, si manifestò in modo lampante il suo genio nello straordinario anno 1905. La teoria della relatività rappresenta solo uno dei suoi importanti contributi che risalgono a quell’anno. 

Rimase all’Ufficio brevetti fino al 1909; quindi le promozioni si susseguivano rapidamente e nel 1914 Einstein era al culmine della carriera, in quanto membro stipendiato della Reale accademia prussiana delle scienze a Berlino.

Come cittadino svizzero Einstein non partecipò alla prima guerra mondiale. Nel 1915 presentò il suo capolavoro, la teoria generale della relatività. Sposò nel 1919 una sua cugina vedova, Elsa, che aveva già due figlie dal primo marito. Nello stesso anno Einstein conobbe la fama mondiale grazie alla conferma di una delle ipotesi della sua teoria. Ricevette il premio Nobel per la fisica nel 1921.

Ricordiamo brevemente gli altri fatti della vita dello scienziato, imperniati sull’anno cruciale 1933. La fama di Einstein e le sue coraggiose dichiarazioni provocarono da parte dei nazisti dei violenti attacchi contro la sua persona e le sue teorie scientifiche. Quando all’inizio del 1933 i nazisti presero il potere, Einstein si trovava negli Stati Uniti; non tornò mai più in Germania. Invece soggiornò per alcuni mesi a Le Coq in Belgio e fece un breve soggiorno in Inghilterra. Nell’ottobre 1933, si trasferì negli Stati Uniti, accettando la carica di professore presso l’Institute for Advanced Studies, recentemente fondato a Princeton, nel New Jersey, dove si stabili definitivamente.

Einstein morì il 18 aprile 1955.

Siamo grati al professor Herbert S. Bailey, direttore della Princeton University Press, che si è interessato al nostro libro fin dall’inizio. Il suo entusiasmo, i suoi consigli e il suo incoraggiamento ci aiutarono a portare a termine il nostro lavoro.

Ringraziamo inoltre Sonja Bargmann che verificò l’esattezza delle traduzioni, correggendo gli errori e spesso migliorando la nostra prosa. Siamo riconoscenti a Gail Filion per i suoi commenti perspicaci e i suoi saggi consigli per quel che riguarda la redazione del testo.

Ringraziamo: la signora Marianne Dreyfuss per aver autorizzato la citazione di una lettera di suo nonno, Leo Baeck; L. F. Haber, per aver autorizzato la citazione di una lettera di Fritz Haber; Elmar Lanczos, per aver autorizzato la citazione di una lettera di Cornelius Lanczos; Theodor von Laue, per aVer autorizzato la citazione di una lettera di Max von Laue; J. Peemans, chef-adjoint du Cabinet du Roi, per aver autorizzato la citazione di una poesia della regina Elisabetta del Belgio; e in modo particolare Otto Nathan, per averci permesso di citare numerosi passi del suo libro e per il vivo interesse che ha dimostrato per la nostra impresa.

La chiesa è una vittima del globalismo?

Usciamo per un attimo dalle mappe concettuali fornite dal sistema del pensiero unico che randella il dissenziente e l’ideologicamente diverso, fregiandosi al contempo del titolo di autorità democratica:

quando abbiamo abbracciato la causa unionista europea firmando i trattati era davvero così scontato che la novella Unione Europea lasciasse alla porta il cristianesimo, rinnegando le proprie radici storiche?

E’ un caso che il popolo anglosassone sia stato il primo nella storia a versare l’Obolo al Papa cd. <<Denarius Sancti Petri>> prima ancora che nel 1871 Pio IX lo istituisse con l’enciclica Saepe Venerabiles, ed il primo a tentare di fatto ad uscire dalla UE?

Come mai non è stata sollevata nessuna battaglia ideologica oppure non è stata adottata nessuna levata di scudi dalla classe democristiana europea? Dov’erano i cd. uomini cerniera Stato Chiesa? E perché la chiesa in quel momento era così distratta da riuscire a restarne fuori?

L’unione europea va oltre il semplice progetto politico, è lo strumento tramite il quale le elite aristocratiche che detengono il potere finanziario hanno ripreso pienamente il controllo del denaro del popolo, al netto degli errori del passato, utilizzando scudi ideologici e leve psicologiche, coinvolgendo la società, i mass media, la giustizia, l’economica, la valuta, l’etica, con un sistema di norme al quale viene riconosciuta la posizione di sovranazionale, di valore superiore alla carta costituzionale, insomma in un solo colpo tutti gli aspetti della vita dei 513 milioni di cittadini europei. E che colpo!

Appare evidente che la chiesa sia stata inconsapevolmente utilizzata nella battaglia per la nascita del globalismo contro il mondo bipolare e subito dopo scaricata dalle potenze mondiali non appena è stato smantellato il muro di Berlino, il cui abbattimento, vede oggi scendere in piazza festosi e chiassosi i seguaci del globalismo democratico per l’anniversario della caduta salvo poi ritornare nella stessa piazza a manifestare per la chiusura della Whirpool o dell’Ilva dovuta proprio alla sleale concorrenza (dumping) consentito dal globalismo attuato mediante la caduta dello stesso muro.

Restano però silenti di fronte alla crescente complessità di un mondo totalmente fuori dai vecchi schemi, limitandosi a replicare e rimarcare l’equivalenza storica che il globalismo rappresenti la democrazia ed il sovranismo la dittatura tralasciando il notevole fatto che non tutti i globalisti erano e sono dei democratici (Cina compresa) anzi, la propaganda globalista è spinta oggi proprio dai regimi dittatoriali che trascinano il dibattito pubblico verso argomentazioni sterili ed improduttive. Ovviamente non parliamo di soggetti che amano l’Italia.

Notiamo quindi che al fine di rivendicare una legittimazione ad esistere ab origine entro un sistema costituzionale ed evitare imbarazzanti esami di coscienza con il passato, il globalismo democratico utilizza tutta la potenza di fuoco dei media di proprietà dei consociati per tenere ferma nelle menti dei seguaci l’equivalenza sopra rappresentata, senza la quale evaporerebbero istantaneamente in una società liquida come quella attuale.

Il risultato è che portatori sani della propaganda globalista tendono a rifiutare qualsiasi critica, idea diversa, oppure tesi che ne possa mettere in discussione l’esistenza stessa per paura che ne vengano meno le cause che ne legittimano l’esistenza.

La chiesa è uscita ormai dalla vita delle famiglie europee, cedendo il passo ai valori del globalismo ecologico-democratico, dove l’uomo non necessità più di valori spirituali ma soltanto di uno smartphone per veicolare il messaggio delle multinazionali che lo manipolano per il massimo profitto.

E’ da notare come il globalismo nato da interessi industriali americani abbia poi contaminato la finanza ritornando più forte di prima con l’industria informatica nell’era del digitale, fungendo da trampolino per i cinesi che si sono affermati all’avanguardia in questo settore e per un altro player anomalo, la propaganda islamica.

Cos’hanno in comune queste due realtà e perché sono così avvantaggiate dal globalismo?

La risposta è molto semplice: il globalismo premia i sistemi a “catena corta” ovvero i regimi non democratici dove le decisioni vengono assunte ed attuate in tempi ristrettissimi, non dovendo essere sottoposti a lunghi ed estenuanti passaggi parlamentari. E’ chiaro quindi che in una società liquida ad altro coefficiente di volatilità come quella contemporanea i regimi democratici sono destinati a sopperire proprio come i dinosauri perché troppo lenti e troppo grandi per vincere le sfide dei velocissimi ed aggressivi competitor che vogliono puntano al massimo profitto dallo sfruttamento dei Paesi antagonisti.

Ecco perché il Regno Unito si è tirato fuori dalla competizione, puntando al benessere mediante la conversione del commonwealth da colonia industriale a colonia finanziaria, attraendo nella City i capitali mondiali garantendo anonimato sicurezza e zero tasse. E’ da notare una strana coincidenza, ovvero che i maggiori flussi verso la City proviene dalle nazioni che hanno adottato sistemi repressivi fiscali e limiti all’utilizzo del contante come l’Italia oppure da Paesi nei quali l’ordine democratico viene ritenuto messo a rischio da pericoli sociali o politici come ad esempio Hong Kong o Città del Vaticano dove Bergoglio sta perseguitando i possessori dei conti correnti facendoli fuggire verso lidi migliori e facendo arrivare quasi al fallimento la città santa.

La crisi della democrazia in chiave industriale era già stata ampiamente prevista nel 1973 dal “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale” Prefazione di Giovanni Agnelli Introduzione di Zbigniew Brzezinski (link).

Ritornando al ruolo della chiesa che è stata completamente estromessa dal progetto europeo, è impressionante l’analisi del dato che nei Paesi africani dove è presente la chiesa il livello di conflitti ed atrocità e drasticamente minore e la qualità della vita degli abitanti è nettamente superiore.

Però siccome il progetto unitario europeo ha tenuto alla porta la chiesa, questo significa che non si impegnerà mai ad impiegarla come alleata in un progetto di risanamento del continente africano, a danno proprio dei più bisognosi. Altro danno collaterale del globalismo ecologico-democratico.

I trattati europei hanno seppellito l’illuminismo proprio come la chiesa perché ritenuti di intralcio all’impostazione del nuovo mondo ecologicamente globalizzato, per la serie: ignoranti ma ideologizzati sull’ecologismo che è sempre meglio del socialismo.

Ammettere la sopraggiunta radicale ambiguità del progresso vuol dire accettare il fatto che ormai in occidente l’illuminismo è finito e siamo in fase di decadenza. E’ finito non solo quanto promessa di emancipazione dell’uomo o in quanto possibile orizzonte dell’intera umanità ma è finito altresì l’illuminismo come effettivo fronte di battaglia dentro di noi e dentro le nostre società tra ragione e superstizione, tra libertà ed asservimento.

L’illuminismo ha riportato grandi vittorie proprio sul suo avversario più aspro: sul cattolicesimo obbligato da tempo ad accettare la libertà di coscienza, i diritti dell’uomo, la piena laicità delle istituzioni secolari. Cattolicesimo che forse proprio per questo si mostra consapevole – come indicano le richieste di perdono da parte del papa – della necessità di aprire se stesso ai tanti ripensamenti che i tempi chiedono, condizione indispensabile, questa per riuscire ad ascoltare anche la voce di nuove profezie.

Come risponde a tutto ciò la cultura laico globalista italiana? Semplice, con la paura di rompere il suo piccolo tabù illuministico-antireligioso e assumendo le vesti di un distratto svagato osservatore di fronte alle pure clamorose falsificazioni storiche dei signori della Convenzione Europea. La cultura globalista risponde mostrandosi apparentemente indifferente di fronte ai grandi problemi del nostro passato e della nostra identità di ciò che siamo e che è augurabile vogliamo continuare ad essere. Dando quasi a credere che di passato alla fine gliene interessa davvero soltanto uno: il suo e basta.

Un esempio? Bergoglio si sta esibendo per consacrare sacerdoti anche se sposati ma con comprovata fede cattolica e grande disponibilità verso la Chiesa e il prossimo, ma solo in Amazzonia. Il Papa quindi immagina che lì solamente esistano uomini con le caratteristiche da lui indicate, forse immaginando che in tutte le altre parti del mondo non ci siano uomini sposati altrettanto degni del sacerdozio.

L’Astronomia dei Maya

Primo interesse degli astronomi Maya era il passaggio allo zenit del Sole, evento possibile per la loro latitudine: molte delle città Maya erano a sud della latitudine 23,5 gradi (altezza solare nel solstizio d’estate), dalle quali si poteva osservare il passaggio zenitale del Sole due volte l’anno.

I Maya potevano determinare facilmente quelle date, per la mancanza di ombra, e le attribuirono ad un dio, il Dio Immergente.

Venere era per i Maya l’oggetto celeste di maggior interesse. Consideravano questo pianeta più importante del Sole.

I Maya osservarono Venere molto accuratamente:

  • Periodo di 584 giorni tra gli allineamenti (congiunzioni inferiore e superiore) Terra-Venere rispetto al Sole;
  • Periodo di 2922 giorni tra gli allinementi Terra-Venere-Sole rispetto a delle stelle.

Durante la congiunzione inferiore, Venere scompare per circa 8 giorni. Quando sorge dopo la congiunzione inferiore, primo oggetto visibile all’alba, si parla di sorgere eliacale.

Venere raggiunge la massima brillantezza alla massima elongazione ovest, e si muove poi rapidamente verso il Sole con moto retrogrado. E quindi rimane visibile per circa 260 giorni nel cielo mattutino fino a quando raggiunge la congiunzione superiore (dalla parte opposta della Terra rispetto al Sole). Il pianeta diventa sempre meno brillante fino a tornare sotto l’orizzonte, e riapparire dalla parte opposta rispetto al Sole dopo circa 50 giorni. Sorge quindi come stella serale e permane nel cielo notturno per quasi 260 giorni, fino a che raggiunge la massima elongazione est con massima brillantezza, e andare nuovamente alla congiunzione inferiore.

Venere aveva effetti psicologici sui Maya e le altre culture centroamericane, è stato dimostrato che i loro tempi di guerra erano basati sugli stazionamenti di Venere e Giove.

I sacrifici umani avvenivano al momento della prima apparizione di Venere dopo la congiunzione superiore (momento di massima magnitudine, minima brillantezza) e avevano timore del primo sorgere eliacale dopo la congiunzione innferiore.

I Maya avevano un Almanacco (Codice di Dresda) con la descrizione dell’intero ciclo di Venere, suddiviso in cinque settori di 584 giorni, cioè 2920 giorni, approssimativamente 8 anni o 5 cicli venusiani.

Il Sole era stato osservato soprattutto per il suo passaggio zenitale. A Chichen Itza, durante il tramonto il Serpente Solare sale dalla parte della scalinata della piramide El Castillo nei giorni degli equinozi primaverile e autunnale.

Nei calendari Maya c’era anche una componente lunare. I periodi lunari erano di 29 e 30 giorni alternativamente. Essendo il periodo sinodico della Luna di quasi 29,5 giorni, riuscivano a inserire la luna nei loro calendari senza difficoltà. Avevano cognizioni sui periodi lunari tali da poter predire le eclissi (Codice di Dresda).

I Maya descrissero l’Eclittica nei loro disegni come un Serpente a due teste. Non si sa esattamente come i Maya descrivessero le costellazioni dell’eclittica (Zodiaco). Sappiamo che parlavano di uno scorpione, equivalente al nostro Scorpione, nei Gemelli i Maya individuavano un maiale o un pecari (suino americano). Altre costellazioni dell’eclittica erano identificate come un giaguaro, almeno un serpente, un pipistrello, una tartaruga, un mostro xoc (squalo o mostro marino). Le Pleiadi erano assimilate alla coda di un serpente a sonagli, chiamato Tz’ab.

La Via Lattea era oggetto di forte venerazione, veniva chiamata Albero del Mondo, un albero fiorito molto grande e maestoso. Altro nome era Wakah Chan (Wak=sei, eretto; Chan=quattro, serpente,cielo). Gli ammassi nell’Albero erano visti come fonte di vita e particolare importanza aveva il punto dove la Via Lattea interseca l’eclittica, vicino al Sagittario. L’Albero comprendeva anche il mostro Kawak, un gigante. In cima all’Albero c’è il dio Uccello Principale o Itzam Ye. Veniva preso in considerazione anche il passaggio del Sole nella Via Lattea nel solstizio invernale .

Il periodo dei mesi invernali, quando la Via Lattea è ben visibile, era chiamato del Sepente dalle ossa bianche.

La Fine del Mondo

Da 2000 anni circa, il concetto di fine del mondo si è arricchito di una nuova carica religiosa: la fine del mondo coinciderà con il Giudizio Universale, in cui tutti gli uomini saranno giudicati e ripagati per le loro azioni. Ma il concetto di fine del mondo, non è proprio soltanto della sfera religiosa, perché esso ha da sempre rappresentato uno dei timori più diffusi nell’uomo. 

Parecchi miti sono incentrati sulla fine del mondo, che verrà preannunciata da gravi disastri ed indizi inequivocabili. Tralasciando la carica di pura superstizione che impregna questo discorso, sarebbe interessante cercare di capire o intuire in che modo quantificare o qualificare la fine del mondo. 

Le domande a tal riguardo sono molteplici e varie, ma una spicca su tutte: per fine del mondo deve intendersi la fine del pianeta Terra, la fine di ogni forma di vita sul pianeta o ancora la fine dell’attuale civiltà e l’inizio di un nuovo periodo di lento progredire? 

Non è certo cosa facile rispondere e dopo tutto, bisogna ammettere che non è immediata la comprensione di un’ idea che afferma che il mondo potrebbe finire da un momento all’altro. Nell’ammettere tali ipotesi entrerebbero in gioco altre domande. Cosa causerebbe la fine del mondo intesa come distruzione del pianeta?

Lo spegnimento del Sole… ma sembra che esso sia solo alla metà del suo ciclo vitale…

L’impatto con una meteora… ma esse “piccole” per quanto possano Essere sarebbero prontamente tenute sotto controllo.

Uno scompenso gravitazionale, magari causato da improvvisi mutamenti dell’equilibrio del sistema solare… già… una simile ipotesi potrebbe accadere se la Terra si trovasse nel mezzo di un allineamento planetario, che produrrebbe un’elevatissima forza di attrazione che potrebbe far deviare la Terra dal suo naturale percorso. Francamente, però, nessuno scienziato può dirsi in grado di stabilire ciò che effettivamente potrebbe produrre un simile allineamento. 

A questo punto entra in gioco un sottile alito di mistero che come un uragano sconvolge anche la mente più assennata, riportando parole dimenticate, quasi perse nel tempo, pronunciate nel III sec. a. C. da Berosso, un astronomo: 

<<Io Berosso…affermo che tutto ciò che la Terra ha ereditato, verrà consegnato alle fiamme, quando i cinque pianeti si uniranno in Cancro, disponendosi in un’unica fila sicché una retta potrebbe trapassare le loro sfere>>. Questa disposizione planetaria è avvenuta il 5 maggio del 2000, senza causare nessun dissesto. Forse, Berosso non voleva imputare la causa della fine del mondo all’allineamento dei pianeti, forse egli voleva soltanto fissare un punto, un evento, un riferimento.

Si intuisce quindi che a poco o a nulla serve sapere come avverrà la fine del mondo, se non si sa quando, da qui l’esigenza di conoscere e misurare il tempo. Sia che esso, venga diviso in spazi grossolani (Luce-Buio), sia in spazi sempre più precisi (Anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi, millisecondi…), l’uomo ha da sempre cercato di dare e darsi dei precisi riferimenti per catalogare gli eventi. 

Gli Egizi scandivano il loro tempo sulla base dei periodi di piena del Nilo; altri popoli si basavano su altri elementi, caratteristico è, a tal proposito, il calendario dei mesi dei Lakota che si basava su precisi riferimenti naturali (luna degli alberi scoppiettanti=dicembre; luna quando le ciliege diventano nere=agosto; luna delle foglie cadenti=novembre), si noti come l’elemento astronomico (luna… luna… luna…), appreso grazie ad attente osservazioni dei fenomeni celesti, vada a innestarsi con l’elemento naturale per coprirsi semplicemente di certezza! (ecco raggiunto lo scopo della misurazione del tempo: riuscire a catalogare con precisi riferimenti i vari eventi).

Tra tutti i popoli e le culture sviluppatesi nel mondo intero, uno soltanto può definirsi come il popolo che aveva ossessione del tempo e voleva misurarlo e conseguentemente controllarlo. Tale popolo era il popolo Maya. Il loro calendario è estremamente preciso, calcola la durata dell’anno solare in 365,2420 giorni (errore per difetto di soli 0,0002 giorni. N.B. quello attualmente utilizzato da noi erra di circa 0,0003 giorni…), e quello lunare in 29,528395 (di poco inferiore al valore reale). Essi avevano altresì sviluppato un perfetto metodo di previsione delle eclissi, avendo nozione che esse possono avvenire soltanto 18 giorni prima o dopo del nodo (punto in cui l’orbita lunare interseca quella apparente del sole). 

Conoscevano anche il concetto di zero, inteso come valore nullo, ma concreto allo stesso tempo. Il calendario maya andava oltre, collegandosi ai fenomeni celesti di un altro importante pianeta: Venere. I Maya sapevano che Venere era sia l’astro del mattino e sia quello della sera; sapevano che esso compie un giro intorno al sole in 224,7 giorni, mentre la terra in 365,2420 giorni. Il risultato combinato di questi due elementi è che il pianeta Venere, sorgeva esattamente nello stesso punto del cielo visibile dalla Terra ogni 584 giorni circa.

I maestri Maya, sapevano che 584 era una quantità approssimata, stimarono infatti i giorni della rivoluzione sinodica media di Venere in 583,92 (è lo stesso numero che si è calcolato ai giorni nostri). I maestri Maya utilizzarono queste loro ampie conoscenze creando un complesso sistema di calcolo calendaristico. 

Ogni 61 anni venusiani praticavano un aggiustamento di 4 giorni per armonizzare il ciclo sinodico di Venere con il loro anno sacro (composto da 260 divisi in 13 mesi da 20 giorni ciascuno). Nel corso di ogni V ciclo, alla fine della 57^ rivoluzione veniva effettuato un aggiustamento di 8 giorni, che interelava così strettamente l’anno sacro Maya con la rivoluzione sinodica di Venere da produrre semplicemente l’errore di un giorno ogni 6000 anni. Tutta un’altra serie di aggiustamenti facevano si che risultasse interrelato anche il normale calendario solare, che venne reso in grado di funzionare senza errori su archi di tempo eccezionalmente lunghi. La domanda a questo punto è già nata: che motivo avevano i Maya di adottare un così preciso calendario? Il motivo era uno solo, l’ossessione del tempo in quanto essi sapevano esattamente quanto il mondo era destinato a durare.

Il segreto di ciò sta nel cosiddetto lungo computo. Esso è un sistema per calcolare le date, fortemente impregnato da credenze del passato. Secondo questo il tempo operava in grandi cicli nei quali avevano luogo creazioni e distruzioni del mondo. Secondo i Maya, l’attuale ciclo iniziato il 13 agosto 3114 a.C. era destinato a finire il 23 dicembre 2012 d.C. Questa data, ritornando alle predizioni di Berosso, vedrà una disposizione planetaria così singolare ed unica da verificarsi soltanto una volta ogni 45.000 anni. 

Nuovamente e per fortuna, nessuno è in grado di dire come e se ciò succederà, resta comunque un interrogativo di non poco conto: che motivo hanno avuto i Maya di creare calendari e sistemi computistici così complessi da ragionare in cifre vicine ai milioni di anni, senza aver creato né nell’architettura, né nell’arte un qualcosa capace di resistere al tempo? Questo modo di contare i giorni e di scandire il tempo è forse frutto di un’antica eredità lasciata da qualche civiltà che soccombette alla fine dell’ultimo ciclo?

Verso una linea di confine?

Sabato 22 Dicembre 2012, fine del mondo? Questa data è riferita ad una profezia che la civiltà Maya fece più di 5000 anni fa, questa profezia non ci indica quella data come termine del mondo, ci indica invece il punto di conclusione di un anno galattico, ricordo che I Maya hanno scoperto che come la Terra gira intorno al Sole, tutto il sistema solare nel quale la Terra si trova gira anch’esso intorno alla galassia, così il giro completo del sistema solare intorno alla galassia dura 25625 anni, questo è chiamato “anno galattico”, sabato 22 dicembre 2012 finisce “un anno galattico”. La profezia ci dice che vi saranno dei grandi cambiamenti, climatici per quanto riguarda il nostro pianeta, spirituale tra gli esseri umani, ma il mondo dopo quella data continuerà ad esistere e a vivere.

Calendario e Astronomia

I preti erano depositari di tutte le conoscenze intellettuali e la religione, ancora una volta, si trovava intimamente fusa con l’astronomia, come con tutte le altre attività culturali, con le speculazioni aritmetiche, col computo del tempo e col calendario, di cui si è scritto che esercitò una vera e propria dittatura sulla vita dei Maya.

Profondamente originale, unico nel suo genere, questo calendario rivela una precisione veramente sbalorditiva, tanto più se si tiene conto che i preti astronomi consideravano la terra piatta come un disco e non pensarono mai che girasse intorno al sole. Il sistema vigesimale – con una progressione di 20 in 20 – della loro aritmetica permetteva calcoli complessi per quanto riguardava lo studio dei fenomeni celesti, poiché toccava all’astronomia regolare e dirigere tutte le azioni della vita.

Per i calcoli, essi usavano dei simboli semplici, ad esempio il punto per le unità, ed una sbarretta per la cifra 5; inoltre, dato che i Maya furono uno dei rari popoli che abbiano usato lo zero – simboleggiato da una conchiglia – con un millennio di anticipo rispetto all’Europa, essi poterono, proprio perché erano riusciti a dare una connotazione all’inesistente, dare un valore posizionale alle cifre e in tal modo fare calcoli assai complessi.

Seppero, inoltre prevedere con esattezza le eclissi, e scrissero su delle tavole tutti gli spostamenti di Venere con una precisione che lascia ancora sbalorditi gli studiosi moderni. Il codice di Dresda, per esempio, da un totale di 11.960 giorni per 405 lunazioni considerate; orbene, gli astronomi attuale stimano tale durata pari a 11.959,89 giorni, il che corrisponde a un errore, o meglio a una differenza di poche ore per 380 anni. Inoltre gli astronomi Maya ritenevano che l’anno di Venere fosse pari a 584 giorni, e noi oggi sappiamo che esso equivale esattamente a 385,92 giorni, il che comporta un errore inferiore ad un’ora all’anno.

Questi risultati sono tanto più stupefacenti in quanto i Maya non disponevano di strumenti ottici, ne di un’unità di tempo pari all’ora e al minuto. In seguito alle ripetizioni dei calcolo, ad un po’ di “statistica” e alla trasmissione regolare dei risultai, essi correggevano man mano i dati empirici ricavati da una geometria dello spazio e da un’astronomia piuttosto sommarie. Tuttavia, secondo Thompson il calendario Maya era più preciso di quello gregoriano.

Una grande vittoria degli archeologi e degli storici moderni è consistita nel trovare il metodo di trascrizione delle cifre e delle date, il che ci ha permesso anche di poter finalmente collocare nel tempo il mondo Maya. Precisiamo questo sistema: abbiamo già detto che si basa su una merazione vigesimale (di 20 in 20) e posizionale, il che significa che invece di riportare una cifra a sinistra dopo dieci unità, lo faceva dopo venti; i numeri acquistavano quindi una cifra in più al 20, poi al 400, poi all’8.000, al 160.000, al 3.200.000, ecc. La numerazione posizionale era resa possibile solo dall’uso del numero zero (una conchiglia). 

Una data Maya è formata da cinque cifre sovrapposte, e non disposte orizzontalmente come nei nostri numeri, il che non toglie che sia ugualmente una numerazione posizionale: la prima cifra corrispondente ai baktun, ognuno dei quali rappresenta 144.000 giorni trascorsi; la seconda cifra numera invece i katun (corrispondente a 7.200 giorni); la terza cifra da il numero dei tun (360 giorni); la quarta cifra indica l’uinal, cioè un mese di 20 giorni; la quinta cifra infine da i kini, che sono i giorni.

Una data quindi era fornita in giorni: la stele D di Copan, per fare un esempio, porta una data corrispondente ad un totale di 1.405.800 giorni trascorsi dalla data iniziale del calendario Maya, che in genere viene collocata nel 3113 (o nel 3373, secondo Spinden) prima della nostra era. Inoltre una data veniva fornita indicando la sua posizione nell’anno religioso e la sua posizione nell’anno solare.

D’altra parte queste date somigliavano molto, a prima vista, a piccole scene animate: a volte vi sono rappresentati dei personaggi, dei facchini, seduti per terra; in questi glifi complessi, solamente le teste devono essere prese in considerazione per il calcolo, ed il valore che rappresentano è riconoscibile, ad una analisi dettagliata, da particolari come dei punti oppure una mano appoggiata al mento, una mascella inferiore ossuta e scarnificata, una pettinatura stilizzata… Il resto del glifo – il corpo del facchino – che non aveva valore di calcolo, era completamente lasciato alla fantasia dell’artista. Secondo le concezioni Maya, in effetti, il tempo era continuamente trasportato nel futuro da alcuni dei che si davano il cambio e si alternavano di volta in volta per governare il mondo: il dio del giorno succedeva al dio della notte, e si caricava sulle spalle il fardello del tempo fissato con una cinghia frontale. I giorni erano esseri viventi, e ognuno di essi era sotto la protezione di un dio, diventava un dio lui stesso, con una duplice natura, una corrispondente al nome di una divinità, l’altra ad un numero. E le cifre, invariabili, avevano molta più importanza dei nomi, che potevano variare.

Come per tutte le civiltà di tipo agricolo, la determinazione del ritmo delle stagioni era indispensabile per assicurare il successo dei raccolti. Era infatti necessario lavorare i campi, seminare, effettuare il raccolto, nei momenti propizi e favorevoli; e il calendario aveva il compito specifico di determinare questi momenti. 

I Maya possedevano due calendari principali: il più semplice, il calendario sacro – il Tzolkin – era riservato alla divinazione e comprendeva duecentosessanta giorni suddivisi in tredici mesi di venti giorni ciascuno. Il programma delle feste religiose e di tutte le altre attività cerimoniali o private veniva stabilito in base a questo calendario.

Il secondo calendario – l’Haab – solare ed agricolo, era invece composto da 365 giorni suddivisi in diciotto mesi di venti giorni ciascuno, ai quali si aggiungeva poi, alla fine del ciclo, per far tornare i conti, un periodo malefico di cinque giorni, nefasti, vuoti, senza nome, detti di “ristabilimento”, o Uayeb, giorni critici durante i quali non si lavorava, ma si effettuavano digiuni e si osservava la continenza. Questi due calendari coincidevano soltanto a intervalli di 18.980 giorni, cioè ogni 52 anni, periodo di tempo assimilato al nostro secolo, sebbene più breve.

Ognuno dei tredici Dei del Pantheon Maya regnava per un mese.

Esisteva poi un terzo metodo di conteggio, in cui interveniva l’anno venusiano, più lungo, poiché Venere compie solo cinque rivoluzioni nello spazio di otto anni solari. Per designare la durata, i Maya avevano poi concepito tutta una serie di periodi che progredivano con i multipli di 20, con l’eccezione del tun, il loro anno di 360 giorni, che corrispondeva a 18 uimal di 20 giorni.

Abbiamo già detto che il loro computo a base di cifre del tempo aveva inizio da una data zero di origine, fissa, che si fa risalire al 3113 a.C.. Questa data mitica, a proposito della quale ci si perde in congetture, potrebbe riferirsi a un evento astronomico dimenticato, o potrebbe forse indicare l’ultima delle loro quattro Creazioni del Mondo. Da parte sua Spinden ha stabilito una cronologia che fa slittare tutte le date di 260 anni indietro nel tempo (3373 a.C.), con una cronologia che sarebbe confermata da analisi effettuate con il metodo del Carbonio 14, ma che crea una discontinuità incomprensibile nel succedersi degli eventi tra i periodi più antichi e il periodo storico. Per questo motivo gli specialisti continuano ad attenersi alla cronologia di Thompson.

Quali mezzi possono aver utilizzato i Maya, che non avevano altri utensili che quelli di pietra, per giungere a conoscenze astronomiche e astrologiche di una precisione così strabiliante? Sembra in effetti accertato che non abbiano usato ne orologi a sabbia ne clessidre ne altri strumenti di precisione. I loro calcoli furono dunque basati esclusivamente su osservazioni oculari, calcoli di triangolazione e misure delle ombre, poiché essi erano sorpresi dall’osservazione che gli astri, e il sole in particolare, si presentavano sotto angoli che cambiano a seconda dei diversi periodi dell’anno.

Allo stesso modo osservarono che la permanenza del sole nel cielo aveva durata variabile a seconda di quelle posizioni e si sforzarono quindi di determinare le date dei solstizi, cioè delle posizioni estreme, poiché si traducevano nel giorno più corto e più lungo dell’anno. Per queste osservazioni utilizzarono senza dubbio lo gnomone, una specie di mirino costituito da una semplice pertica posta verticalmente; l’ombra proiettata sul terreno, a mezzogiorno del 21 giugno (solstizio d’estate) da la proiezione più corta, mentre quella che si proietta a mezzogiorno del 21 dicembre (solstizio di inverno) è la più lunga. Se si effettuano osservazioni al sorgere del sole, i diversi angoli di visuale descriveranno un angolo diverso nel corso dell’intero anno, poiché il sole sorge in inverno più a Sud e in estate più a Nord, sulla linea dell’orizzonte, a Levante.

Queste osservazioni hanno potuto essere effettuate a Chichèn Itzà attraverso le feritoie praticate nei muri della torre – osservatorio ben nota, detta Caracol (lumaca), a causa della sua scala elicoidale. Ricketon e Morley hanno a loro volta dimostrato che un osservatore posto sulla cima della grande piramide detta E-VIII, a Uaxactun, vedeva il sole apparire nell’angolo Sud-Est della piattaforma con i tre templi, di fronte a se, all’alba del solstizio d’inverno, e nell’angolo opposto, a Nord-Ovest dello stesso podio, il mattino del solstizio d’estate.

Nei giorni di equinozio, il sole sorge lungo l’asse mediano, proprio dietro al tempio centrale. Va da se che la disposizione di quei templi è stata subordinata e calcolata in funzione di queste osservazioni, e che questa combinazione è tutt’altro che accidentale, ma doveva avere la sua importanza. Inoltre essa presuppone un lunga tradizione di osservazione.

Oltre all’osservazione diurna del cielo, anche quella notturna doveva essere non meno importante. L’osservazione delle varie fasi e delle traiettorie della luna fu riportata nel codice di Dresda, che si riferisce a 405 lunazioni, come abbiamo già detto, cioè a ben 33 anni di osservazioni. Il manoscritto riporta una tavola contenente 69 date durante le quali si possono avere eclissi solari. Venere, la stella del Pastore, la prima a risplendere, l’ultima a scomparire, con il suo corso irregolare attirò in egual misura l’attenzione, e i Maya si sforzarono di misurarne l’altezza sull’orizzonte, variabile al momento del sorgere o del tramontare del sole.

Come venivano calcolati gli angoli? Alcune illustrazioni dei codici ci mostrano, appollaiati sulle piramidi, dei personaggi ridotti al solo volto o addirittura ad un occhio, posti sotto un baldacchino che li protegge, vicino a due bastoni incrociati posto davanti a loro. D’altra parte, sono stati ritrovati anche dei tubi scavati nella giada, lunghi all’incirca venti centimetri, che ricordano stranamente gli occhiali astronomici cinesi, sprovvisti come questi di vetri ottici. Resta il fatto che tutte queste preoccupazioni, che andavano molto al di la dello stretto necessario per la costruzione di un calendario agricolo, mettono in luce un’ossessione dell’infinito, spaziale o temporale, e una angoscia profonda di fronte alle scorrere del tempo.

Mentre in Europa i secoli che vanno dal 300 al 900 d.C. furono oscuri e sanguinari, nel Nuovo Mondo videro il pieno splendore della civiltà Maya.

Furono i secoli dei grandi centri monumentali con torreggianti piramidi, templi e palazzi, molti dei quali ancora oggi conservati. 

Fu l’unica civiltà precolombiana che abbia utilizzato una scrittura geroglifica evoluta, un particolare sistema di calcolo matematico e, come si è potuto constatare dai vari rinvenimenti archeologi, un sofisticato calendario che era in grado di determinare l’esatta durata dell’anno solare, del mese lunare e dell’anno di Venere. 

I Maya si svilupparono su un territorio di circa quattrocento chilometri quadrati, che comprendeva il Messico meridionale, il Belize, alcune zone del Guatemala, dell’Honduras e del Salvador. Si ritiene che le origini di questa civiltà risalgano a 4000 anni fa. Alla fine del IX secolo d.C. una serie di trasformazioni di carattere catastrofico determinarono il declino della civiltà Maya, con il susseguirsi di guerre tra i vari gruppi e una frammentazione politica, fino a quando apparvero i primi “conquistadores”.

… Saranno dispersi per il mondo le donne che cantano e gli uomini che cantano e tutti quelli che cantano. Nessuno scamperà, nessuno si salverà… Molta miseria ci sarà negli anni della cupidigia. Schiavi dovranno farsi gli uomini. Triste sarà il volto del sole… 

Hernán Cortés con undici navi, cinquecento uomini e sedici cavalli sbarcò nell’isola di Cozumel, al largo dello Yucatán, e conquistò il Messico, sfruttando, saccheggiando, depredando le terre che un tempo erano state dei gloriosi Maya. 

… Fu il principio dei soprusi, il principio delle spoliazioni totali, il principio della schiavitù per debiti, il principio dei debiti attaccati alle spalle, il principio delle sofferenze…

Un’era maya era composta da 13 Baktun e gli epigrafisti – trascrivendo i glifi con i loro coefficienti in numeri arabi – hanno potuto calcolare che, secondo il Conto Lungo, i Maya stabilirono l’inizio della loro storia l’11 agosto del 3114 a.C. e pensavano che sarebbe terminata il 21 dicembre dell’anno 2012 della nostra era. La fine di quella grande e antica civiltà arrivò però prima del previsto: nell’anno 1517 sbarcarono sulle coste dello Yucatán i primi spagnoli. 

Purtroppo nulla o quasi della vasta produzione letteraria, scientifica e storica dei Maya si è salvato dalle distruzioni seguite alla conquista spagnola e i loro geroglifici (glifi) restano in parte ancora un mistero. Ciò che sappiamo è frutto di ipotesi elaborate sull’interpretazione del ricchissimo patrimonio archeologico, sui dati contenuti negli unici tre manoscritti giunti fino a noi, sui testi scritti dai conquistadores e sulle notizie rintracciabili nelle tradizioni. Le nostre conoscenze sull’antica civiltà e storia dei Maya sono quindi approssimative, incerte e lacunose.poche dell’Arte maya 
La più antica suppellettile datata (un vaso rintracciato a Tikal, nel Guatemala settentrionale) risale al 320 d.C.; da tale data si fa iniziare il cosiddetto antico Impero o epoca classica(320-987), l’età di maggior splendore della civiltà maya. 

L’antico Impero può essere diviso in due periodi: il primo (320-650) si fa coincidere con la diffusione della ceramica Tzakal (i Costruttori); fattori importanti furono l’edificazione di complessi urbani e templi nel distretto guatemalteco del Petén (Uaxactún, Tikal, Naranjo, Tayasal), la lotta per l’egemonia fra le città-Stato, la diffusione dei Maya verso ovest (Chiapas e Tabasco), sud (litorale pacifico) e Nord-Est (Yucatán, prima fondazione di Chichén Itzá, da parte del clan Itzá). 

Il secondo periodo (650-987) si fa coincidere con la diffusione della ceramica Tepeuh (i Conquistatori); si ebbe una notevole espansione della cultura maya soprattutto verso il sud dell’America Centrale prevalentemente a opera dei commercianti- naviganti (i Maya furono, come i Fenici, grandi navigatori e forse i soli dell’America). In tale periodo vennero fondati nuovi complessi urbani e si svilupparono quelli preesistenti: Piedras Negras, Yaxchilán, Palenque, Chankalá, Toniná, Bonampak, Copán, Tzendales, Etzná, Tulum, Coba divennero centri di grande importanza, ricchi di monumenti spettacolari. In tale periodo compare la metallurgia. 

Il cosiddetto nuovo Impero, o secondo Impero o epoca Postclassica, si fa iniziare col 987, data della nuova occupazione e ricostruzione di Chichén Itzá da parte dei Maya-Itzá appoggiati dai Toltechi. La genuina civiltà maya ebbe termine intorno alla metà del X sec. a seguito dell’intervento dei Toltechi. Considerati i distruttori dell’antico Impero, i Toltechi furono invece gli artefici dell’unificazione politica delle disperse popolazioni maya. Sotto il loro influsso, i Maya acquistarono non solo i costumi religiosi e guerreschi caratteristici delle civiltà più propriamente messicane, ma costituirono una vera e propria civiltà urbana ed ebbero centri politici unitari. Sede della nuova cultura fu lo Yucatán. 

Col nuovo Impero ha inizio l’epoca maya-tolteca, che viene divisa in tre periodi: Puuc (dal nome di un tipo di ceramica e di decorazione), dal 987 al 1194, caratterizzato dall’egemonia di Chichén Itzá, dalla costituzione della cosiddetta “lega di Mayapán” (città fondata nel 941 o nel 987), dalla cacciata dell’aristocrazia Itzá da Chichén Itzá a opera dei Cocom, clan aristocratico di Mayapán. 

Il secondo periodo vide il prevalere della nuova aristocrazia maya-tolteca di Mayapán: durò dal 1194 al 1441 e vide l’estendersi dell’egemonia di Mayapán su tutti i centri dello Yucatán settentrionale. 

Il terzo periodo ha inizio con la distruzione di Mayapán e col progressivo abbandono di gran parte delle città dello Yucatán, le sole ancora abitate; tale periodo fu caratterizzato da una serie di calamità (uragani, pestilenze, vaiolo) e dall’arrivo degli spagnoli che toccarono la costa settentrionale una prima volta nel 1518





La metafora dei saprofiti e le tradizioni culturali europee nel nuovo umanesimo

Esistono in natura dei microorganismi di origine vegetale, detti saprofiti, che si attaccano ad organismi sia vegetali che animali in decomposizione e si nutrono di essi. È l’unico modo che hanno per sopravvivere.

Lo stesso può dirsi degli individui che fanno parte delle vecchie strutture sociali in decomposizione: si riducono ad essere dei saprofiti. Anche se la struttura è sostanzialmente caduta per la perdita di ogni valore etico, questi uomini la sostengono come forma permettendole di continuare ad esistere.

Ogni pensatore dà una propria interpretazione a questo tipo di situazione cogliendone l’aspetto più congeniale alle proprie teorie. Così Marx parla di alienazione, Freud di disagio della civiltà , Camus di uomo assurdo, Sartre di “lâches” e di “ salauds ”, Marcuse di uomo a una dimensione.

Ma pur sempre di saprofitismo si tratta se si considera l’aspetto della sopravvivenza. A questo livello il declino di un sistema è il declino di una civiltà, ossia il dèclino dei valori che l’hanno originata e sviluppata. Fino a che nuove strutture, alternative, sostenute da nuovi valori, alternativi, non soppiantino le vecchie strutture, completamente obsolete.

Senza strutture nuove, alternative, nessun mutamento è possibile, nessuna rivoluzione si realizzerebbe. La rivoluzione francese riuscì perchè la borghesia aveva già creato le proprie strutture ed era desiderosa di affrancarsi dal dispotismo politico che la condizionava.

E’ fuor di dubbio che il saprofitismo si difende e, carente com’è per antonomasia d’ogni valore etico, non lesina alcuna forma di violenza, dalla più smaccata alla più raffinata. Non appena vede sorgere qualcosa di nuovo, vi si accanisce contro con ogni mezzo: o la integra affinchè essa pure si decomponga o tenta di distruggerla.

Eppure le civiltà crollano e, prima o poi, lasciano sempre il posto ad altre e, all’interno di ogni civiltà, mutano gli stessi svolgimenti della storia riuscendo ognuno a sostituirsi o a sovrapporsi all’altro. E ciò perchè il saprofitismo è pur sempre una scelta e ogni mutamento diviene possibile se gli si oppone una scelta diversa che porti a strutture diverse.

Non bisogna dimenticare che il corpo su cui poggiano i saprofiti è in sia pur lenta ma costante decomposizione e che la nuova classe è tale perchè ha attuato una scelta comune.

Non basta avere gli stessi interessi economici per far parte della stessa classe , occorre avere lo stesso atteggiamento di coscienza, partecipare della stessa ideologia.

Lucien Goldman

Occorre, in altri termini, aver attuato la stessa scelta, essere animati dagli stessi valori, perseguire gli stessi obiettivi, la stessa rivoluzione. Il saprofito può anche svolgere il nostro stesso lavoro ma tutto dipende da che cosa d’altro egli vuole e tenta creare perchè saranno i suoi atti, come direbbe Sartre, a tradirlo e a rivelarlo.

Non c’è scampo perchè “l’Enfer c’est les autres”. Il problema diventa così di valori, fondamentalmente di nuovi valori, quale inequivocabile punto di partenza per costruire nuove strutture, entrare nel movimento della storia,
creare una nuova civiltà.

Le considerazioni sul saprofitismo, anche se prese per metafora, hanno lo scopo di mettere in rilievo l’immagine obbligata e traumatica che assume ogni fase di passaggio da una civiltà a un’altra. Unitamente alla crisi di un certo tipo di valori che, andando a intaccare l’uomo nel profondo della propria identità, si rivela crisi di una civiltà, si manifesta la presa di coscienza di questa “caduta” e la travagliata ricerca di valori nuovi.

Questi elementi in conflitto costituiscono il movimento dialettico la cui specificità varia e variamente si caratterizza a seconda dell’humus storico e culturale che la esprime.

L’età moderna, che il nugolo dell’Umanesimo e del Rinascimento fa esplodere anche se le sue radici sono più profonde, vede nascere in successione la Riforma, la Controriforma, l’Illuminismo e la Rivoluzione, l’avvento del Leninismo che prendono corpo rispettivamente nei paesi anglo-sassoni, nell’Occidente mediterraneo, in Francia e nell’Europa orientale.

Grosso modo, anche se influenze e riflessi non sono mai mancati nè mancano, il nostro mondo occidentale è oggi composto, anche geograficamente, da queste quattro grandi tradizioni storico-culturali, ciascuna delle quali ha un ben distinto e peculiare movimento dialettico di cui, pena l’astrattezza e la regressione, non è possibile non tener conto se si vuole comprendere ogni tentativo di mutamento.

Si pensi agli sviluppi ben differenziati che hanno avuto e hanno nei paesi sopra citati gli stessi problemi posti dal marxismo, che in fondo caratterizzano il nostro tempo. Quello che questi quattro mondi presentano in comune, e lo si può serenamente constatare, è l’esplosione di contraddizioni tali che li avvicina, ciascuno nel proprio ambito e nonostante i correttivi apportati alle loro etiche originarie, a un punto di rottura.

Lo stato di saprofitismo, più o meno marcato, è un fatto generale. Per cui è generale la ricerca di nuovi valori.

Ridiventa peculiare la loro specificità. Il mondo francese, che è l’oggetto della nostra analisi, è pertanto solo una parte dell’intero problema anche se questa parte ha vissuto e sofferto un po’ tutte le esperienze. La sua cultura moderna potrà commemorare fra non molto il millennio. E’ all’origine della vecchia Europa e potrebbe esserlo della nuova.

Dai castelli di Linguadoca alla Cité, da place Royale al Louvre, da La Concorde a l’Etoile, muri e strade lo testimoniano. Il suo inserirlo nel mondo medioevale.

L’umanesimo italiano deve molto alla sua civiltà cortese. Il Rinascimento, anche se inimitabile, trova in Francia continuità e sviluppo storico coerente. La Riforma e la Controriforma, anche se fra lotte cruente, vengono temperate a pro’ di una linea umanistica ormai peculiare che i Lumi e la Rivoluzione la sanciscono.

Questa linea caldeggia la civiltà industriale, il mito del progresso ed erige in piena Sorbona il monumento positivista a Comte. Ma è la prima a viverne le contraddizioni nella vicenda tragica della Comune. E’ la prima ad avvertire una vera e propria caduta dei valori e l’esigenza di dare continuità a questa sua e ben radicata tradizione con una ricerca di nuovi valori, ossia di dar vita a un nuovo umanesimo.

E ciò proprio quando la civiltà industriale erige la torre Eiffel per celebrare la propria epoca: la “belle époque”. Infatti le piccole lanterne intorno a questa torre ricordano che essa è ad un tempo fine e principio. Solo cosi vogliamo spiegare il gran rifiuto che essa si ebbe al suo sorgere e il grande fascino che in seguito ha saputo emanare.

Ed è perciò dalla “belle époque” che dobbiamo partire se vogliamo percorrere la travagliata ricerca di quei valori che possono avviare una civiltà nuova. La storia letteraria, che a differenza di quella del pensiero coglie la passione dei moti esistenziali, ce ne rivela i prodromi e il sofferto e tormentato cammino. Il sofferto e tormentato cammino del nuovo umanesimo.

La “belle époque”: prodromi e precursori del nuovo umanesimo

Tutta una situazione politico-sociale ed una posizione radicalmente nuova del pensiero e della critica hanno costeggiato, nel periodo della “belle époque”, la via di Damasco del nuovo umanesimo. Picon, Nadeau e Bonnefoy hanno tratteggiato questi momenti con chiarezza di nessi consequenziali.

Dell’Illuminismo e del Positivismo la borghesia aveva colto specialmente l’aspetto scientifico e tecnico, che le era indispensabile per il suo sviluppo materiale, ma non certo l’aspetto etico. Infatti essa non diede mai corso alla logica anti-trascendente di Diderot né alla problematica progresso-evoluzione sociale di Rousseau riducendo il “progresso” allo sviluppo crescente del proprio profitto e di conseguenza vanificando ogni abbozzo di evoluzione sociale.

Marx aveva già messo in evidenza questa contraddizione di fondo analizzando l’alienazione umana come fatto strutturale, d’altronde non nuovo nella storia, in considerazioni sparse in quasi tutte le sue opere. La religione, la morale, il diritto ecc. non sono che sovrastrutture utili a mantenere questo stato di alienazione, null’altro, in altri termini, che forme ingannevoli e mistificanti per tenere in soggezione le masse di lavoratori e per celare ed anche giustificare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

La vera artefice dello sviluppo capitalistico è l’etica protestante.

Max Weber

Il ricordo della Comune, che ha visto Courbet fra i protagonisti, e della brutale repressione che è seguita alla sua caduta e che ha suscitato lo sdegno di Victor Hugo e di Rimbaud, non resta vivo, nonostante e contro il silenzio ufficiale, soltanto nel cuore dei figli, rimasti orfani, dei comunardi cosi come ricorda Hemingway. Esso penetra e impone la propria presenza nella coscienza non solo dei Francesi ma di tutti gli Europei. In ispecie il mondo operaio di tutta Europa ne agita, oltre che i temi, la problematica storica.

Marx esaminerà il fatto nel suo “La guerra civile in Francia” (1871) e Lenin ne farà un attento studio prima di sferrare il suo attacco al Palazzo d’Inverno.

Così la III Repubblica nasce per pochi voti, ma nasce. La separazione fra Stato e Chiesa sarà frutto di un conflitto tenace fra opposte coscienze, ma sarà realizzata. Il tentativo di scaricare sull’ignaro e innocente Dreyfus il losco affare dello Stato Maggiore francese non riuscirà. Zola lancerà il suo “j’accuse” anche se ne pagherà il prezzo con l’esilio (e forse con la morte).

L’intera Francia, oltre che l’intellighentia, si spacca in dreyfusisti e anti-dreyfusisti fino a che la verità, anche se con molto travaglio e ritardo, riuscirà a imporsi. Nel contempo anche il mondo operaio, ripresosi dalla caduta della Comune, rimanifesta la propria presenza nel momento storico, Jean Jaurès fonderà il partito socialista e il conflitto anche a livello intellettuale fra conservatori (Maurras e Barrès) e progressisti (Anatole France e Romain Rolland) si farà sempre più stridente. Fino alla guerra, alla vigilia della quale Jaurès verrà assassinato mentre e perchè predicava la pace, e nel pieno della tempesta Romain Rolland saprà sfidare l’opinione borghese mettendosi “au-dessus de la mélée” con le sue lettere a Gerard Hauptman.

Chiesa, Potere e questione sociale stanno alla base del movimento dialettico della “belle èpoque”. Sono i grandi temi dell’illuminismo. Con una variante. La “scienza” illuminista, per la quale il progresso scientifico, o meglio il “Progresso” tout court, sarebbe stato il toccasana di tutti i mali, non immaginava il deteriorarsi della situazione sociale. Solo Rousseau seppe antivedere. Se si vuole trovare un rapporto fra Rousseau e l’Enciclopedia, esso non può essere che di natura dialettica.

Il concetto di progresso, cavallo di battaglia del positivismo e che Rousseau ha posto in forma problematica sganciandolo, anche in polemica con Diderot e Voltaire, da quello di evoluzione sociale, presuppone come già avvenuto il recupero dell’uomo al fine di poter avviare il recupero dell’uomo naturale. Solo così l’evoluzione sociale avrebbe un senso e il contratto sociale potrebbe realizzarsi.

In effetti il problema è tuttora aperto e il tipo di polemica che ha agitato questi grandi philosophes indica chiaramente che l’illuminismo ritiene di aver portato a compimento il processo di totale assorbimento dell’Umanesimo e che, in prospettiva, la soluzione dei problemi dell’uomo sia ormai affidata unicamente all’uomo e cioè agli strumenti che sono in lui e che egli ha la possibilità di riscoprire.

Non solo, ma il recupero dell’uomo naturale rousseauiano non può avvenire se non risalendo alla esistenza individuale come punto di partenza indispensabile alla costruzione di una società realmente più giusta e più umana.

Penso che il Lanson abbia definitivamente tolto ogni equivoco all’ interpretazione del concetto rousseauiano di ritorno alla natura. La felicità dello stato scimmiesco, sarebbe ridicolo soltanto il pensarla.

Non sono certo le condizioni ma i valori dell’uomo naturale che occorre riscoprire, valori che la nostra società ha distrutto e che occorre recuperare se si vuole costruire una società diversa. E fra questi valori, primo fra tutti, la libertà naturale.

All’apice del “contratto”, che è la sintesi della triade illuminista di libertà, uguaglianza e tolleranza, la libertà dell’uomo concorre a realizzare la volontà generale per ottenerne la libertà di cittadino. E’ una concezione dinamica, non
istituzionalizzabile. È la negazione di ogni delega e il postulato della democrazia diretta.

Il problema è lasciato aperto e, a due secoli di distanza, è ancora aperto. Il “progresso”, positivisticamente inteso e cosi come lo intendeva Voltaire, ci ha portato sulla luna, ma non ha portato la giustizia nel mondo. E il “contratto” è ancora da fare.

Ancora prima di Rousseau, dice il Lanson, Diderot si era già dichiarato l’uomo della natura. Natura come contrario di Dio, come contrario della società, come contrario della filosofia.

Ogni conoscenza viene dai sensi, per cui l’uomo naturale è come la natura esterna e di conseguenza le vere conoscenze sono le scienze naturali, dalle quali soltanto potrà nascere le nuova filosofia, la nuova morale. Non è importante sapere se dio esista o no: è un fatto che dio, non essendo nella natura, per l’uomo non esiste.

Questa natura non interiorizzata, questo concetto materialistico della natura (su cui Rousseau aveva espresso i suoi dubbi e aveva posto e lasciato aperto il suo problema) ha però creato quella fede nella scienza, quell’atteggiamento scientifico che validamente e costantemente si è opposto al risorgere della religione che, se un tempo vedeva nella natura la causa della perdizione, ora vi ricercava addirittura, con Chateaubriand, parte dei propri fondamenti. Non bisogna dimenticare che il capitalismo industriale si assesta nell’800 come classe dominante sfruttando abilmente le scoperte scientifiche e tecniche ma continuando tranquillamente ad andare a messa.

Romanticismo e realismo, simbolismo e naturalismo riprodurranno tormentosamente i risvolti esistenziali di questo conflitto immanente. Ma quando corruzione, crisi economiche e guerre fanno precipitare la crisi dei valori borghesi, anche il naturalismo letterario si avvia ad esaurimento e noi vediamo le scienze umane assumere dimensione più compiuta.

Agli effetti del “progresso” l’identità scienza-natura di Diderot cede le armi alla problematica scienza-natura di Rousseau. Il “progresso” ha mancato i suoi fini sociali e la ricerca interiore diviene la struttura portante della storia letteraria del nostro secolo.

Un atteggiamento esistenziale si sostituisce all’atteggiamento scientifico. Si tratta in definitiva di un aggancio a quella navicella che Rousseau aveva lanciato nella sua fuga in avanti e che andrà sempre più assumendo dimensione di mito.

Il Positivismo, che col suo determinismo scientifico aveva fatto del Progresso un assoluto, entra in crisi e Einstein instaura il principio della “relatività” nelle scienze naturali. La stessa “Ragione” entra in crisi. Nietzsche, appellandosi ai classici e ai pre-socratici, sancisce la caduta della trascendenza.

Il suo “dio è morto” è la caduta di ogni assoluto, di ogni certezza. Husserl scrive la “Crisi delle scienze europee” e pone il “vissuto” come punto di partenza di ogni intrapresa conoscitiva e Bergson, distinguendo fra intelletto e intuizione, privilegia quest’ultima. Durkheim scopre il “fatto sociale” che, secondo la sua definizione, vive di vita propria al di là delle manifestazion individuali e Jules Romains farà una monumentale apologia dell”’Unanimismo”, che in fondo è la stessa cosa. Freud, infine, rivela l’esistenza dell’immenso iceberg che giace sotto quella pallida e fragile apparenza che è la coscienza umana.

Da questo momento le filosofie irrazionalistiche prendono il sopravvento e senza di esse diviene arduo avventurarsi nel nostro secolo. Solo il marxismo terrà in vita la ragione dialettica per poter camminare agevolmente sul terreno del materialismo storico. E’ la fine in ogni caso dell’Idealismo, la fine di quella che Sartre ha chiamato l’età di Hegel.

Il vissuto e la coscienza individuali divengono così l’oggetto principe di ogni indagine e di ogni analisi determinando la nascita della “ nuova critica ”, i cui pilastri sono stati posti da Georgy Lukacs e Marcel Proust.

Per Lukacs ogni concezione del mondo (Weltanschauung) non può che partire dalla “visione tragica” che i limiti dell’individualismo e la morte determinano. Questa negazione assoluta potrà però trovare il suo superamento nella dialettica storica dove, soltanto, l’uomo potrà realizzarsi.

Proust afferma che “un altro io” è il vero artefice di ogni opera d’arte e, pertanto, di ogni fatto di coscienza. Ad esso si può risalire recuperando il passato attraverso la memoria e considerando così il tempo, alla Bergson, come durata. Al termine dell’impresa la morte potrà essere vista con occhi diversi e con diverso atteggiamento affrontata perchè essa avrà, nel frattempo, rivelato la ragione e il senso dell’esistenza. E’, in fondo, la scoperta di una nuova identità.

Da Lukacs e da Proust sono partite le due grosse correnti critiche del nostro secolo: quella sociologica e quella psicoanalitica che, nel secondo dopoguerra, hanno trovato il loro punto di sintesi nella “psicoanalisi esistenziale” di Sartre.

La rilevanza di questi due personaggi sta nei temi che essi hanno impostato e che stanno alla base del nuovo umanesimo. Il problema della morte che dà un senso alla vita nella misura in cui si traduce nei valori che accompagnano la lotta contro tutte le forme in cui la morte si manifesta. Il problema di una nuova coscienza che si ottiene riscoprendo “l’altro io” e liberando “l’Eros” rimosso nell’inconscio, ossia i valori che giustificano, sostengono ed esaltano la piena autonomia individuale senza i quali diviene sterile ogni forma di lotta contro la morte.

La storia letteraria, che fondamentalmente mette in rilievo i fatti della coscienza, è la fonte più idonea, anche se presa di scorcio, per delineare un profilo sintetico ma sufficientemente significativo del nuovo umanesimo.

Non si può perciò astrarre dai principali precursori, Gide Proust Apollinaire, che in nuce già contengono le grandi linee in cui andrà successivamente dipanandosi la matassa neoumanistica, e cioè l’umanesimo marxista, il surrealismo e l’esistenzialismo.

Con Gide, alla fine del secolo, siamo certamente a livello intuitivo. Le “Nourritures terrestres” sono uno slancio di nuova vitalità che ha affascinato gli adolescenti della “fin de siècle”. Maurois (15) le considera “un évangile au sens étimologique du mot: un bon message”. Si tratta infatti di un’operetta morale o immorale a seconda che la si consideri precorritrice di una nuova etica o soltanto provocatoriamente negatrice della morale corrente di cui già si avverte la crisi. Gide sente profondamente l’esigenza del nuovo in aperto conflitto con la tradizione. E Sartre gli riconoscerà il merito di aver vissuto le proprie idee.

La prima norma è la “désinstruction” perchè “plus utile que toutes les instructions imposées par les hommes, et vraiment le commencement d’une éducation”. È il tentativo di capovolgere lo stato di coscienza.

Il bene e il male non vanno giudicati, il peccato non esiste, e il vero pericolo è la famiglia (“Familles, je vous hais!”). Solo l’azione (anche se gratuita) e l’amore (e non la semplice simpatia) possono dare quanta più umanità è possibile, ossia un nuovo senso della vita. E una vera e propria rivolta degli istinti se non addirittura una loro santificazione. La morte diviene così negazione del “plus petit instant de vie” la cui unità si ottiene col “souvenir”, ossia il recupero, “du passé”.

Amore, Morte e Tempo sono qui rivoluzionati intuitivamente e, anche se sull’ateismo di Gide ci sarà forse sempre da discutere, risulta evidente il suo capovolgimento totale dei valori cristiano-borghesi. Sulla distanza non gli resterà, come alternativa, che il marxismo anche se si allontanerà dal partito comunista subito dopo il suo ritorno dalla Russia.

Senza dubbio Proust è più “scientifico”, specie sul problema, di ispirazione Bergsoniana, del tempo come durata. Ma anche lui deve rompere nettamente col XIX secolo. “Ce moilà”, come afferma nel “Contre Sainte-Beuve”, “c’est au fond de nous mèmes, en essayant de le recréer en nous, que nous pouvons y parvenir”. E’ un’anticipazione di quel mondo dell’inconscio che Freud teorizzerà e che il Surrealismo dissoderà in ogni anfratto nel tentativo di superare l’esistenza.

Proust lo ricerca recuperando il passato e arriva a scoprire, in “Le temps retrouvé”, che “ l’idée de la mort m’était devenue indifférente” ma specialmente che “le souvenir de l’amour m’aidait à ne pas craìndre la mort” e conclude” combien il serait peu sage de m’effrayer de la mort”. Pare di vivere in casa Montaigne. La “dimension énorme” del tempo, che Proust (“comme si j’avais des lieues de hauteur”) aveva scoperto in sè, gli dava le vertigini. E’ di fronte a questa specie di eternità che Proust intravede quale dimensione ha la morte.

Montaigne, il primo nell’età moderna ad umanizzare la morte, l’aveva già intravisto. Per Proust, concludere la sua opera, è una lotta contro la morte e questa è la più grossa anticipazione che il neo-umanesimo offre al nostro secolo.

Anche Apollinaire dà il suo contributo facendo scaturire la poesia dall’immagine esistenziale della strada… La barca di Ulisse abbandona gli spazi infiniti del mare per raggiungere il ponte di Mirabeau, sotto cui scorrono non solo la Senna ma anche i nostri amori, che evidentemente sono molto più importanti di quanto non sembri perchè hanno in pugno la chiave della gioia e del dolore. Nella ricerca di queste “profondeurs de la conscience”, dai cui abissi emergeranno nuovi esseri viventi (16), Nadeau (17) vede e non a torto “la profonde originalité d’Apollinaire” perchè “il annonce Breton et le surréalisme”.

Con Gide, Proust e Apollinaire c’è una reimpostazione radicale dei temi fondamentali dell’esistenza: l’amore come rivolta e salutare liberazione degli istinti il cui mondo profondo e inconscio è pure fonte dell’opera d’arte anticipando in tutto ciò le teorizzazioni freudiane; il recupero del passato, all’ombra di Bergson, dà unità alla vita inserendola in una più grande dimensione temporale, più complessa e più ricca e capace di non infrangersi totalmente contro il tragic della morte; questa, infine, anche se permane come accidente, è una negazione da combattere innanzitutto negandole quel valore assoluto di limite terreno con cui viene posta dalla trascendenza. Nel suo mondo profondo e inconscio l’uomo comincia a intravedere i nuovi valori prendendo sempre più le distanze dal mondo cristiano. L’umanesimo marxista, il surrealismo e l’esistenzialismo saranno le grandi vie percorse in questa ricerca.

Non bisogna però pensare a questo punto che il Cristianesimo disarmi.

Péguy e Claudel possono a giusto titolo essere considerati gli autorevoli precursori di un nuovo umanesimo cristiano cui Gabriel Marcel darà forma filosofica e Emmanuel Mounier nella rivista “Esprit” darà il nome di “personalismo”, e di cui Mauriac e Bernanos saranno l’espressione letteraria.

Un cenno a parte merita il problema del linguaggio che, partendo dagli studi dello svizzero Saussure irìfluenzerà molta letteratura del secondo dopoguerra (teatro dell’assurdo e nouveau roman) oltre che essere alla base di un nuovo tipo di critica (R. Barthes) per finire poi al servizio della critica
marxista (Althusser) e della psicanalisi (Lacan).

Introduzione al nuovo umanesimo: siamo nell’età di Sartre.

Questa è l’età di Sartre. Ogni epoca esprime la filosofia che la interpreta.

Non esiste una filosofia valida per tutte le epoche. Esistono connessioni tra varie filosofie come, similmente, tra varie epoche. Ed anche punti di contatto tra filosofie pur lontane nel tempo come fra epoche anch’esse e fra di esse lontane.

E ciò perché nessuna civiltà nasce con uno stacco netto da quella che la precede. Porta, anzi, con sé retaggi secolari con cui è costretta a vivere, spesso, molto a lungo.

Quel che conta, in una filosofia, è la sua peculiarità, quella esattamente corrispondente alla peculiarità della sua epoca.

Dopo la caduta dei valori e la crisi del positivismo, la grande letteratura del nostro secolo si è, non dico soltanto, impegnata ma addirittura accanita fino alla disperazione nella ricerca di nuovi valori, ricerca che ha preso il nome di “nuovo umanesimo”.

A questa ricerca Sartre ha contribuito tutta la vita ma, specialmente, ha consegnato le sue note conclusive tracciando le linee fondamentali della morale dell’epoca, la morale della libertà, che si concretizza nella costante lotta contro ogni forma di alienazione rendendosi così interdipendente alla storia che facciamo e che viviamo.

Ne consegue che la stessa dialettica storica in atto oggi non è che un perenne conflitto fra alienazione e liberazione e che, in filosofia, emerge, oggi, il primato indiscutibile dell’etica.

Ecco perché questa, che stiamo vivendo, è l’età di Sartre.

Ci fu l’età di Cartesio, la cui logica aprì la strada per indagare i segreti della Natura ed avviare lo sviluppo della scienza.

Poi venne l’età di Kant e di Hegel in cui l’individuo, pur protetto da imperativi categorici che vantavano validità universale, era pur sempre al servizio e un prodotto dello Stato etico che lo sovrastava. Ma la presenza e l’imperversare di sterminati eserciti industriali imposero la materializzazione non solo di quello Stato etico ma della stessa Storia che l’aveva prodotto.

Era l’età di Marx, in cui l’individuo aveva soltanto cambiato padrone: da riflesso etico era divenuto riflesso della struttura economica. Solo la società senza classi gli avrebbe ridato la sua autonomia.

Ma la società senza classi è ancora a venire e gli eserciti industriali si sono enormemente assottigliati. Non sono più in grado di determinare la dialettica storica. L’uomo, solo di fronte allo specchio, non vede altro che la propria esistenza, ossia la propria libertà, che è costretto ad esercitare, giorno dopo giorno, se vuole sopravvivere come uomo. Ecco perché esistenza, scelta, libertà sono sinonimi.

A questo povero uomo, caduti tutti i valori, non è rimasta che la propria esistenza, ossia la propria libertà che in ogni scelta è costretto ad esercitare. Per cui l’unico valore rimasto è lui stesso, che è null’altro che libertà.

La libertà diviene così l’unico valore base, da cui derivano tutti gli altri, su cui fondare la morale. E l’unico strumento per attuarla non può che essere la volontà. La volontà di lui stesso, uomo, di gestire se stesso, ossia la sua libertà.

Da qui l’espressione “soggettivismo etico” che caratterizza l’individuo della nostra epoca se non vuole annullarsi nel mare dell’alienazione.

Il soggettivismo etico implica l’appello all’ “Altro” (non si può essere morali da soli) per un accordo fra due libertà (e non quello alienato fra servo e padrone) che si realizza “par l’entremise de l’oeuvre”, ossia con qualcosa da fare insieme.

A questo punto la morale diviene creazione. L’appello può riunire tutti gli individui che si trovano nella stessa situazione esistenziale e storica venendo così a costituire un universale concreto che si contrappone all’universale astratto di Kant.

L’appello è l’arma contro l’alienazione che ci circonda e ci opprime e da cui la morale, per essere tale, vuole liberarsi. Non c’è libertà senza liberazione.

L’ alienazione non è soltanto quella che appare intorno a noi. L’effimero e il superfluo del consumismo, i falsi miti del successo e del denaro che, a turni quasi regolari, vengono inghiottiti dall’oblio. Ci sono radici più profonde.

Storicamente abbiamo individuato il “rifiuto dell’eretico” che non è il rifiuto delle idee dell’ “Altro” ma, peggio, il rifiuto che l’ “Altro” abbia delle idee. Il contrario, cioè, del “cogito” cartesiano.

Nei passaggi di civiltà (mai, ripeto, automatici) si verifica il fenomeno del saprofitismo. Una sorta di parassiti (saprofiti) tenta di far sopravvivere la vecchia società in disfacimento per poter sopravvivere essa stessa e non lesina mezzi, inclusa la violenza. Come, del resto, il rifiuto dell’eretico. Le manifestazioni apparenti, che ci circondano di superficialità, hanno questi fondamenti, consci o inconsci che siano.

Possiamo dire che l’alienazione è alla base di quello che in Europa è stato chiamato il “caso Italia”, ossia cinquant’anni di autocrazia gabellata per democrazia.

La via della democrazia è la via della libertà contro l’alienazione dell’autocrazia ed è l’unica via che permette di risolvere il “caso”.

Impone la riscrittura della Storia, punto di partenza indispensabile perché la libertà si liberi dall’alienazione. Perché la democrazia non è altro, come il “regno dei fini” di Kant, che il perseguimento della democrazia.

Abbiamo ritenuto opportuno aggiungere un’appendice al testo del “Nuovo Umanesimo”: un omaggio a Condorcet, all’ultimo degli illuministi, sia per individuare gli elementi evolutivi del nuovo umanesimo sull’Illuminismo, sia per celebrare degnamente l’età dei Lumi quale anello fondamentale nella storia dell’umanesimo.

Perché l’Umanesimo non è soltanto la base della nostra cultura e della nostra civiltà, ma è la più grande cultura e la più grande civiltà mai apparse sul nostro pianeta.

Per dovere di cronaca, il “Nuovo Umanesimo” è stato scritto nel corso degli interi anni ’70 e pubblicato nel ’79 anche se risultava incompleto non essendosi trovata in letteratura una ridefinizione della morale che ne concludesse la ricerca.

Fu provvidenziale nell’83 l’apparizione postuma di lavori sartriani proprio sulla morale e la stesura di “La morale di Sartre” si protrasse fino al ’90. Ma non fu pubblicato per due ragioni. Innanzitutto era utile e doveroso lasciarlo decantare affinchè, con ulteriori approfondimenti, potesse meglio combaciare con l’impostazione iniziale della ricerca rappresentata dal “Nuovo Umanesimo”. In secondo luogo la società stava modificando, con scossoni da misurare sulla scala Mercalli, le proprie strutture portanti.

Pareva quasi di non capire bene se la società volesse adeguarsi alla morale di Sartre o se Sartre avesse antiveduto la nuova società e le avesse cucito addosso la sua morale. Cosa, quest’ultima, possibilissima dato che lo stesso “Nuovo Umanesimo”, pur nell’immensa differenza di statura col grande Maitre, aveva, prima del ’79, considerato inevitabili i sommovimenti che si sarebbero verificati negli anni ’90.

Sotto i nostri occhi l’uomo, da “riflesso condizionato”, vuoi della politica, vuoi dell’economia, era divenuto soggetto etico e storico, condannato dalla propria libertà ad essere l’unico responsabile del proprio destino.

Così, utili e proficui sono stati i dieci anni di decantazione perché ci hanno permesso chiarimenti e approfondimenti in linea con la nuova civiltà nascente.

Perché ciò che noi stiamo vivendo non è una semplice trasformazione della società, ma la nascita di una nuova civiltà, è la più grande rivoluzione dopo l’invenzione della macchina a vapore. E nuovo umanesimo e morale di Sartre ne sono gli interpreti.

Putin afferma di considerare Israele un paese di “lingua russa”


Israele ospita quasi 2 milioni di migranti dagli ex stati sovietici, afferma il leader russo, quindi i paesi condividono una “famiglia comune”

La Russia considera Israele una nazione di lingua russa, ha detto il presidente Vladimir Putin durante un discorso a Mosca in occasione di un evento organizzato dall’appello israeliano unito, un’organizzazione sionista responsabile della raccolta fondi.

“I cittadini di Russia e Israele sono collegati da legami di famiglia, parentela e amicizia. Questa è una vera rete, una famiglia comune, dico senza esagerare. Israele ha quasi 2 milioni di cittadini di lingua russa. Consideriamo Israele uno stato di lingua russa “, ha detto.

Putin ha anche detto che avrebbe viaggiato in Israele a gennaio su invito del presidente Reuven Rivlin per partecipare a eventi dedicati al 75 ° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz e alla Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto.

“Certo, approfitterò sicuramente di questo invito”, ha detto Putin.

Una vecchia visita di Putin in Israele

Il commercio tra Israele e Russia è aumentato del 9% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ha aggiunto.

La Russia mantiene stretti legami con alcuni paesi di lingua russa, offrendo loro vantaggi commerciali e sostegno politico. Ha anche dimostrato un alto livello di intervento, a volte considerato anche potenzialmente “ostile”, certo sempre in funzione della tutela degli interessi russi, ovviamente.

Sotto Putin, la Russia ha approfondito e migliorati i rapporti con l’Iran, nonostante le tensioni e le richieste da parte di quel paese di distruggere Israele e i presunti tentativi di sviluppare armi nucleari e di altro tipo nel contesto del conflitto dell’Iran con Israele. La Russia sostiene anche il presidente siriano Bashar Assad e Hezbollah, ed è una delle poche potenze principali al mondo con relazioni ufficiali con i funzionari di Hamas.

Questo significa che la politica estera attuata da Putin è riuscita ad acquisire un ruolo centrale per la moderazione del dialogo con una serie di Paesi diplomaticamente “isolati”. Dunque, un intervento russo in caso di escalation dei conflitti in essere potrebbe essere determinante. Fare politica estera significa essere “utili” per i propri partner al fine di acquisire centralità e conseguente considerazione nell’ambito delle relazioni internazionali e conseguenti protocolli d’intesa, riuscendo a rendersi “indispensabili” anche in conseguenza delle trame tessute e dalla qualità del “materiale” utilizzato.

Quale ruolo di “utilità” saprà ritagliarsi l’Italia nel nuovo scacchiere diplomatico utilizzando la bussola neo-vaticana? Sicuramente un peso maggiore che potrebbe in teoria contribuire ad un riposizionamento in ambito internazionale, ammesso che si sappiano cogliere le opportunità in transito. Altro interrogativo che bisogna porsi è quale contropartita sarà richiesta al Paese ed in quale “valuta” bisognerà rimborsare le agevolazioni che verranno. Staremo a vedere.

Galileo Galilei. La leggenda del “martire” della scienza moderna.

Fra le «leggende nere» che la cultura laicista sovrappone alla realtà della storia, una in particolare ha dimostrato caratteri di straordinaria resistenza alla prova dei secoli e della verità: è la leggenda o mitologia sorta intorno a Galileo Galilei, pisano, Padre della Scienza e Vittima della Inquisizione.

Quali le cause di tanta tenacia? La risposta può essere trovata scorrendo, ad esempio, qualcuna delle opere più diffuse dedicate allo scienziato pisano e cercarvi il senso con cui viene presentata la vicenda che lo vide protagonista, nonché il messaggio che, attraverso essa, viene veicolato: Galileo fu colui che, volendo innovare il metodo di indagine nel regno della natura, trovò sulla sua strada la Chiesa cattolica e il suo apparato repressivo del tempo l’Inquisizione; da questa fu obbligato ad una umiliante autoaccusa e sottoposto ad una lunga e dura carcerazione.

Ma il suo esempio, continua il messaggio, fu raccolto dagli spiriti più liberi d’Europa e consentì di aprire la strada a quel sapere scientifico che ha rimosso la superstizione e ha beneficato l’umanità con i risultati delle sue scoperte.

Questo racconto, che non è la storia di Galileo, è nato oltre due secoli fa, nello stesso ambiente culturale che operava, in nome della «ragione», alla demolizione sistematica della memoria storica dell’Europa cristiana. Gli intellettuali dell’Enciclopedia, che già avevano avviato la demonizzazione delle Crociate, della civiltà medievale e che stavano gettando cumuli di calunnie sulla conquista delle Americhe da parte delle potenze cattoliche di Spagna e Portogallo, non si lasciarono sfuggire le opportunità che la vicenda legata a Galileo Galilei offriva in termini di polemica anticattolica: e quello che era, e poteva restare, un caso umano, ancorché doloroso e drammatico, fu trasformato in un caso – il caso Galileo appunto -, esemplare, nell’intenzione dei suoi formulatori, di una costitutiva inconciliabilità tra fede e ragione, tra religione e scienza, tra dogma e libertà di ricerca.

Dal secolo dei Lumi la mitologia galileiana si è radicata nella cultura europea, e non solo scientifica; si è arricchita, nei decenni, di una aneddotica divenuta ormai patrimonio scolastico comune; è entrata nell’immaginario collettivo attraverso la letteratura, il teatro, il cinema; è venuta a costituire, con tutto ciò, l’elemento separatore fra due mondi, fra due culture, la prova di una pretesa irriducibilità fra l’attitudine religiosa, – con il suo inevitabile corollario costituito dalla adesione ad una «chiesa» – e il bisogno dell’uomo di battere liberamente le vie della conoscenza, senza «costrizioni» o «condizionamenti».

Nella crisi grandiosa che ha colpito la Cristianità a partire dalla fine del Medioevo, crisi che si presenta in una veste passiva – come diminuzione del senso religioso – e in una attiva – come attacco polemico alla religione e alle sue incarnazioni storiche -,il caso Galileo, per la sua innegabile portata dialettica, è ascrivibile alla seconda tipologia. All’interno della cultura cattolica, infatti, esso ha costituito, e costituisce tuttora, un fattore di imbarazzo e di divisione, essendo la vicenda galileiana sentita comunemente come una colpa e considerata come una macchia nella storia della Chiesa.

E certamente ha anche alimentato quel dissenso dalla gerarchia che, in epoca moderna, si è rivestito di valenze scientifiche e ha individuato nel «progresso» la via per superare l’«immobilismo» della «Chiesa-istituzione». Da ultimo, ma non per l’importanza che la questione riveste, l’immagine di Galileo «martire» della scienza ha condizionato negativamente il rapporto degli uomini di scienza con la religione in generale e con la fede cattolica in particolare.

Ma se il caso, nelle intenzioni dei suoi ideatori, doveva costituire lo strumento privilegiato per l’affrancamento dalla religione nel nome di una scienza in grado di salvare l’umanità, a distanza di oltre trecentocinquant’anni dai fatti e dopo quasi tre secoli di polemiche, tale pretesa ha invece perduto molte delle sue certezze, come dimostra la generalizzata diffidenza dell’opinione pubblica verso il mondo della ricerca: diffidenza che emerge, per esempio, in tema di ecologia e di corsa agli armamenti.

Tuttavia uno storico dei pensiero scientifico come Stanley L. Jaki ha osservato acutamente che la diminuita fiducia nel ruolo salvifico della scienza è stata provocata anche da un profondo mutamento di fattori, sia filosofici che storici, ai quali il caso Galileo è strettamente collegato. «Nella misura in cui la scienza non è semplice strumento ma attività intellettuale creativa, – afferma lo studioso benedettino – essa è intessuta di presupposti di carattere chiaramente ideologico. Anche su questo punto si ammette più oggi che non una o due generazioni fa, quando scienza e positivismo […] erano praticamente sinonimi. Anche in ambienti dove fino a poco tempo fa la prospettiva indiscussa era uno stato di guerra perenne si può ormai sentire dire che la scienza e l’ideologia per eccellenza, il cristianesimo, non sono necessariamente irriconciliabili E l’affermazione che la scienza non ha avuto inizio improvvisamente col piano inclinato di Galileo la si può trovare perfino in alcuni dei più recenti trattati sull’inizio del pensiero moderno. Ciò è conseguenza del fatto che alcuni eminenti scienziati hanno preso nota delle vaste prove storiche su alcuni predecessori medioevali di Galileo» (1).

L’idea che l’impresa scientifica sia nata molto prima del caso Galileo e che il suo significato generale affondi le radici nel rapporto religioso che ha come principio il Dio della tradizione cristiana, trascendente la natura e libero creatore di essa, ha favorito, negli ultimi anni l’instaurarsi di un clima propizio alla riflessione sui limiti della scienza da un lato e, dall’altro, alla riconsiderazione di casi storici che, come quello legato a Galileo Galilei, hanno per secoli condizionato negativamente il rapporto tra scienza e fede; un rapporto che, invece, si è venuto manifestando sempre più necessario e strutturale per la ricerca del vero.

Lo sfondo storico

La vicenda galileiana si svolge a cavallo di due secoli cruciali – ma quale secolo non è stato cruciale? – per la storia dell’Europa: il Sedicesimo e il Diciassettesimo. Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero dà il via allo scisma protestante con la affissione delle 95 tesi alla porta della cattedrale di Wittenberg. Nel 1520 lo stesso Martin Lutero brucerà pubblicamente la bolla Exsurge Domine con cui Papa Leone X gli intima la ritrattazione e l’anno successivo riceverà la formale scomunica.

L’avvio della rivolta antiromana in Germania si innesta per di più in un contesto europeo, che vive le tensioni politiche tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V, erede quest’ultimo dell’Impero asburgico. Il conflitto che ne scaturisce durerà, con diverse interruzioni, dal 1521 al 1559 e verrà a sovrapporsi, quando non a coincidere, con le contemporanee lotte fra cattolicesimo e protestantesimo.

Nel pieno di questi conflitti la Chiesa cattolica arriva, non senza difficoltà, al Concilio di Trento (1545-1563) nell’intento di rilanciare l’unità religiosa e dottrinale della Cristianità. Anche se il primo obiettivo non sarà raggiunto, in quanto l’Europa settentrionale aderirà al protestantesimo e rimarrà protestante, il Concilio consentirà alla Chiesa di ritrovare l’unità dottrinale attraverso la riaffermazione e la riproposizione vigorosa dei valori propri del cattolicesimo romano: unità intorno al Papa, disciplina nella gerarchia, vita comunitaria del clero, ristabilimento della Tradizione.

L’impresa promossa dal Concilio tridentino sarà ardua e difficile, talora condotta con una decisione e una determinazione tali da apparire coercitive e anche dolorose per chi ne subisce i rigori. Ma questo imponente sforzo conseguirà grandi risultati, tanto che la ripresa della vita religiosa in quella parte di Europa rimasta fedele alla Chiesa appare ancora oggi molto più che il risultato di una semplice reazione alle tesi luterane. La stessa fioritura di ordini religiosi durante tutto il XVI secolo – ancora prima della rivoluzione protestante -,la presenza attiva della Chiesa nei più diversi campi della vita sociale e la stessa ampiezza d’orizzonte che traspare dai documenti tridentini, consentono di affermare che il periodo a cavallo fra il XVI e il XVII secolo fu testimone di una vera e propria Riforma cattolica, le cui motivazioni non sono riducibili ad un’unica causa scatenante, quale fu la rivolta luterana.

È in questo clima, di difesa ma anche di rilancio della fede, che si svolge la vicenda galileiana. E anzi, per molti versi, è difficile separare il primo dalla seconda senza deformare inevitabilmente le valutazioni e i giudizi. Quando Galileo nasce a Pisa, il 15 febbraio 1564, il Concilio di Trento è appena terminato. Fra i provvedimenti di tipo istituzionale organizzativo emanati dall’assise che più legheranno il proprio nome a quello dello scienziato, sono da annoverare l’istituzione del Sant’Uffizio (1542) e la pubblicazione di un Indice dei libri proibiti (1559), per l’aggiornamento del quale fu istituita, poco dopo, una Congregazione dell’Indice: due organismi che diventeranno altrettanti «classici» della polemica anticattolica, arrivati fino a noi dall’epoca illuministica con il loro cumulo di pregiudizi e di falsità. Ma, lo stesso processo a Galileo, il quale non subirà torture né patirà il carcere, è una prova che le modalità con cui operano queste istituzioni non corrisponde a quanto comunemente si crede (2).

Il Sant’Uffizio, composto da nove cardinali, è incaricato di sovrintendere al Tribunale dell’Inquisizione, già istituito al tempo di Innocenzo III, verso la fine del XII secolo, come strumento per contrastare la diffusione delle eresie. Il Tribunale decadde nel XIV e nel XV secolo, per venire ripristinato in Spagna intorno al 1480 e a Roma da Papa Paolo III.

La Congregazione dell’Indice è l’organo ecclesiastico che ha il compito di ascoltare gli autori e i redattori dei libri a stampa, nonché di valutare la presenza nei testi di dottrine eretiche o immorali. Il possesso, la lettura e la diffusione dei libri messi all’Indice comporta diverse pene, che vanno dalla scomunica al carcere e al confino.

Tuttavia, come nel caso dell’Inquisizione, anche alla Congregazione dell’Indice interessa l’aspetto pubblico e pastorale della pena che, una volta raggiunto, comporta spesso l’attenuazione o l’abbandono della pena stessa.

Il caso Galileo tra leggenda e storia

I temi della polemica anticattolica suscitati dal caso Galileo sono innumerevoli e di diverso livello, come del resto il caso stesso impone. Nella questione galileiana, infatti, si trovano raccolti, ma più spesso intrecciati, elementi di svariata natura: filosofici, se si guarda ai problemi legati al conflitto tra la «nuova fisica» e la fisica aristotelica; teologici, se si considera il dibattito sullo statuto e la probanza della Sacra Scrittura; giuridici, se si affronta la questione della competenza dei tribunali ecclesiastici in materie non teologiche; scientifici, se si indaga sulla originalità delle intuizioni galileiane; e infine storici, quando si voglia considerare il contesto in cui la vicenda si è svolta e gli «attori» che ne sono stati protagonisti. È ovvio che ridurre a sintesi tutti i temi richiamati in questi ambiti e confrontarli con le tesi più erroneamente consolidate risulta impresa talmente onerosa da esulare dagli scopi di questo lavoro. E certamente più utile passare in rassegna alcuni dei miti maggiormente ricorrenti intorno al caso Galileo, scegliendoli tra quelli che offrono un più ampio spettro di questioni implicate.

Galileo Galilei

La presunta ostilità dei Gesuiti nei confronti di Galileo

Il tema dell’ostilità e dell’antagonismo fra Galileo e i Gesuiti, soprattutto quelli del Collegio Romano, non è certamente uno dei più conosciuti nell’ambito del caso. Tuttavia esso cala puntualmente, quasi come un fondale scenico, allorché occorra accreditare e confermare l’atteggiamento dogmatico e intransigente della Chiesa cattolica nei confronti del «mondo nuovo» che le idee del Pisano si accingevano a rivelare.

Ludovico Geymonat, nella sua purtroppo diffusissima biografia scientifica di Galileo, fornisce una testimonianza esemplare di questo atteggiamento. Anche se i Gesuiti, spiega lo studioso marxista, «rappresentavano indubbiamente – in quel momento – l’ordine religioso più aperto verso le scienze esatte, erano però, malgrado tale apertura, i più ligi custodi dell’ortodossia cattolica e quindi intendevano usare la propria competenza scientifica soprattutto ad un fine: quello di impedire che la scienza moderna assumesse un qualsiasi significato contrario al dogma. Non bisogna dimenticare che proprio alla Compagnia di Gesù apparteneva il più autorevole rappresentante, allora vivente, dello spirito controriformistico: voglio dire il cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), già professore di Controversie al Collegio Romano e, in seguito, teologo del Papa, consultore del Sant’Uffizio, esaminatore dei vescovi» (3).

La Compagnia di Gesù, approvata nel 1540 da Papa Paolo III – dopo circa quindici anni che il gruppo originario di Compagni di Cristo si era raccolto intorno a Ignazio di Loyola (1491-1556) nel periodo in cui questi, trentasettenne, frequentava la Sorbona -, era venuta effettivamente a costituire una milizia sceltissima di cattolici consacrati al servizio della fede e del Papa. Attraverso una selezione e una preparazione assai severe – esercizi spirituali, studi profani e sacri – il Gesuita perveniva, dopo un tirocinio di sedici anni e anche più, all’ordinazione sacerdotale.

Ai voti di castità, povertà e obbedienza, egli aggiunge un particolare voto di obbedienza al pontefice, da cui la Compagnia dipende direttamente, senza la normale mediazione gerarchica. I sessanta antichi seguaci di Sant’Ignazio erano diventati duemila dopo venticinque anni e raggiunsero il numero di dodicimila nel primo decennio del XVII secolo, a dimostrazione che la radicalità ignaziana trovava una profonda corrispondenza nei sentimenti della Cristianità. Unendo, con straordinario equilibrio, fermezza e carità, prudenza e senso pratico, rigore dottrinale e intelligenza del nuovo, consapevoli della necessità di servire la Chiesa e il suo Capo, i Gesuiti operarono con successo per il ricompattamento della Cristianità lacerata dal protestantesimo e rivalutarono, per questa impresa, le armi della cultura e della educazione, ciò che ancora oggi qualifica l’apostolato ignaziano.

Intere regioni d’Europa devono alla Compagnia la loro permanenza nella fede di Roma: e sono la Baviera, la Boemia, l’Ungheria, la Polonia. Non va dimenticato neppure lo slancio missionario che animò la Compagnia fin dalle origini e che portò suoi eminenti esponenti in Cina, in India, in Giappone, dove dettero prova di grande duttilità nell’incontro con quelle culture tanto diverse dalla cultura europea. E dove, per ritornare a Galileo, insegnavano una astronomia copernicana già sul finire del XVII secolo, tanto che la rapida diffusione, in Estremo Oriente, della dottrina del movimento della Terra avvenne principalmente per merito degli astronomi della Compagnia.

Ora, questi Gesuiti, certamente rigorosi e prudenti, ma anche intelligenti, colti e appassionati, nei confronti di Galileo e della scienza sperimentale che stava nascendo, avrebbero invece dimostrato tutta la grettezza e tutta la miopia di cui gli uomini possono essere capaci.

Il contesto abituale è la controversia sulle macchie solari, poi quella sulla natura e sulla posizione delle comete, infine la disputa sui Massimi Sistemi, ovvero sul copernicanesimo e sulle prove disponibili a suo sostegno. In questa polemica i principali avversari di Galileo sono considerati i padri Cristopther Scheiner (1579-1650) e Orazio Grassi (1583-1654), descritti solitamente come poco informati, maldisposti e ostruzionisti nei confronti delle idee dell’astronomo pisano.

La realtà storica è alquanto diversa. In un documentato saggio del padre domenicano William A. Wallace (4) viene fatto stato del quadro generale relativo alle ricerche condotte dai Gesuiti del Collegio Romano, dei loro rapporti con Galileo e li alcune scoperte che, secondo l’Autore, implicano «una revisione sostanziale dell’analisi critica del ruolo di Galileo nella rivoluzione scientifica e nelle sue origini nel pensiero tardo medioevale e scolastico», al punto che si può parlare di un «debito di Galileo nei confronti dei Gesuiti».

Il Collegio Romano fu fondato dallo stesso Sant’Ignazio di Loyola nel 1551 e divenne, sul finire del secolo, la più importante università cattolica guidata da Gesuiti dell’Europa. Lo studio sia dei libri di testo adottati dai docenti per le loro lezioni sia degli appunti degli stessi docenti, dimostra che al Collegio Romano le questioni «scientifiche» – secondo l’accezione dell’epoca – venivano affrontate regolarmente, facendo parte dei corsi di studio.

Anche la matematica, che caratterizza modo galileiano di fare scienza, era fortemente presente nel piano di studi del Collegio. Il principale artefice del programma di matematica era il tedesco Christopher Clavius (1537-612), già allievo di Pedro Nunez a Coimbra e figura eminente sul campo tanto da essere definito, all’epoca «l’Euclide del sedicesimo secolo». Dopo il primo incontro con Galileo a Roma, nel 1587, il Gesuita rimase molto impressionato da un lavoro del Pisano sul centro di gravità dei solidi.

Per questo collaborò con il protettore di Galileo, il marchese Guidobaldo del Monte, per assicurare al giovane matematico un posto di insegnante in una università. Non si può parlare certo di atteggiamento ostile! E anzi, secondo il padre William A. Wallace, lo stesso «Galileo si dedicò a proseguire il programma di Clavius, nell’applicare la matematica allo studio della natura e nel generare una fisica matematica che potesse fornire valide spiegazioni causali sia per i fenomeni astronomici sia per quelli fisici» Con questo, precisa l’Autore, non si vuole insinuare che Galileo sia debitore verso il Collegio Romano di tutta la sua scienza, ma che le basi su cui egli sviluppò la propria attitudine scientifica furono attinte dalla cerchia dei professori gesuiti: frequentandoli e potendo disporre degli appunti delle loro lezioni, il giovane studioso poté acquisire un «complesso di opinioni» che lo spinse ad applicare il ragionamento fisico e matematico nell’indagine della natura, ciò che costituirà il risultato migliore dei suoi anni più maturi.

Con una battuta, padre William A. Wallace sintetizza questo rapporto: se è indiscutibile che Galileo possa essere considerato il «padre della scienza moderna», tale titolo non esclude un «nonno» o altri progenitori per la nuova fisica. Per venire alla disputa sulle comete, essa è rivelatrice tanto del carattere astioso di Galileo quanto della malafede di molti suoi biografi, che hanno visto in lui sempre e soltanto una vittima degli «scolastici oscurantisti». «Serpe lacerata», «scorpione», «balordissimo», «solennissima bestia»: così Galileo ebbe modo di nominare quel padre Orazio Grassi che gli fu contraddittore dotto e puntuale, con lo pseudonimo di Lotario Sarsi, a partire dal 1619, quando la comparsa di tre comete obbligò gli astronomi a pronunciarsi sull’argomento.

Orazio Grassi, staccandosi da Aristotele e appoggiandosi a Tycho Brahe e alle numerose osservazioni celesti compiute dai Gesuiti in tutta l’Europa, precisò, quanto alla natura e alla distanza, molto meglio di Galileo, il quale negò persino l’esistenza delle comete come oggetti reali.

Il fatto propone un insegnamento: né Grassi né Galileo potevano disporre, all’epoca, di prove conclusive per suffragare le rispettive posizioni circa le comete. Eppure, i «meriti» del gesuita non sono magnificati nello stesso modo con cui normalmente si esaltano i «meriti» di Galileo nel sostenere il sistema eliocentrico, benché né lui né i partigiani del sistema tolemaico disponessero delle prove definitive (che, come noto, arrivarono circa un secolo dopo, almeno per quanto riguarda il movimento annuale della Terra; per quello diurno bisognerà attendere il 1851).

Da ultimo va ricordato che la «solennissima bestia» Orazio Grassi fu al contrario un uomo di profonda cultura, studioso di ottica e soprattutto grande matematico. Fra i massimi architetti del suo tempo, eresse la chiesa di Sant’Ignazio in Roma, la cui cupola, che non fu mai innalzata, avrebbe dovuto essere non molto inferiore alla cupola di San Pietro.

La polemica sui Massimi Sistemi

É il tema che domina tutto il caso Galileo e riguarda l’antagonismo fra due opposte cosmologie, fra due modi irriducibili di descrivere l’Universo: da un lato il sistema geocentrico o tolemaico, con la Terra in posizione centrale e immobile, e la Luna, il Sole, i pianeti e le stelle rotanti attorno ad essa; dall’altro il sistema eliocentrico o copernicano, con il Sole in posizione centrale e gli altri corpi celesti, Terra compresa, rotanti attorno al Sole.

Innanzitutto occorre precisare che la comparsa sulla scena astronomica del sistema copernicano, a noi oggi così evidente e plausibile, per la cultura del tempo costituì invece un autentico trauma. Il sistema tolemaico era infatti generalmente accolto fin dall’antichità: Eudosso di Cnido, nella prima metà del IV secolo a.C., fu il primo a immaginare un ingegnoso e complesso sistema di 26 sfere concentriche e collegate i cui movimenti rendevano conto dei movimenti degli astri osservabili; il suo discepolo Callippo ne aggiunse altre sette, pervenendo ad una descrizione straordinariamente precisa dei moti celesti; Aristotele, introducendo l’etere come sostanza celeste, immise ulteriori 22 sfere, questa volta retrograde, allo scopo di compensare gli effetti dei movimenti delle sfere superiori su quelle inferiori;

Ipparco di Nicea, nel II secolo a.C., toccò il vertice della concezione geocentrica adottando epicicli ed eccentrici per ricomprendere nel sistema anche quei fenomeni che, come i movimenti retrogradi del Sole e dei pianeti, erano rimasti inspiegati; infine Claudio Tolomeo, nel II secolo d.C., completò e sigillò la cosmologia greca nella versione di Ipparco, codificando un sistema nel quale, sia pure a prezzo di artifici e assunzioni, i dati di osservazione dei vari pianeti vi apparivano totalmente coerenti e giustificati. In questa forma il geocentrismo superò i successivi 1500 anni, senza che seri ripensamenti potessero metterne in dubbio la validità.

Ma il sistema tolemaico non costituiva soltanto un metodo di descrizione dei movimenti degli astri: come già nell’antichità fu inseparabile da una filosofia che si interrogava sulle cause prime e cercava risposte «religiose» agli interrogativi dell’esistenza, così più tardi esso entrò a pieno titolo nel vasto sistema di valori della cultura cristiana, permanendovi fino all’epoca di Galileo, in omaggio a quel carattere unitario della cultura che era un retaggio della scolastica medioevale.

Tale carattere unitario, «in sé positivo ed auspicabile ancor oggi», come ha affermato Giovanni Paolo II proprio in occasione della conclusione dei lavori della commissione da lui istituita per approfondire il caso Galileo (5), includeva tuttavia la convinzione che la conoscenza della struttura del mondo fisico fosse imposta dal senso letterale della Sacra Scrittura. Dunque, il rischio di una trasposizione indebita di questioni appartenenti alla fisica nel campo della dottrina della fede era molto elevato, come pure era elevata la tendenza a rinunciare alla verifica dei fatti quando questi sembravano non concordare con il dettato della Sacra Scrittura.

Sarebbe però un errore confondere il pensiero ufficiale della Chiesa cattolica con la posizione di quei teologi che, sia pure numerosi, non percepivano la distinzione formale tra la Bibbia e la sua interpretazione. Della disposizione dei Gesuiti al confronto con i dati dell’osservazione si è già detto.

La loro attitudine è peraltro riassunta nella raccomandazione del cardinale Roberto Bellarmino al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini, che si era schierato in favore di Copernico e contenuta nella celebre lettera del 12 aprile 1612: «1. Dico che mi pare che V.P. ed il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico […] 3. Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che d sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisogneria andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra» (6).

La linea di pensiero del cardinale non era affatto isolata. Prima di lui, Sant’Agostino era stato guidato dalla stessa saggezza e dallo stesso rispetto per la Sacra Scrittura: «Se ad una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l’autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire ciò che non ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso» (7); dopo di lui Leone XIII confermava, nell’enciclica Provvidentissimus Deus che «Poiché il vero non può in alcun modo contraddire il vero, si può esser certi che un errore si è insinuato o nell’interpretazione delle parole sacre, o in un altro luogo della discussione» (8).

Secondo questi criteri il copernicanesimo poteva essere tranquillamente studiato, anche se si mostrava contrario al senso letterale di alcuni passi della Bibbia, purché venisse presentato come ipotesi e non come verità comprovata. Del resto l’opera di Copernico, il De revolutionibus orbium coelestium, pubblicato nel 1543, uscì con una dedica al Papa Paolo III, che l’aveva accettata; lo stesso canonico polacco trovò influenti e autorevoli protettori, come il vescovo Tiedemann Giese e il cardinale Schoenberg; al tempo di Galileo fu accolta e incoraggiata da numerosi cardinali, fra cui Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII, e da molti astronomi gesuiti.

Fino al fatidico 1616 la discussione sul sistema copernicano era non solo permessa, ma persino incoraggiata: all’unica condizione che rimanesse confinata in ambito «scientifico», ovvero senza sconfinare nella teologia. Arthut Koestler, che non si può certo sospettare di simpatie cattoliche, azzardava l’ipotesi che la titubanza, prima di Copernico e poi dello stesso Galileo, a schierarsi apertamente per l’eliocentrismo fosse dettata, più che dal timore di sanzioni improbabili, dalla paura di esporsi al ridicolo, di subire il sarcasmo dei «dotti», dal timore di farsi fischiare, a causa dell’apparente «enormità» costituita dal portato eliocentrico di fronte alla «naturalezza» dell’assunto tolemaico.

Fa certamente onore a Galileo e alle sue doti di intuizione avere rotto gli indugi dopo le prime, straordinarie scoperte fatte con il cannocchiale a partire dall’estate del 1610, e rivelare sempre più apertamente la sua propensione per il sistema copernicano. Ma tutto questo avvenne in un clima polemico, in cui si mescolavano fattori intrinseci ed estrinseci alla questione: la mancanza della prova decisiva – l’experimentum crucis – richiesta dagli avversari e che Galileo non riusciva a portare (quella delle maree non fu giustamente accolta dai contemporanei, che ne avevano compreso l’inconsistenza);

il fatto che le impressionanti osservazioni compiute da Galileo con il cannocchiale, nonostante avessero assestato un duro colpo alla nozione aristotelica di un cosmo «perfetto», non intaccassero sostanzialmente la bontà descrittiva del sistema tolemaico; la preoccupazione della Chiesa, e soprattutto degli organismi preposti alla difesa dell’ortodossia dottrinale, di fare fronte alla crisi protestante, allora in pieno svolgimento; un’eccessiva preoccupazione di tipo giuridico, un’incapacità di affrontare l’esegesi biblica su presupposti più aperti da parte di uomini di Chiesa; da ultimo, il carattere dello stesso Galileo, incline alla polemica, incurante delle inimicizie, teso all’umiliazione del contraddittore piuttosto che alla disamina leale delle idee.

La storia è nota, e qui merita ricordarla solo per sommi capi.

Nel marzo del 1615 il domenicano Tommaso Caccini, che già dal pulpito di Santa Maria Novella, in Firenze, aveva tuonato contro i copernicani, rilasciava una deposizione al Sant’Uffizio, specificando che Galileo sosteneva il moto della Terra: aveva inizio il primo procedimento a carico dello scienziato. Il 15 giugno Galileo scrisse la famosa lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa Madre, in cui rivendicava l’autonomia della ricerca scientifica nel quadro teologico-morale fornito dalla Sacra Scrittura parafrasando una celebre sentenza del cardinale Cesare Baronio: la Bibbia non intende insegnare l’astronomia – «come vadia il cielo?» -, bensì che cosa deve credere ogni uomo per raggiungere la vita eterna – «come si vadia al cielo»-.

Alla fine di quell’anno si recò a Roma, dove ricevette, nonostante tutto, un’accoglienza lusinghiera e dove si incontrò con lo stesso Niccolò Caccini. Tuttavia non riuscì ad impedire che le tesi circa la stabilità del Sole e il moto della terra fossero censurate: il 24 febbraio 1616 una commissione di undici teologi rese operativa la dichiarazione di censura, con la conseguente ammonizione di Galileo e la messa all’Indice del libro di Copernico, donec corrigatur, ossia fino a quando la situazione non fosse chiarita.

L’ammonizione non cambiò la vita di Galileo, che continuò a godere la stima del Papa e di moltissimi cardinali. Lo stesso Roberto Bellarmino, sollecitato dal Pisano, scrisse una dichiarazione a tutela del suo onore, minacciato dai numerosi calunniatori che auspicavano provvedimenti più gravi. Nel 1623 salì al soglio pontificio, con il nome di Urbano VIII, Maffeo Barberini, molto favorevole a Galileo, il quale si affrettò a dedicargli Il Saggiatore, l’opera con cui intendeva confutare il gesuita Orazio Grassi nella disputa sulle comete: un’opera di notevole pregio letterario, ma al servizio di una causa errata, quale quella delle comete come fenomeno ottico di origine terrestre.

Dopo diversi tentativi di fare togliere l’ammonizione e dopo avere respinto qualunque offerta di riconciliazione con il gesuita, Galileo si dedicò completamente alla ricerca della prova conclusiva a sostegno del sistema copernicano. Lavorando intorno alla questione delle maree, credette di avere trovato in esse la prova che cercava.

Nel 1630 aveva terminato l’opera che raccoglieva questi studi e che voleva intitolare, appunto, Delle maree. Urbano VIII, disposto a permetterne la pubblicazione, consigliò di mutarne il titolo, in modo che apparisse evidente che la questione del movimento terrestre risultasse solo un’ipotesi e non un fatto reale, capace di produrre effetti reali come le maree: nacque così il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, opera di grande vigore polemico, ma debole proprio nel punto che ne avrebbe dovuto costituire il fondamento.

Incoraggiato dall’apertura del pontefice, con il beneplacito del Granduca di Toscana Galileo, che dal 1616 non aveva mai rinunciato a pronunciarsi in favore del movimento terrestre, si recò a Roma. Tuttavia, il tono polemico dell’opera e la evidente apologia del sistema copernicano, non più presentato solo come ipotesi, ritardarono il sospirato imprimatur. A mani vuote Galileo ritornò a Firenze, dove comunque il libro venne stampato dal Landini nell’estate del 1631. Nel marzo del 1632 due copie giunsero a Roma.

A questo punto la vicenda diventa nebulosa. È certo che Urbano VIII si contrariò per la pubblicazione dell’opera. Si sono avanzate, a tale proposito, diverse ipotesi: la più diffusa riguarda il fatto che il Papa potesse essere identificato, fra i personaggi del Dialogo, proprio in quel Simplicio le cui argomentazioni a difesa del sistema tolemaico e della fisica aristotelica cadono regolarmente nel ridicolo; altri sostengono che il Papa e i suoi collaboratori avessero intravisto, nella «nuova fisica» galileiana un attentato al dogma della transustanziazione delle specie eucaristiche (9).

Comunque sia, è certo che a Roma ebbero l’impressione di essere stati raggirati, senza avere avuto la possibilità di introdurre le modifiche suggerite dalla prudenza. Il 13 febbraio 1633 Galileo giunse nuovamente a Roma, chiamato dall’Inquisizione. Il 12 aprile venne sottoposto a un primo esame, che doveva accertare le modalità seguite per la stampa del Dialogo; cinque giorni dopo gli fu contestata la contravvenzione all’ammonimento del decreto del 1616, in quanto nell’opera era manifestata l’adesione al sistema copernicano; infine, il 22 giugno, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, Galileo pronunciò l’abiura famosa. Seguì la condanna, ma qui conviene dissipare un’altra serie di fosche leggende.

Galileo Galilei al cospetto del Tribunale dell’Inquisizione

Nascita di un mito

Si favoleggia molto, infatti, intorno al processo e alla relativa condanna. Anche in questo caso la storia vera si discosta notevolmente da quanto è sedimentato nell’immaginario collettivo. Sebbene il clima fosse di generale freddezza – certamente distante da quello trionfale del 1611, al tempo delle osservazioni col cannocchiale; e certamente distante anche da quello tollerante del 1616, durante il primo processo -, il trattamento riservato a Galileo in questa occasione fu estremamente favorevole. Gli fu ingiunto di presentarsi a Roma non più tardi dell’ottobre 1632, ma, in considerazione dell’età, egli poté ritardare il viaggio fino al febbraio dell’anno successivo. Durante il processo non fu relegato in carcere, ma abitò in una sorta di foresteria nel palazzo del Sant’Uffizio.

Anche le motivazioni della condanna devono essere comprese correttamente. Come ha osservato Pier Carlo Landucci, il verdetto non ebbe alcuna pretesa di «infallibilità», limitandosi al «puro quadro pragmatistico e disciplinare» e fu improntato ad una «equilibrata giustificazione» dottrinale (10). Secondo le parole della sentenza, infatti, Galileo fu condannato per avere «tenuto» una dottrina «contraria alla Scrittura», non di averla soltanto ipotizzata e considerata sul solo piano matematico: in tal caso sarebbe stata permessa.

Nella parte finale della sentenza emerge la vera questione di principio: si condanna di «sostenere e difendere come probabile un’opinione… per definizione contrastante con la Sacra Scrittura». Ora, la nozione di probabilità implica un certo grado di possibilità, e ciò innalza l’ipotesi su un piano di realtà che, qualora l’ipotesi contrasti con la Sacra Scrittura, non può essere tollerata. Naturalmente non bisogna dimenticare il contesto teologico più volte richiamato, secondo cui il senso letterale della Scrittura prevaleva legittimamente in mancanza di prove contrarie.

Per quanto riguarda i punti della condanna, il rigore letterale della sentenza fu alquanto mitigato nei fatti, Oltre all’abiura formale della dottrina copernicana, la sentenza prevedeva un periodo di carcere a discrezione del Sant’Uffizio e l’obbligo di recitare per tre anni, una volta alla settimana, i salmi penitenziali.

Avvenne che la prigionia consistette in un soggiorno di cinque mesi nella villa del Granduca di Toscana, a Trinità dei Monti, seguito da una permanenza nell’«abitazione del mio più caro amico che avessi in Siena – racconta lo stesso Galileo al padre olivetano Vincenzo Renieri – monsignor arcivescovo Piccolominì, della cui gentilissima conversazione io godetti con tanta quiete e soddisfazione dell’animo mio che quivi ripigliai i miei studi trovai e dimostrai gran parte delle conclusioni meccaniche sopra la resistenza dei solidi con altre speculazioni e dopo circa cinque mesi; cessata la pestilenza della mia patria, verso il principio di dicembre di quest’anno 1633, da sua santità mi è stata permutata la strettezza di quella casa, nella libertà della campagna, da me tanto gradita, onde me ne tornai alla villa di Bellosguardo e dopo in Arcetri, dove tutt’ora mi trovo a respirare quest’aria salubre, vicino alla mia cara patria Firenze». Quanto ai salmi penitenziali, incaricò di recitarli, con il consenso della Chiesa, la figlia Maria Celeste, suora carmelitana.

Ad Arcetri lo scienziato chiuse la sua vita terrena l’8 gennaio 1644 non prima di avere completato i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti locali, l’opera con cui ritornò alla sua vera vocazione di fisico-matematico e che meritatamente lo colloca tra quei «giganti» che, come amava dire Isaac Newton, «mi hanno portato sulle loro spalle». Ma nessuna tortura, nessuna tetra galera, nessuna umiliazione o vessazione caratterizzò gli anni successivi alla condanna, che, anzi, furono densi di attività e di relazioni, anche quando, ormai al termine, fu colpito dalla totale cecità.

I temi della «leggenda nera» galileiana nacquero in epoca illuministica e, paradossalmente, proprio nel momento in cui la Chiesa cattolica attenuava sia gli effetti giuridici dei provvedimenti del 1616 e del 1633, sia la diffidenza verso il sistema copernicano. Si trattò di un attacco ideologico, di un’operazione di intenzionale disinformazione, il cui obiettivo era quello di dimostrare l’incompatibilità del sistema cattolico con le ragioni della libertà di ricerca nei vari campi del sapere.

Le critiche alla Chiesa in relazione al caso, che da allora divenne tale, iniziarono nei paesi protestanti, in concomitanza con la pubblicazione delle prime storie sulla Inquisizione, come la traduzione inglese dell’Historia Inquisitionis del 1692, pubblicata a Londra nel 1731 ed utilizzata per suscitare l’odio contro Roma al tempo della seconda ribellione scozzese: i cardinali che si opposero a Galileo vi sono descritti come nemici del vero sapere e della vera scienza.

I philosophes francesi del XVIII secolo si ispirarono invece alle opere di Fontenelle e di Pierre Bayle, in cui veniva ripreso l’eliocentrismo e si ribadiva l’opposizione tra ragione e fede. Su questa linea, Voltaire, nel suo Dizionario filosofico, dirà che «Ogni inquisitore dovrebbe arrossire fino in fondo all’anima solo alla vista di una sfera di Copernico».

In Italia, sul finire del ‘700, Giovanni Targioni Tozzetti e Girolamo Tiraboschi ripresero il tema dell’oscurantismo clericale, attribuendo i guai di Galileo ai «Regolari» e agli «Ecclesiastici», responsabili anche dell’offuscamento della memoria dello scienziato.

In realtà la Chiesa cattolica, attraverso le Congregazioni romane, aveva adottato diverse misure a favore di Galileo.

Nel 1734 il Sant’Uffizio ne riabilitava la memoria autorizzando l’erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze. È utile ricordare che tale concessione avvenne durante il pontificato di Clemente XII, il primo Papa che condannò la Massoneria e che affidò all’architetto fiorentino Alessandro Galilei, pronipote dello scienziato, la costruzione delle facciate di San Giovanni in Laterano e di San Giovanni dei Fiorentini.

Un secondo gesto di disponibilità fu compiuto da Benedetto XIV il quale, nel 1757 tolse dall’Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già tacitamente aveva fatto Papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616. Benedetto XIV aveva peraltro dimostrato il suo interesse per le scienze fin da quando era arcivescovo di Bologna, dove istituì un museo e una cattedra di anatomia.

Salito al soglio pontificio, riformò l’Accademia dei Lincei, istituì cattedre di chimica e di matematica all’Università della Sapienza, prescrisse che i teologi incaricati di esaminare opere controverse fossero affiancati da esperti nelle scienze profane e tenne rapporti con un newtoniano come Pierre L.M. de Maupertuis, cui si deve la formulazione del principio di minima azione.

La definitiva autorizzazione all’insegnamento del moto della Terra e dell’immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell’inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822, anche se già da molto tempo la teoria copernicana, ormai diventata newtoniana, veniva insegnata in tutte le università cattoliche dell’Europa, sia pure come ipotesi, per rispetto ai decreti della Chiesa.

Per quanto riguarda le prove del moto annuale della Terra attorno al Sole, il primo fenomeno che deponeva seriamente in suo favore fu l’aberrazione della luce, rilevato dall’astronomo inglese James Bradley nel 1725: egli collegò gli sfasamenti osservati durante passaggi successivi della stella Draconis nel campo del telescopio con il moto della Terra lungo la sua orbita e con il fatto che la velocità di propagazione della luce è finita.

Si trattava di un effetto che tuttavia «copriva» ancora la misura della parallasse stellare, ritenuta, a ragione, la prova cruciale del moto di rivoluzione: bisognò attendere fino al 1837, quando il tedesco Wilhelm F. Bassel determinò in 0,30″ lo spostamento apparente della stella 61 Cygni, attribuendolo allo spostamento reale della Terra lungo la sua orbita.

Il moto diurno del pianeta fu dimostrato ancora più tardi, nel 1851, quando il francese Leon Foucault mise in evidenza lo spostamento del piano di oscillazione di un grandioso pendolo sospeso alla cupola del Pantheon di Parigi: poiché il piano di oscillazione di un pendolo libero di muoversi non muta, l’astronomo concluse che la rotazione osservata era da attribuirsi in realtà a quella, in direzione opposta, della Terra intorno al proprio asse.

Va ricordato, infine, che la Chiesa non rimase estranea allo straordinario sviluppo dell’astronomia – e della scienza – dei secoli XVIII e XIX. Per citare solo un esempio, quell’Osservatorio Pontificio Vaticano, fondato nel 1579 da Gregorio XIII e che fu uno dei luoghi della vicenda galileiana, operò attivamente anche nei secoli successivi e raggiunse una grande notorietà internazionale alla metà dell’800, quando padre Angelo Secchi, introducendo l’analisi spettroscopica nello studio della luce stellare, iniziò una classificazione delle stelle in base al tipo spettrale.

Il 14 marzo 1891 Leone XIII, con il motu proprio «Ut mysticam», decretò la trasformazione dell’antico Osservatorio nell’attuale Specola Vaticana. Affidata ancora ad astronomi gesuiti, la Specola ha partecipato fin dalla sua nascita ai programmi internazionali di realizzazione di carte fotografiche del cielo. Per questo lavoro fu necessario costruire un particolare telescopio, ancora oggi utilizzato per la fotografia dei campi stellari. Attualmente la Specola Vaticana rappresenta ufficialmente la Santa Sede in seno all’Unione Astronomica Internazionale e i suoi programmi di ricerca si sono dilatati allo studio della astrofisica e della cosmologia. Da oltre dieci anni è attivo a Tucson, in Arizona, un centro di ricerche che dipende direttamente dalla Specola.

Ultimo atto: dal creato a Dio creatore

Il 10 novembre 1979, in occasione delle celebrazioni del primo centenario della nascita di Albert Einstein, Giovanni Paolo II, di fronte ai membri della Pontificia Accademia delle Scienza, esprimeva l’auspicio «che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione [approfondissero] l’esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, [rimuovessero] le differenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa collaborazione tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo. A questo compito», aggiungeva il Santo Padre, «che potrà onorare la verità della fede e della scienza, e dischiudere le porte a future collaborazioni, io assicuro tutto il mio appoggio» (11).

Il 3 luglio 1981 veniva istituita una Commissione Pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana dei secoli Sedicesimo e Diciassettesimo nella quale il caso Galileo si inserisce. La Commissione era articolata in quattro gruppi di lavoro, presieduti dal cardinale Carlo Maria Martini, per i problemi esegetici; dal cardinale Paul Poupard per la sezione culturale; dal professor Carlos Chagas e dal padre George Coyne per le questioni scientifiche ed epistemologiche; da monsignor Michele Maccarrone per le questioni storiche e giuridiche. Il padre Enrico di Rovasenda svolgeva le funzioni di segretario.

Dopo oltre dieci anni di lavori e a trecentocinquant’anni dalla morte dello scienziato pisano, il 31 ottobre 1992 la Commissione chiudeva solennemente il decennio di studi galileiani durante la Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze. Sarebbe errato interpretare l’iniziativa pontificia come la tardiva «riabilitazione» di Galileo da parte della Chiesa, come puntualmente hanno fatto i mass media ignorando il reale contenuto sia del discorso con cui il cardinale Paul Poupard ha presentato i risultati delle ricerche, sia della replica conclusiva di Giovanni Paolo II. Infatti, se una riabilitazione vi è stata, si è trattato della riabilitazione della verità storica intorno a tutta la vicenda.

Secondo il cardinale Paul Poupard il fatto che Galileo «ebbe molto a soffrire» e che, quindi, «[…] Bisogna riconoscere [. ..] con lealtà, come ha chiesto Vostra Santità» i torti da lui subiti, non impedisce di considerare che fu in «una congiuntura storico-culturale, ben lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo, incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria, credettero a torto che l’adozione della rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente provata, fosse tale da fare vacillare la tradizione cattolica, e che era loro dovere proibirne l’insegnamento».

Si è trattato, di un «errore soggettivo di giudizio» e non di una cieca avversione alla scienza o di una chiusura acritica alla novità: «Le qualifiche filosofiche e teologiche abusivamente attribuite alle teorie nuove per allora sulla centralità del Sole e la mobilità della Terra furono conseguenza di una situazione di transizione nell’ambito delle conoscenze astronomiche, e di una confusione esegetica riguardo alla cosmologia».

La conclusione, per il cardinale, non può che essere «ancora una volta»quella dimostrata dalla «rilettura dei documenti d’archivio» e cioè che «tutti gli attori di un processo, senza eccezioni, hanno diritto al beneficio della buona fede, in assenza di documenti processuali contrari».

Se, dunque, il «beneficio della buona fede» deve considerarsi la chiusura «storica» del caso, quella «culturale» – cioè quella sui valori in gioco nella vicenda galileiana – è stata delineata da Giovanni Paolo II. Il Santo Padre ricorda innanzitutto l’importanza della filosofia, «che è ricerca del senso globale dei dati dell’esperienza, e dunque ugualmente dei fenomeni raccolti ed analizzati dalle scienze», per l’uomo di scienza, il cui ricorso sempre più frequente a concetti metascientifici necessita di uno sforzo costante di chiarificazione, onde «evitare di procedere a delle estrapolazioni indebite che leghino le scoperte strettamente scientifiche a una visione del mondo o a delle affermazioni ideologiche o filosofiche che non ne sono affatto dei corollari».

In secondo luogo il Santo Padre ricorda quanto possa diventare «grande il rischio di giungere ad una “cultura frantumata” che sarebbe di fatto la negazione della vera cultura» qualora la altissima specializzazione delle ricerche, cui pure «sono dovuti i successi che constatiamo», non fosse «equilibrata da una riflessione attenta a notare l’articolazione dei saperi».

Si tratta di due richiami di valore generale, ma non può sfuggire la loro puntualità a fronte di una tendenza della scienza moderna a egemonizzare gli ambiti propri della ricerca filosofica e teologica e a screditare ogni approccio al reale che non ricade sotto il suo metodo di indagine: per esempio molti dei testi divulgativi di fisica moderna o «nuova fisica» -, i cui autori sono spesso premi Nobel o insigni docenti universitari, affrontano problemi come la creazione, il tempo, la coscienza con il piglio aggressivo di chi, finalmente, ha trovato la strada giusta per risolvere questioni che secoli di filosofia e di teologia hanno lasciato irrisolte.

Venendo alla vicenda galileiana, Giovanni Paolo II ripete che «i problemi soggiacenti a quel caso toccano la natura delle scienze come quella del messaggio della fede»; quindi che non si deve «escludere che ci si trovi un giorno davanti ad una situazione analoga, che richiederà agli uni e agli altri una coscienza consapevole del campo e dei limiti delle rispettive competenze».

Anche in questo caso il richiamo è preciso, e se costituisce una doverosa messa in guardia da eventuali ingerenze filosofico-teologiche nelle questioni scientifiche, descrive pure l’ipotesi opposta, ovvero la pretesa della scienza di fornire il senso globale dei dati dell’esperienza, di rispondere non solo al «come» dei fenomeni, ma anche al «perché» del loro esistere.

D’altra parte questa mancata «distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che essa generalmente richiama», dice Giovanni Paolo II, fu proprio l’errore che accomunò i sostenitori del sistema tolemaico e Galileo: i primi ritenendo che bastassero i passi scritturali a provare la loro cosmologia, il secondo, in paradossale contraddizione il metodo sperimentale di cui fu sostenitore, ostinandosi a presentare come vera la propria, benché in assenza di prove conclusive.

Alla fine ebbe ragione Galileo, ma sì può veramente parlare di una vittoria della scienza sperimentale? Oggi, dopo la teoria della relatività, dopo le galassie, dopo le stelle di neutroni e i buchi neri, la polemica, almeno sul piano strettamente scientifico appare stemperata e lontana e, in questo senso, il Pontefice ricorda che «spesso, al di là di due visioni parziali e contrastanti, esiste una visione più larga che entrambe le include e le supera».

Ma le ultime riflessioni che la vicenda galileiana suggerisce riguardano, per Giovanni Paolo II, il senso finale dell’impresa scientifica, «che concerne quanto c’è di più profondo nell’essere umano allorché, trascendendo il mondo e se stesso, egli si rivolge a Colui che è il Creatore di ogni cosa».

Al di là delle legittime esigenze di autonomia – che il caso Galileo ha contribuito a definire -, l’autentica necessità di chi si impegna nella ricerca scientifica continuerà ad essere, allora come oggi, l’intima consapevolezza «che il mondo non è un caos, ma un “cosmos”, ossia che c’è un ordine e delle leggi naturali che si lasciano apprendere e pensare, e che hanno pertanto una certa affinità con lo spirito […] Questa intelligibilità, attestata dalle prodigiose scoperte delle scienze e delle tecniche, rinvia in definitiva al Pensiero trascendente e originario di cui ogni cosa porta l’impronta».

(1) Stanley L. Jaki, Il Salvatore della scienza, Libreria Editrice Vaticana, CdV 1992, pp. 5-6.

(2) Per una informazione non conformista sulla Inquisizione, soprattutto quella spagnola, cfr. Jean Dumont, L’Église au rìsque de l’histoire, Criterion, Limoges Cedex 1984, pp. 343-413.

(3) Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, Einaudi, Torino 1957 e 1969.

(4) Cfr. William A. Wallace, Galileo e i professori del Collegio Romano alla fine del secolo XVI, in Mons. Paul Poupard (a cura di), Galileo Galileo. 350 anni di storia (1633-83). Studi e ricerche, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1984, pp. 76-97.

(5) Cfr. il Supplemento a «L’Osservatore Romano», 7 novembre 1992, pp. 5-7. Nel seguito, salvo diversa indicazione, le citazioni di Giovanni Paolo II e del card. Paul Poupard sono tratte da questo documento. I corsivi sono nel testo.

(6) Edizione Nazionale delle opere di Galileo Galilei, tomo XII, pp. 171-172.

(7) Epistula 143, n. 7, PL 33, col 588.

(8) Leonis XIII Pont Max. Acta, vol. XIII, 1894, p. 361.

(9) Renato Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino 1983.

(10) Cfr. Pier Carlo Landucci, Nuovi studi storici sulla vicenda di Galileo, in Cultura & Libri, settembre-ottobre 1984, pp. 215-231.

(11) Cfr. «L’Osservatore Romano», 12-13 novembre 1979, p. 2.